Fuochi di bivacco

Part 7

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Quindi tutto in essa si ritorce contro di lui: i superiori lo guardano troppo dall'alto e lo trattano come un disertore; gli uguali lo scansano per non compromettersi; gli inferiori, se pure ve ne sono, si vendicano su lui di tutto ciò che li offende nelle sfere dominanti; egli è il paria, che avendo rinunciato al mondo degli uomini per quello di Dio, è rimasto alla porta di entrambi e deve annusare da lungi colla stessa malinconica avidità gli odori degli incensieri e delle casseruole. La sua fame è un motivo di satira, e la sua umiltà di sospetto: non si può concedergli nulla, perchè ha bisogno di troppo: non compatirlo, perchè si dovrebbe accettarlo: non accettarlo perchè la sua domanda è instancabile dopo qualunque risposta. Così lo scagnozzo, non avendo casa, non ha chiesa: non si sa come viva, nè, malgrado i certificati, donde venga davvero e perchè sia venuto. Un dramma segreto è in ognuno di essi: qualche sventura che colpì, qualche passione che scoppiò: il loro racconto è pieno di favole e di menzogne come quello di tutti gli erranti, ma il loro rancore sale da più oscure profondità. Sentono che la propria miseria disonora la ricchezza e la dignità del clero, il quale, invece, ne rimane impassibile; sentono di essere inferiori al proprio grado, inferiori alla comune dignità degli uomini, senza altra uscita che in alto, ma nessuna luce discende verso di loro. Eppure non sanno più andarsene: dove andrebbero infatti? Il prete è un soldato, al quale è necessario, come a tutti, un reggimento e una caserma: sbandati, gli scagnozzi non possono riunirsi a bande: sognavano a Roma una rivincita, e non vi trovarono nemmeno la battaglia: non hanno più bandiera e debbono conservare l'assisa.

A che riusciranno le minacce del papa? Cacciare gli scagnozzi non vuol dire sopprimerli, giacchè cacciati tornerebbero. È il flusso della vita che li gitta a Roma, come quello del mare gitta gli avanzi alla sponda, se di ogni naufragio qualche cosa resta, che torna alla terra indarno.

Questi rifiuti indefinibili nella forma e nel colore sono i più difficili alle investigazioni della scienza e dell'arte; se ne veggono in tutte le classi e in tutte le strade, non commuovono quasi mai la pietà. La gente passa oltre. Dove, come finiscono i vecchi soldati, i vecchi comici, tutti coloro che non ebbero nè casa, nè famiglia, e non poterono uscire mai dal loro mestiere?

Dove vanno tutti gli erranti?

Certamente questo degli scagnozzi è un tema, che a Roma tutti veggono e forse nessuno conosce bene: nei tempi andati Roma era la grande città sacra e parassita: il clero ne dominava tutta la vita, nel clero quindi tutte le forme di vita erano possibili. Oggi, invece, non più. Ma nuova guerra, cui la milizia sacerdotale si prepara, impone altre necessità di sostanza e di apparenza: la clientela povera, ignorante, oziosa, famelica degli scagnozzi impaccia e disonora: il motteggio degli increduli vi troverebbe troppi eccellenti motivi, la critica istintiva delle masse troppe dolorose ragioni.

Pio X lo sentì e tentò provvedere con un atto insufficiente di polizia: invece gli scagnozzi resteranno per la forza stessa dello scandalo temuto. Il loro carattere indelebile di sacerdoti li pone invincibili anche dinanzi al papa: la loro miseria, magari troppo spesso meritata, rivela nella Chiesa altre piaghe. Se domani si compia intera la riconciliazione politica del clero collo stato, il lusso e la pompa esteriore dei grandi gerarchi renderà più visibile la grottesca povertà di questi paria senza donne e senza figli, i due dolori che forse rendono sopportabili tutti gli altri.

E si dovrà provvedere.

Come?

I rigori disciplinari non bastano contro chi non è più oramai nelle file e non si può espellere dal grembo della Chiesa: bisogna piuttosto che la carità intervenga, raccogliendo e consolando al solito tutti e tutto ciò che la vita respinge. La carità è la più bella fra le virtù cristiane: ma è davvero la più attiva virtù del clero?

12 ottobre 1905.

IV

TRAGEDIA REGALE

IL TRIONFO DELLA MORTE

Ancora dura nell'anima d'Italia, e durerà lungamente misteriosa, l'angoscia pel suo primo re assassinato.

Mai tragedia si compose e si esaurì più rapidamente, inaspettata e solenne, fra una festa di popolo acclamante come in una olimpiade la bellezza dei suoi più giovani campioni, mentre il re, canuto non vecchio, premiava colla sua parola cavallerescamente gentile vincitori e vinti.

Perchè egli era ancora un re.

In questa fine di secolo, dopo tanto straripare di correnti democratiche e tempeste di rivoluzioni e avvento di genti nuove, egli era riuscito a questo originale capolavoro di apparire ancora un re. In lui nessun fasto di corte o gloria di guerra; non quell'orgoglio di stirpe antica, nel quale prosegue purtroppo la durezza di un impero e di una servitù già tramontate nella storia; non la capricciosa vanità di comando cresciuta nella simultanea decadenza del regno e del popolo e che diminuì tanto tristamente nel costume il carattere regale; non quell'abbandono della avita nobiltà, nel quale troppi dinasti cercarono una consolazione del privilegio perduto e una seduzione per riconquistarlo corteggiando l'anonima sovranità della folla. Egli era vero perchè semplice, e resterà bello perchè originale.

Cresciuto nella rivoluzione d'Italia, figlio di un re che vi rinnovò sè stesso, dovette presto sentire il soffio della nuova creazione. Come pel popolo era suprema necessità dimenticare tutte le tradizioni comunali e regionali per assurgere alla gloria di una nuova individualità, così il re di Piemonte per crescere a re d'Italia doveva trovare le ragioni del proprio ufficio in un rinnovamento della idea regale.

Se una volta, nella gelosa uguaglianza della nobiltà barbarica il re era primo fra i pari, il re moderno doveva essere primo nel popolo, significando nella lucidezza del proprio simbolo la sua coscienza storica, mentre nel governo idee e uomini si sarebbero combattuti per l'inevitabile selezione della vita.

Umberto fu così.

Egli comprese che un re, specialmente latino, non avrebbe potuto pretendere al comando degli antichi re separando il suo pensiero da quello della nazione o cercando l'impero nel trionfo del proprio arbitrio sulla volontà popolare. Quindi realizzò una formula, che sembrava assurda forse a coloro stessi che la bandirono come una magnifica novità del pensiero: «il re regna e non governa»; e regnò vent'anni alto sulle menti e sui cuori.

Mai forse le idee e gli interessi di una nazione retta a monarchia ebbero più libero arringo e più incorrotto patrono, mentre il re guardava ed ascoltava, triste sovente di quanto vedeva ed udiva, ma frenando in sè stesso ogni istinto di iniziativa per non offendere la malata suscettività della recente ragione democratica.

Dinanzi al severo giudizio della storia questa nuova virtù del re moderno fu sempre utile alla nazione? Il popolo ha davvero, in sè stesso e nei propri eletti, la forza per risolvere i problemi profondamente segreti o contraddittoriamente palesi della propria vita?

Non oggi, qui, si può rispondere, ma Umberto re elesse primo fra tutti i doveri questo muto rispetto di ogni decisione popolare espressa dal governo, sacrificandovi persino quella gloria dell'armi, senza la quale i re sembrano anche più piccoli dei popoli. Egli, così giovanilmente temerario a Custoza, sopportò il trattato di pace tanto frettolosamente concluso con un re barbaro d'Africa dopo la più desolante delle sconfitte italiane; e dovette poi consentire la povertà dell'esercito e dell'armata fra lo strepito di tutte le nazioni, che levavano alte nelle minacce le parole e le spade.

Il re ubbidiva allora, ma il popolo non sapeva ancora comandare; oggi il re è morto, e il popolo si domanda spaurito: perchè?

Perchè fu ucciso questo re, il quale non era che un cittadino fra i cittadini, il primo solamente per l'antichità della sua famiglia, nella tradizione della quale aveva potuto salvarsi il segreto principio della terza Italia?

Ovunque e sempre che il popolo soffrisse il re era presente: o province intere sparissero sotto l'onda limacciosa dei fiumi, o città si rovesciassero distrutte da un crollo sotterraneo, o il colera levasse sulle proprie orme d'invisibile pellegrino grida lunghe di dolore e di morte, il re accorreva primo a stringere la mano ai morenti, ad incuorare i feriti, a raddoppiare in tutti il coraggio vitale. Era aspettato ed era pronto, era conosciuto ed amato. Nessuna colpa della politica aveva mai oscurato il suo carattere o diminuita l'efficacia del suo nome nella folla; nessuna calunnia era bastata a scemare intorno a lui il consenso della pubblica opinione. Nei giorni tristi della umiliazione si capiva e si diceva da tutti che il re soffriva più in alto, perchè la corona diventa un peso intollerabile alla fronte, che non può alzarsi alteramente; nei giorni nuovi della speranza, quando si varava un vascello, si forava un'alpe, o si drizzava nel bronzo sopra una piazza la figura di un qualche grande, il re riappariva come l'araldo più sicuro dell'unanimità degli augurii. Egli recava seco il pensiero della propria gente e lo appuntava nell'avvenire; era il re. Non comandava, ma regnava; anzichè sul trono, al disopra della folla, era nel suo mezzo, dove il cuore batte, fra le mani che si tendono e le voci che si fondono nel grido rivelatore.

La moltitudine, che si prostrava una volta ai re, oggi non può amarli che sentendoli in sè stessa vivere di una vita uguale, e seguendoli come un simbolo abbastanza puro e vicino per riflettere quanto in essa si agita di migliore. Dopo Garibaldi nessun re italiano avrebbe potuto somigliare a Napoleone; dopo Vittorio Emanuele, che fuse l'Italia e suggellò il millenario periodo delle guerre per la conquista della sua unità, Umberto I non poteva attraversare il periodo stagnante di questi ultimi venti anni che regnando così, primo fra i cittadini, quasi impersonale nel superstizioso rispetto alla costituzione, e cercando nell'anima della nazione gli accordi fra la tradizione militare dell'antico impero italiano e le iniziative erompenti dal rinnovarsi dello spirito popolare nella democrazia del pensiero.

Eppure fu assassinato.

L'omicida, che strinse in un epilogo così breve così vasta tragedia, non può certamente rivelarne il segreto. Se confessò, come dicesi, di aver voluto uccidere non l'uomo, ma il re, mai complimento ad un uomo fu più meritato, e mai elogio di re sarà più profondo ed originale nell'avvenire.

Un re, che non può essere odiato nemmeno dal proprio assassino, deve aver compito la difficile opera propria con una nobiltà sovrana anche sulle anime meno sensibili alla bellezza ideale. Ma questo oscuro messo di una idea anche più oscura, se volle davvero colpire il re nell'uomo, per dissipare il simbolo della moderna regalità, non seppe nè pensare, nè colpire: non misurò l'uomo, non riconobbe il re, non comprese il simbolo.

La regalità, come Umberto I potè significarla, è una figurazione della democrazia, che non somiglia nemmeno nella forma alle antiche monarchie, delle quali il popolo porta ancora le stigmate nella coscienza. Nessun re è oggi un tiranno, perchè nessun popolo saprebbe, nemmeno volendo, ridiventare schiavo.

Umberto I era in Europa il più antico per stirpe e il più moderno per spirito fra tutti i re; e se qualcuno fra questi poteva superarlo d'impero, nessuno avrà come lui rappresentata, sulla scena di un popolo nuovo, la nuova figura del re.

Così l'omicida, che assassinando non arrischiava nemmeno di morire, come avrebbe dunque potuto intendere la profondità di questo simbolo regale e chiederne alla morte il segreto?

Invece di uccidere il simbolo egli ha reso immortale il re nel cuore d'Italia.

3 agosto 1900.

LA VEDOVA

Chiamiamola così.

Poichè nel telegramma all'arcivescovo dì Napoli Ella non volle firmare che: «Margherita povera donna», non guastiamo con la pompa volgare dei nomi l'epica semplicità del suo dolore e della sua rassegnazione.

Era la prima signora d'Italia, come già il grande poeta, ora condannato al silenzio, l'aveva salutata in un'ode fulgida come un'aurora. Attraverso i veli della classicità, in mezzo ai fantasmi conservati nella incorruttibile bellezza dell'arte alla memoria delle genti, egli aveva creduto di riconoscerla come una figura d'altri tempi cantata da altri poeti. Allora il popolo si addensava intorno a lei nella festa di un nuovo regno.

Il re che aveva potuto compiere il miracolo della terza epoca italiana, era morto in una cameretta del Quirinale, il palazzo estivo dei papi, chiuso dentro la giacca del cacciatore, nella quale il popolo lo aveva forse più amato che sotto il manto di ermellino; era morto quasi improvvisamente, e l'Italia aveva sentito che con lui moriva il più mirabile fra i tanti periodi della propria storia.

Ma Vittorio Emanuele era vissuto solo fra i figli e in mezzo al popolo; il suo trono negli anni della lunga e difficile prova era quasi vanito alla fantasia della gente. Egli, il re di Piemonte, non lo considerava che come un gradino del futuro trono d'Italia, al quale si poteva salire solamente colla vittoria; quindi volle essere soldato e generale italiano prima ancora che la rivoluzione così l'acclamasse.

E quando la fortuna premiò in lui la virtù di tutto il popolo, ponendo nella sua mano il pensiero di Mazzini e la spada di Garibaldi, il suo trono sembrò ancora un altare, sul quale, come nei tempi primitivi, tutta una nazione avesse deposta l'offerta votiva dei propri migliori tesori.

Ma il re nel trionfo rimaneva solo, nessuna donna era vicina a lui, vedovo dai primi giorni, quando, raccogliendo la corona insanguinata sui campi di Novara, aveva affermato dinanzi alla solenne minaccia del vincitore che il Piemonte serberebbe fede all'avvenire d'Italia.

L'Italia amò il proprio re, ma in questo amore mancava la tenerezza, la luce e il profumo che sono l'incanto vero dell'amore, la sua forza misteriosa di consolazione.

Il re era vedovo; e vedovo pure era Garibaldi, che aveva perduto Anita, e più vedovo Mazzini, che non aveva potuto trovare una donna nella propria vita di creatore, esule dalla propria creazione.

Il poeta salutò in Margherita la prima regina d'Italia. Nella sua fantasia troppo affollata di fantasmi classici, nel suo orecchio troppo memore delle musiche antiche, si compose intorno alla nuova eletta un corteo e una corte di accademia; il ritmo di Orazio si congiunse alla strofa petrarchesca e le Cariti pagane e le Madonne cristiane discesero dai loro cieli come all'incontro di una nuova bellezza.

Era magnifico, ma non vero; il poeta aveva sognato invece di vedere, levando il proprio canto sul colle sacrato da secoli alle Muse, anzichè dal mezzo della piazza gremita di popolo festante ed acclamante nell'orgoglio d'una visione moderna.

V'era finalmente una donna, che poteva significare l'Italia; sulla nuova scena della nostra storia una figura era apparsa, bionda e gentile, con tutta la grazia della dama, quale tanti secoli di privilegio avevano potuto comporla, e nell'incanto sincero della signora, come l'anima nostra la pretende e l'adora.

Se il re era il primo cittadino e avrebbe regnato per questa mirabile superiorità, vincendo gli ostacoli di ogni tradizione e di ogni opposizione, la regina, che non aveva modelli nel passato italiano ai quali chiedere ispirazioni, doveva trovare in sè stessa, nella originalità del proprio spirito, una ideale bellezza, che le desse sulla folla e sugli spiriti eletti il medesimo impero.

Così non somigliò a nessuna delle regine e delle imperatrici più riverite in Europa. Ella comprese subito che la sovranità della regina non può essere che quella stessa della donna, in una eccellenza della natura e della vita, senza pretendere di forzarne i confini; quindi nessun vanto in lei del grado o dell'ingegno, nessuna affettazione della coltura e della grazia, nessuna rigidezza di nobiltà antica o di orgoglio moderno. Mentre in tutte le donne, anche le più umili per nascita o per spirito, una vanità sale a scomporre il carattere femminile suscitandovi una male definibile rivalità coll'uomo, nella quale soccombe ogni bellezza e virtù muliebre, la regina d'Italia creò in sè stessa il modello della donna e della signora, che intende ed inspira, regna e governa, ma serbando sempre al proprio pensiero la stessa malìa del proprio volto, e alla propria opera l'irresistibile segreta efficacia di una suggestione.

Quindi tutti ne sentirono la poesia come nei primi giorni di primavera si sente nell'aria il profumo dei fiori non nati, e per l'azzurro dei cieli e sulla distesa del mare trema un palpito nuovo: il nostro occhio lo coglie, il nostro sangue ne freme, e la nostra anima risale così alla speranza. E la profonda poesia della natura, la profonda poesia della donna, dalla quale siamo nati, per la quale dobbiamo creare e morire.

La donna, che non sa questa sua onnipotenza, non sarà mai regina; ma la regina, che potè significarla per vent'anni a tutto un popolo, fu davvero la donna, alla quale dopo tanta rovina d'ideali lo spirito si leva pregando come ad un simbolo di salvazione.

E adesso Ella ha gridato come una povera donna sperduta in una notte di tenebre e di morte, ha gridato a Dio e all'Italia. Le hanno ucciso il marito, le hanno ucciso il re; non è più sposa, non è più regina, e tremerebbe forse di essere madre, se questa paura, un diritto di tutte le madri, le fosse consentita.

Perchè Ella non ha che un figlio.

Eppure non una parola ha diminuito in lei la magnifica grandezza della sventura; per qualche giorno, nello smarrimento di tutti, Ella è stata il re, ha pensato, ha regnato, ha trovato l'accento dell'impero e della tragedia. Se il suo capo ancora biondo si è piegato sotto le parole del sacerdote, e la sua anima ha singhiozzato nell'immensa nuova solitudine, la regina è rimasta ritta dinanzi alla morte nella fede di Dio e dell'Italia. Ella crede nel mistero della giustizia, e sa che tutto è miseria davanti ad essa, perchè l'innocenza medesima deve essere immolata; ma sa pure che il dolore e la morte sono le due prove più necessarie alle grandi verità.

Oggi popolo e clero mescolano preghiere intorno al cadavere di Umberto I; non vi sono partiti in quest'ora, tutta Italia si fonde in una nuova, più salda unità.

La regina vedova, che amò e credette, rimarrà per sempre inconsolabile nel proprio lutto, trovandovi l'ultima ideale bellezza, e più lungi, più alto, regnerà ancora sull'Italia, già non più vedova oggi dopo il suo giuramento a Vittorio Emanuele III.

Ave, regina: i morti della tua casa ti salutano come la custode del nuovo regno, mentre l'Italia si leva a te silenziosamente ammirando.

8 agosto 1900.

I MESSAGGERI DELLA MORTE

Un vento di gloria e di gioia solleva l'anima d'Italia. Il duca degli Abruzzi è ritornato dal polo dopo un lungo viaggio attraverso l'ultima regione dell'inconoscibile, lungi dagli sguardi e dalla memoria del mondo. Quando partì un fremito corse nei cuori, ma la pubblica opinione, distratta dalla miseria delle vicende parlamentari governate dal ministero Pelloux, parve non sentire la magnifica poesia di tale impresa, per la prima volta guidata da un principe. Eppure il motivo lirico non poteva essere più nobilmente originale. Al polo andavano e sparivano da secoli centinaia di poeti, i più mirabili, perchè cercavano la poesia nell'opera anzichè nell'immagine: partivano da ogni paese, sopra navi di ogni forma e di ogni forza, spiegando al vento bandiere di ogni colore e di ogni stemma, alteri, gravi, silenziosi, nell'eroica sfida al doppio mistero della scoperta e della morte. Nessuna tentazione di guadagno nel loro proposito, nessuna vanità di regno nella conquista dell'impero sconosciuto, lassù, lontano, dove il mare si rapprende in un deserto di cristallo, il giorno e la notte si dividono l'anno a mezzo, e la notte è senza tenebra e il giorno senza luce. La vita vegetale non ha potuto penetrarvi, perchè la terra vi è coperta di una armatura di ghiaccio: appena nell'estate, perchè anche lassù v'è un estate, qualche fiore spunta, sorride e muore.

I fiori sono dunque più irrequieti degli alberi, hanno meno paura del gelo, meno bisogno della terra?

Forse.

Non somigliano essi alla speranza, non sono il desiderio trionfante sempre e dappertutto, dove il sole e il ghiaccio bruciano egualmente nell'ombra sotterranea, che ignora tutto sulla cima impervia che sarà eternamente ignorata?

Ma pochi di quei poeti tornavano.

Il loro viaggio era lungo come un poema e doloroso come una tragedia, che gli eroi recitavano con orgoglio sublime sopra un teatro vitreo, senz'altro spettatore che Dio, senz'altro suggeritore che il proprio cuore.

E un principe d'Italia, mentre in quasi tutte le nazioni la regalità pare così poveramente diminuita e dinastie cadute e dinastie cadenti gareggiano nell'oblio dell'antica eccellenza, aveva pensato che l'Italia risorta così miracolosamente nella storia doveva correrne tutti i campi, tendere a tutte le mete, imprimere un'orma su tutte le vie, cercare, pretendere, ottenere una conquista alla propria bandiera. Questa era caduta nell'Africa fra i morti di Adua, per colpa di generali, del ministero, del parlamento, del paese, di tutti: era caduta, perchè mancava nelle menti il pensiero di Cavour, e nei cuori la virtù di Garibaldi.

Dopo la sconfitta, per concludere troppo presto la pace, si era perduto più che la guerra: la nostra preparazione nazionale dopo Roma aveva fallito, la nostra vita diventava una sosta nella nostra storia, la nostra coscienza un enigma per noi stessi. Gli epigoni della rivoluzione, veterani e reclute di tutte le sinistre, predicavano al popolo la viltà della rassegnazione e il senno della fuga; retori del parlamento e di piazza, mendicavano l'applauso della folla con gli insulti a tutti i sogni di una patria grande: false madri schiodavano le rotaie presso la stazione di Pavia per vietare ad un treno di partire con un manipolo di soldati pronti alla riscossa. Fu un'ora lunga di viltà e di dolore.

Forse in quell'ora stessa il giovane duca degli Abruzzi, sentendosi riardere dentro la fiamma di un antico orgoglio, pensò ad una vittoria ideale della scienza sulla natura, alla conquista di un impero vuoto nel più terribile fra tutti i misteri della geografia, con una impresa superiore ad ogni vanto di attore e di pubblico.

Così fu sempre nella nostra storia millenaria.

Scipione difese Roma in Africa; Cavour la conquistò all'Italia in Crimea: e quando la vostra Casa, quasi ignota alla vita italiana nel medio evo, stava per apparirle come l'asilo di tutto il suo futuro, e l'Italia esausta dalla fecondità di tanti secoli sostava finalmente dietro più giovani ed iniziatrici nazioni europee; anche allora nell'esaurimento di ogni azione politica e sotto il peso di una nuova servitù, lanciava Colombo alla conquista d'America e Galileo a quella del cielo.

Le solitarie vittorie dei pochi valgono qualunque trionfo del popolo: anzi dalla stanchezza e dallo smarrimento di questo, più audaci e più belli si slanciano gli eroi dell'avventura per chiedere alla morte quell'ideale di verità, che la vita non ci potrebbe più dare.

Che importa se l'impresa non possa o non debba riuscire?

Ogni estate non ebbe forse innanzi una primavera, e il frutto è forse più bello del fiore?

Nessuno potè ancora avvicinarsi così al polo da indovinare, attraverso il suo crepuscolo, qual mare, quale terra, quale forma di vita passata, presente, futura vi si nasconda. Ma il mistero sarà vinto.

Adesso la bandiera d'Italia, colla bianca croce di Savoia, simbolo di martirio e di conquista, sventola solitaria nella solitudine del polo a 86°, 33′; nessuna bandiera aveva ancora potuto salire così alto, nessun'altra forse la sorpasserà presto, perchè sugli applausi al giovane duca e al suo eroico compagno è già squillata una parola superba di promessa, quasi una nuova sfida all'artica sfinge.