# Galatea

## Part 11

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--Se non vuoi tu, se altre non vogliono, dovrò bene adattarmi a recitarlo io;--conchiuse la contessa.--Purchè il signor Morelli non mi faccia dei versi troppo difficili, come usano ora! Ho poca ritenitiva, e in quello che non capisco mi ci confondo troppo. Ancora, vorrei che i versi fossero rimati a due a due, per aiutar meglio la memoria.

--Sarà fatto come volete, e come avete il diritto di volere, poichè vi piace di recitare una mia composizione, che sarà, al solito, una birbonata.--

L'allusione va al mio Aristarco, che non batte palpebra, ma è verde dalla rabbia. Oh povero Dal Ciotto! e perchè non gliel han detto a lui, di scrivere il prologo? Ne avremmo sentite delle belline.

Egli, del resto, si è quasi scelta da sè la sua parte, tra gli uomini d'arme, e non bisognerebbe incomodarlo per altri uffizi. I suoi due compagni di satellizio hanno accettato di aiutare le signorine Berti nella invenzione dei premii umoristici, per la inevitabile lotteria che accompagna le fiere di beneficenza; ed anzi ne è la chiave di volta, dove scarseggiano le venditrici lusinghiere, onnipotenti, e le borse disposte a lasciarsi taglieggiare. Il commendator Matteini s'incarica di scrivere i numeri nei polizzini da estrarre. Quanto alle carabattole da mettere in vendita, ne promettono tutti la parte loro; e certamente vuol essere una ricca mèsse di novità, di archilèi, di gingilli, di cianciafruscole, di balocchi, di piccole utilità ed anche di inutilità, per le quali si spoglieranno tutte le botteghe dei paesi vicini, incominciando da Dusiana. Il concerto, per la parte istrumentale, avrà il sostegno della banda che ho scritturata io, con tanta prontezza, levata a cielo dalle signore: ma ci saranno anche i tre mandolini delle Berti. Non sapevo ancora di questa dote musicale delle signorine; ma già, qual è oramai la casa signorile dove non trionfi il mandolino, accanto al pianoforte? E con accompagnamento di due mandolini, la maggiore delle Berti, deposto per un istante il suo, canterà due canzoncine spagnuole; magari quattro, se ad ognuna delle prime ci sarà la richiesta del _bis_.

Abbiamo dunque già imbastito e messo in carta ogni cosa. Ci potranno essere delle varianti, delle aggiunte, delle sostituzioni, ma nel complesso ci troviamo ormeggiati. Manca il luogo adatto per il triplice trattenimento, e a me sovviene la filanda, chiusa da parecchi anni, che si potrebbe ottenere assai facilmente, in grazia del santissimo fine. Andiamo per intanto a visitarla: nella morente luce del crepuscolo vediamo quanto basta per collocare coll'immaginazione trecento persone entro la gran sala squallida, che si potrà rinfrescare d'una man di bianco e ornare alla meglio con frasche di castagno e coi quadri dell'Asilo. La fiera si potrà mettere, per maggior comodità dei Corsennati, sotto gli archi del porticato; il tiro di pistola, in fondo al cortile. Tutto bene, adunque, anzi _all right_, come ho detto stasera, chiudendo i lavori della seduta preliminare. La signorina Wilson non potrà dire che sto disimparando l'inglese.

--Hai sentito?--mi bisbiglia Filippo, mentre siamo in cammino per ritornarcene al Giardinetto.--La spada è arma più elegante. Caro! te la darò io, l'eleganza! Ma come c'è cascato bene! come ci son cascati tutti! E bisogna darne merito al commendator Matteini, con quella sua scoperta degli spari, che a te, m'immagino, sarà parsa a tutta prima un'indiscrezione pericolosa. Avremo dunque tiro di pistola, assalti di sciabola, assalti di spada, e senza lasciar credere che la proposta venisse da noi. Vedrò dunque la spada di questo Dal Ciotto. Ma anche tu, bello mio, da domattina, devi lavorar bene a rifarti la mano. Ci hai otto giorni per esercitarti; e tanto faremo, che conteranno per sedici, magari per trentadue.--

_25 agosto 18..._

Ed anche per sessantaquattro; tanto si è battagliato, dalla mattina alla sera. Mio povero e caro _Don Juan_, non ti ho più aggiunto un verso, non ti ho più consacrato un pensiero. Ma già, vedi bene che non ho avuto neanche il tempo di scrivere una riga nel mio memoriale. Pure, dei versi, ne ho fatti. Ma quelli, come dispensarmi dal farli? Avrei voluto veder te, cavaliere garbato, quantunque briccone, se Donna Elvira o Donna Sol ti avesse ipotecato per iscriverle il prologo d'una accademia di beneficenza. Sarebbero stati versi diligentemente torniti, non è vero? versi sonanti, galoppanti a coppie, versi d'_arte mayor_, colla speranza di averne il premio, di dare il millesimo e quarto nome alla lista spagnuola del tuo servitore Leporello. Io ho scritto per niente, vedi; non avrei presa la penna, se ci fosse stata l'illusione del premio. Ma già, io sono un cavaliere indegno di te; fors'anche indegno di cantar le tue gesta, a quei carissimi posteri che danno tanto sui nervi a Filippo.

Questo prologo è stato il lavoro di una mattinata, e temo che sarà una birbonata senz'altro. Ma non potevo neanche tenermi troppo alto, lavorar di fine, che avrei dato nel difficile; e il difficile alla contessa Adriana non piace. Così è stata contenta; contenta lei, dovrebbero dichiararsi contenti anche gli altri. E poi, subito ai ferri. Tutti i giorni, dopo aver battagliato quattr'ore del mattino, prima di battagliare altre quattr'ore del pomeriggio, alternando la sciabola colla spada, e tutt'e due colla pistola, me ne vado pedinando fino al Roccolo. È necessario, poichè devo imbeccare il prologo alla mia recitante novellina. Curiosa declamatrice! e come mi fa disperare! Quando parla, è naturale; quando recita, mi piglia un tuono e una cantilena da disgradarne un canonico in coro. Ci ha pure la voce nasale, che Iddio ci perdoni a tutti. Se almeno si contentasse di cantare! È il difetto naturale dei martelliani; il metro a cui ho dovuto attenermi, essendo il martelliano il verso dei prologhi. Perchè, poi? Forse perchè il martelliano, dal Goldoni e dal Chiari in giù, pare che si accompagni meglio colla cipria; ed è carità incipriata quella che fanno le nostre signore nei loro concerti, accademie, fiere e lotterie di beneficenza. "È carità fiorita" non se ne dubita nemmeno "che rallegrando il cuore santifica la vita". E i bambini cari? Oh, ci ho messi anche quelli, mi ci sono dilungato "sulle bionde testine, speranze di Corsenna; gran terra, le cui lodi si lascian nella penna; notando solamente, per non parervi senza la virtù così rara della riconoscenza, che non abbiam ricordo d'un angolo di mondo così verde e tranquillo, così caro e giocondo". Ah sì, giocondo davvero! e caro, poi, caro come i miei martelliani.

Quest'oggi, salito al Roccolo per la penultima prova, gran novità; ci ho trovata la signorina Wilson. Ha aperte le labbra e socchiusi gli occhi ad un risolino malizioso; poi mi è diventata di sasso. Pure, vedendo lei, avevo detto subito alla padrona di casa:

--Ah, bene; sono felice che sia qui la signorina Kathleen.--

Ella non ignora che preferisco il nome di Kathleen a quello di Kitty. Ma neanche questo è bastato a rabbonirla.

--Perchè?--mi domandava frattanto la contessa Adriana.

--Perchè recitando il prologo avrete oggi per la prima volta l'idea di trovarvi davanti al gentile uditorio. Finora non avete avuto da recitare che davanti al maestro; chiamiamolo pure così.--

La contessa Adriana non badò più che tanto alla mia sottile trovata. Badandoci un poco, avrebbe potuto rispondermi: "Vi è venuta ora, l'idea? Non siete voi, signor Morelli degnissimo, voi per l'appunto, che non avete voluto nessuno alle prove? neanche i miei poveri satelliti, che per il vostro capriccio hanno dovuto cangiar l'orario della prima visita? E ce n'è voluto, sapete, a persuaderli, tanto erano pieni di stizza!" Così avrebbe potuto rispondermi, la signora del prologo. Ma ecco che cosa avrei potuto replicarle io, e con un gusto matto:

--Quei vostri satelliti io non li posso patire. E non già perché vi fanno la corte, badate, ma perché mi dan noia. Non verrei da voi, signora mia gentilissima, se non fosse la speranza di farne uscire qualcheduno dai gangheri. Non voglio che nessuno s'immagini di potermi metter paura, capite? Per ciò che riguarda voi e la vostra bellezza, quanto più ci penso, tanto più mi avvedo di amar Galatea. Sicuro, Galatea; non sapete chi è Galatea? Una gran birichina, che m'ha scagliato un pomo, e poi è fuggita. _Et fugit ad salices._ E mi fugge, insieme con lei, anche quel malandrino di Buci; l'ingrato, ch'ella si tira sempre sull'orma. Dove vanno, ora? Non so; non riesco a indovinarlo; certo, non vanno all'Acqua Ascosa, dove son ritornato tante volte, senza aver mai la fortuna di combinarli, dopo quella gita fatale con voi e dopo il mio stratagemma molto innocente e punto necessario. Ah, signora, se sapeste come mi avete dato noia con quell'incontro casuale al mulino, dove io passavo col mio Teocrito in tasca, e pensando a voi come al gran Cane dei Tartari! Quella passeggiata fu l'origine di tutte le mie disgrazie. Faccio l'uomo, m'irrigidisco sotto la maschera, sto sulla mia; ma non sono contento di me, com'è vero Dio, non sono contento di me. Passar io per un vostro adoratore! Ma fossi matto! Con tutta la vostra bellezza, consacro il vostro capo agli Dei infernali. Il punto d'onore mi trattenne accanto a voi, il maledetto punto d'onore; ed ora anche il prologo, che bisogna imbeccarvi con tanta fatica, avendo le orecchie intronate dalle vostre cantilene corali, dalle vostre inflessioni nasali. Maledettissimo prologo, che la signorina Galatea non ha voluto recitare!--

Mi avrebbe lasciato giungere fin qua, la signora contessa? Credo di no. Se mi avesse lasciato parlare così, le avrei detto ancora:

--Perchè (vedete, signora?) voi siete stata la pietra di paragone. Proprio di questi giorni, legato in apparenza al vostro carro, ho capito me stesso. E l'altro dì, quando Filippo, ritornato dal Roccolo, mi ha raccontato che gli avevate fatte tante moine, di quelle che sapete far voi, neanche una fibra si è scossa in tutto il mio essere, non un capello si è mosso. L'amico mi ha soggiunto che voi gli diceste assai bene di me, ma con certe restrizioni intorno al mio carattere; e l'unica pena che io ne ho sentita è stata quella che di restrizioni non ne aveste fatte di più. Sappiatelo bene; avevo bisogno di voi per intendere come sia maravigliosa la semplice bellezza di Galatea. Voi ci avete la fosforescenza, bellezza di lucciola, a cui è necessario il contorno dell'ombra. Non dico che non siate bella anche al sole; parlo così per necessità di compiere il paragone; intendo di dire che alla vostra bellezza è necessario l'accompagnamento delle abbigliature, delle acconciature, degli artifizi della moda. Tutto vi sta bene egualmente, lo so; ma nel fatto non siete che un magnifico figurino, anzi diciamo uno splendido modello di vimini, fatto a pennello nei suoi contorni, per uso delle modiste. Quando si è capito ciò, non occorre più altro. E si capisce in capo a tre giorni; dopo il qual termine la vostra bellezza non dice più nulla ad uno che abbia conosciuto Galatea, cioè la donna vera e la ninfa, il frutto primaticcio che ha sapore in se stesso e non dallo zucchero in cui bisogna giulebbarne tanti altri, il flore che ha una fragranza sua, senza bisogno di opoponax e di pelle di Spagna.--

Che orrore! direste. Ma io, arrivato a questo punto vorrei proseguire:

--Notate che vedo e riconosco i difetti di Galatea. Ne ha; oh se ne ha! Quella sua passione per tutti i giuochi, per tutti i divertimenti! Bisogno irrefrenabile di moto, lo capisco; ma io, se fossi padrone di quel cuore, non vorrei tanto moto, non vorrei tutto quel vivere fuori del guscio, come fa l'argonauta; vorrei meno racchette, meno remi, meno tuffi in acqua, meno balli, e un po' più di languore femmineo. Ma è così giovane! più giovane del vero. Infatti, potrà avere vent'anni d'età; e frattanto il suo pensiero ne ha quindici, con tutte le mariuolerie, le impertinenze, i dispettucci di una bambina. Ah, scellerata! non vorrei confessarlo, e l'adoro. Guai a me, contessa, se queste cose io le dicessi a voi. Ma le scrivo nel mio memoriale, un libro che apro io solo, che dovrò leggere io solo. E qui, tanto per pigliarmene una satolla, aggiungo volentieri: _Long live the queen of my heart! hurrah for Galathea! Galathea for ever!_--

XV.

Per quei cari bambini.

_27 agosto 18..._

La fatica è stata molta, quest'oggi, per condurre a buon fine l'impresa, come in questi ultimi giorni per prepararla. Diceva bene iersera il commendator Matteini, mettendo gli ultimi numeri arrotolati nella gran ruota della fortuna, che il fare della beneficenza non è come sorbire un uovo fresco. Il degno uomo confessava candidamente di non aver lavorato mai tanto, nella bellezza dei trentacinque anni della sua vita ipotecaria. Anch'io, colla cura del concerto musicale, con quell'altra del prologo, e poi con cento piccole cose dell'alta direzione, sono stato occupato la parte mia; ed oggi, finalmente, alla stanchezza intellettuale si è aggiunta la stanchezza fisica, che m'ha fatto rimanere due ore a tavola, quantunque senza voglia di mangiare o di bere. Stasera ho ricusato di muovermi da casa, ed ho lasciato andar solo il mio ospite. Che uomo d'acciaio, quello! Pare, a vederlo, che sia stato a veder gli altri, mentre ha lavorato anche lui come un negro.

Consoliamoci, perchè le cose sono andate a quel dio. La sala era parata benissimo, e il divo Terenzio ha meritati davvero gli elogi di tutta la colonia villeggiante. I ritratti del re e della regina, tolti per l'occasione dalla sala dell'Asilo, sono stati appesi nel fondo del palco improvvisato, sotto un baldacchino di drappelloni rossi (due tappeti della contessa Quarneri) tra corone di quercia e festoncini di fiori. E di mazzi di fiori disposti a losanghe si abbellivano le pareti della sala, che erano tutte inverdite con frasche di castagno. Dio, quanti chiodi ci son voluti, per fissare tutta quella roba, che aveva poi da durare una mezza giornata! Non fu così facile, del resto, dissimulare la bruttezza del pavimento; ma su quello erano tante file di sedie, che quando la gente ebbe preso posto, l'ammattonato scomparve per due terzi della sua superficie; un terzo, nel mezzo della sala, era coperto dal tavolato, messo là per le prove di scherma.

Si fece porta alle dieci del mattino. Avevamo preparato cinquecento biglietti d'ingresso, a cinquanta centesimi l'uno; e s'intende che, salvo i venduti a chi ne faceva richiesta, ce ne spartivamo il grosso tra noi. Una cinquantina erano già necessarii per noi villeggianti e per la gente di casa; un centinaio furono presi dai naturali di Corsenna; il resto fu distribuito da noi, all'ultim'ora, e gratis, per fare una piena spettacolosa. I Corsennati, che stavano per istrada a guardare verso l'uscio della filanda, gradirono assai quest'atto di generosità; forse lo avrebbero gradito, mezz'ora prima, anche quelli che erano dentro, e che avevano dovuto pagare il biglietto, la più parte per onor della firma. I Corsennati son gente savia, tanto che si potrebbero dire più esattamente assennati; e pensano che se i signori vogliono fare del bene, farebbero anche meglio a farlo intiero. Nondimeno, e paganti e non paganti si son mostrati soddisfatti ad un modo, e non ci hanno lesinati gli applausi.

La banda di Dusiana aperse il fuoco, assordandoci con la più rumorosa delle sue marce guerriere. Fu applaudita a furore, e si gridò viva Dusiana; il che non è mai male tra popoli contermini, che hanno di tanto in tanto i loro piccoli screzi e dissapori. Già si voleva il _bis_; ma il capobanda fece un gesto che voleva dire: "abbiate fede; ci sentirete anche più del bisogno." Frattanto otteneva silenzio la contessa Quarneri, apparendo sul palco. Era diventata bianca bianca, non potendo impallidire del tutto; la rianimarono gli applausi della colonia e quelli anche più rumorosi, che seguirono, del buon popolo Corsennate. Incominciò essa allora il suo prologo, tremandole un pochino la voce ai primi versi. Io tremavo più di lei. Temevo che intaccasse; e in quella vece tirò via, forse un po' troppo veloce, ma tanto più sicura del fatto suo, quanto più correva verso la fine. Trascurò, si capisce, molte sfumature, perdè molti effetti; ma non dimenticò il suo tuono predicatorio, la sua cantilena, le sue inflessioni nasali. Niente paura, dopo tutto; si era in Corsenna, e Corsenna applaudì tutta come un uomo solo. Credo che sia volata anche qualche spalliera di seggiola. I miei Corsennati, questa volta si tramutarono in forsennati.

--Che talento!--esclamò la sindachessa, stimando necessario di dar lei l'intonazione ai giudizi dei suoi amministrati, o di suo marito, che poi è tutt'uno.--Per il possesso di scena, par proprio un'attrice.

--Pare la Madonna;--diceva più in là una ragazza modestamente vestita.--Ce ne saran voluti, dei biglietti da cento, per coprirla di merletti a quel modo!

--Che fior di farina!--gridava anche più in là, nella calca, il mugnaio del paese.--Di quella roba lì non se ne trova mica a sacchi. Che cosa ne dite voi, Giacomino?

--State zitto; la mangerei;--rispondeva Giacomino, il panattiere.

Insomma, tutto è bene quel che finisce bene. Tra il talento di attrice scoperto dalla sindachessa, l'effetto di una ricca abbigliatura che faceva morir d'invidia le ragazze del paese, e quello d'una bellezza innegabile che destava istinti d'antropofago perfino nel più interessato apostolo della nutrizione vegetale, il prologo andò a vele gonfie. Seguì ancora una suonata della banda, con assòlo di tromba a pistoni; chetato il quale, si ebbe una mandolinata delle tre Berti, tanto carine e meritamente applaudite, colla domanda del _bis_: domanda che fu tosto esaudita, ma variando il pezzo, secondo l'uso dei concertisti che si rispettano. Da capo, finito il terzetto delle mandoliniste, volle rumoreggiare la banda, con un centone di pezzi della _Norma_, dove non mancò la "Casta diva" nè il suo contrapposto del "Guerra, guerra". Quello era il momento buono per metter mano all'armi. Discese Filippo Ferri sul tavolato, e lo seguì Enrico Dal Ciotto. Terenzio Spazzòli, uomo tagliato a tutti i grandi uffici, con molta dignità prese a tenere la smarra. L'assalto è, per consenso universale, assai bello; non già perchè i Corsennati siano intendenti in materia, ma perchè assistono per la prima volta ad uno spettacolo di quella fatta. Il povero Dal Ciotto ha più audacia che perizia di schermitore: ha preso una bottonata, due, tre, senza collocarne una delle sue; quattro, cinque e sei, con eguale risultato. Ma qui Filippo Ferri si è mosso a compassione; ha un po' rallentato il suo giuoco, e si è fatto toccare ad un braccio; più di striscio, in verità, che di punta; ma s'è affrettato ad accusar ricevuta. Pare ad Enrico Dal Ciotto di potersi rifare; ne busca una settima, e si dà allora per vinto.

--Son proprio fuori d'esercizio;--conchiude, rivolgendosi alle signore.--Ma sono felice ad ogni modo di aver fatto brillare il giuoco del signor Ferri; un giuoco veramente magistrale.--

Bravo satellite! Così mi piaci; senza rancore, con un granellino di spirito, che non avrei immaginato mai, e che son lieto di riconoscere.

Si domanda il _bis_; ma Enrico Dal Ciotto è stando, e non lo concede.

--Si provi Lei;--mi dice la signorina Wilson, che è seduta ai primi posti, e che non dubita di rivolgermi il discorso, quando c'è gente.

--Volentieri;--le rispondo;--per farmi battere.--

E m'avanzo sul tavolato, per calzare il guanto o metter la maschera.

--Animo!--mi bisbiglia Filippo, mentre mi aiuta fraternamente nell'opera.--Qui si parrà la tua nobilitate.--

Lo spero bene. È chiaro come il sole, che ne buscherò parecchie, anzi molte; ma non farò la figura di Enrico Dal Ciotto, e ne restituirò più d'una.

Incominciamo guardinghi, studiandoci l'un l'altro, facendo di passata un po' di fioriture accademiche. Filippo Ferri ama i principii a tavola; li ama ancora sul tavolato. S'impegna un giuoco serrato di finte, di parate, di attacchi e di contrattacchi, d'intrecci e di sparizioni, che diverte un mondo, come al giuoco del pallone una lunga sequela di colpi senza lasciar ruzzolare il pallone per terra. Quella prima messa in guardia è senza bottonate; la folla degli spettatori va tutta in visibilio. "Come fanno a non toccarsi mai?" gridano di qua e di là; "come fanno?" E si applaude furiosamente al prodigio.

Ma eccoci da capo impegnati. Filippo è un gran cavaliere; mi lascia l'onore della prima bottonata, e ne accusa ricevuta colla solita cortesia. Ma non vuol neanche parer troppo generoso, e finge di essere in collera con sè medesimo; ripiglia, attacca vigoroso, mi obbliga a fare un salto indietro; m'invita fieramente col piede, e appena son ritornato in misura, mi sferra in pieno petto la sua botta diritta. È allora un furore d'applausi. Evidentemente io sono simpatico ai Corsennati; ma la passione del maggior numero è in questo momento per lui. Non me ne dolgo; mi basta di aver sostenuto quel primo assalto così lungo, tenendogli testa senza esser colpito, scherzando, giuocherellando col ferro quanto lui; m'è più che bastante l'onore della prima bottonata, che egli mi ha tanto cortesemente lasciato. E vorrei, dopo la prima sua, lasciarmene dare una seconda e una terza, che mi parrebbe sempre di aver fatto una buona figura. Ma egli non è del mio parere; mi batte la campagna, non approfitta del suo vantaggio; seguita a descrivere, a distanza di otto centimetri dal mio costato, i suoi elegantissimi otto, in piedi o coricati, come gli pare, senza toccarmi mai. Va bene che molte io ne paro, e potrà anche sembrare agli astanti che io le pari tutte; ma dentro di me sento che egli potrebbe entrare più d'una volta. Perchè non lo fa? Mi scaldo al giuoco, rompo uno di quegli elegantissimi otto, ed entro io con una seconda bottonata. Egli accenna del capo, e sembra volermi dire sotto la maschera: "finalmente! è mezz'ora che l'aspetto." Poi me ne dà una a sua volta, un'altra se ne lascia dare; e così via, un po' per uno, giungiamo al punto che io ne ho date sei, quante lui, nè più nè meno. Facciamo la bella? Facciamola. E la dà lui, dopo un maraviglioso sfoggio di finte e di attacchi; la dà lui, imperiosa, gloriosa, solenne. Ed è piena giustizia, che mi rende felice, mentre egli, tra uno scroscio di applausi, è dichiarato il campione della spada.

--Signori,--dice modestamente il mio avversario agli astanti di prima fila, dopo avermi dato, a maschere levate, un abbraccio fraterno,--il nostro poeta è di prima forza; non lo sapevano? Bisognerebbe ancora vederlo alla sciabola.

--Sì, sì, un assalto di sciabola;--si grida.

--Non già con me;--risponde Filippo Ferri.--Io sono ora un po' stanco.--

Si fa invito coi gesti; ma nessuno dei sedenti risponde. Terenzio Spazzòli è un fior di cortesia; si offre lui, cede la smarra a Filippo, mette la maschera e il guantone, impugna la sciabola, e in guardia. Son largo con lui, come Filippo è stato largo con me, e mi lascio far volontieri il solito manichino di controtaglio, e di primo appetito; poi, serrandolo al mio giuoco, gli dò una puntata, guizzando subito fuori e rimettendomi in guardia. Seguono gli assalti, e non mi lascio toccar più; un altro suo tentativo di manichino è rotto da un guadagno di lama, seguito a volo da un colpo alla faccia.

--Ho il mio conto;--dice Terenzio, levandosi la maschera ed asciugando il sudore.--E questa poi me la son meritata, col mio ritorno al controtaglio. Piuttosto mi par duro essermi lasciato colpire di punta.

--E a me ne duole moltissimo;--rispondo.--È un vizio di metodo. Anche colla sciabola faccio, senza volerlo, il giuoco della spada; rischiando poi, se non mi vien bene il colpo, di farmi affettare una spalla.

--Non temo che ciò le succeda, se ha tanto sicuro l'atto di portare il taglio in su, e così veloce l'attacco. Quanto al vizio di metodo, glielo invidio. L'ho sempre detto io, che il giuoco di sciabola va fatto più serrato, sì, più serrato, come quel della spada in certi casi; e in tutti gli altri, non troppo distante di lì.--

