Garibaldi e Montevideo

Part 3

Chapter 33,749 wordsPublic domain

Ora mentre gli uomini più distinti dell'alta classe, fatta segno alle vendette di Rosas, cadeano vittime d'una prepotente violenza, veniano a centinaja imprigionati tutti gli altri cittadini, le opinioni dei quali non fossero in armonia con quelle del dittatore o osteggiassero i calcoli della sua futura politica. Ignoti a tutti tranne che Rosas che l'ordinava, la causa dell'arresto, venia pure dichiarato inutile il giudizio; così le numerose non interrotte fucilazioni davano luogo a nuovi prigioni. Le tenebre proteggevano il delitto; e la città destavasi esterefatta al rumore di questi tuoni notturni che la decimavano. Il mattino poi raccolti tranquillamente dai carrettieri della polizia i corpi degli assassinati per le strade e dei fucilati nelle carceri, venian tutti questi cadaveri anonimi cacciati in un gran fosso alla rinfusa, negate perfino ai congiunti delle vittime l'uffizio supremo. Queste scene di sangue avean luogo tra le risa e lo sghignazzare atroce dei carrettieri che, recise le teste dei cadaveri, e messe in un paniere, le offrivano al popolo, che, chiuse le case fuggiva inorridito, e gridavano all'uso dei venditori di frutta:

— Ecco le belle pesche unitarie! chi compra le pesche unitarie?

Allora poi il calcolo tenne dietro alle barbarie, la confisca alla morte; creare interessi inseparabili dai propri, mostrare ad una classe della società la fortuna dell'altra, dicendole: è tua, fu trovata necessità di regno. Da quel punto sulle rovine degli antichi proprietari di Buenos-Ayres, s'elevarono le rapide e disoneste ricchezze degli odierni parteggianti di Rosas.

Toccò Rosas il sommo della ferocia, cui non osò sognare alcun tiranno, cui non soccorse la fertile mente di Nerone e di Domiziano, col divieto al figlio di vestire a corrotto per il padre morto da lui. La legge fu proclamata ed affissa in Buenos-Ayres; e v'era ben donde, chè ogni famiglia aveva un caro da piangere.

Per tale tirannide si commossero gli stranieri e principalmente i Francesi, co' quali Rosas si fea lecito ogni eccesso. La nota pazienza di Luigi-Filippo toccò all'estremo e ne venne il primo blocco francese.

Ma le alte classi della società così dileggiate presero a fuggir Buenos-Ayres e volsero lo sguardo sullo Stato orientale, ove quasi tutta la proscritta città venne a cercare un asilo.

Allora la polizia di Rosas fe' ogni sua possa; punì per legge di morte l'emigrazione, e vista ciò tornar vano, si volle circondare l'estremo supplizio co' tormenti più atroci, ma l'odio e il terrore inspirato da Rosas era più forte delle sue pene, e l'emigrazione cresceva ogni giorno. Alla fuga d'un'intera famiglia bastava un battello; su questo si cacciavano alla rinfusa padre, madre, figli, fratelli e sorelle, e lasciando ogni loro fortuna approdavano allo Stato Orientale, tenendo per tutta ricchezza gli abiti che avevano indossati. Nè alcuno ebbe a pentirsi di avere sperato nella ospitalità del popolo orientale. Dessa fu grande e generosa quale di antica repubblica e come il popolo argentino dovea aspettarsi da amici, o meglio da fratelli, che tante volte aveano combattuto sotto le stesse bandiere contro gli Inglesi, gli Spagnuoli e i Brasiliani, nemici comuni e stranieri, però meno crudeli di questo nemico figlio della stessa terra.

Gli Argentini giungevano a torme, e toccata la terra veniano dai premurosi abitanti raccolti, come meglio ne aveano agio dai mezzi di fortuna e dall'ampiezza delle abitazioni. Di nulla allora patiano difetto questi infelici, che riconoscenti si davano tosto al lavoro, onde gli ospiti loro ne fossero alleviati, e così potessero soccorrere ai nuovi fuggenti. A tal fine gli uomini più comodi si accingevano ai più bassi mestieri dando loro tanto più lustro, quanto più alto era il loro stato sociale.

Di tal fatta i nomi più celebri della repubblica argentina brillarono nell'emigrazione. Lavalle, la più valorosa spada della sua armata; Florencio Varela, il suo più bel genio; Aguero, tra suoi primi uomini di Stato; Echaverria, il Lamartine della Plata; Vega, il Bajardo dell'armata delle Ande; Guttierez, il felice cantore delle glorie nazionali; Alsina, il grande avvocato e l'illustre cittadino, primeggiano tra gli emigrati; come pure Saenz Valiente, Molino Torres, Ramos Megia, i ricchi proprietarii; come anche Rodriguez, il vecchio generale delle armate dell'indipendenza e delle armate unitarie, e Olozabal uno tra i più prodi di quell'armata delle Ande, di cui Vega, come dicemmo, era il Bajardo. Scopo alla crudeltà di Rosas era tanto _l'unitario_ che il _federista_, se poteva essere di ostacolo alla sua dittatura. Ora devesi all'ospitalità accordata a' suoi nemici, l'odio immenso che Rosas nutre per lo Stato Orientale.

All'epoca in cui or si fa cenno, era a capo della Repubblica il generale Fructuoso Rivera. Costui è un uomo della campagna al paro di Rosas e Quiroga. Differisce dal primo per le sue tendenze alla civilizzazione. Come uomo di guerra e come capo di fazione non ha eguali in valore e in generosità. Da trent'anni che ebbe tanta parte nelle commozioni politiche del suo paese fu sempre primo a correre all'armi, quando s'intese il grido di guerra allo straniero.

Nella rivoluzione contro la Spagna, egli fe' getto delle sue fortune, essendo per lui il dare, bisogno irresistibile; anzichè generoso, egli è prodigo. E Dio fu pur tale verso di lui. Gentil cavaliere (nel senso della parola spagnuola, che comprende il soldato e il gentiluomo), di bruno colore, di alta figura, di sguardo acuto, di cortesi maniere, trascina gli astanti col fascino d'un gesto a lui solo concesso. Per tali doti fu l'uomo più popolare dello Stato Orientale; ma è forza pur dirlo, non vi fu chi più male di lui reggesse le finanze d'un popolo. Come la propria, sprecò le fortune del paese, non già per sè, ma perchè uomo pubblico ritenea le generose maniere dell'uomo privato. Però al tempo in cui si ragiona non appariva ancora un tale dissesto. Rivera sul primo della sua presidenza, erasi circondato degli uomini sommi del paese. Obes Herrera, Vasquez, Alvarez, Ellauri, Luiz, Eduard Perez governavano con lui la cosa pubblica e con questi non poteva fallire a quel bel paese, progresso, libertà ed incremento.

Obes, primo tra gli amici di Rivera, tenea del carattere antico; il suo patriottismo, i suoi talenti, la sua profonda istruzione lo fanno annoverare tra i grandi Americani.

Morì proscritto, vittima tra i primi del sistema di Rosas nello Stato orientale.

Luiz Edouard Perez, l'Aristide dello Stato orientale, repubblicano severo, caldo patriotta, consacrò la vita sua lunga alla virtù, alla libertà, alla patria.

Vasquez, uomo di talento e d'istruzione, fe' le prime sue armi all'assedio di Montevideo contro la Spagna, e chiuse i suoi giorni nell'assedio attuale, avendo sempre bene meritato del paese.

Herrera, Alvarez ed Ellauri cognati di Obes non furono secondi ad alcuno. Essi appartengono come prodi guerrieri, non solo allo Stato orientale, ma sibbene all'intera causa americana; e i loro nomi saranno per sempre sacri alla terra di Colombo che dal capo d'Orno si stende allo stretto di Barrow.

Ora un governo che aveva a capi uomini di tempra siffatta, ebbe naturalmente a signoreggiare lo slancio nazionale, quando per la Repubblica orientale, venne l'ora di combattere a viso aperto il sistema di Rosas. Così, mentre il popolo soccorreva pietoso a tanti infelici, il governo sceglieva i sommi tra questi, ed assoldava i guerrieri argentini dichiarati traditori da Rosas, onorandoli con ogni maniera di cure e rispetto. Ed a ciò potentemente dava opera la stampa, che libera nello Stato orientale, metteva in luce i delitti di Rosas, facendolo segno all'esecrazione universale.

È quindi facile il comprendere, come la vendetta di Rosas si addensò sul capo di Rivera, primo tra' suoi nemici, e sul paese ch'egli reggeva; però, forte nell'alimentarla, era debole poi nel metterla in atto. Si limitò dunque ad una guerra sorda, favorendo con ogni maniera la rivoluzione scoppiata nel 1832 contro Rivera, e questa fallita, non si tenne ancora per vinto.

La presidenza di Rivera cessava nel 1834. Succedevagli il generale Manuel Oribe per l'influenza di Rivera stesso che vedeva in lui un amico al proprio sistema, e lo avea prima d'ora creato generale e ministro della guerra.

Oribe appartiene alle prime famiglie del paese, per la cui difesa, dopo il 1811, combattè sempre da prode. Egli è di poco spirito, e corta intelligenza; ne è prova l'alleanza di Rosas che egli abbracciò a tutta possa, alleanza che trae a rovina quell'indipendenza da lui stesso propugnata più volte.

Come generale è di nessuna capacità; le sue violente passioni lo fanno crudele, mentre come privato è uomo dabbene. Come amministratore fu miglior di Rivera, nè per lui crebbe il debito pubblico. Però su di lui pesa la rovina dello Stato orientale. Obliando che ad esser capo di parte, non basta il volerlo, sdegnò d'unirsi alla causa nazionale che aveva per capo Rivera, e volendo fare da sè, eccitò diffidenza e sospetto; onde atterrito, si gettò un bel giorno nelle braccia di Rosas. Il paese n'ebbe sentore dalla guerra che il governo moveva all'emigrazione argentina, e come forte era l'odio al sistema di Rosas, s'unì a Rivera quando egli nel 1836 si mise alla testa d'una rivoluzione contro di Oribe. Questi però, spalleggiato dall'armata rimasta fedele e dagli aiuti di Rosas, potè sino al 1838 rimuovere il pericolo che lo premea d'ogni lato.

Qui cade in acconcio rettificare un errore troppo comune. Si crede generalmente, che all'influenza de' Francesi debbasi la caduta di Oribe, mentre ebbe a soli nemici gli Orientali. Il suo potere fu distrutto alla battaglia di Palmar, ove tra' suoi nemici non si contava un solo straniero, mentre egli cadde in mezzo a loro; e n'è certa prova, essersi trovato, dopo la capitolazione della città di Paysandu, un intero battaglione argentino in questa città. Ora gli Argentini sono stranieri allo Stato Orientale del pari che gli uomini del Chili o dell'Inghilterra.

Oribe rinunziò al potere officialmente davanti alle Camere, e chiestone alle stesse il permesso, lasciò il paese. Ciò fatto Rosas lo costrinse a protestare contro tale rinuncia, e, cosa inaudita in America, egli lo riconobbe per capo del governo d'un paese a lui pure vietato. Era, come se Luigi Filippo esule avesse dato un vicerè alla Repubblica francese. Si rise a Montevideo di questa follia del dittatore, che intanto si preparava a mutare il riso nel pianto, e ne fu conseguenza naturale la guerra tra le due nazioni, che dura dal 1838.

Riafferrato il potere, Rivera appoggiò con ogni sua possa il blocco francese, e n'ebbe soccorsi d'uomini e di danaro contro il nemico comune. In tali strettezze avrebbe Rosas facilmente inchinato l'animo alle esigenze europee quando l'arrivo dell'ammiraglio Mackau nel 1840 diè luogo al trattato che porta il suo nome, per cui si rialzò la potenza di Rosas già presso al tramonto e sola nella lotta durò la Repubblica orientale. Così si combattè diversamente fino al 1842 quando l'armata orientale toccò la disfatta di Arroyo-Grande. In questo intervallo, una gran parte della Repubblica argentina, fidando sul poter della Francia, erasi contro di Rosas levata a guerra eroica e nazionale. Ma questa lotta ineguale avea cresciuto il numero dei patriotti argentini martiri della crudeltà del dittatore.

Intanto, vinta la battaglia d'Arroyo-Grande, l'armata di Rosas, forte di 14,000 uomini, si gettò sul territorio dello Stato Orientale. A questo torrente erano unico argine 600 soldati agli ordini del generale Medina, e 1,200 reclute sotto il generale Pacheco y Obés, allora colonnello, che riunitesi insieme sotto il fuoco dell'avanguardia nemica presero a capo il generale Rivera, cui si congiunsero 4 o 5 mila volontarii accorsi al pericolo.

Allora si vide, miracolo stupendo, 6,000 uomini disordinati e quasi inermi, disputarsi palmo a palmo il terreno all'armata di Rosas. Costretti a marciare per contrade incendiate dal nemico, questi eroici difensori della patria, raccolsero tutte le fuggenti famiglie e tra immensi pericoli ne protessero la ritirata a Montevideo, ove cercò un asilo quasi tutta la popolazione della campagna.

Il primo febbraio 1843 l'armata orientale ordinatasi sulle alture di Montevideo vide il nemico; ma lungi dal riparare in città, cui raccomandò le protette famiglie, chieste armi e munizioni, si gettò alla campagna onde provvedere alla guerra, dicendo ai cittadini: difendetevi e contate sopra di noi!

Capitolo Terzo

Wright, l'autore dell'_Assedio di Montevideo_, esponendo la situazione nella quale si trovò la Repubblica orientale dopo la battaglia dell'Arroyo-Grande, chiude quella lugubre narrazione con queste tristi parole: «Il sole di dicembre, tuffando i suoi raggi nell'Oceano, ne lasciò:

Battuti al di fuori, Senza armata, Senza soldati anche nell'interno, Senza materiale di guerra, Senza danaro, Senza rendite, Senza credito.»

E questo quadro non era esagerato.

Il generale Rivera era allora il capo della Repubblica. E noi dando un giudizio imparziale su di lui come su tutti gli uomini che abbiamo cercato di tratteggiare, giudicio che apparterrà alla posterità — perchè nei giudicii politici e letterarii la distanza equivale ai tempi e fa il presente imparziale come l'avvenire — noi abbiamo detto in quale compassionevole stato avesse ridotte le finanze del paese.

Per ciò poi che riguarda l'armata, essa risentivasi delle false idee che aveva sulla guerra il generale Rivera, delle quali diremo l'origine.

Rivera aveva fatto le sue prime armi sotto Artigas, il quale non era un generale, ma un capo di fazione. Le sue battaglie consistevano in sorprese e colpi di mano. Allievo di tal maestro, Rivera ne trattava in egual modo la guerra, benchè gli affari e gli uomini avessero cambiato di aspetto.

Alcuni ufficiali, patriotti intelligenti, tentarono di far mutare tale sistema a Rivera, credendo che la sua maniera di combattere fosse un sistema e non una pratica; ma per quanto ascendente potettero prendere su di lui, dovettero accontentarsi d'introdurre, e a gran fatica, pochi ed isolati miglioramenti che non facevano che vieppiù appalesare il difetto del partito a cui si atteneva. L'armata quindi restò quale il suo capo la voleva; indisciplinata, senza ordine, senza unità, vera armata d'avventurieri — quale infine era sotto Artigas, meno Artigas.

Componevasi essa di due piccoli battaglioni di fanteria formati intieramente di negri e di qualche migliaio di cavalieri, che lasciando vuote le squadre anche negli accampamenti militari, non correvano sotto la bandiera che nei giorni del pericolo. Aveva un considerevole materiale d'artiglieria leggiera, ma il personale di quest'arme si conduceva come quello della cavalleria; il servizio dello stato maggiore come quello dell'armata potea dirsi nullo essendo anche frammezzo ai comandanti superiori, uomini cui sarebbe riuscito malagevole il comandare una manovra.

Le diverse divisioni dell'esercito confidate a comandanti generali patian difetto esse pure d'una organizzazione militare. Invano avresti cercato un arsenale da guerra su tutto il territorio della repubblica. E siccome a nessuno cadeva in pensiero che la repubblica potesse toccare una disfatta, questa avvenendo sarebbe stata irreparabile.

Montevideo poi già da molto non era più città di difesa; le sue mura erano state atterrate fino dal 1833. Il governo che vi aveva stabilito residenza era composto di uomini deboli, capaci sì di fare il loro dovere nelle circostanze ordinarie, ma incapaci di forti risoluzioni in caso disperato.

Ora la condizione di Montevideo era terribile. Alla nuova della perdita della battaglia d'Arroyo-Grande, la popolazione fu come colta da fulmine e tutti i patriotti curvarono il capo, mentre che gli amici di Oribe, cioè i partigiani dello straniero, apersero l'animo alle speranze e cospirarono apertamente per Rosas per distruggere così la Repubblica orientale.

Allora alcuni uomini di patriottismo e d'azione che trovavansi a Montevideo spinsero il governo a energiche misure per la difesa della città. E fu per essi che si decretò un'armata di riserva nominando a comandarla il generale Paz rifugiato in Montevideo, che si chiamarono alle armi tutti gli uomini dai 14 ai 50 anni, che si affrancarono gli schiavi onde farli soldati; ma tutte queste misure avevano l'impronta della debolezza ed erano perciò spoglie d'ogni autorità. Esse venivano dettate non con quella fede sincera nella possibilità della difesa, fede che avrebbe fatto la loro forza, ma chiaramente per salvare la responsabilità di quelli che le dettavano e che sostituivano così l'agitazione all'attività, la febbre all'energia; e fin d'allora le risorse dell'autorità furono esauste, e il governo si vide male obbedito, perchè non rispettato.

Fu da mezzo il campo che s'alzò il primo vero grido di guerra contro l'armata nemica e quel grido venne dal comandante generale del dipartimento di Mercédès, dal colonnello Pacheco y Obes.

Appena il disastro d'Arroyo-Grande fu conosciuto, il colonnello Pacheco y Obes, non ricevendo consiglio che dal suo patriottismo, prese sul momento le misure le più energiche per organizzare una forza militare. Prima ancora del governo egli aveva colla sola sua autorità individuale proclamato la libertà degli schiavi, cassando con un sol frego di penna questa grande quistione che si dibatte da un secolo in Europa e innanzi a cui si ritrae da sessant'anni il governo degli Stati-Uniti.

Il distretto di Mercédès comprendeva tre piccole città dai due ai tremila abitanti ciascuna. Pacheco fatta una leva in massa inreggimentò i cittadini, li armò, li disciplinò, creò fabbriche d'armi, e senz'altre risorse in fuori di quelle che egli seppe trarre dal patriottismo del paese al quale egli fece appello, venti giorni dopo la battaglia d'Arroyo-Grande, si presentava alla sua volta in campo con 1,200 uomini armati ed equipaggiati, che ebbero l'onore di scambiare coi soldati di Rosas i primi colpi di fucile che furono tratti per la santa difesa del paese.

I suoi caldi e risoluti proclami, la sua fede nel trionfo della causa nazionale rialzarono l'entusiasmo accasciato, e siccome era chiaro che un uomo che agiva in tal modo doveva sperare, — ognuno sperò. Ecco poi come s'esprime il giornale officiale di Montevideo del 31 dicembre del 1842 parlando della condotta del colonnello Pacheco y Obes.

«Noi sappiamo di offendere la modestia del prode capo del distretto di Mercédès; ma come tacersi mentre ogni giorno mostrasi ai nostri occhi un nuovo segno della sua incessante attività, della sua nobile coscienza, della sua alta capacità? Il colonnello Pacheco y Obes ci prova che noi abbiamo alla circostanza uomini d'azione, di consiglio e di governo atti a salvare la patria».

Così pensavano di lui tutti i patriotti dello Stato orientale. Dappertutto questi domandavano un cambiamento di governo e l'opinione pubblica chiamava a prendere parte al potere il colonnello Pacheco y Obes.

Il generale Rivera cedette al voler del paese, e prima di partire per l'armata nominò un nuovo ministero di cui facea parte Pacheco y Obes per la guerra e marina, Santiago Vasquez per l'estero e l'interno, e Francesco Munnoz per le finanze. Il 3 febbraio 1843, il nuovo ministero entrò in funzioni; fu chiamato ministero Pacheco y Obes, e devesi alle pronte misure dei primi giorni della sua esistenza, l'incredibile difesa di Montevideo.

Questo ministero agiva sotto la direzione del presidente del senato che teneva la presidenza della Repubblica in assenza del generale Rivera. Il nome di questo magistrato era Joaquin Suarez, uno dei più ricchi proprietarii dello Stato orientale, l'uomo tra' più onorati di questo popolo cui egli ha consacrata tutta la sua vita. Ora egli tiene il posto di presidente, essendo successo a Rivera, il cui tempo legale era spirato col 1 marzo 1843.

II 16 febbraio del medesimo anno l'armata nemica comandata da Oribe si presentava davanti Montevideo nella certezza di entrarvi senza trar colpo o al più di averla con un colpo di mano. Ma nel tempo che era trascorso dalla sua installazione, il nuovo governo aveva fatto di Montevideo una piazza di guerra capace d'arrestare i vincitori d'Arroyo-Grande.

Tutti gli uomini atti a portare le armi erano stati inreggimentati, e nessun riguardo era scusa al proprio dovere. Niuna eccezione fu ammessa. Il ministro della guerra dettava i decreti e s'incaricava egli stesso di farli eseguire; e tutti sapevano che nulla valeva ad arrestare la sua volontà di ferro.

Fu in questo frattempo che si riorganizzarono i battaglioni di guardia nazionale che da sett'anni renderono tanti segnalati servigi alla città stretta d'assedio. Fu allora che egli scelse a comandanti di queste masse improvvisate codesti uomini, stranieri fino allora alla guerra, che nel seguito sono divenuti tanti eroi e che noi chiamiamo: Lorenzo Batlle, Francisco Tage, José Maria Munnoz, José Solsona, Juan Andres Gelly y Obes, e Francisco Munnoz. Tutti erano negozianti od avvocati al principio dell'assedio. Tutti sono in oggi colonnelli, e mai le nobili insegne di questo grado furono portate più nobilmente. Francisco Munnoz è morto. Tutti gli altri quasi per miracolo vivono ancora, perchè in tutti i giorni di questo lungo assedio furono veduti in mezzo al pericolo provocare la morte che li rispetta.

I corpi di linea, alla testa dei quali figuravano pure uomini nuovi, furono riorganizzati e messi sotto gli ordini di Marcelino Sosa, l'Ettore di questa nuova Troia, di César Diaz, di Manuel Pacheco y Obes, e di Juan Antonio Lezica. E tutti questi altri nomi che citiamo sono già istorici, e sarebbero nomi immortali se avessero a cantore un altro Omero.

Sosa è morto e noi racconteremo e la sua morte d'eroe e alcune delle sue gesta, che rendendolo il terrore dell'armata nemica, gli hanno conquistata l'ammirazione della città assediata.

Presentemente è il colonnello Cesare Diaz che regge l'armata. Uomo di grandi talenti, gode la riputazione da nessuno contestata d'essere il miglior tattico d'infanteria che si trovi fra le due armate.

Il colonnello Batlle, attuale ministro della guerra e delle finanze, è presso a poco sui trent'anni; la natura gli è stata più che prodiga; essa l'ha fatto bello, prode, spiritoso, d'ingegno; infine uno di quegli uomini il cui avvenire è destinato a risplendere nella futura istoria d'America. Fu egli che con un pugno d'uomini sorprese nel 1846 le forze che assediavano la Colonia e che la battè completamente obbligandoli a levare l'assedio. E tanto valore mostrato da questa giovane armata messa su d'improvviso è ascritto in parte al generale José Maria Paz, che ne era duce, primo tra i migliori maestri nell'arte della guerra, mentre d'altra parte vi contribuivano con tutte le loro forze ed il loro sangue gli Argentini rifugiati a Montevideo, formatisi in legione per la difesa del paese che aveva dato loro l'ospitalità.

Vennero pure eletti capi molti stranieri che in certa guisa stavano a rappresentanti delle idee di libertà e di progresso non del tutto spente nel mondo e che non hanno per anco trovato una nazione in cui possano mettere profonde radici. Tra questi capi che concorsero alla difesa di Montevideo e che saranno ricompensati dei loro sacrificii, non solo dalla riconoscenza d'una città, ma d'una nazione, primeggia GIUSEPPE GARIBALDI.

GIUSEPPE GARIBALDI, proscritto d'Italia perchè aveva combattuto per la libertà, proscritto dalla Francia dove aveva voluto combattere per la stessa causa, proscritto da Rio-Grande per avere contribuito alla fondazione di quella Repubblica, venne ad offrire i suoi servigi a Montevideo. Noi cercheremo di far conoscere ai nostri contemporanei sotto i rapporti tanto fisici che morali quest'uomo potente, che nessuno ha potuto attaccare che colla calunnia.