Fuochi di bivacco

Part 5

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Ma le decorazioni non mancavano: ne ho visto su tutti i petti, vecchi e giovani, nei più varii colori di una simbolica minuscola ed intricata; abbondavano le aquile e le ruote a smalto su targhe e medaglie: alcuni, i neofiti forse, le portavano in giro sui berretti come Luigi XI di Francia, il cupo re, usava colle madonnine benedette; tutti recavano sulla manica un bracciale collo stemma della loro città. Il giglio rosso di Firenze spiccava sopra un fondo di argento e pareva un vivo fiore di sangue. Bel fiore e bel sangue di poesia e di gloria, che si riaccendevano nelle fantasie, e sembravano mettere nell'elegante gaiezza di quei pochi fiorentini un orgoglio di superiorità senza offesa, una amabile condiscendenza di ospiti, che sanno di venire di lontano, dalla città degli incanti e dei capolavori.

E Forlì aveva preparato loro, col _Guglielmo Tell_ un altro incanto antico di visioni e di suoni nel capolavoro di Rossini, un romagnolo, che non volle mai esserlo, e al quale la Romagna, così povera di figli illustri, si ostina ancora con irritata vanità a volere essere madre.

Certamente nella sua natura e nella sua opera di maestro non sono visibili le tracce dello spirito romagnolo, nè per le buone qualità nè pei grandi difetti: e se nacque a Lugo e invece nel testamento elesse Pesaro ad erede, probabilmente non vi fu ingratitudine nel primo caso e gratitudine nel secondo, giacchè egli, malgrado gli argomenti e i titoli dei melodrammi, non aveva mai sentito lo spasimo delle passioni patriottiche, che purificavano l'anima nazionale nell'alba del secolo scorso. Rossini era di quegli artisti, nei quali la testa è tutto il corpo e tutta l'anima, e si fanno ammirare anzi che amare, compiono forse una rivoluzione ma non ne attingono il fondo, determinano più una moda che una scuola, sapendo troppo bene la scienza del mondo per compromettere contro di esso i trionfi del presente nel sogno di una più eccelsa immortalità. La sua vena melodica era ricca, ma non gli vietava di assimilarsi, magari col furto, le gemme più belle di altri scrittori; la costruzione scenica gli riusciva facile e la sbarazzò di molti vecchiumi senza liberarla abbastanza dalle inutili convenzioni; sapeva che la voce umana sarà sempre il migliore di tutti gl'istrumenti orchestrali e invece, togliendole la propria umanità, le impose troppo spesso nei gorgheggi e nei trilli le esasperanti abilità degli istrumenti; avrebbe potuto maneggiare l'orchestra al pari che Napoleone, cui fu paragonato, un esercito, e non ne abusò, come più tardi i suoi successori e nemici, sepellendovi dentro quasi tutto il dramma; adorava la musica, non aveva per sè stesso altro linguaggio, ma non delirò dietro di essa fantasticando di potervi esprimere i segreti del pensiero e precisare davvero le antitesi della tragedia.

Dopo di lui il melodramma pretese di essere un dramma, nè oggi ancora questa pretesa è caduta dalla moda teatrale e dalla credulità del pubblico.

Rossini somigliò a Goethe nell'olimpica indifferenza verso il mondo e nella padronanza sugli argomenti prescelti: e se naturalmente questo è troppo maggiore di quello e la musica per essere senza pensiero non può veramente rivaleggiare colla poesia, in entrambi la rivoluzione artistica si compiè senza spasimi, e i loro capolavori non ebbero abbastanza passione per commuovere ancora le generazioni seguenti.

Consacrati dalla gloria, adesso sono letti più per studio che per piacere, insegnano l'arte meglio che non rivelino l'anima, hanno l'equilibrio sapiente delle misure, non sono e non saranno forse mai vecchi, perchè non espressero tutta la vita del loro tempo, non furono come dei roghi, nei quali i cuori venissero a gettarsi per ardere e le menti per illuminare.

Tutta la passione di Goethe bruciò nel _Werther_, tutto lo scetticismo di Rossini scintillò nel _Barbiere di Siviglia_, ma nei drammi eroici dell'uno e dell'altro nel _Goetz di Berlichingen_ e nel _Guglielmo Tell_, nel _Tasso_ e nell'_Otello_, nella _Ifigenia_ e nel _Mosè_, nel _Conte di Egmont_ e nella _Semiramide_, la passione eroica non attinse nè le cime antiche nè le moderne, la scena fu più ampia che profonda, la coscienza non vi lacerò i propri veli come in Shakespeare, non fu rivelazione umana e divina come in Dante.

Così cerchereste indarno, fra i motivi melodici di Rossini, il dolore di Bellini, la melanconia di Donizetti, lo spasimo convulso di Verdi: più di essi è forse sicuro nel dominio della frase, più fertile nel suo sviluppo, originale negli spunti e nelle conclusioni; ma i suoi personaggi amano e odiano con minore intensità, i loro gridi non tagliano come spade, la loro morte non lascia in noi, colla simpatia della pietà, lo stesso terrore del mistero. Quindi nel meriggio della virilità e sulla vetta della gloria tacque per quarant'anni in un sapiente silenzio interrotto soltanto dai lazzi della conversazione, mentre sentiva forse con amara tristezza superata l'opera propria. Che se potè ridere alle deviazioni dei nuovi avversari, i quali domandavano alla musica ciò che la musica non può dare, la grande passione poetica e musicale del secolo decimonono dovette indubbiamente passare attraverso il suo tramonto come un uragano sanguigno e rutilante, che scomponeva tutti i paesaggi mutandone persino le voci.

Allora il suo egoismo di uomo e di artista egualmente esauriti tremò sotto la maschera scettica, e il vecchio maestro cadde troppo tardi per rialzarsi chiedendo alla passione le supreme rivelazioni della vita. Bellini, Donizetti, Chopin, Schumann, invece, ne erano morti; Wagner errava ancora come un bandito, Berlioz delirava nell'abbandono, Verdi restava solitario e triste nel trionfo, e Bizet, l'ultimo originale ingegno del teatro francese, si preparava a morire sotto la sconoscenza del pubblico.

Eppure nel _Guglielmo Tell_ Rossini raggiunse quasi il capolavoro, e tale sembrerebbe ancora oggi, attraverso tanto mutamento di mode teatrali, se nella sua musica la passione fosse più viva. Viva parve allora alla folla e agii eletti, che amavano la patria assai più di una donna, mentre l'eroico amore era punito atrocemente da tirannidi indigene e straniere; viva la dissero i poeti e la temettero coloro, pei quali la risurrezione dell'Italia avrebbe fatalmente segnata l'ora della morte. Oggi, invece, il melodramma nella sua compostezza classica appare freddo, pur riattirando col fascino di una novità le orecchie e le anime affaticate dai garbugli sinfonici e drammatici, che occupano ancora la scena moderna e pretendono di fare nella musica una rivoluzione superiore alla musica stessa. Ma essa non sarà mai che il linguaggio del sentimento, al di là della parola, quando lo spirito vibra d'indicibili emozioni negli spasimi di un dramma vero o immaginario: sarà la lingua universale, che accorda i cuori accomunando gioie e dolori, ritmi e canti sul teatro, nell'illusione di una favola che non può superare nei propri personaggi il pretesto del cantare stesso. Quindi il loro canto consolerà tutti nella folla, appunto perchè ognuno potrà appropriarselo come un motivo impersonale.

Rossini, che lo sapeva, si vantava di poter musicare anche la lista della lavandaia, mentre oggi pubblico e critici, quando la musica di un'opera è fallita, accusano il libretto.

Il grande scettico non musicò poi quella lista, ma avrebbe potuto farlo con un motivo bello, perfettamente estraneo alle parole come nel suo famoso _Stabat Mater_. Che importa se la tragica e originale ode della nuova poesia latina non vi è espressa?

Anzitutto la musica non avrebbe potuto significare la tragedia del Golgota: poi quel motivo è bello, e il pubblico ascoltandolo pensa a tutto fuorchè al dolore della Madonna, si commuove, applaude ed ha ragione.

Tanto peggio per chi non lo crede.

27 settembre 1902.

LA VOCE

Ancora mi canta nell'anima come un'eco della giovinezza dileguata, quando da ogni fiore delle siepi ci giungeva sulla strada un saluto, e via pel cielo, tra il volo traballante delle libellule, fuggivano agitando i diafani veli misteriose ed inafferrabili visioni.

Ricordate nella _Massimilla Doni_ di Balzac, il vecchio romanzo, quel patrizio anche più vecchio, che nella inconsolabile malinconia del tramonto veneziano senza gloria nè di arte nè d'impero si era rifugiato dentro la musica, e anche lì, inseguito da tutte le vanità e le insufficienze della vita, non amava, non chiedeva più che l'accordo di due note, la fusione di due voci? Mai forse il grande romanziere trovò simbolo più semplice e profondo della miseria spirituale, e la significò in un più originale fantasma. Tutto passa, e le ombre dileguano come le figure: tutto stanca, anche la bellezza che ci accendeva le pupille, anche l'amore che ci sollevava nella speranza della felicità, anche la gloria che ci prometteva la tirannia del comando nella solitudine della ammirazione.

Ogni vino più puro lascia una goccia fecciosa nel fondo del bicchiere: ogni illusione ci domanda il proprio prezzo in un disinganno; la donna che pareva il fiore della nostra vita, non può diventarne il frutto; la ricchezza, che era un frutto, maturando si guasta, e guasta quasi sempre anche la nostra anima.

E allora come un pellegrino, che la strada ha ingannato ed esaurito, l'anima cerca tra le ombre cadenti della sera, mentre il pianto della rugiada inumidisce già le ciglia dei fiori e gli uccelli si gittano spauriti gli ultimi saluti dalle frondi, qualche cosa o qualche figura, alla quale domandare un conforto di compagnia nella notte imminente. Accade per tutti così: siamo tutti dei naufraghi, che perdemmo la riva e la nave: siamo tutti degli esuli dalla giovinezza, che ci trattò come Firenze fece con Dante: siamo tutti dei vinti, che la sconfitta dimenticò sul campo di battaglia.

Come quel vecchio patrizio veneziano, ritrovato da Balzac dentro la propria fantasia di creatore, e che, stanco dell'antico palazzo troppo pieno di memorie, si era rifugiato in un bugigattolo, e gittando alle più fresche ed illustri cantatrici il proprio danaro non trovava l'ultima consolatrice sensazione che nell'accordo di due violoncelli, tutta la gente, che dura e non può anco rivivere, cerca in un'unica sensazione un riparo e una stazione alla vita. Gli altri le chiamano manie, e sono invece avanzi di abitudini, frammenti di una qualche speranza o di una fede, o di un vizio o di una virtù. Perchè bevono così i vecchi bevitori? Domandatelo a Baudelaire. Perchè le etère invecchiate riparano in chiesa? Perchè le bigotte si nascondono quasi in una sola e solitaria devozione?

Naufraghi e naufragi: bisogna illudersi ancora e sempre, sino all'ultimo momento, e anche dopo, giacchè questa necessità di speranza e di fede varca il limite pauroso e s'avanza per cieli ignoti, dietro fantasmi inconoscibili, all'accenno di un raggio arcano, all'eco di una voce anche più misteriosa. Qualunque sia l'essenza e il segreto della musica, questa arte suprema dello spirito, che parla ultima in un linguaggio intraducibile; comunque i suoi ultimi grandi tiranni abbiano potuto fantasticare ed errare chiedendole la rivelazione del dramma ed imponendole le necessità pittoresche della descrizione, questo almeno rimane ben certo che nel nostro tempo nessuna arte è così universale come la musica e in essa niente e nessuno più invocato ed amato di un cantante.

Quando Wagner, ingannando ed ingannandosi, per trasportare il dramma nell'orchestra riduceva il cantante a non esserne più che un istrumento, il mondo applaudiva Wagner e decuplicava le paghe ai più illustri tenori, pagando in perle e in diamanti i soprani, ai quali popoli e re s'inchinavano; i teatri soltanto erano convegni davvero pubblici, mentre accademie ed esposizioni apparivano, quali erano, avanzi di scuole e preparazioni di mercati. Nel secolo decimonono la Patti ha regnato meglio di qualunque imperatrice, e Masini passò nella luce abbacinante di un lungo trionfo, dietro al quale, oggi ancora, palpitano le più intense memorie, risorgono le illusioni dei cuori invecchiati e delle fantasie deserte.

Soltanto la voce umana ha questo potere misterioso di darci al tempo stesso l'oblio ed il sogno; nessun istrumento dal petto di legno o dalla gola di metallo, solitario o sostenuto da altri, può, come la voce umana, rivelare le ineffabili emozioni della nostra anima, sollevandoci nel mistero superiore alla nostra vita, o tuffandoci negli abissi, dai quali il pensiero si ritrae o risale muto. Oggi ancora che le paghe dei cantanti gloriosi sono così diminuite, nessuna assemblea orchestrale è pagata come un tenore: perchè? Voi ascoltate attentamente un'orchestra, e sognate invece dietro la voce di un tenore. E non il suo talento di attore, quasi sempre fin troppo scarso, non la perfezione tecnica della sua gola, agiscono sul vostro spirito destandone i sogni, che s'involano lungi tra ombre e trasparenze, tra fantasmi e simboli, tra brividi di stelle e di lagrime, ma è la sua voce soltanto, che desta echi misteriosi nel nostro cuore; è il suo accento che ci scuote coi brividi dell'inesprimibile; è la sfumatura di una sua sillaba, forse di una vocale, che ci avvolge e ci rapisce, dentro un velo di luce o di ombra, lungi dalla vita che opera, nella vita che sogna, lontano e in alto, dove le stelle ascoltano guardando e le preghiere salgono più lievi che l'aroma dei fiori.

E voi avete sognato. Chi era quel tenore? Che importa saperlo, se egli stesso non sa il proprio potere e probabilmente lo suppone in qualche abilità acquisita collo studio? Chi era il personaggio del quale portava i panni ed il nome nella falsità inutile ed inconsolabile di un melodramma? A che pro chiederlo? La musica non può avere drammi, perchè è soltanto la lirica della lirica, la voce, il canto impersonale ed universale dello spirito.

Adesso il pubblico sembra tornare verso l'arte antica, dopo tanto bizantineggiare di teoriche musicali, attratto dalla nostalgia del canto, e il pubblico ha ragione.

Morire, dormire... sognare, forse, dice Amleto: sognare, sognare soprattutto, ecco la misericordia della musica verso di noi: ecco la gloria del cantante, che colla sua voce aduna i sogni e li solleva dall'anima della gente.

E anch'io ho sognato ieri sera nel piccolo teatro della mia città, ascoltando Masini forse per l'ultima volta.

Era un sogno soltanto? Ebbene, sarà stato breve, incerto come tutti i sogni. Quella voce talvolta non pare più la stessa, giacchè qualche cosa si ruppe recentemente nell'anima dell'artista e il suo cuore si lacerò: adesso egli è più solo nella vita. Ma canta sempre. La sua dizione, il suo accento, la sua voce ripetono l'antico incanto: le nostre memorie risuscitano, ci sentiamo nel passato, superbi, vibranti; egli è ancora l'incantatore delle anime, preso anch'esso come noi nell'incantesimo, e non sa più sè stesso.

Può quindi bastare un tremito a dissipare il bel sogno, un velo che gli ondeggi sul cuore, una lagrima che sia rimasta sopra una parola; e qualche cosa ci trema dentro come in un brivido d'incertezza, in un dubbio breve di noi e di lui, quasi nell'angoscia di un risveglio: ma una sillaba squilla improvvisamente superba, un gruppo di note si effonde trionfale in una invocazione, e il sogno prosegue nell'incanto dietro l'incantatore.

L'arte è così, niente altro che un sogno.

Insino a qual giorno canterà Masini?

Non lo so, ma quando i giornali annunzieranno il suo ritrarsi dall'arte, un silenzio cadrà sulle anime: poi da tutte, involontariamente, come da un coro, risalirà il saluto di _Lohengrin_, scendente al sacrificio terreno, saluto dolcissimo e mesto:

Mercè, mercè, cigno canor...

20 giugno 1902.

III

AD LIMINA MORTIS

SOGGEZIONE

Non è un poeta.

Indarno Gabriele D'Annunzio in una sua fulgente visione ha creduto di mostrarcelo avvolto fra le pieghe misteriose di una vecchia profezia: _Moriturus cithara tradit._ Il bianco vegliardo mandando a Teodoro Dubois, maestro francese, un'ultima ode perchè la rivesta di note e tutto un coro di voci femminili, malgrado l'antico divieto rituale, la canti nel magnifico duomo di Reims, non ha deposto finalmente la cetra vinto dalla suprema stanchezza della vita. Ancora, se la morte non suggelli le sue labbra pallide, scandirà in versi latini le preghiere abituali senza che un soffio di poesia le sollevi trepidamente verso quel Dio, così alto e così umano, che egli può credere di rappresentare sulla terra. Avviene di lui come di altri, che la longevità sembra ingrandire in una mirabile prospettiva sempre più profonda ad ogni anno, mentre nel continuo occaso della vita le più radiose figure si oscurano ogni giorno e tramontano dimenticate quasi prima che vanite. E poeti come Gabriele D'Annunzio sognano di lui davanti alla immensa mole dei palazzi apostolici, sotto i fastigi maestosi di questa città ideale, così affollata di tutte le bellezze morte, alla cui porta vigilano ancora gli svizzeri del cinquecento: una città costrutta dal papato, adesso cinta da un assedio invisibile, silenziosa ed operosa nel segreto di una rinnovazione come un sepolcro. Quel vecchio papa, che sembra tuttavia da essa imperare al mondo delle coscienze, quasi disseccato dalla vecchiezza, ma col pensiero sempre acceso come una lampada sacra, adorato dai credenti, riverito dagli increduli, dirigendo ancora la secolare marcia convergente del cattolicismo attraverso tutte le nazioni, e interrompendo tratto tratto gli ordini brevi per levare un inno alla Vergine, è una figura simbolica, troppo prestigiosa nella sua unicità, perchè la fantasia delle genti e dei poeti non ne sia scossa. E nessun'altra potrebbe essere più ideale, se dentro al suo simbolo fossero l'uomo e il poeta.

Invece, dell'uomo nessuna grandezza di pensiero appari dalla sua vita di oramai un secolo, quando prete, vescovo e poi cardinale, poteva appunto nella minore importanza degli uffici meglio significare la propria originalità fra tante battaglie di idee religiose e scientifiche e la lunga agonia del papato, assalito da tutte le nuove forze democratiche, abbandonato da ogni più antica autorità. Mai come in questo secolo, dentro e fuori del cristianesimo, la tragedia dello spirito religioso trovò più solenni atteggiamenti, proruppe in parole più penetranti. Mentre la storia, con una delle solite ironie, sembrava aver voluto mettere nell'ultima ora del papato una comica bonarietà colla figura di Pio IX, sempre sorridente fra le catastrofi e, nella propria incapacità di comprenderle, così pronto a dissolverle in una barzelletta, qualcuno poteva di mezzo all'episcopato significare il nuovo spirito cattolico per opporlo alla trionfale grandezza dell'idea democratica. Il papato, cessando di essere un piccolo regno, doveva rinnovare il proprio immenso impero: un'altra interpretazione, nuovi modi di guerra, campi sconosciuti di battaglie, armi e difese originali si imponevano giorno per giorno: il papa prigioniero nel Vaticano doveva al mondo la formula di un'altra libertà; in lui inerme l'istinto delle moltitudini cercava l'interprete di una nuova pace, alla quale le ultime inevitabili guerre avrebbero servito di prologo.

Ma Leone XIII non sentì di aprire un'èra nella storia papale; prete e professore, il suo pensiero non era uscito dall'angustia del vecchio seminario; vescovo, di fronte alla rivoluzione italiana che cancellava e rinnovava, indietreggiò nella senile reazione di tutto l'episcopato; pontefice, pur dovendo serbare l'affermazione del proprio regno distrutto, non seppe levarsi più alto di tutte le contese politiche diventando la voce della giustizia divina, mentre le plebi, nell'angoscia della loro nuova coscienza cittadina, disertavano la chiesa e si addensavano sotto i vessilli di un'altra giustizia atea a reclamare minacciose il loro diritto sovrano alla interezza della vita. Eppure un soffio, un moto investivano papa e papato sollevandoli; nazioni avverse lo chiamavano arbitro ad impedire nuove guerre, moltitudini di anime, gelate dall'orrore di un disgregamento sociale, gli ridomandavano il verbo della fede, la certezza della speranza. Gl'Irlandesi sanguinanti nello sforzo indarno eroico di rivolta contro l'Inghilterra, lo invocarono, ed egli stette per l'impero anglicano contro l'autonomia cattolica: gli Armeni furono trucidati a centinaia di migliaia dalle selvagge soldatesche turche, ed egli non si ricordò che altri pontefici, minori di lui nell'impero e più pericolanti nel regno, avevano bandito le crociate.

Dinanzi ai nuovi eserciti socialisti non riordinò alcuna milizia degli ordini monastici, così varii ancora e così forti: volle forse la recente calata dei clericali italiani, e non ne scrisse nemmeno il proclama e non anco consegnò le bandiere.

Ma gli anni, disseccando giorno per giorno la sua vita, le diedero un'austera apparenza di santità; la viridezza delle forze permettendogli ancora di presentarsi ai pellegrini e di compiere i riti in tutta la loro pompa più magnifica, preparò nell'ammirazione di questo caso fisico e nel rispetto istintivo dell'altissimo grado, il prestigio di un miracolo, che le profonde illuminazioni dell'idea religiosa rendono sempre più efficace. Adesso una soggezione inchina a lui le anime, gli si suppone grande il pensiero, invitto il cuore, splendente la fantasia. Si finge di non sapere che egli è appena un'insegna bianca da altri sollevata tratto tratto agli occhi del mondo, che i suoi ordini hanno solamente la sua firma, che tutti i vecchi vissuti sempre nella segregazione dal mondo sono presso a poco così santi, e che il suo pontificato resterà senza carattere nella storia come la sua poesia è senza accento nella vita. Gregorio XVI è ancora l'ultimo papa, nel quale il pensiero abbia brillato e l'opera reazionaria serbata l'impronta di persona viva: di lui resta un libro e la memoria che papa e re non ebbe un dubbio, e combattè tutta la modernità, senza patteggiare, rigido come una statua, altero, intrattabile, non vinto.

Oggi ad un grande papa abbisognano grandi iniziative; il cattolicismo nella sua guerra dovrà assimilarsi tutta la democrazia, o sarà vinto senza combattere colla più umiliante preterizione.

Se nella profezia, esumata da Gabriele D'Annunzio, il successore di Leone XIII _alta ascendet, numine sacro afflatus, carminibus rincet_, non sarà il papa apollineo, un suonatore di cetra, come si compiace di sognarlo il simbolico poeta; ma una mente così alta ed originale da levarsi rapida e sicura alle vette più combattute del nostro pensiero, una guida così audace da trovare una strada fra l'intrico dei sentieri, che ormai imprigionano come in un labirinto la coscienza del mondo; i poeti lo canteranno forse coll'entusiasmo di trovatori, riempiendo la sua via e incoronando di rime la sua vittoria, senza che alcuno tra essi riprenda la cetra di Leone XIII.

Questi non è un poeta. Solamente la soggezione a tutte le figure d'impero anche rovesciate o morte, che nei nostri spiriti rivela soprattutto il difetto di alta ingenuità, può oggi farlo credere tale, perchè ancora scandisce distici in un'età, nella quale la lingua per solito è già morta dietro le labbra aride.

Verdi è stato creduto un genio dopo l'_Otello_ ed il _Falstaff_, così men belli del _Rigoletto_, solamente perchè seguitava a scrivere quando i pochi, che lo avevano sempre superato, erano già morti: Carducci conquistò l'unanimità dell'ammirazione nazionale colle ultime liriche della sua evoluzione monarchica, che saranno dimenticate.