Part 9
Le donne aliavano intorno al titano come farfalle sopra una quercia; gli uomini, che ammiravano ancora Napoleone e avevano imparato il nome di Hegel, non sapevano quello di Balzac, che compiva nell'arte la loro doppia rivoluzione creando l'individuo nell'immortalità di una nuova rivelazione. L'ultima donna, che egli credette di amare, la russa signora Hauska, lo ingannò e lo torturò come un carnefice orientale nell'agonia, e così chiuse l'immensa tragedia.
Come tutti i più grandi, Balzac doveva essere vinto nell'opera propria: Napoleone, l'onnipotente degli eserciti, finisce a Sant'Elena sotto un colonnello aguzzino; Giulio Cesare, il più umano dei romani, è ucciso dal proprio figlio, il più onesto dei repubblicani; Gesù sale il Golgota abbandonato dai discepoli; Kant, il pensatore, finisce esaurito nella contemplazione di un tetto opposto alla sua finestra; Garibaldi perde Nizza e non può entrare nella vita dell'Italia; Mazzini spira come un vagabondo ignoto a Pisa; Cristoforo Colombo come un povero vestito del saio per un ultimo pellegrinaggio a Gerusalemme; Balzac, il rivelatore della donna, morì vittima di un inganno femminile.
Meglio così.
L'amore nel grido supremo invoca la morte; la gloria non è che immortalità nella memoria dello spirito.
Adesso la Francia democratica ignora ancora di avere Balzac. La sua aristocrazia, la sua borghesia, il suo popolo, la sua repubblica non contano nè sull'Europa, nè in Europa: è ricca indarno, più indarno moderna: le sue bandiere non sanno più il vento delle battaglie e il suono delle vittorie; i suoi ministri patteggiano il proprio scanno con tutti i forti all'estero come all'interno; le sue arti hanno perduto il segreto dell'originalità, la sua filosofia è discesa nella letteratura, la sua scienza trionfa nell'imitazione. Qualcuno qua e là resiste ancora nobilmente, ma la Francia non lo sa; la sua vita sale dalla piazza e dipende dalla piazza; i suoi uomini più illustri, i nomi più celebri crescono e crebbero nella sua servilità.
Balzac sarà sfrattato morto dall'ultima casa.
Rodin non scolpì già un maiale dentro una tonaca da frate per effigiarlo? E non dicono Rodin il Michelangelo francese? La Francia plebea e la Francia officiale non delirarono anche recentemente per Zola, trasportando le sue ceneri al Pantheon? Chi era Zola di fronte a Balzac? Un verro davanti ad un leone.
Che cosa è adesso la Francia davanti a Balzac?
8 maggio 1909.
TRILOGIA POSTUMA
Mentre Jaurès dalla tribuna rievoca lo spettro di Dreyfus dinanzi agli occhi del parlamento e del popolo francese, quasi adempiendo l'ultima volontà di Zola consegnata nell'ultimo romanzo, altri indagano sull'opera incompiuta del grande romanziere, e prodigano rivelazioni sui fantasmi così improvvisamente con lui seppelliti. E pare che dopo _Le tre Città_ e _I quattro Evangeli_ un'altra trilogia gli urgesse il pensiero creatore, un triplo romanzo di tre eroi egualmente tragici nell'immensa differenza della loro vita: Zola padre, l'ingegnere, il costruttore, in lotta colla materia vivente per aprire nella terra un canale, che fosse una nuova arteria nel magnifico corpo della Francia; Bernard, il fisiologo solitario, selvatico, quasi misantropo, perduto nella ricerca del supremo segreto, torturando e uccidendo i piccoli viventi per strappare alla morte la sillaba rivelatrice della vita, egli stesso torturato ed ucciso dalla propria famiglia incapace di amarlo perchè incapace d'intenderlo; e Napoleone, pallido, enorme, chiuso in una bufera di guerra, che sconvolge il mondo e lo rinnova, rigido nella volontà di un sogno falso e irresistibile, senza pietà per gli uomini, che lo adorano e che egli gitta alla morte come un pulviscolo fecondatore.
Sarebbe Zola riuscito in questa estrema impresa?
Certamente l'ingegno suo era grande, e dopo Balzac, in Francia, nessun romanziere segnò orma più profonda ed originale; ma a lui troppo inferiore nella vastità del pensiero e nell'onnipotenza dell'intuizione, non seppe comprendere le antitesi della vita, il sublime e l'ignobile, l'ingenuità primitiva e la raffinatezza decadente, i santi e la canaglia, le idealità dell'anima e le ferocie della carne, gli eroi dello spirito e i falsari della parola o dell'azione. Egli era un pessimista, che odiava e soffriva: quindi nella sua analisi del male si sente un rancore inconsolabile, che si accanisce contro i propri fantasmi, e si vendica enumerando pazientemente tutti i difetti, scoprendo le piaghe, insultando ed urlando. I suoi personaggi non sono materiati che di carne, non pensano, non sentono, non operano che per essa: l'anima, se ne hanno una, è anche essa carnale e ignora il mondo delle astrazioni, le sfere della bellezza, le contraddizioni del pentimento, i martirii del dubbio, le espiazioni del dolore, che discende dalle alture spirituali come una fiamma purificatrice sopra un altare lordo di fango e di sangue.
Una nemesi si agita nel suo ingegno e lo strazia. La sua giovinezza era stata povera, abbandonata a tutte le miserie e a tutte le umiliazioni: aveva studiato solo, a sbalzi, quando poteva, come qualcuno che cerchi piuttosto delle armi che delle verità, perchè la verità egli credeva di averla dentro di sè, nella onestà del proprio cuore ferito dai contatti della realtà, nauseato dallo spettacolo della decadenza imperiale. Così pensò di rivelarne la storia segreta in una serie di romanzi, che avrebbero dovuto essere anche un'opera di scienza, colla precisione di un metodo sperimentale e la gloria di una nuova originalità nell'arte.
Invece furono una requisitoria meravigliosa, che dai bassi fondi sociali saliva ai fastigi dell'impero, cacciandosi innanzi come per una larga via inondata di sole un branco di lupi e di porci; ma nell'ascendere la vista acuta del romanziere s'intorbidava e la sua intuizione diventava incerta, mentre la sua analisi rimaneva superficiale, e la materia più ancora dello stile gli si guastava nello sforzo di esprimere le forme di una vita non conosciuta o non compresa. Aveva voluto essere uno scienziato, e la scienza non poteva aiutarlo nell'arte; si era chiuso in un sistema, e la vita eterna, infinita, ondeggiava al di fuori moltiplicando come sempre i mostri e i capolavori nel bene come nel male; era un plebeo, e non intendeva la signorilità nè nel vizio nè nella virtù; era un poeta, e violava la propria poesia in un preconcetto prosastico di positivismo; era un moralista, che detestava il male e ne odiava le proprie incarnazioni, senza la facoltà divina di Shakespeare e di Dante, di Balzac e di Tolstoi per esprimere le pure consolatrici figure della vita mescolate alla folla, o raggianti sovra di essa nel tenue chiarore delle stelle.
Poi la sua vita e la sua arte furono una polemica e una battaglia.
Aveva inventata una estetica più assurda ancora di quella di Wagner perchè basata sulla scienza, e avrebbe voluto tutto ricondurvi, mentre invece ne trionfava tratto tratto obliandola nel volo dell'istinto dietro qualche segreto della modernità, o indovinando nel panteismo della propria poesia, così simile a quella di Hugo, da lui tanto odiato, un motivo della natura sulle orme del romanticismo già morto.
Hugo aveva investito l'impero colla tempesta delle proprie odi e odiato l'imperatore come un nemico personale, che gli avesse ucciso la repubblica: Zola gettò sul cadavere dell'impero, a palate, la gente che lo aveva vissuto, trista gente di danaro e di lussuria, senza fede e senza originalità, volgare nel carattere e nella intelligenza, che si ubbriacava non avendo nulla da dimenticare nel vino, e si prosternava ad una cortigiana senza nemmeno intenderne la bellezza fisica.
Ma v'era quella gente soltanto nell'impero?
E l'impero come avrebbe potuto così sovrastare per vent'anni alla Francia e all'Europa? Balzac, ricostruendo la prima epoca napoleonica e la Ristorazione, aveva compreso tutto e tutti: non amava e non odiava; era disceso in tutte le fogne e salito su tutte le vette, creatore di un mondo vivo e che per lui resterà immortale. Zola era un ateo, e Balzac credeva a tutte le fedi; Zola non conosceva bene che la classe operaia, e Balzac passò egualmente rivelatore attraverso ogni altra, e per lui non vi furono misteri, nè in alto nè in basso, nell'ombra dei santi e dei delinquenti, nei silenzi della solitudine e nei tumulti delle folle.
Però Zola maneggiò queste meglio di lui, rinnovando nel romanzo quasi il coro della tragedia greca in una individuazione meravigliosamente varia e precisa, densa quasi come le folle e impossibile ad essere ricordata dal lettore per la sua stessa inesausta quantità.
Ma compìto l'immenso ciclo dei romanzi imperiali, al culmine della gloria, mentre l'atroce tragedia dreyfusiana della folla stava per attirarlo nella propria tempesta imponendogli un esempio di eroismo cittadino, come tutti i veramente grandi egli aveva sentiti i limiti e le insufficienze della propria opera. Il trionfatore si credette quasi un vinto, e con sublime ardimento tentò la suprema battaglia.
Era tardi, e fu indarno.
_Le tre Città e I quattro Evangeli_ non riconfermarono, nella prova stessa dell'esaurimento, che l'unilateralità del suo ingegno, e l'inguaribile mestizia del suo pessimismo: quindi incredulo egli non vide a Lourdes che una idolatria e una illusione; moderno, non sentì in Roma nemmeno la modernità spuntata come un fiore originale fra le immani, millenarie rovine; parigino, tentò stringere Parigi in un abbraccio creatore, e l'immensa metropoli non se ne accorse nemmeno.
I suoi evangeli, che avrebbero dovuto ritmicamente essere quattro, se la morte non l'avesse impedito, non ebbero di sè stessi che il nome; il romanzo non vi raggiunse la divina trasparenza delle parabole; per esser sacro fu ottimista, e per diventare ottimista non si compose più che di figure dipinte sul cartone, desolantemente monotone, ancora più false nella virtù che quelle dei penultimi quadri del vizio.
Il grande romanziere era già morto prima, e l'inconsumabile marmo della sua tomba era nei libri plebei, che primo e solo era riuscito a scrivere contro il secondo impero.
Là può riposare sicuro, attendendo il giudizio della storia.
La postuma trilogia, della quale parlano adesso i giornali, non avrebbe rianimato lo splendore della sua face morente. È quasi impossibile scrivere un capolavoro facendo l'apologia del proprio padre contro un partito che lo insulta; Claude Bernard era un eroe ed un martire, che soltanto un poeta a lui simile poteva indovinare; Napoleone è un mondo in un uomo, e l'uomo in lui è una sfinge, alla quale non fu ancora strappato il segreto.
Le storie hanno già dato quello del suo tempo, e i poeti tentato l'altro della sua anima; ma il segreto non sarà rivelato che da un genio come Dante, o come Shakespeare.
Balzac non osò, forse; Tolstoi gli era nemico, e non sarebbe egualmente bastato.
Zola non era un genio.
20 maggio 1903.
IL GIGANTE PLEBEO
La Francia lo festeggia dopo un secolo.
Era figlio di un bottaio, crebbe quasi solo, ignoto nella superiorità dello spirito, fra le braccia nude della miseria, che imprimono la propria stretta nelle carni e nell'anima.
Il suo aspetto pareva dolce; aveva gli occhi chiari, di un azzurro come lontano lassù dove il cielo sembra confondersi chino sopra un'altra riva invisibile. Adesso il suo nome pare scomparso, e la folla dice soltanto: — Proudhon! — e basta.
Il suo motto di battaglia era un'eco della Bibbia: _destruam et aedificabo_; ma non distrusse nè edificò: non aveva sofferto come Gian Giacomo Rousseau e non odiava come lui, ma pure nel pensiero e nel sentimento soffriva come una ineffabile melanconia il dolore umano dei poveri, dei piccoli, che sono come il materiale, che nemmeno l'arte ha saputo ancora personificare. Doveva essere e fu un nemico della società, che allora raccoglieva con una boria e con una fortuna improvvisa la ricchezza e l'opera della rivoluzione e del primo impero.
Pareva un idillio e invece non era che un affare.
Dopo la Ristorazione la monarchia di Luigi Filippo aperse l'èra non ancora chiusa delle viltà costituzionali: il periodo si svolgeva industrialmente, parola e creazione dovevano uscire dal danaro; la democrazia, trionfatrice sulle ultime insignificanti rovine del patriziato, che non sapeva più sè stesso, esprimeva nella economia politica la propria religione e la propria scienza, l'una più falsa dell'altra, giacchè credeva soltanto per interesse e dalle forme del proprio avvento traeva le leggi della intera società. Così l'economia politica, che non fa, non è, e non sarà mai una scienza, mise una verità assoluta nell'olocausto, che la giovane onnipotenza del capitale democratico imponeva all'innumere plebe dei lavoratori; credette di potere dall'astrazione di pochi fenomeni estrarre le leggi della ricchezza e della vita, ed invece non arrivò davvero all'impersonalità nè del capitale nè del lavoro.
La legge era là: micidiale, tragica, impassibile.
L'economia politica mentiva giustificando tutto nei padroni, che riducevano il lavoratore ad un numero nell'officina come il galeotto nella galera; mentiva sottraendo la ricchezza al dominio della morale, sbertando nella pratica ogni legge e ogni diritto costituzionale, dissolvendo la storia nella abilità solitaria del commercio, annullando la vita nella conquista dei mezzi materiali a mantenerla.
Proudhon si levò solo, incompreso, incomprensibile fra gli utopisti che sognavano nel popolo e pel popolo, non volle seguaci e non ne ebbe, respinse democrazia e monarchia, il suffragio universale e il diritto delle nazionalità, la religione col Dio dei padroni e la pietà coll'ipocrisia delle sue consolazioni ai vinti. Più alto di tutti, meglio di tutti, sapeva l'economia che negava: il suo autore era Giambattista Say, una delle più lucide menti e delle coscienze più oneste della Francia nel secolo decimonono: Say riassumeva la scienza comune, l'altro la spezzò.
In un capolavoro provò irresistibilmente che alla scienza economica e al diritto democratico il problema della miseria era insolubile: ogni principio conduceva dritto alla stessa contraddizione; un abisso di dietro, un abisso dinanzi. La scienza non poteva nè colmarlo, nè gittarvi sopra un ponte: le costituzioni borghesi e le utopistiche costituzioni dell'estrema democrazia potevano anche meno. Incredulo alla storia e credente della negazione, egli aveva già assalito la proprietà, dichiarandola un furto dell'ozio sul lavoro, in due memorie oggi ancora ammirabili, e che dovevano poi servire al suo nemico Carlo Marx per la costruzione del suo gigantesco sofisma; ma la chiaroveggenza del suo spirito si stancò nella luce torbida di quel sogno: la proprietà non bastava a spiegare il problema della miseria umana: sopprimendo la proprietà, in una concezione impossibile, la miseria resterebbe.
Egli non era un demagogo: plebeo, il suo spirito saliva involontariamente nell'aristocrazia; eroicamente onesto, repugnava alla viltà e alla falsità del popolo: amava il suo dolore e soffriva doppiamente vedendo il popolo sopportarlo così bene nella brutalità e lenirlo colle risorse dell'infamia. Sapeva di tutto, avrebbe voluto tutto sapere; era un venturiero della idea, un navigatore della storia, un inventore e un artista: poeta, detestava i letterati, e fra tutti Hugo, il più enorme e il più falso: odiava la religione, e tutto diventava religioso nella sua anima, anche le cose negate, anche le più triviali.
Per non offendere la sposa accettò il matrimonio religioso: morente respinse il prete e domandò alla moglie il perdono della propria eroica vita: fu sempre povero, si stampò i libri da sè, imparò non si sa come, combattè dappresso e da lungi la falsità che vedeva dappertutto, e finì come tutti i grandi, che si affrontano colla sfinge della vita, vinto, disdicendosi, riammettendo la proprietà, segretamente innamorato di Napoleone, sognando la forza e dietro la forza, che il popolo non ha e che la democrazia non può avere.
Quindi la sua opera politica parve e fu scarsa sino all'inutilità: la sua apparizione nel parlamento, la breve prigionia, il più breve esilio, la lunga, immutata, nobilissima miseria e la vasta, multiforme produzione nei giornali e negli opuscoli, nei libri e nelle lettere, non ebbero immediatamente più valore di una tra le tante sue stravaganze intellettuali.
Per combattere davvero è necessario un esercito, e per vincere più necessario ancora un consenso di popolo.
Il popolo non poteva capir Proudhon, i suoi capi lo dispettavano.
Pochi amici seppero di lui veramente. Carlo Marx, minore nell'ingegno e più forte nella fibra, lo odiò invidamente, Mazzini non lo comprese, Hugo credè di poterlo compatire, Louis Blanc ne fu geloso, Béranger non lo fiutò; Balzac non lo vide; i preti non sentirono un'anima religiosa in questo ateo, i padroni non indovinarono l'aristocratico in questo ribelle, il popolo, al solito, non s'accorse dell'eroe nel popolano.
Vivo, solamente Giuseppe Ferrari, di lui maggiore, gli fu amico e lo penetrò e lo circoscrisse col proprio pensiero: morto, Sainte-Beuve, il grande critico, che aveva fallato davanti a quasi tutti i novatori dell'arte, dettò una sua breve biografia penetrante e commossa, degna di entrambi, quantunque insufficiente.
Ma dopo Proudhon l'utopia non potè più sognare davvero, nè l'economia politica affermare ancora: egli aveva nel _Sistema delle contraddizioni_ distrutta la loro fede e segnati i limiti della loro potenza. Se il _Capitale_ di Carlo Marx parve subitamente ed irresistibilmente trionfare, la materialità del suo trionfo era dovuta agli organismi dati dalla grande industria alle masse operaie: l'officina era già una caserma, e la sua folla un esercito: bastava un cencio per montura, un cencio per bandiera, una qualunque parola per ordine.
Ma il grosso e vasto edificio del _Capitale_ di Marx non valeva l'opera di Proudhon, spesso frammentaria, contraddittoria, ingenua: quello era un capolavoro della dialettica e una miseria della logica, questa era tutta un'anima e un periodo: aveva più veramente combattuto e vinto, prostrandosi finalmente nella sconfitta.
Quale fu davvero l'influenza di Marx sull'economia politica? Forse qualche economista potrà dirvelo: Marx le rimase estraneo: come Attila egli si era fatto un campo trincerato e non s'insediava nella città. Proudhon invece è penetrato dappertutto: nessuna questione economica o politica gli rimase incognita: egli era l'anima plebea senza i vizi, le passioni, le bassezze, le servilità della plebe. Leggendo Marx si sente che in lui l'uomo è falso ancora più del sistema, e poichè il sistema è, nell'angustia dell'unilateralità, uno, perfetto, ci domandiamo: come mai il suo intelletto poteva credere così a ciò che il suo spirito superava?
Psicologicamente il problema è difficile, non raro: quanti artisti hanno per verità una forma falsa di arte, che la loro coscienza e la loro vita di uomini smente!
Proudhon oggi rimonta.
La Francia, così bassamente e dolorosamente discesa per le gemonie della democrazia, ripensa il gigante plebeo e gl'innalza un monumento: troppo poco per entrambi.
Proudhon vivo sarebbe oggi il più terribile avversario di questa democrazia che adora, sciegliendola, la plebe nel popolo e unifica nel salario il lavoro e nel danaro il merito; che getta il peso tragico della famiglia e si umilia al giogo sucido del libero amore; che non ha e non vuole più avere nè storia, nè patria, nè esercito, nè politica mondiale, nè Francia, nè Europa, nè la superiorità della razza, nè dell'individuo.
Chi, nella Francia, somiglia oggi a Proudhon?
Forse un pochino Sorel: ma quale differenza fra la nobiltà dell'uno e la decenza dell'altro!
30 aprile 1909.
LA VERGINE ROSSA
La chiamavano così.
La sua malattia, almeno pare tristamente, è di quelle che non perdonano, ed ella le somiglia, giacchè in trent'anni di lotta, accanita, sanguinante, senza requie nè di corpo nè di anima, ella non ha mai perdonato alla società, contro la quale si era in uno dei primi giorni giovanili levata in armi colla tragica ira di una vergine ignota all'amore.
Adesso è vecchia, morente, forse morta all'_Hôtel Terminus_ di Tolone senza udire nella stanza freddamente decorosa il murmure del mare, che sotto il sole di primavera si marezza e s'incendia di lampi.
Luisa Michel era nata nella vecchia provincia di Sciampagna, una terra sacra ai riti giocondi del Bacco francese, il più spiritoso, forse il più spirituale fra gli iddii della terra, che non ne sentono l'eterno dolore, o lo consolano con un riso fatto di spume e di aromi, aromi più mordenti ed inebrianti dei baci, spume crepitanti e lievi come una fiamma. Mentre il romanticismo agonizzava vinto, deforme, negli ultimi romanzi di Hugo e sotto le violente maledizioni di Zola, ella era e rimaneva romantica, fissa ad un ideale di guerra, che doveva essere una redenzione senza nuovo messia, febbricitante in una passione di odio, che era amore di tutti i miseri, vendetta di tutti gli oppressi, convegno di tutti gli abbandonati. Adorava i colori fiammanti, i ritmi sonori, le frasi incendiarie, i gesti profetici, le parole che sono un'arma, i silenzi che sono una minaccia, i sorrisi che esprimono l'indicibile del dolore. Povera, culta, altera, solitaria come Rousseau, il suo grande antenato, fu istitutrice, e ingoiò tutte le amarezze della domesticità intellettuale nelle case borghesi, ove i bambini si allevano nella vanità del danaro: non amava e non era amata, odiava quel pane che la nutriva, quel danaro che la pagava, quei signori che non potevano intenderla, piegandosi forse a certe ore sulle teste bionde dei fanciulli, non vista, improvvisamente, per nascondere nei loro capelli biondi le lagrime che dal cuore le montavano irresistibili agli occhi e le cadevano sulle guance come gocce roventi.
Era repubblicana, socialista, anarchica? Anche adesso non è facile saperlo; forse ella medesima, non lo seppe mai bene. Era una ribelle, che soffriva e odiava ancora più per gli altri che per sè medesima: aveva maggiore bisogno di giustizia che di amore, aspettava una rivolta come i fiori aspettano la primavera, sperava nella distruzione e dalla distruzione, come fra le tenebre di una notte tempestosa si spera nel sole, quasi la gloria trionfale della sua luce potesse cangiare sulla terra la condizione dei viventi, ai quali la vita è inutilmente spasimo e lavoro.
Quando la Comune scoppiò, incendio rosso e fumigante dalle rovine del secondo impero napoleonico, dinanzi ai fuochi dei bivacchi prussiani, ella si gettò nell'incendio e vi combattè più innanzi alle fiamme, a tutte le barricate come uomo, vestita da uomo, nell'esaltazione della morte, inebriandosi al profumo del sangue, all'urlo dei combattenti, al gemito dei feriti, colla fede della vittoria e l'invincibile eroismo del martirio. Forse ella ancora non capì tutta la profonda originalità della Comune, oggi pure incompresa dopo tanta tempesta di controversie e partigiana intensità di studi. La Comune nella sacrilega rivolta al governo, che difendeva la Francia dall'invasione straniera, esprimeva nella propria tragica inconsapevolezza la passione di un dolore e di un'idea umana, più antica e più grande di ogni patria, incapace di più credere alle piccole compromissioni del progresso quotidiano, disperata del presente, abbacinata nella fissazione del futuro e sicura del proprio diritto, perchè non imponeva alla propria vita di un giorno che il dovere della morte.
Chiunque fossero i suoi combattenti, eroi ingenui come Rossel, scienziati sonnambuli come Flourens, pensatori insufficienti come Malon, avventurieri come Deleschize, garibaldini come Cipriani, puritani implacabili o cialtroni mascherati da apostoli, poeti putrefatti dalla vanità, operai impazziti nella sete di un qualunque comando, la Comune li superava tutti e si serviva di tutti per atteggiare soltanto sè stessa.