Fuochi di bivacco

Part 22

Chapter 223,388 wordsPublic domain

Quindi sorpreso, accettò quanto gli imposero, non fu nè sultano nè califfo, mantenne una reticenza nel giuramento alla costituzione e lasciò regnare il comitato dei Giovani Turchi.

Fu in lui intenzione di abilità? Aspettava un impeto di collera su dal vasto, selvaggio paese, poichè quel comitato era soltanto una setta, che s'ingrossava quotidianamente di tutti i residui dello stesso governo sultanico, e il parlamento si componeva come di un coro per le discussioni e di un ordine muto di mimi per le votazioni?

E la reazione scoppiò, senza capo, senza bandiera, senza danaro, senza armi, senza idee: bastò al comitato l'apparenza di un esercito per vincerla: il sultano era un fantasma, l'impero non era più.

E adesso?

Dicono che il nuovo sultano si chiami Maometto V e che si sia definito spontaneamente primo sultano della libertà: il motto non vale molto, l'uomo invece dovrebbe valere moltissimo per sollevare la Turchia dalla presente dissoluzione anarchica in una qualunque composizione di governo.

Forse anche nell'Europa più occidentalmente civile i retori della democrazia cominciano a dubitare sulla potenza meravigliosa delle loro formule; tutte le riviste giapponesi segnalano già un indebolimento nell'eroica coscienza del popolo dopo un ventennio di esercizio costituzionale; la Persia tratta la propria costituzione come un cencio di rivolta pel governo e contro il governo; la Russia non può ancora assidersi nella Duma per contare le proprie lunghe, sanguinanti ferite; la Turchia è passata dalla tirannide stanca del vecchio impero alla violenza nevrotica dei Giovani Turchi: non sa copiare l'Europa e ha dimenticato sè stessa.

Aspettiamo dunque.

3 maggio 1909.

X

VERITÀ NAZIONALE

VERITÀ NAZIONALE

Ancora una volta ha trionfato a Trieste.

Le ultime elezioni vi si sono svolte colla foga e collo stento di una battaglia, nella quale la passione si accendeva politicamente di un motivo inconfessabile. Da un canto i patrioti stretti dietro una bandiera invisibile, coll'occhio fiso oltre le mura, al di là del mare, a Roma, la capitale lontana ed eterna d'Italia, la metropoli della gloria, che domina ancora colla fronte superba il passato e il presente d'Europa; dall'altro slavi e sloveni, un popolo piccolo straniero, quasi barbaro, che cinge e batte le mura di Trieste come un'onda pigra e limacciosa di palude, e parla un'altra lingua, agogna una preda, non ha vanti perchè senza passato, non ha sogni perchè senza avvenire.

Essi sono una turba nella moltitudine di un impero, che ha per unità una dinastia soltanto, per governo una burocrazia, e che un tempo fu baluardo all'Europa contro l'invasione turca, ma indarno volle poi chiamarsi in una vanità di parola sacro romano impero, e cadde per sempre sotto il piede di Napoleone, ultimo imperatore del sogno latino, per sparire idealmente dietro il nuovo impero germanico, al quale Hegel aveva dato la corona de' pensiero e Bismarck quella della potenza.

Trieste bella e solitaria sul lido, come la piccola sirena nella divina favola di Andersen, il poeta danese, aspetta ancora l'amante: guarda l'Adriatico, ascolta nel murmure delle sue onde, gittando il grido dell'invocazione sulle ali delle sue tempeste, e piange cogli occhi e col cuore, mentre l'Italia si leva ad una nuova speranza di gloria nel ricordo del suo primo epico cinquantenario; piange, perchè sola ella non ha ancora nulla da ricordare, e la sua speranza sempre ferita non sa quando potrà levarsi a volo.

Prigioniera dell'Austria, libera soltanto come un condannato nella cella, s'ingegna e si estenua nell'esprimere dentro l'angusto sistema amministrativo la propria anima nazionale; il suo territorio è appena una cintura sfibbiata sul mare, ella non ha altra arme che un piccolo voto, deve fare della parola una armatura al proprio pensiero, nascondere l'odio e l'amore nella comodità sin troppo facile di una ricchezza accumulata dal mare e trasmessa per il suo porto al vasto eterogeneo impero.

Ma Trieste è italiana, e nulla potè mai mutarla, e nulla lo potrà mai.

Il segreto d'Italia, rimasto impenetrabile anche alla storia, la protegge: l'Italia, povera, deserta, anche ridotta a sei milioni di abitanti, senza più Roma per capitale, corsa da tutti i barbari, distrutta nell'impero, spogliata di ogni civiltà, divisa come gli anelli di una grande corona d'oro tra feudatari stranieri, non diventò mai preda di un solo. Nessuno potè conquistarla: il suo papato, i suoi comuni, i principati, le signorie, le repubbliche, tutto s'improvvisava e si rinnovava nella resistenza: una originalità spuntava come fiore da ogni zolla, un motivo inesauribile manteneva la guerra di tutti contro tutti, un genio più profondo che nella Roma latina e più vario che nella Grecia creatrice animava le cose e gli uomini, moltiplicava i capolavori del pensiero e dell'opera, piegando i vincitori ai vinti, seducendoli colla bellezza, ingannandoli colla diplomazia, distruggendoli coll'eroismo improvviso delle battaglie, dimenticandoli colla sicurezza della primavera, che volta le spalle all'inverno e trionfa nella festa irrefrenabile della vita.

Come l'immenso impero colla moltitudine così dispari delle sue orde accantonate in cento territori e tutte unanimi nell'odio della solinga città italiana, non bastò a sopraffarla seppellendola sotto una invasione, assorbendola nel vastissimo alvo della propria moltitudine? Trieste è ancora intatta, inviolata, inconfondibile. Slavi e sloveni dentro le sue mura non sanno sentirsi cittadini: qualche cosa li respinge e li supera: vi è un segreto nel quale s'infrangono, una verità contro la quale nessun'arma è sufficiente, nemmeno quella del parricidio.

E nell'ultima lotta ne fu pur troppo compita la prova.

I socialisti si allearono agli sloveni dentro Trieste, contro Trieste italiana. Come si chiamano i loro capi?

Il nostro pubblico non lo sa e non cura saperlo. Il nome di Giuda non basta forse da duemila anni a tutti i traditori? Come si chiamavano quei piccoli sergenti socialisti, che dall'Italia mossero a Trieste, bene accolti dalla polizia, ad aiutarvi la negazione della patria? La polizia austriaca non lo dimenticherà, e ciò deve bastare al loro orgoglio. Invece Trieste italiana ha vinto, perchè all'ultima ora gli stessi gregari socialisti hanno disobbedito ai loro capi votando per l'Italia e per gl'italiani contro gli stranieri. La verità nazionale si accese fiammeggiando improvvisamente nelle loro anime come un faro: la loro ingenuità popolana si è rivoltata come una vergine sotto la mano impura di un violatore e ha urlato di collera superba, e subito dopo ha sorriso nella gioia della vittoria.

Perchè a Trieste questa volta la vittoria è stata un trionfo del cuore, una apoteosi della fantasia. Troppo recenti, troppo sanguinanti ancora erano le ultime ingiurie dell'impero al nostro regno; troppo superbe suonavano da Vienna le minacce e troppo stridule continuavano le ironie, perchè la coscienza della nobile città non si sentisse questa volta come antesignana d'Italia. Nel nostro parlamento tutti i toni erano rimasti bassi: una prudenza piccina sembrava diminuire tutto e tutti, la negazione della patria, così empiamente brutale a Trieste, qui s'insinuava nell'equivoco delle teorie più lontane ed astratte. Si parlava dimenticando le necessità immanenti della storia, non si volevano più confini fra popolo e popolo, si negavano i danari all'esercito e all'armata, si vantava il progresso soltanto nel benessere materiale delle ultime plebi, si proclamava suprema verità della vita una uguaglianza negativa di tutti gli uomini fuori di ogni tempo e di ogni spazio. Appena un deputato triestino si alzò sulla miseria spirituale dei più estremi partiti, e, repubblicano, sentì il dovere di votare per l'esercito d'Italia. Mazzini e Garibaldi non avevano sempre fatto così? Nel sogno del quarantotto non invocarono, non accettarono persino Pio IX, e dopo, nell'epica aurora del risorgimento, non convennero col re e non predicarono, operarono gittandosi innanzi colla piccola bandiera dei Savoia?

Tutta la storia moderna non ha oggi due più grandi figure, due eroi più italiani e nullameno più mondiali. Che cosa sentono, che cosa pensano davvero questi epigoni, che si rinchiudono nel loro minimo partito come un ragno in un buco, mentre nel cielo ancora limpido fruscia già, invisibile, l'ala del pericolo, e da tutte le città italiane, da tutti i villaggi, da tutti i campi, i morti del cinquantanove si levano silenziosi e mesti a guardarci e stentano a riconoscerci?

Il socialismo, come tutti gli errori di cui la storia si serve per creare una più alta ed originale verità, non può essere forte che a patto di essere bello: gli bisognano una poesia di pensiero e di opera, una virtù più ingenua e più austera che non alla borghesia; le necessità economiche indimenticabili non debbono essere prime sempre ed ovunque; la propaganda contro il duello esprime soltanto la paura della morte nella affermazione santa della vita, che poi si nega nella violenza subdola e bestiale degli scioperi; la ripugnanza della guerra, immutabile ed inevitabile sacrificio, diventa il trionfo della viltà individuale, che dalla storia accetta il beneficio ricusando di pagarne il prezzo, e sogna un miserabile Eden di cucina e di postribolo con un lavoro senza ideale, una lotta senza tragedia, una vittoria senza vinti, e dei vinti senza la morte.

Oggi tutta Italia risponde con un sorriso di gioia alla gioia di Trieste, che in un'ora difficile ed oscura tenne fede all'antica madre non ancora invecchiata dai secoli, ma non risponde con più che un sorriso. L'avvenire deciderà dei nostro diritto, ed al solito la decisione propizia sarà per coloro che lo avevano meglio difeso.

Bisogna alzare con uno sforzo continuo, doloroso, violento, l'anima del popolo, perchè nel momento della prova non sia poi così bassa da non poterne nemmeno attingere il campo: bisogna ad essere tribuno generale la stessa potenza di poesia, che solleva e aduna le anime davanti al pericolo del sacrifizio; gli accattoni del voto, i giullari della piazza, i causidici del parlamento sempre pensosi soltanto di sè stessi, e che credono di guidare il carro della politica come quella mosca di Pindaro che si era posata sul riccio del timone e se ne alzò proclamando col battito dell'ale la propria vittoria sull'auriga, non furono, non sono e non saranno mai che una miseria del popolo, ma non lo guideranno nè alla vittoria nè alla perdizione.

La vittoria è donna e non ama che i forti: è dunque una forza l'umiltà di non sapersi più battere?

20 giugno 1909.

L'APPELLO

Bisognerebbe gettarlo sull'ali di una strofa o tacere.

Ma dov'è dunque il poeta nazionale? Qualcuno da tempo insidia l'epopea garibaldina, estremo miracolo della modernità europea e la degrada in piccole rapsodie di una prosaicità accorante, nelle quali il canto somiglia al volo dei tacchini, che radono pesantemente il suolo colle negre ali senza soffio di tempesta. Altri indietreggiando nei secoli sino al magnifico crepuscolo medioevale, così pieno di strofe e di torri, di cattedrali e di castelli, tenta la lira e il liuto sotto le finestre di un re prigioniero o dietro il Carroccio imbandierato per una festa di battaglia, ma il breve verso indarno sapiente non ha il clangore delle trombe, e l'anima non lo sente, e il tremito della morte eroica non passa fra gli squilli delle campane, che chiamano a raccolta, mentre le piazze ondeggiano nel tumulto della folla evocata tragicamente dalla storia alla originalità di una guerra creatrice.

Più forte e più alto, nell'orgoglio inutile dell'ingegno e di una incomparabile scienza verbale, colui che parve e poteva forse essere il nuovo poeta, si esaurisce dentro la monotonia lussuosa di una rettorica abbacinante nella ricchezza dei colori e dei ricami, piena di armonie come un'orchestra, e di fantasmi come un museo, ma solitaria nell'ammirazione di sè stessa, fra scoppi di una continua voluttà primaverile e di una vanità, che tutte le acclamazioni ingenue o false della moltitudine non possono mutare in superbia.

Il poeta nazionale, che la storia, nella impassibile severità del proprio giudizio, dovrà diminuire nel Carducci, così al disotto di Mazzini e di Garibaldi, manca ancora in questo nuovo trionfo della terza Italia, che l'Europa deve già accettare come una nazione grande fra le più grandi, tutta fremente di una improvvisa ricchezza, coi campi solcati ovunque da strade novelle, i porti aperti all'espansione della vita, le città sonanti e fumanti d'officine, un altro popolo industre, libero, sovrano, che non teme più gli stranieri e getta sull'America come un pulviscolo fecondatore gli estremi avanzi dell'antica miseria e le avanguardie romantiche della sua recente avventura commerciale: un popolo unico nella storia, antico in una gloria di tremila anni, che dominò, unificandola, l'antichità colla repubblica e coll'impero di Roma; e quando l'impero crollava come uno scenario sotto lo sforzo dei barbari a tutte le frontiere, oppose loro un'altra, più profonda originalità nel cristianesimo, che rimutò il mondo in una libertà spirituale con un crocefisso per imperatore e un papa per console, senza più differenza fra padrone e schiavo, fra povero e ricco, in una poesia di espiazione, di resurrezione, nella quale il male era soltanto la prova eroica della volontà e la morte un sacrifizio di salvazione.

Ma Roma invasa, saccheggiata, arsa, sommersa nella polvere e nei rottami di una incessante distruzione, sulla quale tutte le forze di una misteriosa vendetta sembravano accanirsi colla frenesia di una passione funebre, rimaneva sempre la capitale dello spirito umano, il centro rivelatore del pensiero, il trono inaccessibile a tutti i nemici, barbari della decadenza della infanzia storica, luminoso come un faro in una notte lunga di bufera, puro come una di quelle nivee vette alpine, sulle quali il sole si affaccia all'alba o indugia al tramonto colla eletta compiacenza di un poeta.

Roma e l'Italia sono ancora l'unità e l'originalità del medioevo. La loro forza militare e politica pare esausta: l'impero esula a Bisanzio e a Ravenna, là per fronteggiare con un inutile sforzo l'eterna inimicizia dell'Oriente, che prepara già, con misteriosa fermentazione, la suprema rivincita di Maometto contro Gesù: qua, sopra un lido senza significato, sul fianco di una pineta nè misteriosa nè grande, con un porto angusto come un canale, dentro una piccola città anonima, alla quale solamente i barbari schiacciando l'impero daranno una gloria immortale. Ma Roma resta.

Le sue rovine raddoppiano il significato dei suoi monumenti, l'abbandono dell'impero dà al suo papato una più alta, incoercibile sovranità; i barbari, incapaci di mutarsi in italiani, si fanno cristiani, la loro anima assetata d'ideale, il loro pensiero affamato di vita, domandano a Roma il doppio segreto: sono chiusi nel ferro, e il loro cuore si apre a tutte le ferite della nuova parola, schiacciano tutte le vecchie autorità e s'inginocchiano davanti a quella del sacerdote; gli ordini monastici peregrinano e fondano, attraverso ogni distanza, le nuove colonie spirituali, i municipii sopravvissuti preparano nel comune la futura, perfetta sovranità del cittadino contro il feudatario creato dalla conquista e costretto a vivere di rapina, come espressione di una forza soltanto negativa e germe vergine e robusto di un'altra razza, che si chiamerà italiana, la più mista, la più ricca, più resistente che la romana, più originale che la greca, speranza e modello a tutta l'Europa futura.

E questa, pur nello sforzo instancabile di tanti secoli, non potrà conquistarla, fonderla entro alcun altro de' suoi popoli. L'Italia resiste a tutti gli invasori, stanca tutte le tirannidi, svia tutte le correnti, trasforma tutti i padroni, seduce, crea in una originalità inesausta: dentro la religione, che consola affermando, suscita la scienza, che rinnova colla tragedia del dubbio, e già municipale marinara, ha una giurisprudenza, un'arte, una politica, una diplomazia, corti in ogni castello, un parlamento in ogni borgo, un capitano in ogni venturiero, un re nel cittadino. E incredula e credente, serve il proprio clero e lo domina, si libera del misticismo colla bellezza dell'arte, ha tutti i vizii e tutte le passioni, tutte le abilità dell'esperienza e le infallibili intuizioni dell'ingenuità.

Senza l'Italia il medioevo europeo invece di un'aurora sarebbe stato una notte.

Poi nel millecinquecento, che gli storici di scuola credono ancora l'apogeo della nostra storia, mentre invece segna il supremo esaurimento della nostra lunga supremazia, l'Italia s'arresta o quasi. Spagna, Francia, Germania, Inghilterra, si mettono successivamente all'avanguardia; l'Italia pare un'ancella, un'anticamera di altre corti, un oscuro magazzino di lontani padroni, e non è vero. Nel seicento è ancorala scienza italiana che domina, nel settecento la musica: generali, architetti, pittori, scultori, formano le sue nuove ambascerie e affermano ancora la sua potenza: è serva, e i padroni vi paiono poco più che ospiti, i suoi ultimi principi scemano giorno per giorno. Il suo papato è un mediocre principato interno, abile nel destreggiarsi colle grandi corti straniere, la sua aristocrazia non ha più che partigiani, la sua incomparabile borghesia comunale è appena una clientela, il suo popolo un groviglio di corruzione e di barbarie.

Non importa: anche così l'Italia non può essere di nessuno: unica al mondo, nè la gloria del trionfo, nè la servitù della miseria possono esaurirla.

La rivoluzione francese passerà sovra di essa come una bufera, rifecondandola. Napoleone sarà italiano e improvviserà il primo regno di Roma per suo figlio, minimo fantasma nell'ultimo grande poema, povero, esile fanciullo, nel quale finirà come nella miseria di un giocattolo l'arte creatrice di impero.

Dopo mezzo secolo: ecco Cavour e Vittorio Emanuele, Mazzini e Garibaldi, che creano la terza Italia in una rivoluzione, alla quale la massa sembra quasi assistere soltanto, ma così profonda, originale, che tutte le altre d'Europa e d'America non vi possono essere paragonate: e dopo un altro mezzo secolo, ecco ancora l'Italia più libera e più ricca che ai tempi di Augusto, e che l'Europa rivolle perchè dalla sua originalità attende qualche forma nuova di bellezza, qualche più feconda cooperazione ai problemi intercontinentali, che adesso preparano la vera unità della storia mondiale.

Il problema più vero, più tragico ed insieme più pratico è adesso per l'Italia quello di apparire e di essere la grande nazione latina. Che cosa è la Spagna da gran tempo? Che cosa è più la Francia colla sua repubblica cresciuta come un fungo dalle putride radici del secondo impero, e che una serie degradante di parlamenti e di ministeri demagogici ha ridotto senza più una politica mondiale, come nei secoli delle sue monarchie, senza un esercito e una armata capace di guerra, con un governo prigioniero dei propri impiegati, con una ricchezza che si putrefa per mancanza d'ideale, con un'arte che oramai esprime soltanto la corruzione di un mestiere, con una religione che perseguitata non sa soffrire, con una sovranità plebea che non sa comandare a sè stessa e sogna i vecchi re, deride gli ultimi tribuni, paga i deputati e li sberta come i giullari degli schiavi cresciuti negli ergastoli sindacalisti? Eppure molto sopravvive nella Francia e molto rivivrà.

Per l'Italia, per noi, più giovani, più nuovi, ancora frementi della nostra rivoluzione creatrice, e che demmo al mondo lo spettacolo più mirabile di rinnovamento materiale e morale negli ultimi trentanni, miracolo al quale nemmeno possono paragonarsi i prodigi della ricchezza e del progresso americano, ancora così vuoti di significato, il problema è unico: affermarsi come il maggiore e migliore dei nuovi popoli d'Europa, o arrestarsi e decadere, consumando nell'inutilità di una effimera festa l'ultima energia rivoluzionaria dei nostri padri.

Avanti dunque nel senno di Cavour e nell'eroismo di Garibaldi: avanti col pensiero e coll'opera, sui mari che attendono le nostre navi, sulle frontiere che aspettano la nostra vittoria!

Ma non bisogna promettere: il trionfo fu sempre di coloro che seppero prepararsi nel silenzio.

25 aprile 1909.

INDICE

DIANA pag. 5

I — OMBRE SACRE:

Corona murale pag. 19 La fine della fine » 25 Il tempio » 31 Il poema » 37 La grotta » 43 Il problema del Natale » 49

II — ECHI:

Il cavaliere pag. 57 Tristano e Isotta » 63 Saffo » 69 L'arciero » 76 La voce » 82

III — AD LIMINA MORTIS:

Soggezione pag. 89 Il papato » 95 Il vinto » 101 Scagnozzi e cagnotti » 107

IV — TRAGEDIA REGALE:

Il trionfo della morte pag. 115 La vedova » 120 I messaggeri della morte » 125

V — IDEE E FIGURE:

L'impero ideale pag. 133 A Staglieno » 139 Gallia victa » 143 Trilogia postuma » 149 Il gigante plebeo » 155 La vergine rossa » 161 Il prigioniero » 166 L'orrore del vuoto » 172 Cieco contro cieco » 177

VI — DELITTI E DELINQUENTI:

Problema criminale pag. 185 Romanzo vivente » 190 Romanzo e romanziere » 195 È permesso? » 201 Vecchio errore » 206 L'ultimo brigante » 211 Amnistia » 217 Nel fuoco » 222 Il duello » 228

VII — PUNTE SECCHE:

I deicidi pag. 237 L'eroe » 242 Il vincitore » 247 Il Testamento di Cecil Rhodes » 252 Zanardelli » 257 Il ministro » 262 I cattolici alla camera » 267 Finalmente » 274

VIII — SOTTO IL FUOCO:

I falsari della volontà pag. 283 La battaglia religiosa » 288 I ribelli della fede » 294 Honor onus » 300 Una visita » 305 Inutilità » 309

IX — ULTIMA CARICA:

Fit via vi pag. 315 Sole levante » 320 Satira epica » 325 Lex imperorum » 330 Janua mortis » 336 Sulla china » 341 L'ultimo Czar » 346 La terza prova » 351 L'ultimo » 356