Part 3
Chi intende oggi San Francesco fra le anime oranti, se i devoti non amano che le chiese sontuose, nelle quali un'arte goffa, un gusto villano, una prodigalità prepotente sembrano cantare le lodi della ricchezza?
La perversità del gusto gesuitico si allarga sempre negli spiriti religiosi: guardate le chiese di Lourdes, esaminate la nuova agiografia a quali fisonomie riduce i volti più austeri e più tragici, leggete i libri di devozione e confrontate le preghiere dei primi anonimi poeti cristiani con quelle che oggi scrivono letterati cattolici egualmente anonimi: ricordatevi i santi preferiti, le feste predilette: cercate il titolo degli altari consacrati da voti, e leggete le loro scritte.
Come tutto è morto, senza fede, senza poesia, senza passione, nel culto moderno!
Certamente la poesia e la fede sono immortali, ma bisogna essere un artista ben perspicace o un pensatore ben acuto, per rinvenirle sotto il triste ciarpame che le avviluppa, o per sentire il loro soffio nella rettorica, che discende lenta come un fumo grasso dai pergami.
Il cristianesimo, uscito quasi intatto dalle ultime battaglie colla scienza e colla filosofia, soccombe adesso ad un marasma, che gli impedisce ogni espressione geniale e l'intendimento di quelle antiche, anche se la poesia e la critica rinnovellata dell'arte lo soccorrono nello sforzo.
I templi risorgono, ma piuttosto per l'ammirazione degli increduli che per la passione dei fedeli: la Chiesa arma un nuovo partito politico, che ridiscende alla conquista della storia.
Auguriamoci dunque imminenti battaglie, perchè solo dall'angoscia dei conflitti e dal sangue, necessario a tutte le vittorie, può risorgere il fiore della vita nella luce trionfale di un altro mattino.
16 febbraio 1902.
LA GROTTA
Perchè dire qui il nome della città, mentre questa si prepara a festeggiare la sua consacrazione sotto l'incendio del sole e fra le canzoni, che salgono dai campi col fruscio degli strami falciati?
Straniero nella città, più straniero alla festa, la mia parola suonerebbe stridula agli orecchi della moltitudine, che un'eco della antica poesia religiosa risolleva, senza che la pietà delle anime risenta davvero la tragedia del dolore, per la quale lo spirito del Santo diventò così grande e così puro. Il convento è poco lungi dalle mura, fra orti e campi pieni di murmuri e di ombre: è un convento di cappuccini senza antichità di tradizione, nè gloria di arte, nè virtù di miracoli: piccolo, povero, lindo, tacito, si nasconde quasi in un abbassamento del terreno, con un portico dinanzi alla chiesa, un canale davanti al portico, pel quale passa lentamente un'acqua muta e torbida fra due orli di erba polverosa. Nel pomeriggio e di notte gli amanti errano lungo lo stretto viale, che mena al convento, ascoltando tratto tratto le sillabe misteriose del canale, mentre s'increspa nello sforzo di passare sotto i ponti bassi e frequenti: al mattino, sotto il sorriso vivido o nubiloso dell'alba, le donne devote si affrettano pel medesimo viale al convento per ricominciare la vita di ogni giorno con una preghiera più meritoria, perchè qualche cosa è rimasto di divino in quella piccola chiesa, nel suo silenzio. nella sua povertà, che una nuova lindura non potè ancora falsare. Dalle pareti, statue mezzane di santi cappuccini pregano, colla faccia estatica, immobili in un gran gesto di passione: e la vernice ha loro rifatta quasi la tonaca, e sono calvi, lucidi, ingenui, puliti: ma l'ombra della chiesa ridà loro una incertezza di poesia come in un mistero di lontananza. Il convento ha un cortile ed un pozzo di acqua celebre, derivata soltanto dal canale e filtrata: l'orto non si vede, ma deve sorridere di fiori, perchè un profumo vaga nell'aria e dal muro di cinta ondeggiano rami verdi, accennanti nel vento.
La rivoluzione chiuse il convento nel 1866, poi qualcuno, qualche cosa lo riaperse ad una prosperità guardinga, dandogli come un'apparenza di parrocchia suburbana, con una decenza borghese negli intonachi, con una festosità misurata nei giorni sacri.
Adesso il padre guardiano, bella testa grigia, forte e pensosa, sotto il portico, nell'angolo destro, ha fatto costrurre una grotta per Sant'Antonio, il soave eremita, che dopo San Francesco è la gloria più popolare dell'ordine.
Ahimè! La grotta pare un'opera di giardinaggio e meriterebbe una delle solite ninfe, che la poesia dei droghieri arricchiti suscita nei giardini per castigare la bellezza dei fiori così tristamente prigionieri nelle aiuole segnate di tegoli rossi e turchini: è più piccola di una stanza, ha dinanzi una cancellata, dentro una tappezzeria di sassi, un pavimento di sabbia, un santo che sembra un efebo, un Gesù bambino tagliato nello zucchero. Perchè?
È difficile trovare la risposta. Da gran tempo l'agiografia femminizzò tutti i santi, togliendo loro col carattere sacro anche quello umano per tutta la varietà dei tipi scolpiti già nella vita e nell'arte dalla passione del divino.
Nessuno si è salvato, neppure quelli che la crudezza della penitenza aveva quasi resi selvatici, o la luminosa grandiosità del pensiero mutati in astri spirituali. Un languore giovanile, una morbidezza malata passò nella agiografia, che, più a contatto col popolo, avrebbe dovuto, per parlargli, serbare più viva la verità dell'accento e più sicura la sincerità della forma: non vi furono più santi poveri o vecchi, colle stigmate della miseria, col marchio dei morbi. Il loro abito parve tagliato da mani femminili con irresistibili ed inconsapevoli intenzioni di civetteria; la loro capellatura, anche se rada, si arricciò sotto il ferro di un barbiere misterioso; il loro volto si arrotondò in una grazia di mela colle guance brinate, la bocca piccola chiusa come un bocciolo; le dita si affusolarono, l'occhio non ebbe più lagrime o le ebbe soltanto come le orecchie delle donne hanno le perle: un lusso di cattivo gusto. Scomparvero le epoche e con esse i costumi della agiografia; tutti i santi furono contemporanei e coetanei; da San Giuseppe a Sant'Antonio la paternità spirituale non fu più espressa che dai quindici anni: un giovinetto che tiene in braccio un bambino, e quasi sempre la faccia del bambino è più virile che quella del giovinetto. Ma questo ripetendo attraverso i secoli la bellezza dell'efebo greco, non ne ebbe nemmeno la sincerità intenzionale, nella stessa incertezza del tipo: e invece parve voler essere soltanto donna senza la purità davvero superiore della vergine e la forza dolce della madre.
Così l'agiografia inventò un terzo sesso nei santi, che affidava all'anima popolare come un nuovo germe d'ideale per la vita e per l'arte, prima che qualcuno potesse arrestarla sulla falsa via o intenderne almeno il perchè. Invece il popolo accettò. E adesso nelle carte, sugli altari, nelle vetrine, nelle cornici, ovunque la pietà ha bisogno di inginocchiarsi e il dolore di chiedere, non appaiono che figure giovanili, rosee, lucenti, tese o curve sopra un bambino appetitoso quanto un candito, nudo come in una provocazione, dentro un nimbo di luce falsa, tra fiori stilizzati, al centro d'una grotta preparata come un gabinetto, nella quale i sassi sono una decorazione e la miseria un motivo di eleganza.
Sant'Antonio fu un poeta della parola e della solitudine: visse poco, pensò, agì, sofferse in sè e per gli altri, mescolato alla politica, guardando dall'alto e scendendo eroicamente a tutte le profondità della miseria e del dolore. Il popolo, che ha l'istinto infallibile, lo amò, lo divinizzò, e a Padova scoppiò in una ribellione per avere il suo cadavere, perchè sentiva di avergli appartenuto nell'anima. Che importava se il Santo era spagnuolo e doveva comporre con San Domenico e con Sant'Ignazio forse la triade più originale della storia? Il vincitore degli Albigesi aveva l'impeto dei torrenti, che devastano per fecondare; il fondatore dei gesuiti fece della parola l'arma più sottile ed armò il silenzio di pensiero. Sant'Antonio, invece, era l'oratore delle piazze e dei campi, che parlava collo stesso accento alle donne e alle rondini, che amava la bellezza nella natura e il dolore nello spirito, perchè il dolore è la sola luce rivelatrice della vita. Era semplice, rude, povero, un artista che ignorava l'arte, un santo che non sapeva d'esserlo, un grand'uomo, che si faceva piccolo appunto perchè apparteneva a tutti. San Francesco è l'ode, Sant'Antonio la canzonetta: quegli trova il motivo, questi lo diffonde: l'uno crea, l'altro propaga. Per il popolo San Francesco è forse troppo alto, mentre Sant'Antonio è un confidente, al quale si può tutto raccomandare, dai bovi ai bambini, e tutto chiedere, dalla pioggia che risana i campi, al vino che ristora i corpi.
La sua immagine protegge le stalle, vigila i boschi, è al crocicchio delle strade, pende sul letto dei poveri, che non lo riconosceranno più in quel giovinetto così grassoccio, senza una riga di pensiero sulla fronte, una ruga di spasimo nel sorriso, con quella tonaca troppo lucida, con quelle mani da ozioso, affusolate, rosee, vanitose.
Ma le donne invece colla morbosità di una devozione fatta di raffinatezze, s'inteneriranno a vederlo così ben pettinato e così simile ai fanciulli, che esse addobbano per il lusso della loro maternità, perchè la devozione moderna è un lusso di delicatezze esteriori, un piacere di riti eleganti, un'abitudine di speranze, che continuano i piaceri della vita invece di contraddirla.
L'arte religiosa tace da gran tempo.
Non si sanno più costrurre nuove chiese e, costruendole, si storpiano gli antichi modelli: si decora, non si crea, si restaura e non s'innova. Leone XIII bandì un concorso per una Sacra Famiglia, che nessuno vinse; un altro, aperto a Torino per una testa di Gesù, parve un convegno di ritratti, nel quale invano si sarebbe cercato un originale davvero umano: e Gesù è tutto l'uomo.
Invece anche a lui, nelle immagini del Sacro Cuore, toccò la sorte degli altri santi: non fu più nè Dio nè uomo, nè maschio nè femmina: la capellatura bipartita sulla fronte gli scese femminilmente sulle spalle; la barbetta bipartita sul mento gli si aperse per mostrare la soavità adonica del collo; la sua fronte rimase senza pensiero, la sua bocca senza parola, i suoi occhi senza rivelazione, mentre nel mezzo della tonaca turchina il suo cuore non più suo, impennacchiato di fiamme, incoronato di spine, immobile, non batteva più.
Perchè?
Potrei tentare di spiegarlo: molti lo sanno, qualcuno lo dirà.
Qui affermo soltanto che l'arte religiosa non è morta.
23 luglio 1903.
IL PROBLEMA DEL NATALE
Non ricordo più l'anno, ma è lontano come la mia giovinezza. La giornata era triste: una nebbia saliva diafana e leggera il colle seminudo e pareva un velario, dietro il quale Bologna taceva. Guardavo dall'alta vetriata rigata di grosse gocce tiepide, perchè la grande stufa vampeggiava quasi accanto a me agitando sul pavimento di legno lucido un riverbero cristallino.
Marco Minghetti si scosse sulla sedia:
— Ma concedetemi almeno, amico mio, che il suo _Natale_ è bello!...
— Bello! come? — rispose dolcemente De Meis.
Mi volsi a tempo per cogliere la grazia fuggevole del suo sorriso: ma egli non aveva mutato atteggiamento: teneva un gomito sul tavolino e la fronte appoggiata sulla mano destra bruna e sottile quasi come una mano di donna.
Siccome mi avvicinavo, Minghetti con quella sua amabilità diplomatica disse:
— Non venite fin qui: vi unireste al professore per darmi torto: voi non credete a Manzoni e a nessun altro poeta vivente.
— Datemi dunque un poeta, che metta nel verso tanta poesia quanta Mazzini e Garibaldi ne hanno messa nella loro vita. Manzoni è un romantico.
— Come voi, ragazzo mio; ma il più rivoluzionario e il meno squilibrato dei romantici. Ha creato un'ode, una tragedia, un romanzo; nella nostra miseria letteraria basta.
Minghetti mi guardò contento, ma seguitò:
— Perchè dunque non trovate bello il _Natale_?
Camillo De Meis parve raccogliersi:
— Non conosco un solo inno degno del Natale. Il tema cristiano è bello: dunque vero. Lo spavento di una persecuzione ha fatto fuggire Maria, perchè Erode decretò la morte di tutti i bambini; i fuggiaschi riparano a notte in una stalla, e la Vergine vi diventa nelle tenebre madre di Dio. Quella stalla non è di alcuno: lei sola e il vecchio marito sono nel mistero; fuori il vento freme, la notte gela. Perchè Dio ha voluto nascere da noi? L'angelo annunziandolo a Maria non disse abbastanza, ella resistè un attimo quasi difendendo la propria verginità, e piegò sotto il mistero.
Il filosofo s'interruppe: la sua fronte non molto alta si era fatta lievemente rosea, e la voce gli aveva tremato.
Aspettammo: egli lo sentì.
— Il _Natale_ di Manzoni, — proseguì, — non sale, non vola: le sue strofe strette e lunghe sfilano dinanzi al poeta, che tenta lanciarne qualcuna nell'alto. No, no, egli non ha sentito il problema del Natale. Per quanti secoli di secoli la natura si era ripetuta nella nascita seminando il cielo di astri e i prati di fiori, riempiendo di viventi invisibili l'aria e l'acqua, le tenebre e la luce? Ma il suo dramma non diventa intelligibile che nell'uomo; egli sa che la nascita è una prima opposizione del vivente colla vita, dell'individuo, dentro il quale passa l'eterno ed è creato soltanto nel tempo. Dalla morte solamente egli apprenderà la vita, perchè la morte è il limite ultimo della figura anch'essa formata di limiti. Che altro è infatti la linea del suo disegno?
— Parlate, parlate.
— Per quanti secoli il dolore e l'amore umano avevano gridato davanti a Dio, per deciderlo a discendere nella nostra nascita? L'appello della gioia fu più eloquente che il gemito dello spasimo? Per quale pietà si decise Gesù? per quella dei buoni, o dei cattivi? E chi, che cosa davvero redense in noi? Egli volle passare solo, senza padre, senza moglie, senza figli; non volle essere di alcun tempo, di alcun luogo: non ebbe patria, non credette ad alcuna legge e non ne fissò alcuna. Parlò. La sua parola aveva l'aroma dei fiori, la sonorità del mare, il lampo della folgore: svegliava le anime, purificava i corpi: la vita si apriva davanti a lui come già il seno di Maria, la morte gli si inginocchiava davanti come un cavallo pronto a portarlo nella vittoria. Tutto il pensiero umano è nella sua parola, che come una musica si dilata inesauribilmente; tutta la esperienza umana è in lui, straniero che passa soltanto: tutto il dolore che crea, tutto l'amore che distrugge, sono nella sua parola di uomo, di donna e di Dio. Nessun segno esteriore lo distingue, nessun'opera lo segnala, ma la sua volgarità è pura, e la sua semplicità disciolse tutte le grandezze. Gesù!...
E questo nome suonò come una invocazione.
— Voi pregate, maestro.
— No, sono come te, ragazzo mio: tu spasimi nella incredulità e maledici ancora la vita: io non penso più, guardo ancora qualche volta così, e non parlo.
Io m'era appoggiato senza accorgermene alla spalliera della sedia, dalla quale Minghetti si era piegato ascoltando. Nessuno di noi due osò interrompere quel silenzio del vecchio filosofo, che l'Italia non conosceva e che nemmeno la morte ha poi rivelato.
Egli era un santo del pensiero.
L'ombra malinconica, che gli avvolgeva il viso, si fece quasi più densa e a poco a poco più limpida la fissità del suo sguardo.
— Oriani, — mi si rivolse, — che cosa offriremo noi tre a Gesù bambino? Abbiamo qualche cosa nell'anima che possa essere un dono? Possiamo noi almeno comprendere il Natale?
Imprudentemente Minghetti chiese:
— Perchè?
— Voi non siete padre, — rispose dolcemente De Meis: — io non lo sono, Oriani afferma con dolorosa superbia di non volere esserlo mai. È il figlio invece che crea il padre, secondo la grande parola di Hegel: è il figlio che del cuore del padre si fa la culla e lo muta per sempre. Coloro che piegandosi sopra una culla non hanno sentito la propria anima inabissarsi nella voragine della vita; che dinanzi alla nuova creatura non hanno dovuto dirsi: «sono io, io solo che l'ho evocata dall'inconoscibile a questa tragica e labile coscienza, e le ho dato il mistero per martirio e l'inafferrabile per mèta»: coloro che non hanno tremato della propria creazione riconoscendo nella creatura una vittima ed un giudice: coloro che non si seppero immortali in lei e non ne piansero di gioia o di dolore, e stringendo una culla non si tesero nello sforzo di gettarvi dentro l'universo; che cosa sanno essi del Natale? Noi tre siamo stranieri: Gesù non è nato per noi. Io non ho che dei morti: voi chi avete nella vita?
— Mia moglie soltanto.
— Avete sposato una madre, e non siete padre...
Ma la risposta gli parve forse così dura che si alzò.
Al solito egli non avrebbe parlato più per qualche tempo. Era stanchezza spirituale? Era inutilità del pensiero e della parola?
Dentro la serenità del gran vecchio, io, così violentemente pessimista, sentivo come un deserto lucido, freddo, muto: una solitudine polare con un cielo senza sole e senza notte, con un silenzio ignaro d'ogni voce.
Egli era solo, non aveva neppure la gloria, questo sole d'inverno che illumina, ma non riscalda. Minghetti gli si accostò, e gli prese affettuosamente una mano. L'illustre ministro era alto, roseo, colla fronte sfuggente sotto i capelli già bianchi, la bocca lievemente aperta ad arco e che il sorriso non animava mai. Minghetti non poteva sorridere: la sua bocca era così.
Ma appariva contento.
— Donna Laura è andata a Roma. Restate con me, amico mio: e voi, Oriani, tornate a casa per le feste di questo Natale?
— No.
— Ebbene, facciamo insieme la vigilia.
— Non posso: la solitudine mi pesa, ho bisogno di sentirmela pesare sull'anima.
L'accento di De Meis fu così doloroso che istintivamente guardai Minghetti.
Questi disse quasi misteriosamente:
— Lo so.
— Che cosa?
— Lo so: donna Laura vi ha indovinato.
Un turbamento scosse il filosofo: l'altro trattenne cortesemente uno scherzo, vedendolo soffrire.
In quel momento all'uscio apparve Giuseppe, il vecchio cameriere, ed annunciò col suo accento bolognese:
— Il professor Panzacchi.
Il poeta, allora giovane, alto, grosso, bronzeo, con due piccoli occhi neri nella faccia quasi sonnambula, si avanzò sorridendo verso lo statista: erano rivali d'eloquenza e avversari nella politica.
— Benissimo! — esclamò Minghetti — come ne sono contento. — E per sollevare De Meis prosegui mutando voce: — Aiutatemi dunque a difendere Manzoni contro di lui, voi che siete un poeta.
Una ironia sottile come un fruscìo serico stridè in questa ultima parola.
— Ditemi, Panzacchi: è davvero così poco bello l'inno al Natale di Manzoni?
Il poeta si volse, sorridendo del suo sorriso incantatore, a De Meis:
— Stamane, prima di uscire di casa, sono andato a vedere il mio Fifo: stava per svegliarsi. Mi sono sentito salire alle labbra i versi di Manzoni:
Dormi, fanciul, non piangere, dormi, fanciul celeste...
Sono così dolci!
— Mai voi siete padre! Potete capire il Natale...
Questa parola ci soverchiò tutti.
Credo che l'illustre filosofo pigliasse moglie l'anno dopo.
25 decembre 1905.
II
ECHI
IL CAVALIERE
L'ho visto l'altra sera a Lugo, la piccola città romagnola ancora affollata e sonora dell'antica fiera, che prolunga con felice anacronismo il proprio costume nei tempi nuovi.
E nel teatro ardente come un calidario, quando dal fondo della scena sopra un cielo violentemente turchino è apparso il mitico cigno dalla docile testa, ricurva sotto il peso delle redini fiorite, un fremito è corso per la densa platea sollevando un murmure di passione. Il cavaliere splendeva come dentro un nimbo d'argento, immobile in una posa di sogno. Sotto il casco bianco, simile ad una calotta appena orlata, i suoi capelli d'oro fluivano in lunghe anella insino alla barba breve: e tutto in lui era bianco, il mantello e la veste, la maglia ed il guanto.
Malgrado la luce troppo calda e rossastra della ribalta, la sua pareva come sempre una apparizione lunare, meravigliosa di un lucido pallore, più stupefacente ancora nella lentezza solenne dell'arrivo.
Dopo tanti anni anche la mia anima ha ripalpitato come la prima volta che il bianco cavaliere discese sulla scena del massimo teatro bolognese fra un'aspettazione così intensa, che mai forse eroe vero, irrompente nella battaglia aveva sentito intorno a sè, fra urla di riscossa e di spavento.
Che cosa non si era detto e scritto allora del _Lohengrin_? Qual pregiudizio di scuola e di razza, qual paradosso d'estetica, qual vanto di novità, qual classico disdegno era stato risparmiato?
La grande musica, che aveva abbellito di tanta gloria universale il faticoso andare della nostra rivoluzione, sembrava esausta anch'essa nel medesimo trionfo: l'Italia era libera, Roma italiana, e Verdi, ultimo dei quattro magni maestri, discendeva per la parabola lunga dell'ingegno negli ipogei egiziani a cercarvi indarno il sublime orrore di una tragedia ieratica. Anch'egli era sorpreso, sorpassato dalla rivoluzione, che aprendo un tempo novello esigeva altre forme per una più moderna coscienza. Comunque il magnifico e avventurato maestro ornasse di nuove opere la propria vecchiezza, non saprebbe più guadagnarvi un'altezza pari a quella del _Rigoletto_, uno dei drammi più lucidi e terribili della musica in questo secolo, la più bella vittoria di un ingegno italiano sul massimo genio francese, perchè, bisogna ripeterlo ancora con superba esultanza, Verdi vinse Hugo, la musica del _Rigoletto_ sorpassò la poesia del _Roi s'amuse_.
Wagner fu allora un liberatore appunto perchè oggi appare già un tiranno.
La sua estetica, più assurda di quella posteriore dello Zola, sedusse quanto l'originalità vera del suo ingegno: egli critico ebbe sudditi più devoti che a lui artista, la sua intransigenza teutonica provocò in Italia ogni più ingiusta negazione del genio nazionale.
Doveva essere così. Qualunque rivoluzione è costretta a condannare il centuplo di quanto può realmente mutare: non vi è religione senza idolo, non fede senza dogma, non dogma senza fanatismo.
Noi che adesso decliniamo al tramonto, passammo allora per un lungo periodo di ossessione; vi fu un terrorismo wagneriano come poco dopo un terrorismo zoliano: nessuna novità, nessuna bellezza era più possibile contro o al di là dei due illustri maestri. Wagner aveva imposto il proprio sogno di un teatro mitico, la propria illusione di una musica capace di esprimere le tragedie del pensiero e le epoche più misteriose della storia; Zola in nome di un naturalismo, che scemava la natura, pretendeva derivare nel romanzo il metodo sperimentale e ridurre la creazione della figura ad un plagio fotografico. Ma poichè l'inconsapevole spontaneità dell'ingegno vinceva nei due maestri spesso la falsità dei loro canoni artistici, grandi opere uscirono dalle loro mani, mentre gli imitatori, immiserendo tristamente nella caparbietà di quella estetica, ne affrettavano il tramonto anche dentro l'anima ignara del pubblico.
Dopo trent'anni Lohengrin, il bianco cavaliere, ricomincia un viaggio di gloria per le nostre province.
Le grandi discussioni di un tempo sono già dimenticate: Wagner regna nella storia splendendo ancora nella vita per l'immortale giovinezza di alcune figure e l'incanto inesauribile di melodie, non molte forse, ma scaturite dalle più intime profondità dell'animo umano. Fra tutti i suoi simboli certe figure soltanto raggiano di vita ed accendono i cuori: del suo teatro invece non resta che la grandiosa superbia del concetto e l'incomparabile abilità della sceneggiatura. Nessuno, nemmeno il Sardou, può essere a lui paragonato per la scaltrezza dell'inganno scenico; nessuno, nemmeno Beethoven, seppe come lui piegare l'orchestra a tutte le necessità del dialogo e mettere nelle sue voci più accento umano.