Part 2
Finalmente la battaglia si impegno; i volontari, Garibaldi alla testa, montarono all'assalto, decimati dalla mitraglia; si giunse sul luogo nel quale era schierato il nemico; la lotta divenne ostinata e dura; piu volte si venne all'attacco, e piu volte i soldati regi soperchianti con forze nuove, pareva volessero superarci. La bandiera italiana, sulla quale era lo scudo di Savoia, fu poderosamente contrastata, e Schiaffino cadde morto stringendola e impedendo che altri la prendesse; Menotti allora l'afferra, e la lotta continua, senza permettere ai Borbonici che si impossessassero del sacro vessillo; Garibaldi, in mezzo a suoi, grida:
"Qui bisogna vincere o morire. Non si indietreggia (_Applausi frenetici_)."
Ancora una carica alla baionetta; ed il nemico e vinto (_Nuovi applausi prolungati_).
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La presa di Palermo si dovette non solo al valore dei legionarii e del loro capitano, ma sopratutto alla sua strategia.
La marcia su Palermo, quanti uomini dell'arte l'han giudicata, la ritennero come uno dei fatti piu memorabili delle guerre moderne.
Dopo alcune avvisaglie, sui monti presso Monreale, Garibaldi ordino che si piegasse a destra; il nemico era superiore di forze a noi.
Il giorno 24 fu ordinata l'ascensione del monte vicino, nella cui valle, che e al lato opposto, siede il comune di Piana dei Greci.
Non si perde tempo: erano le 6 di sera, e ci trovammo in un bivio che tiene a destra la strada rotabile che conduce a Corleone e Giuliana; a sinistra un sentiero che porta al bosco di Ficuzza (questo nome vi ricordera altre date ed altri fatti).
Garibaldi, Bixio, Sirtori ed io ci siamo raccolti a consiglio. Era la prima volta che si teneva un consiglio di guerra, perche Garibaldi preferiva deliberare lui e comandare.
Dopo che gli fu fatta una descrizione dei luoghi, il generale decise di mandare Orsini coi cannoni e con quanti volontari avrebbero voluto seguirlo, su Corleone e Giuliana; nessuno ne capi lo scopo. Il grosso dei volontari resto con lui e pernotto alla Ficuzza. Quando Orsini marciava coi suoi compagni, Garibaldi si abbasso, si avvicino ai mio orecchio, e pronuncio queste parole che parevano misteriose: "Povero Orsini! Lo mandiamo al sagrifizio:" per me era un' incognita.
Siccome dissi, la notte dal 24 al 25 pernottammo nel bosco di Ficuzza.
La mattina seguente fummo a Marineo, la sera a Misilmeri, dove il Comitato insurrezionale di Palermo aveva mandato i suoi emissarii a raggiungerci. Il 26 fummo a Gibilrossa, e li 27 eravamo padroni di Palermo.
Il colonnello Bosco, credendo di correre dietro a Garibaldi, trovo Orsini; la diversione era mirabilmente riuscita.
Garibaldi, innanzi a Palermo trovo i 16 mila uomini che il generale Lanza, alto commissario del Borbone, teneva a difesa della capitale. Anche ivi la lotta fu calda; si passo dal ponte dell'Ammiraglio al ponte delle Teste in mezzo al saettare dei cacciatori che erano appostati ai due lati della via; ma al piano di Sant'Erasmo le truppe borboniche dovettero battere in ritirata; siamo subito corsi dietro di loro, lungo la strada che oggi porta il nome di Lincoln.
Era bello il vedere Garibaldi in quei momenti.
Sui campi di battaglia il suo volto era radiante di gioia; non pareva che fosse in una lotta dove cadevano da ogni parte morti e feriti, ma ad una danza di nozze.
Egli si fermo sul suo cavallo, dinanzi alla via che oggi porta il suo nome e dietro all'altra che ha quello di Lincoln. A destra la flotta napoletana fulminava colla mitraglia, a sinistra i cacciatori borbonici saettavano colle palle. Fermo, impassibile non si mosse se non quando l'ultimo dei suoi volontari fu entrato in citta (_Vivissimi applausi_).
In otto giorni, Palermo fu sgombra dalle truppe regie, e Garibaldi le ando a raggiungere a Milazzo, e le vinse. Passato il faro, corse trionfante fino a Napoli con pochi o niuni contrasti; entro quale Cesare vincitore nella grande citta, e le truppe borboniche, sbalordite, gli resero gli onori. Il Borbone era partito sin dal giorno innanzi.
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Il 1o ottobre, fu il giorno della piu difficile, della piu terribile battaglia del 1860; Re Francesco era alla testa di 42 mila uomini, quanto vi era di piu fresco nei suo esercito; Garibaldi non ne comandava che appena 20 mila. La lotta fu lunga, ostinata, da Santa Maria a Maddaloni, in tutta la linea del Volturno; ma anche quel giorno l'Eroe fu vincitore, e prima che la battaglia fosse finita, annuncio la vittoria telegraficamente a Napoli (_Applausi vivissimi_).
La battaglia di Calatafimi segno la liberazione della Sicilia; la battaglia del Volturno la caduta materiale della dinastia dei Borboni.
La battaglia di Calatafimi--avvertite che essa avvenne il 15 maggio 1860--vendico le vittime del 15 maggio 1848; la battaglia del Volturno getto le basi dell'unita italiana (_Applausi_).
Al Volturno Garibaldi provo ai suoi detrattori che egli non era un semplice _guerrigliero_, ma che era un grande capitano e che aveva l'intelletto e l'arte di muovere grandi masse di truppe. La vittoria dell'1 e del 2 ottobre si deve agli ordini dati da Garibaldi ed alla sua presenza sul campo di battaglia, non meno che al valore, all'energia ed all'intelligenza dei suoi luogotenenti che sapevano ubbidirlo. Avvertite, signori, che Garibaldi non risparmio mai la sua persona, come certi colonnelli e certi generali che comandano, stando lontani dal campo.
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Signori, abbiamo visto Garibaldi sotto un solo aspetto, che del resto era da voi conosciuto: il guerriero; e niuno neghera che dopo Napoleone, sia stato il piu grande capitano del secolo.
Vediamolo ora sotto un altro aspetto, quello del legislatore, che molti ignorano, e che taluni forse non sospettano che egli fosse.
Avvertite, signori, che non e legislatore colui che redige le leggi, ma colui che le concepisce.
I codici francesi non furono scritti da Napoleone I, ma ne ebbero il pensiero, e ne portarono l'impronta: potrei dire lo stesso di tutti i legislatori del mondo.
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Signori, molti di voi forse non sanno quello che sia un popolo in rivoluzione.
Voi non avete forse visto un popolo, agitato, incerto, talora ardito, talora sgomento, una societa che si scioglie ed un'altra che si ricompone, un governo che rovescia ed un altro che si ricostituisce.
Grave e la responsabilita di coloro i quali mentre imprendono a distruggere un governo il quale ha i suoi publici funzionari; la sua polizia, la sua truppa, devono ricomporne un altro al quale mancano tutte le forze organiche, per esistere e farsi rispettare.
Vi e un momento di transizione nei quale nessuno puo comandare; e la che si sperimenta il vero uomo di Stato per sapere uscire dall'imbarazzo in cui si trova e per assicurare la societa che nulla e caduto e che tutti gli interessi sono rispettati coi nuovo regime.
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Il primo scopo di Garibaldi era di gettare le basi dell'unita italiana con Vittorio Emanuele, re; il mezzo era l'ordinamento delle forze nazionali per distruggere il nemico, il quale era di ostacolo al conseguimento dell'unita. A questo scopo il 13 maggio 1860 furono fatti i decreti di Salemi. Ma cio non bastava.
Era necessario rendere impossibile ai Borboni di governare, ed organizzare intanto l'amministrazione nostra. Tanto fu stabilito coi decreti di Alcamo. Il governo politico, l'ordinamento dei municipii, le finanze furono materia di varii decreti allora publicati.
E per le finanze fu principale intendimento di alleviare le classi non abbienti, e cosi fu abolita la tassa sul macinato e la tassa di importazione sui cereali. (_Sensazione_)
Al tempo stesso, fu ordinato alle popolazioni di rifiutare il tributo al governo illegittimo, avvisandoli che da quel giorno tutto apparteneva alla nazione.
Voi comprendete che la difficolta maggiore non era nel consigliare il rifiuto dell'imposta al nemico, ma nel persuadere i contribuenti di pagare al governo che nasceva. Al tempo stesso bisognava persuadere i cittadini che il governo che nasceva non era ne avido ne dissipatore, e pero Garibaldi ordino che i suoi compagni non fossero trattati che colla razione da soldato.
E cio non bastava.
Il 18 maggio, quando fummo a Partinico, trovammo i principali edifizi della citta arsi dalle truppe borboniche.
Garibaldi comprese quale guerra selvaggia si faceva in quei momenti dal nemico, e senti che bisognava incoraggiare il popolo e assicurarlo dell'avvenire. A tale scopo fu fatto il decreto che ordinava il risarcimento dei danni di guerra dallo Stato, e piu tardi, a non aggravare della fortissima spesa l'erario nazionale, furono invertite a cotesto beneficio tutte le rendite di quelle Opere Pie di stato incerto--e ve ne sono ancora molte in Italia e non si sa chi le mangia (_Ilarita, applausi_)--escluse le rendite destinate agli Ospedali, all'indigenza, al publico insegnamento, e a tutto cio che veramente dovrebbe essere la provvidenza dei governi.
Giunti al _passo di Renna_, vennero desolanti notizie dalle terre vicine. Bande di scorridori portavano lo sconforto nelle tranquille popolazioni, col saccheggio e la rapina.
Fu in conseguenza una necessita il fare leggi di guerra.
Garibaldi allora istitui tribunali militari, a cui fu data la giurisdizione, per tutti i reati, durante il tempo della guerra. Piu tardi di questi tribunali ne furono istituiti in ogni capoluogo di circondario.
Nulla a Garibaldi faceva maggior ribrezzo del furto. Talora aveva compassione dell'imputato per reati di sangue nei quali poteva vedersi la conseguenza dell'affetto. Disinteressato, generoso, non tollerava gli abusi contro la proprieta altrui.
Occupata Palermo, furono completate codeste leggi, e si riordino con forme stabili l'amministrazione civile.
E poiche le popolazioni giudicano la bonta dei governi dal bene che alle medesime ne deriva, il Dittatore decreto la divisione dei demanii comunali col diritto di una quota speciale a coloro che avevan prese le armi nelle guerre nazionali.
In questo modo era doppio il vantaggio: avevamo una legge agraria colla ripartizione dei latifondi, la creazione di nuovi proprietarii e la soddisfazione alle plebi che per quell'atto di suprema economia si interessavano all'opera dell'emancipazione politica, dalla quale ricavavano il beneficio.
Ne cio soltanto.
Furono fatte varie leggi per la educazione militare dei fanciulli e per provvedere, con pensioni, agli orfani e alle vedove dei morti per la patria.
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Signori, da taluno fu censurato Garibaldi perche egli aveva richiamato in vigore le leggi del 1848. Riflettendoci bene, i critici severi dovranno finire per dare ragione a lui che ne ebbe il pensiero ed a colui che ne fu l'esecutore.
Le Insurrezioni del 1859 e del 1860 non furono che una rivendicazione del diritto italiano, affermato e sancito al 1848.
Al 1848 furono distrutti i trattati di Vienna, che erano un vincolo internazionale per le dinastie straniere in Italia; e fu dichiarata la decadenza dei Borboni e degli altri principi che allora governavano nella penisola. Caduti al 1849 sotto il giogo delle vecchie tirannidi dovemmo subire la violenza, ma il diritto italiano non rimase spento; e solo si aspettava la risurrezione dei popoli per rivendicarlo e rimetterlo in onore.
Il richiamo adunque delle leggi politiche del 1848 fu una logica necessita, e Garibaldi lo comprese e vi die complemento col plebiscito del 21 ottobre 1860 che dichiaro l'Italia una e indivisibile dalle Alpi ai due mari (_Applausi_).
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Signori, io fo ora a me stesso una domanda: il mondo ufficiale ebbe fede in Garibaldi? Non posso affermarlo, e non oso negarlo.
I fatti apparenti piu di una volta mi han dato ragione di dubitarne.
Prego intanto di non esser frainteso. In tutto questo non c'entra la monarchia, e molto meno Vittorio Emanuele, il piu leale dei principi, il miglior amico di Garibaldi (_Applausi_).
Signori, il mondo ufficiale consiste nel sistema, nelle abitudini, nei cortigiani che circondano il trono, nei bigotti che stanno sotto i gradini del trono, che temono le innovazioni e che non hanno fede nelle forze popolari (_Applausi_).
Al 1848 quando Garibaldi venne da Montevideo, gli fu negato di comandare un corpo di truppe. Al 1849, dopo la caduta di Roma, si finse--lui nato a Nizza la quale allora faceva parte del regno--che egli, militando a Roma, avesse perduto la nazionalita sarda; e pero fu mandato in esilio. Pei ministri che allora governavano egli era il condannato politico del 1834, il socio della _Giovane Italia_.
Al 1859, contro la volonta del Re e del suo primo ministro, Garibaldi fu chiuso entro un angusto campo di battaglia, con pochi uomini e senza artiglierie, lungi dall'orbita degli eserciti alleati, quasi dimenticato.
Alla testa dei Cacciatori delle Alpi egli fece miracoli di valore, vinse il famigerato Urban; ma, per mancati aiuti, talora dovette sgombrare le terre da lui redente, non potendo resistere alle forze soverchianti del nemico.
Al 1860, salpato da Quarto, poco manco che non lo arrestassero nelle acque di Sardegna.
Dittatore di Sicilia e di Napoli, la sua amministrazione fa continuamente insidiata e i suoi uomini bersagliati dalle calunnie. Nulladimeno, giunto a Marsala, egli aveva proclamato Vittorio Emanuele Re d'Italia; tutti i suoi decreti portavano in capo le parole: "Vittorio Emanuele" ed erano in nome del Re intestate le sentenze dell'autorita giudiziaria e tutti gli atti publici.
Dopo il suo ingresso a Palermo fu elevato lo stemma reale in tutti i publici edifizi e lo stemma reale fu impresso nelle bandiere.
E dopo cio perche dubitare di lui? perche dubitare degli uomini suoi?
Vi era forse un solo fra coloro che lo circondavano che non volesse l'unita colla monarchia?
Garibaldi, imbarcandosi a Quarto, aveva inalberato la bandiera collo scudo di Savoia; tanto che alcuni cittadini i quali non credevano in quella bandiera, non vollero imbarcarsi, ed altri scesero a Talamone.
Sul finire del luglio 1860, il mondo ufficiale gli suscito ostacoli per passare il faro. Ed avvertite che l'impresa siciliana sarebbe rimasta infeconda, se i Garibaldini non avessero cacciato Francesco Borbone dalla sua capitale.
Allora si teme che se la rivoluzione fosse penetrata sul continente, la monarchia italiana ne avrebbe patito. Impertanto i nostri avversarii congiurarono con un generale borbonico e con un ministro fedifrago, e mandarono emissarii perche avessero provocato una insurrezione militare (_Profonda sensazione_).
Si ideo--strano progetto--che si desse provvisoriamente il governo ad un principe borbonico, affinche questi avesse preparato il nuovo regno di Vittorio Emanuele.
Vani conati che spiegavano il malvolere e suscitavano sospetti in un momento in cui era necessaria la concordia per il compimento dell'unita nazionale.
Coteste son macchie che non salgono in alto, ma si arrestano sotto i gradini del trono. Il 7 settembre 1860 Garibaldi entro trionfante in Napoli, e il primo suo atto fu di affidare la squadra napoletana all'ammiraglio Persano.
Quale pegno maggiore si poteva avere da lui?
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Quest'uomo singolare, disinteressato, generoso, provvidenziale, vera personificazione del popolo, aveva del soprannaturale.
Nella vita di quest'uomo parrebbe che ci fosse del divino.
L'Ercole e l'Achille degli antichi non valevano lui.
Se fosse nato in Atene o in Roma, gli avrebbero alzato altari (_Applausi_).
Percorriamo a brevi tratti i punti singolari di questa vita, straordinaria, tempestosa, difficile, e vedrete che le mie parole non sono una esagerazione.
In America alla testa di 70 uomini contro 1000 nemici, al comando di due povere barche contro la flotta brasiliana, seppe uscire vincitore.
Un giorno trascino le sue barche sull'Oceano che le ingoio; egli si salva a nuoto, ritorna a terra, ricompone la legione, combatte e vince.
Quando nei principii del 1848 ebbe notizia del movimento italiano, si imbarco sopra un facile brigantino che fu battezzato la _Speranza_ e con 85 legionari prese la via del mare. A meta del cammino, scoppia il fuoco e tutti si credono perduti, e lui con sangue freddo spegne le fiamme divoratrici e tutti giungono salvi in Italia.
Il 26 agosto 1848, dopo aver vinto due volte gli austriaci, stremato di forze, scioglie la piccola legione, passa in mezzo all'esercito nemico, lo delude, entra non visto nella Svizzera, e ritorna per altre vie in Italia a combattere nuove battaglie.
Il 2 luglio 1849, resa inutile la difesa di Roma, esce dalla porta opposta a quella dalla quale entravano i francesi; tenta di prendere la via di Venezia, e non gli riesce. Gli austriaci lo cercano, lo spiano, lo attendono, ed egli scioglie la legione, amareggiato il cuore per la perdita della sua compagna, sconfina il territorio toscano e si salva.
Non vi diro, signori, quale lo vidi a Calatafimi e a Palermo, in mezzo alle palle borboniche, sereno, raggiante il viso; fu sempre cosi in tutti i combattimenti.
Ricordero soltanto un episodio della battaglia di Milazzo.
Il 20 luglio 1860 s'era impegnata la battaglia; e le sorti per un momento parvero incerte.
Spunta da una viuzza un mezzo squadrone di cacciatori con un maggiore alla testa.
Garibaldi, Missori e il giovane Bertini erano a poca distanza; l'ufficiale napoletano non se ne accorse, intento a correre per riprendere un cannone che i garibaldini avevano preso al nemico; ma i cacciatori borbonici sono ricevuti dalle fucilate dei nostri e ritornano indietro.
Garibaldi, si getta sulla via, colla sciabola sguainata, e osa intimar loro la resa; Missori imbraccia la carabina ed uccide il cavallo del comandante. Costui alza il fendente sul capo di Garibaldi, e l'Eroe para il colpo e taglia la gola al nemico. Qui si impegna una lotta corpo a corpo; tre contro quindici; e dei soldati della tirannide, alcuni sono presi, altri sono fatti prigionieri (_Applausi vivissimi_).
Ho detto, un momento fa, come il primo ottobre 1860 Francesco Borbone avesse raccolto tutte le sue forze; 42 mila uomini, la parte piu scelta delle sue truppe, lungo la linea del Volturno, contro 20 mila volontari.
Impegnata la battaglia, Garibaldi si dirige in carrozza da Santa Maria verso Monte Sant'Angelo, dove soleva stare ogni giorno per osservare il nemico e per dirigere i suoi. Improvvisamente da alcune vie coperte, sino ad allora ignorate, spunta un nugolo di nemici e la carrozza e circondata.
Ferito il cavallo, ucciso il cocchiere, la carrozza forata dalle palle, Garibaldi e i suoi aiutanti scendono e si mettono in difesa.
La meraviglia nei nemici per cotesto atto audace fu tanta che fu dato tempo a Simonetta ed a Mosto di accorrere coi cacciatori.
Garibaldi e salvo; e riprende il comando della battaglia; il Borbone e vinto (_Applausi prolungati_).
E inutile, signori, che io ricordi i pericoli corsi in altre battaglie, nel Tirolo, a Mentana, nei Vosgi, la, sulla terra francese, dove mentre tutta la Francia era sconfitta, Garibaldi solo era vincitore. Nulla dimanco non se n'ebbe riconoscenza all'Eroe, il quale piu tardi venne fischiato a Bordeaux.
Nelle cento battaglie se il suo corpo non resto sempre illeso, la sua vita fu sempre salva. Avvenne di lui come di Napoleone I, che i nemici non seppero fondere la palla che lo doveva uccidere.
Signori, in certi periodi storici, nei momenti in cui l'umanita soffre ed attende la sua liberazione, avviene che la provvidenza faccia sorgere nel mondo una creatura straordinaria, i cui atti e le cui virtu escono dal comune.
Dei suoi prodigi le immaginazioni restano colpite, e le popolazioni vedono in quella creatura un essere sovrumano.
E lo dissi e lo ripeto: se Garibaldi fosse nato in Atene od in Roma, i popoli ne avrebbero fatto un semi-dio e gli avrebbero alzato dei templi.
Ai nostri giorni siamo piu modesti; l'altare di Garibaldi e nel cuore di ogni patriota, senza distinzione di partito ne di classe. Hanno un culto per lui, hanno venerazione per l'eroe quanti vogliono l'Italia quale la fecero i plebisciti, una dalle Alpi ai due mari, quanti amano la patria, forte, grande, prospera e rispettata (_Applausi prolungati_).
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Questo, o signori, dovevo dire ai giovani dell'Universita, ai Bolognesi che mi hanno con tanta benevolenza ascoltato, alle popolazioni lontane alle quali forse giungera l'eco della mia parola (_Applausi prolungatissimi insistenti_).
_Nota dei trascrittori_
Sono stati corretti i seguenti evidenti refusi (tra parentesi il testo originale):
p.8 - Garibaldi s'e [s e] fidato ad una dinastia p.9 - le leggi eccezionali per estirparlo [estiparlo] p.10 - Agl'internazionalisti [interzionalisti] varra di lezione p.13 - alle 4 1/2 [4 1|2] del mattino p.14 - Dopo questa sentenza, fu [fa] fatto il silenzio. p.23 - il [i] Circolo universitario p.24 - rompere le [la] catene che vi tenevano p.36 - ed un'altra [un' altra] che si ricompone p.36 - un altro che si ricostituisce [ricostituisco] p.41 - dalle Alpi [alpi] ai due mari p.43 - portavano [portavavano] in capo le parole
La E maisucola accentata (nell'originale E') e stata trascritta come E.
Per il resto (punteggiatura, grafie alternative o desuete, date incomplete, ecc.) si e mantenuto invariato il testo originale.