# Galatea

## Part 12

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La dottrina e l'asseveranza compensano nel divo Terenzio il difetto di pratica; ed egli rimane agli occhi di tutti un gran cavaliere. La mia gloria, nondimeno, è al colmo. La contessa Adriana, nel farmi le sue vivissime congratulazioni, mi offre perfino dei fiori. Oh Dio! e Galatea, che vede, che cosa penserà del fatto? che cosa dei ringraziamenti, che son pur costretto a fare? Cerco di rimediare, rivolgendomi alle altre signore, alle Berti, da principio.

--Non avrò i loro fiori, signorine?--

Le tre fanciulle son ben liete di appagare il mio desiderio; mi danno tre bei garofani dei loro mazzolini. Anche le mamme mi fioriscono alla lor volta; e così posso chiedere il suo fiore alla signorina Wilson.

--Ne ha già troppi;--mi risponde.--Ed io, del resto, non ne ho.... devo averli smarriti.--

O lasciati cadere, birichina; lasciati cadere a bella posta dietro la sedia, a mala pena mi hai veduto in giro, col manifesto proposito di finire da te.

La banda di Dusiana rumoreggia da capo, con un centone di motivi dell'_Attila_. Sarà mediocre, la banda di Dusiana; ma non è certamente peggiore di tante e tante altre. Poi, viva la faccia dei popoli campestri, che amano la musica, e preferiscono questo passatempo a quello della morra e della politica d'osteria. Finalmente, la banda di Dusiana suona una musica che mi piace per tante ragioni, non ultima quella del gran bene che ha fatto ai suoi tempi. Ancor caldo delle mie sciabolate, canticchio in cadenza coi suonatori il "Cara patria, già madre e reina" e l'"Empia lama, or l'indovina", non dispiacendo neanche al trombone, a cui è affidata la frase melodica in discorso.

Ma una voce più graziosa, sopra tutto più intonata della mia, rallegra l'uditorio. È la voce della signorina Virginia Berti, che arpeggiando sulla sua mandòla canta due belle canzoncine spagnuole. Anche a lei, molti applausi: i Corsennati, sicuramente, dal continuo picchiare, hanno già le bollicine alle mani. E ancora non abbiamo finito; ecco il bello che viene, con una fila di bambini, tutti vestiti ad un modo, che si schierano sul tavolato e cantano una strofetta di ringraziamento. Il bello, ho detto: ma a me non piace, essendomi sempre parso un rompere il turibolo sul naso ai così detti benefattori, e un profanare la onesta dignità dei così detti beneficati, il far cantare una filza di complimenti smaccati, da quelle care bocche innocenti. Non piace a me, ripeto; piace nondimeno agli altri, e perfino ai parenti di quelle tenere vite; passi dunque il ringraziamento cantato. C'è poi una bella tombolina che si presenta sul palco, e recita un paio d'ottave: non si capisce niente di ciò ch'ella balbetta; ma la tombolina balbetta con tanta grazia, che ne son tutti inteneriti, e la levano di lassù a braccia tese, le fanno carezze, la divorano coi baci. Il concerto è finito; si dispongono le mense pei bambini, ai quali è dedicata la festa. La banda di Dusiana intuona la marcia reale, e questo mi piace; ma che dico, mi piace? È una vera trovata. Non sono quei bambini i re dell'avvenire? Godete, bambini, il vostro primo giorno di regno; e non vi manchi corte bandita a tutti gli altri che seguiranno. Noi vi lasciamo alla vostra dolce occupazione, per prendere una boccata d'aria, ed anche uno spuntino, che la cortesia di Terenzio Spazzòli ha fatto servire a noi in un'altra sala della filanda. Finito lo spuntino degli "artisti" e il desinare dei fanciulli, si va nel cortile ad aprire il tiro al bersaglio; tiro di pistola, s'intende. Lo inauguro io, con un centro tanto fatto.

--Ma voi siete un mago!--mi grida la contessa Adriana.--Chi vi potrebbe resistere?

--Oh povero me! per un po' di fortuna!--rispondo umilmente.--Certo, mi sono sempre esercitato, per avere un colpo abbastanza sicuro contro chi mi vuol male.--

Spara a sua volta Filippo, e non fa che centri, puntando a mala pena. Spara anche il divo Terenzio, discretamente bene, cogliendo sempre il bersaglio in vicinanza del centro. Enrico Dal Ciotto, invitato a sparare, si scusa col braccio stanco; del resto, è un po' fuori d'esercizio. Meno geloso dell'arte sua, si prova il Cerinelli, e qualcuna ne indovina. Quanto al Martorana, è una sbercia senz'altro, ed ha il buon gusto di convenirne. Tastato anche quello, e risponde picche. Insomma, sconfitti tutti e tre, i miei fieri satelliti faranno molto a potersi ritirare in disordine.

Enrico Dal Ciotto si rifà un pochettino alla ruota di fortuna, guadagnando al primo numero un servizio da tavola per venticinque persone. È la solita canzonatura di tutte le lotterie; un mazzo di venticinque stecchini. Questo dei premi umoristici, è il caval di battaglia del divo Terenzio, che fa stupendamente da segretario alle signore venditrici. La ruota gira, rigira, senza fermarsi mai, ma non fruttando che premi di pochissimo conto. Delle cose migliori si fanno lotterie particolari, a mezza lira, a una lira al numero. A quella e a queste, poco alla volta, tutta Corsenna si scalda; e mentre qualche bel capo, qualche utile arnese è portato via, i ragazzi del paese fanno bottino di trombette, di zufoli, di tutte le piccole carabattole che i grandi hanno guadagnate, ma regalano loro, non sapendo che farsene.

A me, tra le risate universali, tocca un bavaglino; e dopo una diecina di polizzini bianchi, un altro arnese da bimbi, una cuffina. Son destinato; me lo dicono tutti, ridendo alle mie spalle: ma io non mi spavento per così poco, e inalbero arditamente i miei piccoli trofei. Enrico Dal Ciotto riesce finalmente a vendicarsi della mala fortuna, guadagnando una sveglia, niente di meno. Beato lui! gli servirà per destarsi di buon mattino, il giorno che dovrà far le valigie, che Iddio l'accompagni.

La fiera di beneficenza ci porta via tre ore buone. Oramai non ne possiamo più. Siamo in moto dalle nove del mattino; sentiamo il bisogno di sedere, e non per pochi minuti. Inoltre, lo spuntino del mezzodì non ha fatto altro che aguzzar l'appetito. Gli "artisti" lasciano il teatro delle loro glorie alla vigilanza del segretario comunale, e vanno a desinare all'osteria, piuttosto male, ma non senza buon condimento d'allegrezza. Poi, tant'è, vogliono dare un'ultima occhiata alla fiera, contendersi gli ultimi doni, sentire le ultime suonate della banda di Dusiana. Tutto è venduto, portato via alla fortuna del polizzino; restano i banchi vuoti e la cassa piena. Si son fatte seicento novanta lire; paion poche, e si arrotonda la cifra, quotandoci in parecchi per aggiungerne dieci. S'intende che sono settecento lire nette, da consegnare alla direzione dell'Asilo. Le spese le abbiamo fatte noi villeggianti, così per la banda di Dusiana, come per l'arredamento dello stabile e per l'ordinamento della fiera. Dei doni per la lotteria, i due terzi sono stati regalati dalla contessa Quarneri. Sia detto a sua lode; non diventerà mai una grande attrice; resterà sempre una cortese signora.

Tutti han lavorato quest'oggi; ma un po' meno la signorina Wilson, che non ha voluto assumersi nessuna parte nell'accademia. Si è per contro occupata assai della fiera, in compagnia del commendator Matteini e di Terenzio Spazzòli. Buci ha partecipato largamente a tutto il trattenimento; sempre in moto per la sala del concerto, in quella dello spuntino, alla fiera, all'osteria, poi da capo alla fiera. Sul finir della festa è diventato quasi un personaggio importante. Non ha voluto riconoscere il suo antico padrone, che voleva fargli una carezza, vedendolo così lustro di pelo. Per compenso, non ha nemmeno guardato il suo padrone odierno, e legittimo per virtù di regolare contratto. Due o tre volte, passandomi egli a tiro, m'è tornata la voglia di assestargli una pedata. Ingratissimo cane!

La festa è finita, almeno per quanto riguarda gli "artisti". Ultimi fanno ancora qualche cosa i filarmonici di Dusiana, rumoreggiando per quanto è lungo il paese, e accettando ancora un bicchiere ad ogni frasca, ad ogni bottega, fino a tanto che non giungono davanti alla giardiniera che deve trasportarli a casa loro, madidi di sudore e di vino, ma più d'amore fraterno per i loro buoni vicini di Corsenna, a cui, dopo la loro partenza, non rimangono che le fisarmoniche locali per continuar la gazzarra e ballar sulla piazza. A memoria d'uomini non si è mai visto tanto tripudio in Corsenna. Beneficenza, son questi i tuoi miracoli. E quando poi ti si è fatto onore senza secondi fini, come nel caso presente, per solo amore del nostro simile, con un accordo perfetto tra i promotori, che non ne fu mai tanto tra i suonatori di Dusiana, bisogna proprio andar superbi di noi medesimi, e conchiudere che il mondo non è brutto quanto si dipinge.

Sono le undici, e suonano al cancello. È l'amico Filippo, il buon fratello che arriva, che torna da godersi il resto della serata, nella graziosa compagnia della contessa Adriana. Smettiamo; voglio andarlo a ringraziare di tutto quello che ha fatto per me....

_PS._ Ma bene, benissimo! Filippo ha lavorato anche lui per la gloria. Ecco le sue parole:

--Rammenterai quel che ti ho detto due giorni dopo il mio arrivo. Bisogna mutar registro. Scoperto l'uomo d'armi, e forse indovinato il violino di spalla, era necessario non aspettare i nostri satelliti, ma andar loro incontro con qualche dimostrazione di forze. Questo si è fatto, più presto e meglio che non ci fosse dato sperare. Anche tu, in una settimana d'esercizio, hai fatto prodigi, e la giornata d'oggi è stata un trionfo per te.

--Sì, ma come mi hai validamente aiutato!--risposi.--E come mi hai cacciato avanti... contro il merito mio!

--No, sai, o ben poco. Ammettiamo pure che non mi avresti dato la prima; quanto al resto, hai fatto il tuo potere, come io facevo il mio. Sei diventato fortissimo, e te ne faccio i miei complimenti. Già, quando si è avuta una buona scuola, non si dimentica più. Sono contento di te, quanto ne saranno scontenti i satelliti della contessa Adriana. Scommetto che se ne vanno entro i sette giorni. Felice mortale, a te.

--Ti ridico per la ventesima volta, che non ne sono innamorato. Sciolta la mia questione d'amor proprio con quei là, penso a lei come al gran cane dei Tartari.

--E allora tanto meglio, o tanto peggio. Avrai tempo e libertà per ardere i classici incensi ad un'altra.

--Ma che! a nessuna, mio caro. Sai pure che il mio poema mi assorbe.

--E dalli col tuo poema;--gridò Filippo, con accento di comica stizza.--Io, vedi, se avessi un poema da finire, e sperassi con fondamento di trovare un editore, lo butterei dalla finestra, il poema, solo per un sorriso della signorina Wilson.

--Che! come?--balbettai.

--Ma tu, fradicio di letteratura, non capisci più niente di niente;--continuò Filippo, infervorato nel suo ragionamento.--Ebbene, tanto meglio; sei uno di meno in giostra. Amo quella ragazza; e se mi riesce, la sposo.

--Ah sì?

--Certamente. Ma ecco,--soggiunge Filippo, rìdendo,--senza volerlo, si casca a ripetere il tuo dialoghetto col signor Enrico Dal Ciotto. Eccoti dunque, mio caro Rinaldo, eccoti dunque il segreto dell'anima mia. Per una volta tanto, sono innamorato morto. E poichè tu vuoi avere tanta gratitudine per me, che non ho fatto niente o ben poco in tuo favore, e perchè, finalmente, una mano lava l'altra, mi farai la grazia di aiutarmi un po' tu, con qualche buon discorsetto preliminare alla mamma.--

XVI.

Mattina e sera.

_28 agosto 18.._ (mattina).

Sono rimasto male, molto male, tanto male, che non ho saputo rispondere quello che andava risposto. "Si vedrà", gli ho detto; ed egli se n'è contentato. Si vedrà.... si vedrà.... Vivaddio, non si vedrà niente, me vivo.

Ma che cosa c'è di vero? che cosa c'è di serio, nell'idea del signor Ferri? com'è nata? come ha potuto formarsi in una testa cavalieresca, sì, ma così poco romantica come la sua? Per amar così forte la signorina Wilson, bisogna che speri di esserne riamato. Per nutrire una speranza simile, è necessario che abbia avuto qualche occasione, qualche appiglio favorevole. Ma quale? in che modo l'ha trovato? Oh bella! come si trovano gli appigli, come si trovano le occasioni. Non avrebbe trovato niente, se fosse rimasto a casa sua; meglio ancora, non si sarebbe neanche avveduto della esistenza di una signorina Wilson sotto la cappa del cielo.

Sciocco io, sciocco io, a farlo capitare in Corsenna. Doveva essere un pericolo, quell'uomo, un pericolo da per tutto e per tutti, con quella sua grand'aria di cavaliere antico. Le donne amano i forti. Quello è un corazziere, all'aspetto, con occhi d'aquila e una bocca di fanciulla. E sono i temibili, questi; non si sfugge all'immagine della forza, quando è accoppiata alla bellezza, alla bontà, alla grazia. È in natura. Ah sciocco, sciocco, tre volte sciocco! Non potevo condurla da me, quella stupida impresa? Senza contare che la mia matta fantasia aveva lavorato sopra una falsa supposizione. Erano tre ragazzacci, e niente più; con una certa voglia di parere impertinenti, ma senza il coraggio di giungere agli estremi.

Ed ora, che si fa? Ho passato una notte d'inferno, dormendo male, e sognando che il corazziere la conduceva all'altare, tutta bianca nella sua nube di merletti e di veli, colla corona di fior d'arancio sul capo. Io ero testimonio; naturalmente, nella mia condizione d'amico.... e di sciocco. Bizzarro episodio di quella cerimonia: prima di rispondere il fatale monosillabo, si è voltata a mezzo dalla parte mia, mi ha gittato un'occhiata birichina attraverso il lembo del suo velo, più tenue, più diafano che mai, ed anche colle sue belle labbra vermiglie mi ha fatto boccuccia. Che ardire! e non pensava che potevano vederla? Il prete, a buon conto, ha notato il suo atto, e levando gli occhi si è volto a guardar me, pensando, intravvedendo in un baleno Dio sa quante cose. Ma lei si era già voltata dalla parte buona, e proferiva il suo sì, un sì tanto acuto, che ne tremò tutta la chiesa, ed io mi sono svegliato coi sudori freddi alle tempia.

Mi sento male, questa mattina, e non parlo di alzarmi. Filippo è venuto in camera mia, ed approva la mia risoluzione di stare in riposo.

--È la grande stanchezza di ieri;--dice egli.--Avrai anche la testa pesante; vedo che hai gli occhi un po' rossi. Ti consiglierei di metterti in corpo un'oncia e mezzo di magnesia effervescente. È la mia cura, quando non mi sento bene. Vedrai che ti passa ogni cosa.--

Non mi passerà niente, colla tua magnesia. Ritira piuttosto, rimangiati quel che mi hai detto iersera, assassino; e vedrai che salti faccio sul letto! Ma è stata un'infamia! Innamorarsi della signorina Wilson! di Kathleen! di Galatea! Per tutti i settemila!... Di tutte le disgrazie che mi potevano capitare, questa è la più grossa; è andato proprio a cercarla nel mazzo.

E quanta cavalleria, per domandarmi, per voler sapere ad ogni costo, se fossi invaghito della contessa! Era perfino diventato noioso, col suo non volersi persuadere. Ora capisco il suo giuoco; mi ci voleva inchiodare, al Roccolo; magari facendomi ingelosire un pochino di sè, per aver poi il merito di ritirarsi davanti a me, di lasciarmi il passo franco. Sì, è così, non altrimenti. Egli non aveva avuto da lei nessuna di quelle lusinghe che mi voleva far credere. Infatti, a chi ha dato ieri il premio di un fiore, la signora contessa? Oh, quel fiore, quel fiore! ci voleva proprio quel fiore del malanno, per meritarmi un altro sgarbo di Galatea.

Galatea, Galatea! Penso che voi abbiate fisso il chiodo di farmi impazzire. Per una passeggiata innocente, per un incontro non potuto prevedere, non potuto evitare, e del quale non avete nemmeno certezza, trattarmi così male, via, è un po' forte. Rizzarmi muso, sfuggir tutte le occasioni di ritrovarvi presso di me, di barattar due parole con me, non vi pare una crudeltà senza esempio? Da che tigre arcana siete voi nata, sia detto col massimo ossequio per la vostra signora madre i Dopo tante belle cose che abbiamo fatte insieme sui monti, dopo tante graziose birichinate per pigliarvi spasso di me, dovevate mutarvi di punto in bianco a quel modo? Si andava così bene d'accordo nelle ragazzate! mi sentivo ritornar così giovane, accanto a voi! La vita con voi sarebbe stata così bella! tanto bella, che per un momento ne ho avuto il capogiro, e mi sono sforzato di scacciarne l'idea. Ah sì, gran sapiente che sono stato! Ero uscito un tratto fuori dalla soglia del mio paradiso, e m'han chiuso l'uscio dietro le spalle.

Che c'è? Una lettera, e larga tanto, col bollo comunale di Corsenna. È il sindaco che scrive, per ringraziarmi. Non han voluto perder tempo. Settecento lire di sussidio all'Asilo, meritavano questa sollecitudine. Ma perchè a me? Perchè son io il personaggio più importante della colonia, l'amico più vecchio di Corsenna, il primo capitato tra questi monti; e finalmente, "vegnendo a dir el merito" son io che ho fatto tutto. Benissimo; sta a vedere che uno di questi giorni mi conferiscono la cittadinanza. Son io, veramente io, che ho fatto tutto, e non ho male che non mi sia meritato! Al diavolo! non ne posso più. Sento che schiatto, se sto ancora cinque minuti qua dentro.

_28 agosto 18.._ (sera).

Volevo levarmi una spina dal cuore. Dove sarà andato il Ferri, che m'è uscito di casa attillato, spalmato, ripicchiato come uno sposo? Dalla contessa, non credo; dalle Berti, meno che mai; dalle Wilson, dunque? Potrebbe darsi; a buon conto, andiamo a vedere. Evitando le strade, per altro; girando dai campi, strisciando tra i boschi. Ho il territorio di Corsenna sulla punta delle dita. E giungo in vista della casina dove stanno le Wilson, e do un'occhiata intorno, prima di uscire dalla macchia. Ho fatto bene a non fidarmi troppo; ecco Filippo, eccolo là che sale dalla strada maestra, avviato per l'appunto alla casina di color rosa, per la quale io diventerò verde, pur troppo! Eccolo là; _o, my prophetic soul!_ presaga anima mia! Come è vero che la gelosia dà sempre nel segno!

Ed ora ch'egli è entrato, andrò io? Bella figura ci vorrei fare! Mi atterrò all'altra, peggiore, più brutta, ma almeno solitaria e non vista, di starmene in sentinella. Per quante ore? Le Wilson fanno la prima colazione, il _breakfast_, alle otto, e oramai sono le nove suonate; la seconda, il _lunch_, al tocco, e ce ne avremo ancora per quattr'ore. Poveri noi, se il signor Ferri s'incanta laggiù fino al _lunch_! Vorrei vedere anche questa, che non sarebbe poi di buon genere. Sediamo. Ma per che fare? Non posso leggere; non vedo neanche le parole. Ah gelosia, brutto male! Che cosa le dirà ora il signor Filippo degnissimo? Parleranno della gran giornata di ieri, della sua valentia, delle sue botte diritte, segnatamente dell'ultima, che m'avrebbe passato fuor fuori come un ranocchio, se il fioretto non avesse avuto il bottone. E lui "tutto umile in tanta gloria"; non è così che va fatto? Un colpo di fortuna, debolezze; parliamo d'altro. Lei, signorina, era bellissima, ieri, con quella sua marinara. Semplicissima, e brillava più di tutte. Ah briccone! gliene dirai tante, che qualcheduna le toccherà il cuore. Ma tu non potrai dirle la meglio, non la potrai chiamar Galatea; non lo sai, tu, il nome arcano della signorina Kathleen.

Che novità è mai questa? Sono passati appena venti minuti, e Filippo ricomparisce nel viale. Se ne va? Certo, e non di gamba malata. Visita breve; perchè? Son curioso di saperlo. Essere al fianco di Galatea, ed alzarsi per prender congedo; ecco due termini contradditorii, strani, insociabili. Ah, non ci reggo più. Filippo è già in fondo al viale; gira il canto, sparisce. Avanti dunque, usciamo dalla macchia, andiamo noi a vedere come ci accoglie Galatea.

--È permesso?

--Avanti. Oh, signor Morelli! che buon vento?...--

È la signora Wilson madre, che mi accoglie con tanta cortesia, levando gli occhi e la mano dal suo telaio da ricamo. Stringo quella mano che ella mi offre, e prendo la sedia che mi addita vicino a lei; una sedia ancor calda delle fiamme di Filippo Ferri. Egli stesso vien subito in ballo.

--Se fosse arrivato cinque minuti prima,--soggiunge la signora,--avrebbe trovato qui il suo amico.

--Oh, davvero? che peccato!

--È stato così gentile,--ripiglia la signora,--da venir da noi, per ringraziarci di ieri. Non c'è veramente di che; noi non abbiam fatto nulla, o al più quello che han Tatto le altre signore, che non prendevano parte all'accademia. Ma che bella festa, non è vero, signor Morelli? e come è bene riuscito in ogni parte il programma! Una giornata indimenticabile; e indimenticabili, prima d'ogni altra cosa, i suoi versi.

--Troppo buona, signora mia, troppo buona. Erano versi tirati un po' giù, per l'urgenza, e certamente avevano bisogno di lima. Ah, perchè la signorina Kitty non ha voluto recitarli?

--Lei sa come è poco sicura di sè, quella cara figliuola. Per giuocare, per camminare, per ridere, non la passa nessuno; ma recitare dei versi, salire sul palco scenico, fosse pure in Corsenna, non è il fatto suo. Del resto, di che cosa si lagna? i suoi versi sono stati recitati benissimo.

--Le pare?

--Sì, con una grazia adorabile.--

Ho capito; la consegna è di trovar tutto bene. E frattanto Galatea non si vede spuntare.

--Ma con un po' di cantilena, non è parso anche a Lei?--ripiglio, non volendo adattarmi.

--Non me ne sono avveduta; e mia figlia nemmeno, che anzi ne è rimasta incantata al pari di me. Ma gli autori sono incontentabili, se lo lascia dire? Ed hanno ragione, vagheggiando essi un ideale, che forse non è possibile raggiungere in terra. Ma Lei, signor Morelli, si lasci anche far complimenti per la sua valentia di schermitore. Il signor Terenzio Spazzòli, che di queste cose se ne intende benissimo, l'ha proclamato uno spadaccino di prima forza.

--Ahimè, non di primissima.

--Ebbene, che vuol dire? C'è sempre qualcuno che in una cosa sola ci può superare: ma è già bello esser forti in molte, non Le pare? Quanto alla scherma, pare che il suo amico Ferri sia il _non plus ultra_. Ma che persona a modo! che perfetto cavaliere! e niente superbo, niente millantatore! Ecco gli uomini come li intendo io, che in verità ne avevo trovato, non meritandolo, uno stupendo esemplare. Ma non parliamo di ciò;--soggiunse la signora Wilson, mandando un sospiro alla buona memoria del padre di Kitty.--È solo, di casa sua, il signor Ferri? Che idea si fa della vita? che disegni vagheggia per il suo avvenire? Gli uomini come lui interessano sempre. Son creature nobili; si vorrebbe saperle egualmente felici.--

To', sarebbe questo il momento buono per dirle.... Ah sì, che idea buffa ci ha avuta il signor Filippo Ferri! Io.... io? fossi matto!

--Chi sa dove veda egli la propria felicità?--rispondo alla signora Wilson.--Alla sua età, che non è più giovanissima, e non è per contro matura abbastanza, idee ne vengono molte, e si dileguano ancora.

--Amore di libertà, intendo benissimo;--conchiuse la signora.--E forse hanno ragione. È così difficile indovinarla!--

Oh sì, molto difficile, vorrei rispondere; ma parli al singolare, e per lui. Quanto a me, l'avrei indovinata benissimo. E frattanto, Galatea non si vede.

--La signorina Kitty studia sempre?--domando.

--Oh no, siamo in campagna, e la mia figliuola in campagna fa sempre il meno che può; sempre in giro, come una libellula, a far provvista d'aria e di sole.

--Buona usanza!--esclamo.--Inglese od americana che sia, è una buona usanza davvero. Le nostre italiane....

--Eccole qui;--disse ridendo la signora Wilson, che è nata per l'appunto italiana, e di Firenze;--le italiane al telaio, nell'angolo più riposto del salottino.--

