# Galatea

## Part 5

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E tu non vai in nessun luogo? Rammento la tua massima: quando tutti se ne vanno in campagna, l'uomo sapiente villeggia al largo in città. È un'idea; voglio provare un altr'anno ancor io.

_4 agosto 18..._

E neanche la Wilsoncina, no, niente nientissimo. Che uomo sei tu, che non ti basta neanche la parola? Fai anche le tue supposizioni sul fatto che io non la nomino. Sei troppo sospettoso. A buon conto, non son io che te ne ho scritto? Se non t'accennavo io il suo nome, un mese fa, non ne sapresti forse l'esistenza; certo, ne ignoreresti la presenza in Corsenna.

Del resto, sappi che la signorina non è il mio genere. Sono un uomo tranquillo, io, amico della pace, e quella è un argento vivo. Mi pare una giovane Baccante; ed io vorrei Diana, se mai, la tacita dea delle selve. Correre, divertirsi, giuocare, far chiasso, è il suo gusto. Ti par fatta per piacere ad un letterato, sia pure un letterato dilettante, come il tuo divotissimo servo?

Senti questa, dopo tutto, e finisci di persuaderti. L'altra sera, passando per istrada, incontrai tutta la comitiva delle signore e dei cavalieri, che tornavano dal loro eterno lavorar di racchette. Costretto a rimanere qualche minuto con loro, non mi lasciai fuggir l'occasione di dire del _lawn-tennis_ (garbatamente, per altro) tutto ciò che ne penso. E la graziosa Wilsoncina, cinque minuti dopo, trovò il modo di dire, non so più bene a chi, ma in guisa che io potessi sentirla:

--Ho osservato che il _lawn-tennis_ non piace ai grassi, e che la caccia non piace ai miopi.--

Applica, filosofo. Ella sa benissimo che non amo la caccia. Così m'ha dato ad un punto del grasso e del miope; m'ha fatto due offese che sarebbero mortali, se io non fossi corazzato da un pezzo contro i motteggi delle fanciulle audaci, come contro i vezzi delle signore cascanti.

Sei persuaso? Dammi pace, e lasciami tradurre da Orazio.

VIII.

Si torna al memoriale.

_4 agosto 18..._

Quel diavolo del Ferri! Non ne passa una. Ma già, per la Quarneri, si sa da tutti che è venuta in Corsenna. È uno di quei corpi luminosi che hanno tanto di strascico, e lasciano il solco dovunque trascorrano: quando non si vede più niente di loro nello spazio, si sente che mancano, e si vuol sapere ad ogni costo dove siano andati a parare; gli astronomi del marciapiede ne studiano il corso, ne determinano l'orbita, come si fa delle comete. Della Wilson, poi, ho scritto io. Che sciocco imprudente! Potevo dire: "una giovane villeggiante", e ce n'era d'avanzo. Non bisogna mai scriver nomi di donne; neanche agli amici più intimi. Quello ora s'immagina che io ne sia innamorato.

Innamorato io! io, legno stagionato, navigato, provato ad ogni vento, passato per tutte le acque. Quanti pericoli non ho affrontati, quante Cicladi, quante Sirti, e Sirene cantanti, e Scille latranti e Cariddi voraci! Forse, come il Don Giovanni del Campoamor, sono passato accanto alla felicità senza avvedermene, ed ho lasciato intatto il suggello al dolce bigliettino in cui mi era promessa.

Innamorato io! ma che? mi sento libero il cuore, calmo, tranquillo, sereno lo spirito, senza alcuno di quei turbamenti che accompagnano il nascere d'una passione. Studiamoci su, analizziamo, che è sempre il miglior modo d'intendere; la sintesi è troppo spesso una confusione. Certo, considerando il primo principio della mia conoscenza colla signorina Wilson, o, per dire più esattamente, del mio pensare a lei, un carattere dell'amore si potrebbe rinvenire; ed è il modo strano del nostro avvicinamento, la prontezza quasi fulminea, certo senza passaggi, senza gradazioni, di quella certa intimità, che ci ha condotti ridendo a dirci ogni cosa più amena. Ma già, molti giorni prima, avevo conosciuta la signorina Wilson, l'avevo riverita insieme colle altre villeggianti di qui, e non m'aveva fatto un senso particolare; tanto che trovavo carine le Berti, e di lei non avevo pensato nulla; tanto che trovavo bellissima la Quarneri, anzi pericolosissima, e per la Wilsoncina non m'era venuto in mente il più modesto superlativo, neanche un "gentilissima" che si prodiga a tutte.

Osservo che il suo genere di bellezza non è tale da colpire, e forse bisogna vederla a lungo per esserne presi. È sana, forte e fresca; ha la grazia della donna nascente, sotto la scorza della fanciullona matta. Così avviene della camelia; si annunzia male, sotto quella embriciata di ruvide brattee giallognole che ne inviluppano il calice, mentre il bocciuolo della rosa s'invermiglia delicato e piacente alla prima vista tra i sèpali verdi, che lo proteggono senza volerlo nascondere. Cerchiamo un altro paragone, e non tra i fiori; la signorina Wilson ricorda la ingenuità rusticana che tiene ancora un pochino della corteccia dei tronchi, donde gli antichi hanno fatto sbocciar le Amadriadi; le quali, poi, dispiccate dalle fibre del legno nel dolce silenzio d'una notte di primavera, frementi di gioventù, fosforescenti di bellezza, corrono per l'ombra dei boschi, escono nelle radure, danzando lietamente al queto lume della luna, timidi sussurri, intime fragranze, occhi amorosi della natura, che si rivolgono al cielo. E d'una ninfa ha la persona, snella ad un tempo e robusta; d'una ninfa il portamento altero e i movimenti non senza eleganza impetuosi; d'una ninfa la carne tra vermiglia e dorata, l'indocile capigliatura corvina, l'occhio curioso nella sua bella semplicità di nuova venuta ai misteri della vita, la bocca fiorente, umida e viva, che il piacere non ha ancora dischiusa, nè ancor suggellata il dolore.

Sì, tutto questo andrà bene, se pure non è un tantino arbitrario, come tutte le osservazioni personali: ma una cosa è fuori di dubbio, che la strana forma del nostro primo incontro è quella che mi ha colpito, e non altra ragione, non altra. Questo è senza fallo uno dei caratteri dell'amore; ma non basta, e d'un solo fiore non si può tesser ghirlanda. Sento, o piuttosto riconosco, che la signorina Wilson sarebbe una buona compagna di passeggiate. Vado con lei di qua e di là; tutte le volte che c'incontriamo si riesce a fare insieme un'ora di cammino per forre o per balze, con Buci in avanguardia. Ride volentieri, ed ha il riso piacevole, comunicativo in sommo grado. Ha poi delle scappate che mi rallegrano, come raggi di sole che splendano d'improvviso sull'erba, passando tra il fogliame d'un bosco. Dice qualche volta, confessiamolo pure, delle cose che non rallegrano affatto, e a cui bisogna far bocca da ridere per non aver aria di gente permalosa. Ma ella stessa si affretta a spiegarle. "Ho detto per celia; che uomo è Lei, che va in collera?"

"Io, signorina? No davvero, non sono andato in collera affatto; quantunque, esser chiamato grasso e miope tutto d'un colpo"... "Ah, vede? Ne aveva avuto noia. Ed è grasso, sì; almeno non può prender posto tra i magri. Ma corre, si arrampica, resiste ad ogni fatica, e questo non è da grassi. Quanto all'esser miope, l'ho creduto, sa? ma ora non ne sono più tanto persuasa, e dubito che lo faccia a posta, per ingannare la gente." "Eccone un'altra; che cosa intenderebbe di dire con questa?" "Niente, niente; ho fatto per celia." E ride, ride, e non c'è verso di cavarne più altro.

E così, come niente la trattiene, niente la spaventa, niente le pare impossibile o inammissibile, neanche l'andare attorno con un uomo che non è suo fratello, nè suo zio, e neppure suo cugino, quel buon cugino che fa tanto comodo alle altre italiane. Ma in fondo in fondo, non è italiana, lei, essendo inglese dal babbo, e tenendo assai di quelle donne inglesi, che erano già di doppia indole fin dai principii della stirpe, vaporose e pensose come Sassoni, forti e imperterrite come Angliche e Danesi; donne che ornano singolarmente la casa, e corrono così volentieri le strade maestre; donne che fanno il tè, che hanno inventata la celeste mistura delle acciughe e del burro, che hanno accolta a festa l'invenzione delle patate e ritrovato che tra i cento modi di servirle in tavola il migliore è ancora il più semplice, d'imbandirle a lesso per contorno alla carne; donne che sanno distillare il rosolio di gooseberry, come la moglie del vicario di Wakefield, e galoppare pel mondo, come lady Stanhope; terribili come Anna Radcliffe, appassionate come Carolina Lamb, calze azzurre come lady Wortley Montaigue e come la contessa di Blessington, qualche volta con un granellino di pazzia, sempre con due o tre di piacente originalità; donne soprattutto da mandar sempre uniti i pregi più disparati del loro doppio carattere, da portare in ogni luogo più inospite le confortevoli usanze della casa, da prepararvi un tè sulla piramide di Cheope o in riva al lago Tanganika, sulle sponde dell'Eufrate o sulle rovine di Tello. Ah, forse bisognerebbe che una buona e veramente efficace alleanza anglo-italiana stabilisse in due articoli il suo patto fondamentale; articolo primo: "Dal 1901 in giù, per la durata di cinquantanni, gl'Inglesi non isposeranno che donne Italiane, e gl'Italiani non isposeranno che donne Inglesi"; articolo secondo: "In capo ai cinquantanni si vedrà se sia o non sia il caso di continuare." Ma che matto son io! Io che non amo il tè, starei fresco.

Kathleen (già non la chiamerò più Kitty; ciò la rende troppo minuscola) Kathleen ha molto di Galatea. Ma di quale? della Oraziana, della Virgiliana, o della Teocritèa? La Oraziana, a ben guardare, non consiste che in due versi, quelli che son caduti, per istrana combinazione, sotto gli occhi della signorina Wilson:

"Sii pur felice ovunque andar ti piaccia, "E di noi, Galatea, memore vivi."

Il resto è tutto un ripieno; il poeta ha messi quei due versi con quel _noi_ tutto suo, tra tanta enumerazione d'animali di buono e di cattivo augurio, e una diffusa descrizione del ratto d'Europa; il qual _noi_ è come una tenerezza nascosta, da lasciarci pensare due cose: che Lelia Galla piaceva ad Orazio, e che per piacere in quel modo ad un uomo di buon naso come lui, bisognava essere un fior di donna, possedere il _quid arcanum_; una cosa che a noi sfugge, poichè egli non ha stimato prudente di dircela. Tradurrò certamente tutta l'ode, e resterà una memoria dell'Acqua Ascosa, come tante e tante altre che dormono nel cassetto dei ricordi: poveri ricordi, che qualche volta (inorridisco a dirlo) non mi ricordan più nulla.

È forse la Galatea Virgiliana? Appare anch'essa in due versi di Dameta, che fa agli strambotti con Menalca, come due capri farebbero a' cozzi in un prato. Ricordando la scena del San Donato, si potrebbe tradurre così:

"Un pomo in su la testa "Matta fanciulla, Galatea m'assesta; "E se ne fugge via "Fra i salci, ed ama esser veduta in pria."

Gran birichina, quella Galatea di Dameta! ma anche piena d'ingegno e di grazia nel suo discorso. Infatti il daino continua:

"Oh dolci parolette "Che tante volte Galatea mi ha dette! "Vorrei che un saggio il vento "Ne portasse agii dei del firmamento."

Sì, questa è la Galatea che mi piace. Ma la mia non potrebbe esser quella di Teocrito? Amata pazzamente da Polifemo, è invaghita del giovane Aci. Sventuratissimo Polifemo! Quanti caldi sospiri, quante ardenti proteste, quante vane querele, che Ovidio ha raccolte, e non paion troppe al bisogno, in quella stemperata fuga d'esametri delle sue _Metamorfosi_! Che farci? Egli è la scarmigliata vecchiaia, ed Aci è la florida gioventù. Inoltre, il disgraziato Polifemo ha un occhio solo, quasi a significare la sua vita dimezzata. "Nel mezzo del cammin di nostra vita!" Non ci sono ancor io, Dante da strapazzo, ancor io? Galatea è invaghita di Aci; non può essere altrimenti. Se un Aci non è ancora capitato, mettiamo pure che non sia molto lontano.

Per fortuna, non amo Galatea. Quattro chiacchiere, più garbate e più amene che mi vengano fatte, ora e sempre; ma niente di più. Vediamo intanto; quest'Aci non potrebb'essere.... Terenzio Spazzòli! Non è bello, e ci corre. Oh Dio, e che significa ciò? È la mia opinione, dopo tutto; e si è sempre visto piacere alle donne quello che a noi pareva un becco di cutrettola, un muso di pecora, un ceffo di cane. Già, le donne badano molto al figurino; anche quelle che non lo vogliono ammettere, e quelle che non lo confessano neppure a sè stesse. Terenzio è sempre all'ultima moda; in ogni cosa, dal capo alle piante, sia fuori o in casa, in piedi o a letto, un prodigio. E poi, vecchi e giovani, per piacere, bisogna sapersi mettere a pari con quei che piacciono. Io mi lascio andar troppo giù; la mia semplicità potrebbe passare, ma a patto che non paresse negligenza. Per fortuna, ripeto, non amo Galatea; e non soffro niente a pensare che ci ha avuto un segreto in comune con Terenzio Spazzòli, anzi due segreti: il canestro del caffè e la cesta del _lawn-tennis_. Ah, respiro! Questa analisi mi ha fatto bene: posso andarmene a letto tranquillo.

IX.

Il castello dei burattini.

_6 agosto 18..._

--Perchè non è venuto ai burattini, iersera?

--Ah, perbacco!--esclamai, battendomi la fronte.

--Se n'era dimenticato? Belle cose!

--Dimenticato io, dei burattini? Come si vede che non mi conosce! Ma non sa che li adoro? Sì, è il verbo adatto, e Lei dica pure ch'è un'iperbole mia. Delizia della mia infanzia, sorriso della mia giovinezza, memore dilettazione della mia... maturità, i burattini hanno sempre avuto un fascino strano su me. Cari fantocci di cenci, con la testa di legno, che da ragazzo mi parevano uomini, e più mi paiono uomini quanto più m'inoltro nell'esperienza del mondo; sempre quelli, sempre maneggiati da un burattinaio invisibile dietro la tenda, per dire e per fare mai sempre le medesime cose, con quelle loro smorfie intagliate, fissate, irrigidite nella sorda materia! E noti, signorina; quelle smorfie sono le loro qualità e le loro virtù, i loro difetti e i loro vizi, un po' contraffatti, ma per eccesso di significazione, che è pur necessario, a darci da lontano l'apparenza del vero. E riescono tanto evidenti, così! Non c'è modo di scambiar gli uni per gli altri, nè da crederli diversi da noi. La nostra sciocchezza e la nostra viltà, le nostre astuzie e le nostre piccinerie, tutto ciò che siamo e tutto ciò che sentiamo, hanno la loro espressione chiara, sicura, efficace, in quelle facce di legno. Tutto il teatro, e per conseguenza tutta la vita, è là dentro, e non c'è più nulla da aggiungere. Com'è giunto l'uomo, per qual arte divinatoria, per qual lampo d'ingegno, a immaginare il burattino? Ed è così antico, oramai! Ma nessuna maraviglia di ciò; è pure antica L'_Iliade_. C'è stato un tempo, molto lontano da noi, che l'uomo ha veduto, inteso e potuto esprimere artisticamente sè stesso. Quello è stato il gran punto; in quel giorno tutto è stato creato, nella filosofia, nella morale e nell'arte; tutto, capisce? tutto, tranne la polvere da cannone, la stampa, la strada ferrata e il telegrafo; quattro arnesi di utilità, ne convengo, e non sarò venuto al mondo io per dirne male. Voglio dire piuttosto che son cose piccine; mentre tutte le cose alte e grandi, che per via della rappresentazione hanno raggiunta l'intelligenza della vita, avevano già da duemil'anni, forse da tremila, la loro estrinsecazione miracolosa, il loro svolgimento felice, il loro ufficio rinnovatore nel mondo.--

La signorina Wilson mi lasciava dire. Ero in vena, ed ella non voleva trattenermi. Forse ha imparato a conoscermi, ed ha presa l'abitudine di lasciarmi sfogare. Il che, dopo tutto, mi fa piacere, e vuol essere una delle ragioni che me la rendono simpatica. L'uomo che ciancia, bisogna lasciarlo cianciare; egli si persuade di piacervi, e piacete tanto più a lui quanto più state a sentirlo. Ma non bisogna distrarsi, quando egli ha sciolto Giordano. Povero a voi, se egli si ferma per domandarvi approvazione, e voi siete col capo ad altro. Io, per esempio, quando mi fanno un discorso troppo lungo, penso volentieri ai fatti miei; ma uso l'avvertenza di collocare ad ogni tanto un "già" un "sicuro" un "è proprio così" che mi vengono naturalissimi, facilissimi, senza bisogno di studiarci. Guardatevi per altro dalle interruzioni che escano dai generali. A me accadde un giorno di collocare un "e lui?" che fece rimaner male l'amico.

--Ma che lui!--mi gridò egli stizzito.--Ti parlavo di lei.

--Ah sì, è vero;--rimediai alla meglio. È stato un _lapsus linguae_.--

Torniamo alla signorina Wilson, che mi aveva lasciato dire a mia posta, e poi soggiunse, con accento malinconico:

--Il burattinaio ha fatto capolino tre volte dalla sua tenda, cercando con gli occhi in giro nel suo uditorio. Pareva il patriarca Noè, quando mise il capo fuori dal finestrino dell'Arca, per vedere se il corvo fosse ancora tornato. Ma il corvo non c'era.

--Ah, me ne dispiace, creda, me ne dispiace.

--E a me più di Lei. Sono una ragazza, e non ho la borsa troppo gaia. La mamma, del resto, non mi lascerebbe fare la bella follia che ha fatta Lei l'altra sera. Ah, come l'avrei dato volentieri io, quello scudo!

--Signorina... Le ha fatto piacere? Ne sono contento, più ancora che degli occhi sbarrati della burattinaia, quando vide il mio biglietto da cinque nel suo piattellino di stagno. Ma dica, non c'erano dunque cavalieri, alla rappresentazione di iersera?

--Tutti; non mancava che Lei. Ma non vogliono andare in rovina, quei là, Due soldi appena, mi capisce? due miseri soldi. E si scusano con una buona ragione, quei signori: dicono che il burattinaio manda la moglie in giro tre volte, e che tre volte due soldi fan sei.

--E sei per ognuno dei tre satelliti della contessa, fanno diciotto soldi in una sera; che scialo!

--I satelliti!--ripetè la signorina Wilson, ridendo senza averne voglia.--È strano che Le siano venuti in mente quelli.

--Oh, non faccia caso. Volevo evitare Terenzio Spazzòli, il mio divo Terenzio, che fa bene ogni cosa.

--Buono, quello! E Lei gli è molto amico, non è vero?

--Sì, dopo la trovata del caffè, Le confesso che m'è entrato in grazia.

--Chi La sentisse, signor Morelli!

--E chi sentisse Lei, signorina, quando mi dice che gli son tanto amico!--

Questo il dialogo occorso oggi tra me e la signorina Kathleen. Io, veramente, non avevo dimenticato il burattinaio, venuto la sera del 4 a dar saggio della sua abilità in Corsenna; ma lo avevo creduto uccel di passo, che dovesse contentarsi di una sola rappresentazione e portare la sua baracca altrove; perciò, volendo scrivere, ordinar le mie note, ero rimasto a casa. Non bisogna neanche star troppo ai fianchi della gente, pensavo; e voi signor Buci, per questa sera rimarrete in camera, a far ballare eternamente la sedia.

Lo spettacolo dell'altra sera, gran novità annunziata a suon di tamburo per l'unica via del villaggio, aveva tirato in piazza tutto il popolo dei Corsennati. La colonia dei villeggianti si era commossa di desiderio. In campagna par sempre di annoiarsi, e si corre volentieri a tutti gli svaghi. Mi avevano incontrato, preso in mezzo e condotto a teatro; cioè a dire in piazza, dove si stava pigiati su certe panche d'osteria, davanti ad un castello di burattini, illuminato da due lampade fumose a petrolio. La povertà del burattinaio mi aveva fatto pena: contando così a occhio e croce i soldi che la sua donna veniva raccogliendo negli intermezzi dalla "bontà di lor signori", pensai che quei poveri diavoli non avrebbero intascate due lire; dond'era poi da detrarre il prezzo di locazione delle panche e il costo del petrolio, non restando forse una lira alla "fabbrica dell'appetito". Preso dalla compassione, alla seconda tornata della burattinaia avevo fatto scivolare un biglietto da cinque lire nel suo piattellino, sperando che la cosa non fosse osservata da nessuno, in quella mezza oscurità della piazza. Ma la burattinaia, avvezza a vederci di notte come i gatti, e costretta a tener d'occhio quei pochi, per timore che i monelli, scambio di darne, lavorassero a ghermirne, si era bene avveduta della mia generosità, si era fermata a guardare il biglietto, poi me, che dovetti parerle un principe travestito. Tutto ciò aveva dato tempo alla signorina Wilson, che mi sedeva daccanto, di vedere a sua volta nel piattellino. Quanto a me, non avevo creduto di far niente di strano. Tra l'altre cose, avrei giurato che Terenzio Spazzòli dèsse almeno una ventina di lire. Le signore si divertivano tanto, a quello spettacolo inaspettato! Non bisognava forse pagarle, quelle buone scappate di risa argentine! Ma niente; due soldi, tre soldi; fors'anche più "argentini" delle risa sullodate, i due soldi, e da non poterli spendere niente di più. Anche il mio divo Terenzio Spazzòli, due soldi? "Buono quello!" e nel sarcastico epifonema della signorina Wilson l'amico inarrivabile ci ha avuto il suo conto saldato. In verità, gli egoisti che sanno spendere solamente per sè stessi, e tutto si mettono sulla persona, non sanno quel che si facciano.

Ripeto, io non sapevo che ci fosse ieri una seconda rappresentazione. Credevo che il burattinaio fosse di passaggio in Corsenna, avviato a qualche borgo più importante e più capace d'intenderlo. Vuol far la stagione qui? E sia. Ho promesso stamane alla signorina Wilson di non mancar questa sera, ed ho mantenuta la parola.

Intorno alle otto, grande stamburata per l'unica via di Corsenna. Non tengo conto dei vicoli e delle traverse, si capisce. Il cartellone, appeso alla facciata del palazzo comunale, annunzia: _Griselda di Saluzzo, ovvero sia la Moglie obbediente e il Marito stravagante, con Fasolino armigero Bolognese_, La favola è patetica, nel Decamerone; sa Iddio come l'avrà conciata il burattinaio. Ho osservato ier l'altro che il suo Fasolino è un po' sboccato; per piacere ai volghi, s'intende, ma non sapendo distinguere tra chi lo paga in applausi e chi gli da la mancia più larga. Perciò, lasciate un momento le signore, ho rincorso l'uomo del tamburo, l'ho tratto in un vicolo, e gli ho raccomandato di dir meno parolacce e di somministrar più legnate.

--Sarà contento;--dice il burattinaio, a cui brillano gli occhi, poichè mi ha riconosciuto per quel dello scudo.--Ci ho Fasolino in una parte tutta da ridere; Fasolino che scampa dai ladri e poi dalla giustizia.

--Bene, mi raccomando, legnate a tutti, tante legnate da far piangere gli occhi dal ridere. E badate, voglio veder molti morti accatastati sulla ribalta.

--Non dubiti, illustrissimo; ci passerà tutta la compagnia.

--Quanto guadagnate?--gli ho chiesto prima di congedarlo.

--Ah, signore, una miseria! Iersera, che Lei non c'era, appena una lira e venti!--

Poveraccio! Iersera i miei cavalieri hanno dunque lesinato perfino i due soldi?

--Una lira e venti!--rispondo.--C'è da morire. Io per questa sera ve ne dò dieci; sì, dieci, ed eccole qua; ma ad un patto.

--Comandi, illustrissimo, comandi.

--Che questa sera non mandiate attorno il piattellino della buona grazia. Regalo io la rappresentazione, stasera; e resto incognito, c'intendiamo?

--Non dubiti; che il Cielo la benedica.--

La _Griselda_ ha molto divertito il buon popolo di Corsenna, ed anche in certi punti lo ha commosso. Non così la colonia dei villeggianti, a cui pare, e giustamente, che il patetico non faccia buona prova, con le teste di legno. Del resto, non potendo far dire delle cosacce al suo Fasolino, il povero burattinaio ha perso la metà dei suoi effetti di chiaroscuro. Che importa? Ha fatto un maggior effetto, non mandando in giro la moglie col piattellino di stagno. "Che novità è mai questa?" si domanda nei posti distinti. È forse ammalata, la povera donna? Ed io che avevo i miei soldi qui pronti! ed io! ed io! Vuol rinunziare ad una bella somma, il brav'uomo!"

A un certo punto cresce l'effetto, è sbalorditoio senz'altro. Si presenta Fasolino alla ribalta, a sipario calato, fra il quarto e il quint'atto del dramma, e così prende a parlare, agitando in aria un matterello più grosso della sua testa e lungo quattro volte la sua smilza persona:

