Fuochi di bivacco

Part 6

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Ricordo ancora il compiacimento di Marco Minghetti, l'ultima volta che lo vidi nella sua villa di Mezzarata, nel dirmi che il grande poeta, allora sospetto tuttavia di iracondia ghibellina, aveva dimesso il pensiero di scrivere un articolo sui carmi di Leone XIII. Avevo fatto colazione con lui, solo, nella modesta saletta; fuori una nebbia gocciolava sugli alberi, e dai vetri chiusi della finestra si sentiva il freddo umido dell'aria. L'illustre vecchio era già vinto dalla malattia, che doveva ucciderlo pochi mesi dopo. Mi aveva parlato trepidando dei pericoli, che lo scatenarsi delle nuove idee socialiste poteva far correre al governo rinnovando le ostilità repubblicane, ed era contento che Carducci, l'ultimo e il massimo dei convertiti alla monarchia, sentisse la necessità del rispetto anche alle poesie di Leone XIII.

Ma poichè non era egli stesso senza un fine senso letterario, vedendomi sorridere, soggiunse con quell'accoramento dei vecchi, i quali non sanno oramai a che rattenersi:

— Lo so, lo so che Leone XIII non è un poeta.

10 gennaio 1899.

IL PAPATO

Mentre le preghiere salgono ancora da milioni di cuori per l'anima del morto pontefice, come un ultimo spirituale incenso della sua vita così pura, e nel segreto del Vaticano si armano le mute rivalità dei nuovi pretendenti, il pensiero si rivolge a guardare lungi nei secoli la lunga, tempestosa, trionfale storia del papato.

Comunque possa la posterità giudicare di papa Leone XIII e le presenti generazioni sperare o temere dal suo successore, il papato da gran tempo è tale che nessuna virtù o insufficienza di uomo può sviare la sua corrente o mutare soltanto il grado di trasparenza nelle sue acque. Il suo primo giorno è antico ed incerto come tutte le origini delle idee e delle cose destinate a vincere i millennii: e se Gesù non lasciò nulla scritto e i più precoci evangeli datano da sessant'anni dopo la sua morte, il papato cominciò certamente all'indomani della crocifissione, per un'intima necessità di dottrina e di battaglia, nella nuova setta. Ogni conquista presuppone un conquistatore, ogni impero una dinastia per superare l'avventura della conquista, che nel primo momento sembra quasi sempre significare la personalità di un uomo, anzichè la verità di un'idea.

E poichè la forza del cristianesimo discendeva dalla sua rivelazione divina, l'unità di questo nella storia poteva essere perfezionata soltanto da una direzione una, infallibile, permanente, che avesse la tangibile autorità di un uomo e la più pura impersonalità dell'ufficio. Il papa continuava quindi il Messia e doveva, per l'inevitabile legge di rappresentazione che domina tutte le idee, precisare i dogmi contenuti nella parola poetica di questo, organizzarli a sistema, fissare i limiti come quelli di un'accampamento, entro al quale l'intera umanità potesse riparare e bivaccare per secoli.

Così il miracolo cominciò subito e dura ancora. Il cristianesimo, come tutte le idee veramente universali, ha potuto frazionarsi in molte sètte, ma il suo nocciolo rimase infrangibile, e il grande esercito cattolico, stretto intorno al supremo condottiero, non fu mai rotto.

Nella guerra contro Roma pagana i papi discesero nelle catacombe e minarono i fori superstiti della repubblica e i palazzi dei Cesari: indarno i barbari poco dopo passarono come ondate di fiamme, distruggendo ciò che i nuovi tempi non avrebbero saputo mutare, e opponendo alla giovane religione la loro idolatria preistorica; indarno dalle rovine dell'immensa civiltà greco-romana vampeggiarono tutti i gas putridi delle morte filosofie e delle religioni sepolte ancora vive; indarno il medio evo parve una tempesta di nuvole entro un tramonto funereo, mentre i lineamenti del nuovo uomo e della nuova società rigavano la sua tenebra come una sottile rete luminosa; indarno Roma, diventata papale per mantenere l'antico primato sul mondo, rovesciò nel papato tutti i vizii e tutte le colpe del suo lungo impero, mentre il cristianesimo dilatava ogni giorno la propria conquista e il suo governo cattolico stringeva le maglie dell'armatura sino a renderla imperforabile.

Il cristianesimo era democratico, ma nemmeno la sua democrazia avrebbe potuto conquistare davvero il mondo senza contraddirsi nella forma monarchica. Dalla Tartaria alla China, dall'India alla Persia, da Cesare a Napoleone questa necessità è così continua ed evidente che nessuna obiezione le resiste: nella scienza l'idea diventa legge, nell'arte stile, nella religione dogma, nella politica impero, e la sua forma è sempre monarchica, assoluta, tirannica, finchè un'altra idea non la limiti o la distrugga. Il cristianesimo, abbandonato alla tradizione orale di Gesù, sarebbe svanito nell'eco di racconti e di miti orientali; raunato nelle assemblee democratiche della Grecia o nel senato aristocratico di Roma, sarebbe perito nel conflitto delle scuole, dentro l'angustia di un confine: l'unità imperiale del papa e del papato poteva soltanto mantenergli l'unità della dottrina e della conquista. Democratico nella parità dei credenti, il cattolicismo è repubblicano nella gerarchia del clero, imperiale nel comando del papa, ma questi non può nulla nè contro la chiesa nè contro il suo regno. Egli è il servo dei servi, secondo una grande parola, il rappresentante di Gesù, colui che unifica in sè stesso la dottrina e la tradizione, la storia e la vita, l'affermazione del divino nell'incertezza dell'umano.

Chiunque egli sia, simbolo ed ufficio lo tengono così alto sopra una linea così dritta, che tutta la sua miseria di uomo non può mutare un giorno nella Chiesa: la sua autorità è di giudice che firma soltanto la sentenza, ma la sua firma basta a troncare per sempre ogni discussione; il suo pensiero non è più individuale, la sua parola è un'eco del passato che si perde nel futuro, la sua opera ha soltanto l'impronta cattolica. Può essere un genio, un eroe, un delinquente, un mediocre, e la storia della sua Chiesa e quella del mondo se ne accorgeranno appena: il papato solo è grande, così grande che i papi vi si smarriscono.

Nulla può essergli paragonato. Per duemila anni ha accompagnata la marcia ascendente dell'umanità, spesso capitanandola: sovrastò e sovrasta ancora a tutte le forme politiche, poichè egli solo può davvero vantarsi universale: è vissuto con tutti i barbari, sotto tutti i climi, in tutte le epoche: egli solo non è discusso, è stato un regno, e adesso è soltanto un grado, ieri pareva vicino a soccombere, oggi risale come un faro.

Perchè le nostre monarchie e le nostre repubbliche sono tutte egualmente effimere davanti a lui, e passeranno, cancellando forse anche le proprie orme in una uniformità sommessa ed inerte, mentre il papato, fuso col cattolicismo, durerà quanto esso, ed emergerà dall'orizzonte della storia come una vetta nivea ed azzurra, perduta nell'infinito del cielo.

Bisogna rovesciare il cristianesimo per abbattere il cattolicismo, e frangere il cattolicismo per trionfare del papato. Ma il cattolicismo, invece, nel secolo decimonono ha oramai ripreso al protestantesimo tutte le proprie province, mentre la Chiesa russa davanti alla romana rivela la propria debolezza religiosa nel proprio papa secolare, lo Czar. Che questi, raggiunto dalla modernità, cada o si muti, e l'ortodossia russa, abbandonata ai dissensi delle proprie differenze, non potrà resistere alla unità del papato romano.

Adesso il papato è nella fatica di un'èra nuova.

Pio IX chiuse la lunga epoca del regno, Leone XIII apri questa, della quale nemmeno i più temerari ed acuti pensatori possono sicuramente segnare adesso l'indirizzo. Certamente il cattolicismo è in aumento sulle altre sètte cristiane, ma la fede al cristianesimo è diminuita. Se, come religione, questo rimane ancora il più grande capolavoro dell'umanità, che da secoli sembra aver perduta la fecondità religiosa, la folla e i suoi primati, l'una nella indifferenza, gli altri nella ricerca, ne sono usciti da gran tempo, senza poter ricoverarsi in una più alta fede. Potrà il cattolicismo compiere nel cristianesimo un grande atto di epurazione e di elevazione? Il papato avrà egli la gloria di questo tentativo, o dovrà opporvisi fatalmente, come gridano i suoi avversari?

È difficile valutare la potenzialità di una religione e la forza di rinnovamento in una istituzione antica come il papato: certo però qualche cosa muta in lui e si prepara. Leone XIII parve a più riprese sentire questa oscura, enorme necessità: compose differenze rituali colla Scozia, arrischiò una conciliazione colla Chiesa greca, arginò il liberalismo americano, tentò di restringere in più serrata falange la _Somma_ di San Tommaso, di rinnovare la iconografia, di ridestare il classicismo, d'inventare una politica capace di rattenere l'espansione dell'imperialismo germanico e le irruzioni del repubblicanismo francese. Qualche cosa muta, qualche cosa si rimescola nella paglia, come cantava ghignando Heine.

Leone XIII origliava.

Parlò di socialismo affrontando il problema della nuova miseria operaia, così poco miseria in confronto dell'antica, e tuttavia così infelice ed impaziente di sè e degli altri.

La democrazia operaia soltanto può vantarsi universale come il papato, cancellando in una impossibile astrazione tutte le necessarie fisonomie della vita storica; e la democrazia operaia è forse la sola che, nell'istinto, possa ancora guardare al papato, sognare un papa.

Non è già un dogma per molti che nell'avvenire vi saranno soltanto due partiti, il socialista ed il clericale? Certamente sono i più vasti nell'orbita, ma il papato è ancora il più alto, giacchè egli solo ha una risposta a tutte le domande della vita.

Che importa se la risposta è falsa o insufficiente?

La necessità suprema è di rispondere, e solamente chi risponda regnerà sulle anime, componendo loro quel mondo visibile ed invisibile, dietro il quale l'umanità sogna da secoli, coi piedi nel fango e gli occhi fisi oltre l'azzurro del cielo.

Secondo Malachia, Leone XIII sarebbe stato un lume apparente tra due crepuscoli, all'ultimo orizzonte: ma lo fu davvero?

Secondo Malachia ancora, a quel lume succederà una fiamma: cerchiamo quindi di crederlo per mantenere almeno fede al progresso della storia.

25 luglio 1903.

IL VINTO

Lo hanno già dimenticato.

Gli osanna salgono ancora, e lungamente dureranno a salire stormendo come un volo di colombe intorno alla fronte del vincitore, ieri soltanto rivelato da una improvvisa elezione alla devota riverenza del mondo. Il vincitore era quasi un ignoto, malgrado il suo grado di patriarca a Venezia, la capitale dei sogni, ancorata nella laguna come una nave fantastica, pronta forse a salpare dietro l'appello di un poeta; il vinto è un illustre, che per venti anni regnò sul mondo dall'ultimo gradino del soglio più alto fra tutti, così alto che le anime affisandovisi aprono inconsciamente le ali al volo. Egli era un principe della propria casa e della Chiesa: gagliardo nel corpo, severo nel volto, austero nella vita, gran signore nel gesto, diplomatico nella parola, uomo di stato nel pensiero. Per venti anni era stato la mente segreta e il segretario palese di Leone XIII, il pontefice quasi divinizzato dalla longevità, e che appariva come un fantasma bianco ai credenti, pei quali un fantasma di Dio è indispensabile forse quanto Dio stesso. Il pontefice non era prima stato un cardinale illustre: anch'egli era conte, ma l'aristocrazia provinciale della sua casa non era bastata a dargli l'altera elettezza di coloro nati al comando: poi la tormenta della rivoluzione italiana l'aveva sorpreso a Perugia, e l'inferiorità dello spirito aveva abbassato il cardinale ad una reazione infelice nell'opera, più infelice nella intenzione. Pio IX parve lungamente dispettarlo, ma alla morte di questo, come spesso accade, il partito di opposizione alzò Pecci al pontificato. Il passo era grande, non l'uomo.

Nullameno il papa superò il cardinale. La sua funzione essenzialmente decorativa si compiè attraverso una lunga fortuna di atti politici e religiosi: con lui e per lui il papato, libero dalla zavorra del potere temporale, si innalzò sulle acque, e come sotto un soffio dall'alto riprese il proprio corso trionfale sull'oceano della storia. Il papa rimaneva prigioniero di sè stesso nell'immensa, caotica reggia del Vaticano, ma gli altri sovrani, diversi e talvolta nemici a lui per religione, s'inchinavano riverenti alla sua sovranità, la sola davvero indipendente dall'assenso delle moltitudini, e lo invocavano arbitro delle proprie contese.

Egli accettava, giudicava, ma il pensiero forse non era suo.

Certamente non è facile, neanche adesso, supporre in quel mediocre (e l'aggettivo è forse ancora indulgente) traduttore di Orazio e cantore di santi, senza che mai un verso bello gli sfuggisse sotto la penna, un ingegno di artista e uno spirito di pensatore. In alcuni scritti volgarmente scolastici, si era affrontato col Gioberti, ma in questo magnifico tribuno della filosofia non aveva indovinato nè la bella originalità degli errori politici, nè la tumultuosa grandezza delle improvvisazioni teoriche: Gioberti non era forse un filosofo, in un secolo che si apriva con Kant e doveva chiudersi con Spencer, ma il cardinale Pecci non poteva nemmeno capire di lui la contagiosa eloquenza e quella affascinante mobilità, per la quale, in una vita così breve e gloriosa, era passato per tutte le antitesi del trionfo e della sconfitta.

Papa Pecci invece trionfò sempre nel proprio pontificato.

Era un mediocre, e soltanto di questi è il trionfo senza tempeste, la gloria senza battaglie: poi l'isolamento in una immaginaria prigionia, la vecchiezza e la purità della vita, l'apparente santità dell'ufficio, l'incomparabile altezza del grado, il prodigio lungo della vittoria sugli anni, che non scolpivano nemmeno più la sua maschera, già consacrata dalla adorazione, compierono il miracolo, nel quale parve quasi più che un uomo. Indarno tratto tratto il genio ironico della vita sembrava compiacersi a scoprire una volgarità su lui o dentro di lui, qualche cosa di avaro nella sua parsimonia, di pedante nella sua parola, di vacuo nel suo pensiero, d'insufficiente nel suo carattere; invano il cumulo crescente dei problemi, che la modernità gitta sulla religione e sul papato, rendeva ogni giorno più piccola la sua figura; indarno al grido angoscioso dell'Irlanda, agli urli mortali dell'Armenia egli tacque, e il suo fu un silenzio di deserto: il mondo ammirava e adorava.

Il papa doveva essere grande, perchè nulla è più grande del papato: Pecci era ieri un mediocre, Sarto è oggi un piccolo, ma il papato, sicuro dell'indomani, è piuttosto abituato a dare la grandezza che a riceverla. Nel secolo passato nessun papa fu grande: forse Gregorio XVI solo, nell'aspra fierezza del carattere e nella guerriera audacia dell'ingegno, avrebbe potuto, se aiutato dai tempi, apparirvi originale. Originale invece la gloria dei nuovi dogmi e delle ultime catastrofi rese Pio IX, amabile temperamento teatrale, incaricato di esaurire il più magnifico repertorio senza intendere mai il valore del dramma o il motivo della scena.

Dopo lui, Pecci inizia un'epoca nuova: il papato non ha più regno e deve risalire all'impero spirituale raddoppiandolo: tutte le monarchie oscillano, tutti i re non lo sono più che per decreto o tolleranza di popolo: il papato solo rappresenta ancora la sovranità ideale, inaccessibile alla marea dei partiti, non oscurabile da nebbie di opinioni, la più antica nella tradizione, Tunica che parlando a nome di Dio possa identificarsi con lui, cadere soltanto s'egli cada dalla sommità delle anime.

La missione era grande.

Saprà il nuovo papa adempirla?

Di lui adesso troppi parlano e troppo. Come per gli eletti improvvisi della fortuna, si fatica già a fabbricargli un passato: si cerca e si suda a mettere una poesia nell'ordinaria povertà della sua infanzia; si accattano le sue più lontane parole, e si forbiscono e si urtano l'una contro l'altra per trarne una sonorità.

Ma il suo passato resiste al presente: niente di quello poteva far presagire questo: il piccolo chierico di Riese, il seminarista, il parroco, il vescovo, il patriarca sono sempre in lui lo stesso uomo e lo stesso prete, coll'animo buono senza impeti eroici e senza squisitezze poetiche: buono come lo è il fieno fra i bicchieri per impedire che si rompano; buono, ma al disotto di ogni originalità nel dolore, al di fuori di ogni modernità nell'opera.

Di lui non una parola prima fu nunziatrice di un pensiero di guerra o di pace; non una idea trasparì dal suo silenzio come un lampo di calura nel fondo delle notti estive, una fiamma improvvisa sul fianco lacerato di un vulcano.

La sua più preziosa qualità è di essere rimasto quale nacque: un contadino di villaggio, docile ed ostinato, capace di imparare il comando nell'obbedienza a qualunque superiore, senza averne il segreto in sè stesso; semplice e furbo, colto soltanto sino alla decenza, spontaneamente onesto, inetto alle grandi ambizioni per la povertà dell'ingegno e la mediocrità del cuore.

Ma in lui, per lui, con lui trionfano i piccoli e gli umili: è Riese che domina Roma, è un contadino che si alza sui re, un ignaro che sovrasterà ai sapienti, un galantuomo che sarà diventato imperatore senza averlo nemmeno desiderato.

Basterebbe questo alla gloria del papa e del papato.

E io penso al vinto, al cardinale Rampolla principe di Tindaro, entrato quasi papa nel conclave e uscitone meno che cardinale.

Egli aveva voluto la tiara, con lunga, muta, tragica passione: il suo volto ne portava già le tracce, e adesso non ne perderà più le stigmate. Per venti anni egli si era quasi annullato dietro Leone XIII, al quale prestava tutto, dal pensiero all'accento: aveva regnato e governato fra una lotta senza requie e senza pietà, preparando nell'ascensione del papato la propria elezione a pontefice.

La sua misura era apparsa ammirabile ai più diversi politici e ai più rudi avversarii: chiuso nella propria idea come in una rocca, vi teneva prigioniera la propria ambizione e vi accumulava tutte le armi: odiato sapeva odiare senza colpire, eleggere un amico in un cliente, accettare nell'alleato il nemico.

Egli era un forte, dei pochissimi, nei quali l'ambizione diventa castità anche nel pensiero.

Dopo Waldek-Rousseau, il più temibile parlamentare d'Europa, sopportò Combes e la violenza aggressiva, stonata, tonante della sua persecuzione, senza che una parola o un atto tradissero in lui il rancore del prete, o l'impazienza dell'avversario. Non voleva perdere la Francia nel conclave, e non la perdette. Invece perdette il papato.

E sarà stata tragicamente bella questa suprema battaglia fra il novizio e il veterano, il contadino e il principe, l'aristocratico dell'ingegno e il democratico nel carattere, fra Rampolla e Sarto: un candidato, che non poteva vincere perchè troppo temuto prima, un elettore che doveva essere eletto appunto perchè era soltanto un elettore.

Ma i giornali, che hanno inventato a quest'ora tante parole dialettali per comporre i lineamenti psicologici del nuovo papa, non poterono, nè prima nè poi, sfondare il silenzio del cardinale non più segretario. Quel silenzio, come il suo volto, aveva la cupa impenetrabilità del bronzo.

Ed egli tace ancora.

Domani forse, se muoia quel nonagenario arcivescovo di Palermo, che nemmeno per l'infermità degli anni potè recarsi al conclave, lo manderanno là per non vedere la sua ombra, per non sentire il suo silenzio.

Altri occuperà quel seggio, che egli tenne con tacito onore venti anni: non importa: i vinti debbono tacere. E adesso è solo.

Ma fossi pure unico in Italia, io m'inchino da lungi, in una solitudine forse più deserta, davanti alla grandezza della sua sconfitta, alla superbia del suo silenzio.

12 agosto 1903.

SCAGNOZZI E CAGNOTTI

Nell'atrio del tempio, per la grande festa pasquale, Gesù brandì in un impeto di collera divina la corda a cacciare i mercanti.

Pio X leva adesso la scopa, con gesto iroso, sugli scagnozzi che sporcano le vie di Roma colle ombre della loro miseria. E minaccia l'espulsione dalla città sacra, sulla quale il gran tempio cattolico alza la cupola enorme e al disopra di essa la piccola croce, simbolo di redenzione a tutti i poveri, agli abbandonati della vita, ai naufraghi del dubbio, ai superstiti della tragedia, agli erranti convenuti da presso e da lungi, stranieri di lingua e di razza ma fratelli nella mendicità dell'anima e del corpo, che si ostinano a credere e a sperare.

Nessuna povertà pari alla loro, nessun abbandono più lugubre. Questi scagnozzi, pei quali la satira popolare inventò il nome, sono preti senza chiesa: avevano già per essa abbandonata la propria casa, e la chiesa dovette rigettarli sulla strada, vagabondi senza meta, condannati senza giudizio, perduti per tutti, anche per sè stessi, perchè il prete senza cura è peggio del medico senza ammalati. Debbono vivere soltanto della messa, questo magnifico poema anonimo, ma la sua celebrazione non basta colla poca elemosina a nutrirli. I paramenti sacri, coi quali montano all'altare, diventano un abito di maschera, la rappresentazione divina del sacrificio un espediente per la colazione sotto le volte di una cappella spesso dorata, con dietro gli scherni di un chierico, il quale sotto i ricami della pianeta vede le toppe della veste, come Aristippo vedeva la superbia di Antistene attraverso i buchi del suo mantello da cinico.

I devoti frenano a stento i sorrisi, gli altri preti lo tengono con un altro sorriso a distanza e nemmeno i migliori osano con esso la parità di trattamento, perchè lo scagnozzo è sempre un po' colpevole. Vinto dalla miseria, che non ha saputo accettare facendosene una virtù, ne ha addosso le stigmate ripugnanti: disceso al mestiere ne porta seco il lezzo e non sa più mondarsi: doveva essere il consolatore dei poveri, ed è un povero che fa concorrenza a tutti gli altri, inguaribilmente altero del proprio grado, che lo isola fra gli uomini, disilluso sulla carità del sacerdozio, accattone divenuto incredulo nella disperazione e costretto a parlare di fede dalla speranza di una impossibile elemosina.

A Roma lo scagnozzo è come immerso nella gloria e nella potenza del clero: la religione, che lungi era una dote dell'anima, a Roma è un fatto politico: le file della gerarchia vi sono così serrate, che chi non può entrarvi non vi appartiene: le virtù del cuore non contano, quelle dell'ingegno rientrano sotto la legge del valore commerciale, e lo scagnozzo non è l'operaio a spasso, ma il professionista senza clienti, peggio ancora, il solo professionista che non possa mutare professione.