Galatea

Part 13

Chapter 13 4,048 words Public domain Markdown

Si fanno ancora quattro minuti di chiacchiere, e finisco di persuadermi che la signorina non è in casa. Si può egli credere che ci sia, e non voglia farsi vedere da me? In questo caso avrebbe dovuto dir troppe cose a sua madre. Del resto, se ci fosse, sarebbe comparsa prima all'amico Filippo; e Filippo non avrebbe fatto quella sua visita da medico. Egli se n'è cavato colla scusa dei ringraziamenti da presentare alle signore; come se fosse lui.... che ha fatto tutto; ed ora è andato sicuramente dalle Berti, o dalla Quarneri, per passarle in rassegna.... sperando di trovare in un luogo o nell'altro la signorina Wilson. Prendo commiato ancor io, ma non per imitare Filippo. Son sicuro che Galatea non è dalla contessa, nè dalle Berti, nè da alcun'altra delle signore di Corsenna. La compagnia è per l'ora del _lawn-tennis_, se mai. Ma potrebb'essere andata con le ragazze Berti a passeggio, come altre volte ha già fatto. Sia; ma in questo caso bisogna andarla a cercare all'aperto. Laggiù all'Acqua Ascosa, per esempio? Sì, andiamo da quella parte; ma non prendendo la strada bassa del mulino, che poi, se non la trovassi laggiù, dovrei fare una pettata per risalire a Santa Giustina. Come mi è venuta in mente Santa Giustina? Non so; forse allo stesso modo che m'è venuto in mente di andare dalle Wilson, anzichè dalle Berti, o dalla Quarneri.

Mi avvio, tagliando il monte a mezza costiera, e via via risalendo fino ad afferrarne la vetta, donde mi faccio a guardare d'ogni banda, e a porger l'orecchio. Nessun rumore; il luogo è deserto; deserte le valli all'intorno. Fo il giro del santuario, non aspirando a guadagnare nessuna indulgenza, e non vedo anima nata. È stato dunque un vano presentimento il mio? Scendo, un po' avvilito, giù dalla ripa alta, in mezzo al bosco dei castagni; e di là, fatti un cento di passi, sento un cane che abbaia. Ma è Buci, quello; oh caro Buci! vien qua, Bucino dell'anima mia! Il cane non sente la forza della mia giaculatoria, forse per non essere al vento, mentre io sento benissimo i suoi latrati lontani. Egli abbaia al rumore di qualche sasso in cui ho inciampato io, facendolo ruzzolare dall'alto; abbaia come un cane che sa l'obbligo suo, e conosce il prezzo del tesoro affidato alla sua vigilanza. Scendo ancora un centinaio di passi, e lo vedo finalmente, ritto e fermo sulle quattro zampe, col muso in alto e la gola spalancata. Mi vede ancor egli, mi riconosce, tralascia d'abbaiare e prende il galoppo per venire alla volta del suo legittimo e negletto padrone. Ma io non voglio che si scomodi tanto per me; corro verso di lui come posso, ci avviciniamo, e per poco non caschiamo l'uno nelle braccia o nelle zampe dell'altro. Buci scodinzola, alza le froge, per mostrarmi i suoi denti, più candidi della sua coscienza di cane; e subito, quasi sapesse di aver qualche cosa da farsi perdonare, si avvia per insegnarmi la strada. Ti comprendo, o Buci; a buon intenditor poche parole, e pochissimi gesti.

Riconosco il sentiero dei casali, quello stesso sentiero che ho già fatto una volta, ma risalendo, in compagnia della contessa Adriana. Maledetta passeggiata, donde son nati tutti i miei guai! Laggiù, dove il sentiero si allarga e pianeggia in forma d'aia da batterci il grano, seduta davanti all'uscio d'una casupola, è lei, Galatea, che leva gli occhi curiosi a guardare. Ah, non era dunque vano il mio presentimento! Dovevo trovarla, un po' più in alto, un po' più in basso, ma sempre in quei luoghi, all'ombra di Santa Giustina? Ma che cosa faceva là, seduta, davanti a quella casupola? Cuciva; rammendava una camicia di tela grossolana, per far risparmiare la fatica ad una povera vecchia, che stava seduta accanto a lei, e la guardava cogli occhi istupiditi.

--Lei!--esclamò, ravvisandomi.

--Io, signorina;--risposi.--Venivo a cercarla.... per commissione della mamma.

--Commissione! per me?

--Sì, la mamma ha bisogno di Lei. Non si turbi, la prego. Dev'essere per un consiglio, dovendo scrivere una lettera, da impostare quest'oggi.

--C'era tempo, allora.

--E forse sarà per un'altra ragione. Che ne so io?

--Vengo;--diss'ella, rassegnandosi.--Addio, buona Nunziata. Ritornerò presto.--

Ha proferite le ultime parole a voce bassa, quasi bisbigliandole all'orecchio della contadina. Ma io le ho udite egualmente. Ah, dunque è di qua, a mezza costa, che venite a rimpiattarvi, mentre i poveri cristiani vi vanno cercando per monti e per valli? È bene saperlo, signorina.

È molto impacciata negli atti, venendo con me frettolosa a cercar l'uscita del sentieruolo sulla strada di Santa Giustina. Ella non sa che dire, ed io meno di lei; perciò si va silenziosi, seguendo i passi di Buci. Zitti e buci, si potrebbe ripetere col proverbio.

E ora, come dirle che ho usato d'uno stratagemma per levarla di là? che la mamma non c'entra per niente, ma solo un mio capriccio, una mia follia temeraria? Se la signorina Kitty non ride, se ella non ritorna Galatea, la scherzosa Galatea, capace di fare una burla e di soffrirla, io sono perduto. A mezza strada sento rumoreggiare la cascata del mulino; tra poco saremo in luogo meno solitario, dove potremo imbatterci in qualche persona di conoscenza, ed io non avrò più modo di spiegarle l'arcano, lo stupido arcano. Mi faccio un coraggio da leone; mi fermo in mezzo alla strada, costringendola a voltarsi per lo stupore dell'atto improvviso, e le dico:

--Signorina Kathleen, perdoni il mio ardimento; io l'ho ingannata poc'anzi.

--Che cosa dice?

--Che l'ho ingannata, che non le ho detta la verità. La mamma non aveva punto bisogno di lei.

--Ah, volevo ben dire!--

E in queste parole, la signorina Wilson si voltò risoluta, per ritornare ai casali di Santa Giustina. Bel frutto della mia alzata d'ingegno! bel premio alla sincerità della mia confessione!

--Ah, no;--gridai, attraversandole il passo;--non sarebbe degna di Lei, questa fuga. Che cosa penserebbe la vecchia contadina di me, che faccio di queste burle, e di Lei che può tollerarle?

--Ammette dunque che siano intollerabili?--ribattè ella, severa.

--Sì, e ne porterò quella pena che a Lei piacerà d'infliggermi. Ma ho bisogno di parlarle; ho bisogno ch'ella mi ascolti, e non mi tratti più da nemico, come ha preso a fare da tanti giorni, senza che negli atti miei ci sia stato mai niente da meritarmelo. Mi risponda schietto, com'io Le parlerò, signorina; con durezza, quanto Le piacerà, dovessi pure morirne, ma con altrettanta sincerità. Che cosa pensa Lei.... di Filippo Ferri?--

La signorina Wilson molto probabilmente s'aspettava tutt'altra domanda. Appariva seccata dalla mia insistenza, ma quasi rassegnata a starmi a sentire. Com'ebbi proferito quel nome, e la domanda a cui s'accompagnava quel nome, andò in collera senz'altro. Senza dubbio le ero parso brutale.

--Signor Morelli!--gridò ella con voce alterata.

Capii allora, di aver domandato troppo: ma era tardi per mutar domanda, ad anche per attenuarla.

--Scusi,--ripigliai, inginocchiandomi quasi,--io perdo la testa, non lo vede? Ho bisogno ch'Ella non trovi un'offesa in ciò ch'io Le ho detto, in ciò che sono ancora per dirle. Vorrei cader qui. Le giuro sull'onor mio, cader qui fulminato, in questo momento; e sarebbe fortuna per me, tanto soffro. Risponda alla mia domanda, come se gliela facesse un fratello maggiore. Ama Ella forse il signor Ferri?--

La signorina Wilson fece un gesto di noia suprema, quasi volesse dire: si va di male in peggio, con costui. Ma il gesto non mutava la condizione delle cose. Ella stette un po' dura, sopra di sè, muovendo convulsamente le labbra. Voleva dire di sì? voleva dire di no? Certo, riuscì a non dire nè una cosa nè l'altra, poichè mi guizzò via con questa bottata:

--Come Lei la contessa Adriana. Le son serva.--

E faceva da capo per andarsene; ond'io fui costretto a trattenerla.

--Ma non è vero....--gridai, singhiozzando,--non è vero ciò ch'Ella dice. Le giuro....

--Eh, faccia un piacere a me, per compenso dell'essere stata a sentirla;--rispose ella, mozzandomi le parole in bocca;--non giuri, e non dica bugie. Che cosa ne importa a me, dopo tutto? S'è scherzato un poco, e male. Non tutti gli scherzi son belli; e il suo non merita certo d'essere portato ad esempio. Ma ci vorrà pazienza, non è vero? e un'altra volta farà meglio. Intanto, io ho celiato con Lei, come Lei aveva celiato con me; botta e risposta, come ieri facevano loro sul tavolato, e tutti pari. Buon giorno.

--Ancora una parola, di grazia! S'è celiato, Lei dice? Non vada in collera, allora, e non mi congedi così bruscamente.

--Non La congedo; mi congedo.

--Distinzioni troppo sottili! Le paiono degne di noi? Mi senta, signorina, voglio convincerla, voglio persuaderla. Son sicuro di riuscirvi, solo che si degni d'ascoltarmi. Vuole che scendiamo da questa parte, verso il fiume? È tutta strada per ritornare a casa, ed altre volte l'ha fatta nella medesima compagnia che oggi Le spiace tanto. Si passa dalla prateria e dal viale dei pioppi. Io La precedo a volo, fino al Giardinetto, prendo un libro, un taccuino, e glielo porto da leggere. Da un pezzo ci scrivo tutto quel che mi accade, giorno per giorno, tutto quello che dico. È il mio memoriale; sono effigiato là dentro; e non Le parrà bello, ne sono sicuro, ma Le parrà tanto più vero, ne ho la certezza. Leggerà tutto, vedrà tutto, e mi renderà la sua stima.--

Credevo di averla persuasa, almeno scossa, e di farla scendere verso il viale dei pioppi. Ma Ella non si distolse affatto dalla sua via, e rise d'un riso sardonico, che non avevo mai veduto sulle sue labbra.

--Ella mi propone una cosa, signor Morelli.... una cosa di cui non vede la sconvenienza suprema. E forse in questa ignoranza è la sua scusa. Ma io non ne avrei nessuna, se m'arrendessi al suo desiderio. Posso esserle parsa un po' sventata e leggera; ma ciò non giustifica punto il suo ardimento, o la puerilità della sua trovata, che le par così bella e così vittoriosa. Via, signor Morelli, sia cavaliere, e non domandi ad una ragazza ciò ch'ella non può fare nè dire.--

Ero rimasto atterrato. La signorina Wilson colse il buon momento per andarsene via, non più trattenuta da me, non più leggera e snella come una ninfa birichina; ma diritta e solenne, come una regina sdegnata.

Son venuto io, solo soletto, per il viale dei pioppi; son venuto a rinchiudermi nella mia stanza, ed ho scritto questa dolorosissima istoria. Molto male, perchè la testa mi arde ed ho perso il lume degli occhi.

--Che cos'hai?--mi ha detto Filippo, quando è rientrato per l'ora di desinare.--Sempre stanco?

--Stanchissimo. Ho voluto escire a prender aria, e non m'ha fatto bene.

--Ripòsati, che diamine!--conchiude il signor Ferri, col suo piglio autorevole.

La sera, si capisce, non esco di casa; lo lascio andar solo, dove gli pare. Ma non vado io a riposarmi, tutt'altro. Ho un diavolo per occhio; e non so quale dei due mi faccia nascere un'idea. Ma certo è luminosa, e l'afferro con giubilo, se non è piuttosto da dire ch'ella s'impadronisce di me. Scrivo, scrivo una letteraccia per lui. Quando l'ho scritta, la rileggo, e mi pare che vada; la chiudo nella sua busta, e vado a deporla nella camera del signor Ferri, sul marmo del comodino, accanto al suo candeliere.

Il dado è tratto, e non si torna più indietro. Sarei libero di dormire a mia posta; ma non mi riesce. Ho gli occhi spalancati, che paiono due lanterne. Suonano le undici, e il mio ospite ritorna a casa. Lo sento salire la scala interna, entrare nella sua camera e chiudersi dentro. Ora leggerà.... legge sicuramente.... ha letto.... verrà a bussare al mio uscio. No, niente di ciò; sento in quella vece lo scroscio della poltrona su cui si adagia per ispogliarsi; sento il tonfo dei suoi borzacchini, che saltano sul pavimento, e buona notte, ci siam visti. Cinque minuti dopo, lavora rumorosamente e saporitamente di mantice. Beato lui! Solamente i felici sanno russare così.

XVII.

A tu per tu.

_15 settembre 18..._

"Scrivo giorno per giorno tutto quello che mi accade, nel mio memoriale." Ah sì, davvero, me ne sono vantato a tempo, colla signorina Wilson. Ecco qua diciassette giorni che il memoriale non riceve nessuna delle mie confidenze. Pure, la materia c'era, e come! Ne sono ancora tutto intronato; me ne dolgono tutte le giunture; la penna mi sta male tra le dita. Ma voglio, comunque sia, ripigliare. È necessario; farò come potrò; quando la mano ricuserà l'uffizio, mi fermerò, per ricominciare più tardi. Ecco intanto la letteraccia. Non ne avevo tenuto copia, scrivendo confusamente tutto quello che mi veniva alla mente, e dalla mente alla penna. Ma è qui l'originale, che Filippo Ferri non ha voluto conservare, e che mi ha restituito in malo modo, mostrando per giunta di non essere un appassionato raccoglitore d'autografi:

"_Amico, nemico, qual più mi vorrai,_

"Non ti maravigliare di questo cominciamento, nè di quello che verrà dopo. È del savio non maravigliarsi di nulla. Batti ma ascolta, disse Temistocle ad Euribiade, se crediamo a Plutarco; leggi e poi fa quel che ti pare, dirò io a te. Mi hai messo l'inferno nell'anima: non ne posso più; ho bisogno di sfogarmi, e mi sfogo. Tu sei venuto per mia disgrazia in Corsenna: sotto veste d'amico eri un traditore, e non saprei che altro dirti di peggio. Così si viene a turbar la pace della gente? a profanar l'amicizia?

"Intendi già che io voglio parlare delle tue idee stravaganti, intollerabili, a proposito della signorina Wilson. Non ti ho detto iersera quello che ti meritavi, tanto mi avevi fatto trasecolare colla tua alzata d'ingegno. Io parlare in tuo favore alla mamma di Lei? chiederle la mano di sua figlia per te, io che la voglio per me, ed ho, per volerla, il diritto di precedenza? Lèvati di testa il pensiero che io possa dare un passo per utile tuo; lèvati di testa quell'altro che ella possa mai esser tua. La signorina Wilson l'amo io, e da un pezzo. Chiederai perchè non te l'ho detto prima. Per due ragioni, ti rispondo; la prima è che non ho l'uso di confidare i miei segreti a nessuno; la seconda è che io mi fidavo di veder volgere ad altra parte il tuo cuore infiammato e i tuoi omaggi cavallereschi. È stato un errore di giudizio, il mio; un altro errore il tuo; ma gli errori si voglion correggere, e non è bello che li lasciamo durare.

"Senti, ora; io non so che effetto ti farà questa lettera. Pazza, ti farà ridere di compassione; amara, ti farà torcer la bocca. Amara o pazza che sia, non posso ritenermi di scriverla. Andiamo diritti al fine. Non mi conviene questa tua aria di padronanza in Corsenna. Ti avevo pregato di venirci, per darmi una mano, come mio futuro padrino possibile. L'occasione si è dileguata, ed io dovevo prevedere che non fosse neanche per nascere, avendo da fare con una triade di sciocchi. È stato un altro errore; ma tu vuoi farmelo pagar troppo caro. Non mi conviene, ti ripeto, non mi conviene.

"Ora, io non ho che una cosa a fare; ringraziarti delle tue cure fraterne, e pregarti di andartene. Sei _sunctus munere_. Ti è duro il latino? Hai adempito l'ufficio, e non c'è più bisogno dell'opera tua. Il discorso non ti parrà da ospite, e non è certamente; per contro, è da uomo che non gradisce di sentirsi vogare sul remo. Quella fanciulla è mia, capisci? mia; l'ho sposata io, con un atto della mia volontà, davanti all'altare del mio cuore, dov'io son parroco e scaccino, in un municipio dove son io il sindaco, il segretario e l'usciere; non la sposerà altri fino a tanto che io viva, fino a tanto che io possa far riconoscere l'autenticità de' miei atti. Pel tuo meglio, va, e non se ne parli più.

"Ho fatto un sogno; che tu iersera avessi parlato per celia. Brutta celia, in verità, e che mi ha fatto perdere quel po' di cervello che ancora mi rimaneva. Ma se è così, vieni a dirmelo, e mi parrà di rinascere. Se non puoi darmi questa notizia consolante, se metti il tuo amor proprio in luogo dell'antica amicizia, sai quello che ti resta a fare. Io sarò a tua disposizione. E bada, non per giuocare il possesso di una bella mano su d'un colpo di spada o di pistola. Questo io l'ho fatto una volta sola in vita mia; ma non per la donna, che, poveraccia, poteva forse valere di più, come di meno, ma per la mia dignità, che doveva e voleva avere il di sopra. Qui non mi giuoco nulla, perchè è la mia passione in causa; fino all'ultimo soffio di vita difenderò quello che mi appartiene.

"Pensaci. Se ami quella donna come l'amo io, son sicuro di quello che avverrà. Se non l'ami come l'amo io, non far questione d'amor proprio; vattene.

"RINALDO."

Inutile raccontar qui la mia notte; nè, volendo, potrei. Facevo e disfacevo continuamente peripezie e catastrofi, intrecci e scioglimenti di una sola tragedia. Mi addormentai, seguitando ad almanaccare nel sogno; mi destai la mattina scontento di me, ma niente pentito di aver scritta la mia letteraccia. Su quel punto ero fermo, e più inviperito che mai.

Erano le otto, ed io stavo misurando per la centesima volta i nove palmi di spazio libero della mia camera da letto, quando mi venne davanti Filippo. Grave nell'aspetto, ma tranquillo, il mio corazziere; certamente più padrone di sè, che io non fossi di me. Aveva in mano la mia lettera; me la fece vedere, e mi chiese:

--Sei tu che hai scritto ciò?

--Io;--risposi.--Non conosci più il mio carattere?

--Lo conosco ancora;--replicò;--ma non ci ho veduto il tuo senno. Questa lettera; mi pare d'un matto.

--Se credi di offendermi!...

--No, dico quello che ne penso, secondo il mio costume. E dirò ancora che per la forma non sarà da mettere tra gli esempi di bello scrivere.

--Certo.... non credo che sia da annoverarsi tra le mie cose migliori. Ma è così, e non si muta.

--Vuol dunque essere una lettera insolente?

--Se tu vuoi sposare la signorina Wilson, sì, vuol essere insolentissima.--

Filippo Ferri si buttò a sedere sulla mia poltrona, e ci rimase un tratto in silenzio, ruotando gli occhi, tormentandosi i baffi.

--Oh, perdio!---esclamò finalmente.--Non la vuoi capire, che questo è uno sciocco litigio, e mi secca?

--E tu,--replicai,--non la vuoi capire che c'è una donna di mezzo, e che su questo capitolo non si scherza e non si transige? Toccami qui, e sarò una bestia feroce. L'antico uomo non muore.

--Complimenti all'atavismo! Ma io, per tua norma, non dò il passo agl'istinti, e per ragion di donne non mi sono battuto mai.

--Bene! Se ti sentisse quella!...

--E vorrei che mi sentisse; darebbe ragione a me e torto a te. Alle donne, rispetto ed ossequio in ogni occasione; non è ossequio nè rispetto tirarle in questi balli sanguinosi, dove non c'è altro guadagno per loro che di scivolare. Ti rammenti ch'io abbia mai dato indietro d'un passo, e davanti a chicchessia? Sei stato tre volte padrino mio in questioni d'onore; sai che in simili giostre ho toccata la dozzina.

--Non ti dispiaccia troppo di passare al brutto numero;--diss'io di rimando.--E non mi fare il saccente, volendo dimostrarmi il non si può e il non si deve di certe cose, dove ognuno vede e si governa a suo modo. Del resto, senti; con poca letteratura, anzi con nessuna, ti ripeto da amico: lasciala stare.

--Non posso.

--Ah, vedi?

--E se potessi,--ripigliò Filippo,--ti direi ancora: non voglio; tanto m'offende il modo di domandarmi un sacrifizio.

--Ti offende!--esclamai.--Ti offende, e stai qui a disputare? Ma io da nemico ti dirò: voglio il tuo sangue, e non patisco rivali.

--Il che significa,--diss'egli,--che non hai sicurezza dell'amore di lei.

--Non l'ho, e tu me ne darai soddisfazione.--

Filippo si alzò da sedere. Rideva, gli lampeggiavano gli occhi, ed io mi avvidi d'aver commesso un errore.

--Ah!--gridò egli.--E proprio dopo questa tua confessione dovrei far le valigie? Sarei un bel cavaliere, se mi appigliassi al partito della viltà; e per i tuoi belli occhi, ancora! Va là, Rinaldo, va là! Tu hai ancora da studiare un pochino il cuore umano, prima di rimetterti al tuo _Don Giovanni_. Per intanto, ti consiglierei di far colazione, e di meditare un po' meglio su questa faccenda, che non va trattata con leggerezza. Pensaci; me ne riparlerai dopo mezzogiorno.

--Una proroga!

--Di poche ore.

--E che cosa ne speri?

--Che tu verrai dopo mezzogiorno a dirmi: Filippo, amico mio, avevo fatta ieri una cattiva digestione; ho dimenticata l'amicizia, l'ospitalità, ogni cosa. Ero diventato matto; che ci vuoi fare? Alla passione non sempre si può comandare. Ma ora ho pensato meglio; ho avuto un lucido intervallo, ed ho capito che non è in noi di voltar sempre le cose a nostro beneplacito, quando da noi non dipendono, quando ci sono delle sacre volontà da rispettare. Lasciamo dunque che la signorina abbia la sua volontà e ne usi liberamente. Sceglierà lei, e chi sarà il disgraziato chinerà da galantuomo la testa.

--Non ti dirò queste cose, stanne certo.

--Sarà un error di giudizio e un difetto di cavalleria. Ma io voglio ad ogni modo queste poche ore di tregua, per non aver rimorsi da parte mia.

--Voglio! Ma sai che è una bella pretesa? In casa mia!...

--L'osservazione è crudele;--rispose Filippo.--Io sarei già alloggiato alla prima ed unica osteria di Corsenna, se non fosse stato il timore di uno scandalo.... prima del tempo. Anche questa ti perdono, mettendola sul conto della tua follìa. A mezzogiorno, dunque, ci si rivede.--

Così dicendo fece una girata sui tacchi, e se ne andò, lasciandomi solo, con la mia letteraccia, che aveva gittata sul letto. La levai di là e la deposi sulla scrivania, per restituirgliela più tardi. Ma neanche più tardi l'ha voluta riprendere, quando ci siamo riveduti dopo mezzogiorno, e dopo esserci ritrovati dello stesso umore di prima.

--Se è per l'insolenza, non dubitare, l'ho avuta e me la tengo;--diss'egli.--Ma il documento non mi è necessario; in mano mia potrebbe smarrirsi, e nuocere alla tua riputazione letteraria.

--Lo scherzo è rancido, oramai.

--Allora abbi del nuovo; e non sia più uno scherzo, ma un rimprovero. Non posso, nè voglio tener io, e forse smarrire una lettera come quella, dove si nomina una persona.... la quale non ci ha dato il diritto di servirci del suo cognome con tanta libertà.--

Era una bottata diritta; la ricevevo in pieno petto, e avendola meritata. Però chinai la testa, senza rispondere.

--Che arma vuoi scegliere?--gli dissi.

--Non ho preferenze.

--Ma sei l'offeso.

--Io!

--Sì, tu; non ti ho scritta la lettera, che ti è dispiaciuta?

--Ebbene, che importa? Tu hai voluto offendermi, ed io non mi sento offeso al punto di volerne vendetta. Io rido, per tua norma; rido verde, giallo, pavonazzo, turchino, ma rido. Se vuoi ad ogni costo una lezione, son uomo da dartela, hai capito? Ma non scelgo io l'arma, non la scelgo, non la scelgo.

--Chetati, la scelgo io. La nera, ti va?

--Sia pure la nera: ma in questo caso bisognerà andar lontano sui monti, o tra i monti, ed essendo ben sicuri di non aver gente sulla linea del tiro.

--Non è necessario di andar lontano;--risposi.--Qui nel giardino, è più presto fatto.

--Non è possibile.

--Perchè? se ci si tira al bersaglio, mi pare....

--Sicuro,--disse Filippo,--ci si tira al bersaglio, perchè c'è spazio sufficiente, dalla casa al muro di cinta. Il tuo giardinetto è una tabacchiera, mio caro. Ma qui, nel caso nostro, non sarebbe più un bersaglio; sarebbero due bersagli, uno dalla casa al muro, l'altro dal muro alla casa, col rischio, per colui che fosse dalla parte del muro, di uccidere Argia, la tua cuoca, o Pilade, il tuo servitore; due persone che non ti han fatto niente, ch'io sappia.

--Ebbene, alla spada;--conchiusi io, adattandomi ad un ragionamento che non faceva una grinza.

--Alla spada;--rispose Filippo.

Andai subito a cercare le spade, che avevamo lasciate con le altre armi nel salottino, e postele in croce ne offersi le due impugnature al mio avversario. Egli ne prese una, ed io l'altra, muovendo tosto verso il giardino. Ma egli non pensava a seguirmi; teneva la spada in mano come una croce, ne guardava l'impugnatura e metteva un sospiro.

--Che?--gridai stupefatto.--Ti dispiace?

--Eh sì! pensando che le ho portate io.... È dura, sai!