Part 8
L'Italia si risolleva dal lutto regale, così recente e ancora così inaccettabilmente incompreso, nella fede di un altro principe che cercò la prova della propria sovranità dove la vita stessa non aveva osato inoltrare, preparandovisi forse alla necessità di più storica impresa.
La poesia è un'infanzia: ma i fanciulli poeti diventano gli uomini eroi.
Egli ritornava vittorioso di tutti i rivali morti e vivi, ma vinto lui stesso dal mistero: il suo capitano, come Diomede nell'Iliade era uscito indarno dall'attendamento e per cento giorni aveva camminato nella solitudine superando ogni ostacolo, finchè la fame, più terribile del freddo e della morte, lo aveva costretto ad indietreggiare.
Lo aspettavano. Il temerario avrebbe voluto ricominciare, ma la piccola nave dal nome augurale, _Stella polare_, soffocata dal ghiaccio riposava ancora sullo stesso fianco ferito.
Bisognava ritornare, e pur troppo qualcuno si era perduto lassù, che mancherebbe nel giorno della partenza.
La sfinge polare aveva voluto un sacrificio. La partenza fu triste; i nuovi argonauti si sentivano dietro le spalle garrire la bandiera italiana, e dentro il cuore l'ultimo saluto dei compagni perduti, sepolti, incorruttibili nel ghiaccio eterno.
Ma un'altra novella di morte veniva loro incontro.
Due gentiluomini milanesi, i signori Silvestri e Carsis erano partiti d'Italia, mentre più oscuro era il lutto di tutti gli spiriti intorno al cadavere del re assassinato, per recare al duca degli Abruzzi la prima dolorosa parola della sua patria.
Ma dove l'avrebbero incontrato? Non lo sapevano.
Messaggeri della morte, si erano avviati non visti dalla folla, senza chiedere un salmo, senza pretendere un premio. Come i cavalieri di una leggenda andavano al principe attraverso il mistero, per devozione di sudditi, per virtù di compagni, e lo incontrarono nei paraggi di Hammerfest, nel punto estremo della Norvegia.
Compirono il messaggio, la bandiera della _Stella polare_ si abbassò a mezz'asta salutando mestamente da lontano. Il re era morto, ma l'Italia gli aveva giurato nuovamente fede come ad un vincitore sotto la volta del Pantheon.
L'amore rinasce dalla morte, ogni gloria vera sale da una tragedia.
Adesso l'Italia plaude al duca degli Abruzzi, la folla inonda stazioni, stipa le vie, gonfia le piazze sulle quali appare: intorno a lui è una ressa di mani che si tendono, una esultanza di cuori che cantano: a lui e ai suoi eroici compagni l'applauso monta collo scroscio dei torrenti e l'impeto delle tempeste.
Però i messaggeri sono scomparsi: nessuno li ha più veduti, appena qualcuno ricorda il loro nome.
Tanto meglio!
Vi sono dunque ancora dei gentiluomini in Italia abbastanza nobili per concepire un'impresa di poesia, ed alteri per compirla in silenzio. Tanto meglio per loro e per noi, che la vita quotidiana costringe a soffrire ogni più misera vanità di parole e di opere, di prepotenza plebea e di ipocrisia patrizia, di lusso, di mandati, di ciondoli.
Adesso i più tristi cortigiani girano per la piazza; la plebe ha buffoni come una volta i re.
Ma poichè la plebe non riconosce più i cavalieri sotto l'eguale assisa moderna, o credendo ravvisarli, impone loro la propria goffaggine pretensiosa, così che debbono nascondersi come i poeti, sia almeno ad essi consentito di barattare da lungi un cenno rapido ed affettuoso.
Nel nome di quanti in Italia compresero la magnanimità dell'impresa tentata al polo dal duca degli Abruzzi, e la gentilezza del vostro atto, o messaggeri discreti della morte, io vi saluto!
15 agosto 1900.
V
IDEE E FIGURE
L'IMPERO IDEALE
Il convegno è a Ravenna, nella città antica e nel nome del più grande fra tutti i poeti.
Qualche cosa ricomincia, dalla gloria della città e del poeta, per la coscienza d'Italia, ancora oscura nel lutto di una tragedia regale.
Quel re sognato da Dante nella lunga angoscia dell'esilio, attraverso la bufera delle guerre municipali, fu assassinato a Monza fra una festa di popolo dal messo enigmatico di una idea più antica di ogni governo, ma essenzialmente moderna nel processo della sua passione e de' suoi atti. L'Italia sentì tremare il proprio cuore, e nondimeno levandosi in un magnifico slancio d'orgoglio riaffermò quella fede all'impero ideale sulla storia, che anche nelle epoche più basse della decadenza era bastata a salvarle l'opera ed il nome, il privilegio del primato e la speranza dell'unità nazionale.
Perchè l'Italia compì due volte l'unità del mondo prima che la propria, strinse in Roma il cattolicismo pagano e quello cristiano, dilatando ai più remoti confini l'impero ideale, mentre fra l'Alpe e i due mari i suoi popoli, ancora stranieri e discordi, proseguivano instancabili nelle ribellioni della loro originalità. E nel medio evo, quando l'impero romano non era più che un pensiero incancellabile nella memoria del mondo, e l'impero del papato pareva appena il riflesso di un altro impero celeste, l'Italia rinnovò un'altra volta la storia colla meravigliosa sovranità dei propri comuni, capaci di lottare soli contro tutti i regni e di preparare in sè stessi tutta la moderna civiltà.
Dante è l'eroico poeta del comune italiano, ma ribelle alla sua indomabile autonomia per sottometterla ad un nuovo impero italiano, che riunisca Cesari e pontefici nel dominio del mondo.
Così egli supera la propria epoca e la fraintende; vuole ricongiungere passato e avvenire in una formula eterna, imponendola alla originalità del comune, che invece significa nel genio del poeta l'immortale giovinezza dello spirito e la inesauribile superiorità del genio italiano.
Il poeta è troppo grande per comprendere sè stesso; le sue passioni sono multiple come le guerre e le tragedie municipali, la sua idea italiana associa tutte le idee della Roma cesarea e della Roma papale, mentre le sue collere devastano e fecondano come gli uragani.
Il suo verso ripete l'incanto di tutte le bellezze, quelle rimaste incorruttibili nella tradizione dell'arte e quelle salienti dall'inconscia spontaneità della vita nuova; ha l'impeto pauroso dei torrenti e i murmuri dei rivoli argentei per le valli affollate di case e di fiori, tutte le voci dell'aurora e della notte; come il cielo e come il mare assume ogni forma e colore, come il mare e come il cielo lascia passare qualunque fantasma; improvvisa nella lontananza tutti gli orizzonti, è tempestoso e sereno, suona come una parola e come un'eco; è una musica, un verbo, una rivelazione.
Ma che cosa ne sanno quei cittadini, i quali lo dannarono all'esilio, e quei concittadini, che a volta a volta lo accolgono e lo respingono, congiurano, combattono, vivono e muoiono in una tempesta politica, apparentemente senza legge, perchè prepara quella di un altro mondo?
In ogni città, in qualsivoglia castello, il poeta rimane ugualmente straniero; il suo genio romano e italiano lo costringe al sogno dell'impero ideale, mentre il suo cuore lo conduce su tutte le orme della vita, dietro le figure più effimere; nella insaziabile avidità del poeta, egli si getta con pari impeto su tutte le gioie e tutti i dolori, si avvelena alla coppa di tutte le false ospitalità, si ubriaca al sorriso di tutte le speranze, finchè con un gesto titanico avventa capovolto nell'inferno tutto il proprio tempo, per lanciarsi poco dopo a volo dietro il fantasma di una fanciulla, intravista appena da fanciullo, superando i cieli di Tolomeo con San Paolo, e ridiscendendone ancora per narrare nel poema trionfante oltre i limiti del genio stesso, la vita divina dei beati e l'ultimo segreto di Dio.
Dante appare quindi l'imperatore ideale d'Italia, il poeta della sua anima, il profeta della sua risurrezione.
Il Poema fu per noi tutti come il libro della vita, e il nome del Poeta come la parola di riconoscimento attraverso i secoli per i grandi spiriti condottieri della nostra storia.
Nella lunga umiliazione della servitù nazionale egli era sempre il vittorioso, che i vincitori non potevano abbassare: nelle prime ore della nuova speranza fu la fede, e quando l'Italia si levò finalmente al grido di Mazzini, alla parola di Vittorio Emanuele, al lampo della spada di Garibaldi, affidandosi alla mano di Cavour, era ancora il pensiero di Dante, il suo sogno di un'Italia grande sul mondo, che riappariva nelle menti di tutti e trionfava nel sacrificio degli eroi.
Così dall'ombra luttuosa delle nostre ultime vicende politiche la sua figura si leva superba e severa a proteggere la nostra debolezza.
Non mai si eressero a lui tanti monumenti come in questo scorcio di secolo, perchè in nessun altro forse sembrò più miracolosamente moderno; sulla piazza di Trento, nella quale Garibaldi non potè entrare, egli vigila già coll'occhio fiso a Roma: domani chiamerà. Risponderemo.
Ma prima apparirà forse sopra una piazza di Trieste a respingere colla parola italiana gli oscuri barbari dialetti, che cingono d'assedio e battono minacciosi le mura dell'illustre città marinara.
La parola non è forse il verbo della vita? non cominciò sempre in essa ogni vittoria? Coloro che non credono alla forza della parola, ignorano anche quella del pensiero, che solamente per essa si fa opera. La parola è il più vero confine della patria, se il confine debba essere una fisonomia. Ogni pensiero non è nazionale che per la parola, nella quale si esprime atteggiando di sè medesimo la vita: ecco perchè la scienza non sarà mai nazionale, mentre nella sua parola astratta la vita spira.
Ma finchè il cuore batta, e nelle nostre pupille si specchi il cielo d'Italia, e i nostri orecchi odano la voce dei nostri fiumi, e la nostra memoria ricordi le sillabe dell'infanzia e rispondiamo con esse ai nostri bambini; finchè il nostro pensiero sia pieno della nostra storia e la nostra anima capace di avvenire, dovremo difendere la nostra parola sul confine di ogni altra e dentro noi stessi, per salvare nella sua pura bellezza la speranza di sopravvivere al nostro breve compito d'individui.
Oggi Ravenna, la città del secondo impero e la prima che contese a Roma la gloria di capitale cattolica, accoglie nell'ampio giro della propria idea i rappresentanti di tutta Italia per una più solenne affermazione del pensiero e della parola italiana.
Qui, dove Dante compì il divino poema e s'arrestò l'ultima volta nel suo tragico pellegrinaggio di profeta, si rinnoverà il giuramento del nostro patto nazionale; bisogna qui, davanti alla sua ombra d'imperatore, ripetere il grido dell'impero.
Dante esule da Firenze, diventò veramente italiano a Ravenna; la sua città era troppo piccola pel suo sepolcro; solamente Ravenna, estrema stazione dell'impero romano, poteva in Italia bastare per la tomba di Dante.
L'imperatore volle chinare il gran capo sull'ultimo origliere dell'impero, ma egli aveva già trionfato della morte nella parola del poema.
Nessuno può immaginare quali pensieri apparissero ancora all'anima di Dante, mentre l'ombra senza nome gli saliva d'intorno e la fiamma de' suoi occhi, rimasti aperti dentro l'abbacinante candore della luce divina nell'ultimo canto del Paradiso, si spegneva come quella di un astro per le lontananze infinite del cielo; ma se la nostra anima vive ancora del suo spirito, se la sua parola fiammeggia al di là dei nostri orizzonti, se ci resta una missione nel mondo e una qualche potenza sovra di esso, Dante esule, straniero, perduto nell'ultima tenebra, vide ancora lungi per i secoli il trionfo dell'impero italiano.
Levate alta la bandiera d'Italia al saluto di tutte le sue città; levatela più superba e più alta, perchè oltre i monti ed i mari, ovunque suona una parola italiana, si alzi un grido di fede e una promessa di avvenire.
La tomba di Dante è l'arca santa d'Italia.
29 settembre 1900.
A STAGLIENO
Giuseppe Mazzini. — Null'altro sul frontone egiziano, che grava i due pilastri, scanellati come doriche colonne, della sua tomba: e pare una porta chiusa sulla caverna di un monte, ma il monte è lontano, e a fingerlo l'architetto coronò di sassi il frontone. Perchè?
Dinanzi alla porta nera un salice piange sulla tomba bianca della madre, che attese per venti anni il figlio esule dall'Italia, per lui solo redenta nell'idealità di una nuova vita: esule e orfano come tutti i geni creatori condannati a nutrirsi colla ingratitudine e a dominare dal deserto. Intorno la valle è squallida, i monti nudi, e il piccolo torrente senz'acqua: nel cimitero la folla delle croci pare densa come quella della gente in un giorno di festa per le strade; quell'altra dei monumenti, allineati sotto i portici, è così fitta, che la loro volgarità, ricca e fastosa, diventa quasi sopportabile; ma troppe tombe stringono quella del grande in una intimità, che la morte non basta a giustificare.
Egli doveva essere solo, lontano dalla moltitudine, che amò colla inesauribile passione dei redentori, e dalla quale non potè essere nè amato, nè compreso, perchè ogni messia deve essere vittima, e il dolore soltanto può rinnovare la fede, la morte solamente compiere nella vita un'altra rivelazione.
Hanno detto che egli medesimo desiderò di essere sepolto a Staglieno presso alla madre: perchè dunque fu lasciata dinanzi alla porta come una straniera, che la morte stessa ricusava di riconoscere? La tragica donna silenziosa aveva ben guadagnato, in tanti anni di angoscia solitaria, il diritto di riunirsi al grande figlio nell'ombra e nel silenzio, dietro quella porta, alla quale si arrestavano finalmente l'ingratitudine dei redenti e la persecuzione dei loro nuovi maestri. Adesso invece la tomba del sublime poeta non è che un anacronismo architettonico fra i troppi, che deturpano il cimitero: una cornice dorica per la più moderna delle figure, una porta dietro la quale vi è un vuoto, e sulla quale uno scenografo infelice credette di significare una montagna rocciosa con pochi sassi ferrigni.
Non così, non così doveva essere sepolto colui che evocò tutti i morti e soffiò l'alito della giovinezza in tutti i malvivi d'Italia, quando l'ombra della servitù secolare era così fitta, che i volti e le anime non potevano più riconoscersi; non così doveva essere sepolto colui, che dette un esercito a Garibaldi e un regno a Vittorio Emanuele soltanto colla forza di una parola luminosa come il sole, eloquente come il mare, irresistibile come l'uragano.
Se non osò nelle estreme malinconie della vecchiezza punire la patria morendo a Londra, ignoto fra la moltitudine della oceanica metropoli e colla umiltà di un imperatore troppo grande per ogni impero, chiese al re della sua Italia il permesso di potervi rientrare sconosciuto per morire a Pisa, dove Leopardi, il suo minore fratello, aveva indarno cercato la salute; poesia e storia, passione di gloria e di amore vietavano egualmente di seppellirlo a Staglieno dentro una falsa tomba classica, fra un volgo di cadaveri, ai quali nessuna rettorica di epigrafi o di sculture potrà mai dare diritto di vita nell'immortalità della storia.
Non so, ma errando per quel cimitero il mio spirito si faceva sempre più triste, mentre dalla giovinezza ormai troppo lontana mi tornavano in lenta processione, come di pellegrini mendichi, le memorie dei giorni, nei quali gli echi d'Italia ripetevano ancora le ultime parole di Mazzini e qualche cosa singhiozzava nell'anima nazionale ad ogni viltà della sua ingiusta fortuna.
Poi egli morì, e i giovani lo dimenticarono.
Altre brame, altre speranze pullulavano e urlavano su per le piazze: un'altra incredulità si opponeva alla sua fede, un'altra superbia, troppo facile, di conquiste immediate, al suo tragico orgoglio di purità e di sacrificio. La sua dottrina non aveva potuto essere una religione, ed era senza veri credenti: la sua politica aveva avuto l'onnipotenza dell'ideale, e oltrepassando la realtà, nella quale dovette compiersi e degradarsi, non era più che un sogno; la sua parola evocatrice di eroi, di martiri, passava troppo in alto, e atterriva quasi invece di consolare.
Dopo di lui vi furono, vi sono ancora mazziniani; ma li riconoscerebbe egli?
E io mi lagno ancora che non lo abbiano sepolto sotto lo scoglio di Quarto, dal quale il suo pensiero portò sulle acque il naviglio dei Mille. Non so, ma parmi che là soltanto, sul mare, sotto il sole, alle bufere mediterranee, egli sarebbe contento: come Cristoforo Colombo, il suo grande antenato, guarderebbe oltre l'orizzonte marino il profilo di altre terre, di altri mondi: con lui aspetterebbe dal vento i messaggi dei popoli sconosciuti. Che importa più l'Italia a Mazzini? Egli la dimenticò nel suo ultimo sogno di una alleanza repubblicana universale. Che importa se l'Italia è monarchica, e la sua monarchia ha il nome di Savoia?
Il continente scoperto da Colombo non porta forse il nome di un mercante fiorentino?
I grandi morti non hanno più bisogno della nostra gloria fatta di vittorie, nelle quali la gioia sale al vincitore dal pianto dei vinti; i nostri cimiteri sono troppo piccoli per coloro, che la nostra vita non potè contenere nell'augusta opera di una generazione. Garibaldi vigila, cavaliere che la morte non potè addormentare, su Roma dal Gianicolo: Mazzini doveva vegliare sul mare, che recò il pensiero creatore d'Italia a tutti i lidi, e ne aspetta ancora le grandi risposte nei tempi futuri.
A Staglieno gli altri morti non debbono averlo riconosciuto.
Infatti le loro tombe sono troppo ricche, troppo brutte, troppo affollate di statue perchè abbiano ancora potuto vedere quella porta nera sotto quel frontone dorico. A lettere di bronzo vi è inciso soltanto: GIUSEPPE MAZZINI.
Chi era?
La più grande anima d'italiano dopo Dante.
2 dicembre 1900.
GALLIA VICTA
Balzac sarà scacciato dalla casa della sua gloria.
Alcuni ammiratori l'avevano acquistata a Parigi, affittandola, riunendovi poche memorie, qualche ritratto, il calamaio dal quale trasse i suoi diecimila personaggi, la caffettiera che nelle notti lunghe della creazione dolorosa calmava la sete della sua fatica, un suo busto in bronzo, mediocre contraffazione, al solito, di una grande figura, pochi medaglioni di David d'Augers.
L'usciere, come già nella vita del grande poeta, ha tutto sequestrato e porrà tutto all'asta: la casa era affittata per tremila e seicento lire, la società costituitasi per la memoria del maggior genio francese e pel decoro della Francia, aveva per presidente Paolo Bourget, per vice-presidenti Maurizio Barrès e Giovanni Richepin, e intorno a questi tre mediocri, indarno immortalati dal voto compiacente dell'Accademia, pareva si fossero stretti in falange le anime più nobili, i nomi più illustri di Francia.
Era vero e fu indarno.
Adesso l'usciere per un debito di settemila lire gitta sul lastrico all'avarizia e alla curiosità stanca del pubblico i poveri avanzi della casa postuma di Balzac. Ad evitare lo scandalo disonorante per la patria sarebbe bastata a Parigi la conferenza di un qualche glorioso della piazza o dei giornali, uno scettico sempre prono dinanzi al volgo democratico, come Anatole France, la recita di un'attrice grottescamente grande come Sarah Bernhardt, la romanza di un tenore in un concerto, una qualunque proposta di un ministro alla Camera. Come si chiama adesso quello della pubblica istruzione? Clemenceau, questo vecchio attore, che ha scritto persino dei drammi, sa che la Francia ebbe Onorato Balzac di fronte a Victor Hugo, e che con Balzac la Francia riscattava l'inferiorità di Molière dinanzi a Shakespeare?
L'ignoro.
Meglio così.
La gloria è il sole dei morti, che quasi sempre i vivi, affaccendati nelle miserie e nelle piccolezze dell'oggi, non sentono, perchè il suo raggio è senza calore e la sua luce ha la purezza di un altro mondo. Meglio così: i piccoli letterati della Francia non si sanno solidali col suo unico gigante, colui che solo può guardare in faccia a Dante, e stringendo la mano a Shakespeare dirgli col largo sorriso della sua faccia piena: «Il mio mondo è maggiore del tuo, le tue donne sono poco più che larve davanti alle mie, i miei personaggi sono più interi, le mie virtù più composite, i miei vizi più profondi, i miei ideali più alti, i miei quadri storici più veri, le mie varietà più ricche, i miei individui più precisi, il mio teatro più vasto, il mio genio più umano. Senza di te io non sarei stato: tu fosti tutto il Rinascimento, prolungasti nella rivelazione il medio evo, ti allontanasti ignaro e indovino nell'antichità sfondandone il mistero rimasto chiuso agli storici e troppo alto per i poeti; tu primo rappresentasti l'uomo e la donna, ma la tua fantasia troppo accesa li mutava troppo spesso in fantasmi, la scena ti limitava, il pubblico t'impediva, dovesti sommare più che analizzare, quasi sempre accennare soltanto; vincesti i greci, e rimanesti invincibile sino a me. Io sono la modernità, che ha compìto l'unità mondiale della storia e sa l'America e l'Australia, l'Africa e l'Asia; sono l'Europa dopo la rivoluzione e dopo Napoleone; sono la Francia, nella quale suonano gli echi di tutto il mondo, il popolo novatore, il genio d'avanguardia nella vita».
Balzac fu così.
La vita non seppe nascondergli un segreto, la filosofia un mistero, la scienza un enigma: chiuso nella sua stanza giorno e notte, vedeva come attraverso una allucinazione; corpi e anime si svelavano davanti a lui, che simile ad un dio creatore aveva la passione della vita, la simpatia di tutti i suoi vizi e di tutte le sue virtù, dei santi nei quali sale come un incenso trasparente, dei mostri nei quali si condensa come una forza ancora indomata. Le vergini gli dissero le parole più pure, e le cortigiane quelle più dolorose: l'avarizia gli sfilò davanti in parata con tutta la eterogeneità dei propri cannibali, il giornalismo gli chiassò intorno con tutti i campioni del proprio esercito, venturieri ed eroi, ladri e saccomanni, cavalieri sperduti e fantaccini in cerca di una bandiera. Le province ignote sino allora all'arte e alla storia si apersero al suo sguardo come sotto la magia di un invito: costumi secolari, anime antiche, intelletti sopravvissuti, avanzi di bellezza e di nobiltà, inesauribili caratteri della resistenza popolare e plebea, deformazioni superstiti della morta feudalità, improvvisazioni originali della rivoluzione e dell'impero; e poi la lenta, millenaria opera della Chiesa e della monarchia sulla coscienza francese, l'architettura dei suoi castelli e delle sue cattedrali, la rustica fisonomia delle sue terre, i monti coi loro segreti, il mare co' suoi misteri, i villaggi sempre immobili nell'ingenuità primitiva, le città chiuse nelle muraglie medioevali come in una armatura; e poi ancora la Francia del passato e del presente, aristocrazia, borghesia, popolo, plebe, tutti i delinquenti, tutti gli eroi, tutti i martiri, tutti i santi, tutti i grandi, che la vita adopera e spezza, e che nemmeno la morte può rivelare.
Balzac era così.
Non lo videro, non lo capirono, non lo vollero.
Hugo geloso, perchè più piccolo, tacque sempre di lui; George Sand l'offuscò colla propria celebrità di donna scandalosa nella vita e nell'ingegno, entrambi minori; Michelet l'insultò, i critici lo negarono unanimi, i poeti non lo indovinarono, i governi non seppero, il popolo non capì: egli era tutto, il pensiero e la passione, la tradizione e la novità, il genio che niente sorprende, il cuore sempre aperto, l'orecchio che nessuna voce inganna, l'occhio che nessuna apparenza illude.
Appartenendo a tutti, non era d'alcuno: non poteva avere un partito, fondare una scuola, formarsi una clientela, diventare un personaggio nel pubblico, una moda nel costume, un modello alla mediocrità.
La grandezza lo condannava all'isolamento, la superiorità ad uno di quegli imperi, che soltanto i secoli possono costituire. La sua povertà fu un martirio senza tregua: dovette creare nell'allucinazione, facendosi un sole della propria lampada, abbacinando sè stesso di speranze infantili.