Fuochi di bivacco

Part 21

Chapter 213,590 wordsPublic domain

Ma la Duma, semplice organo consultivo, assurda realizzazione di un più assurdo contratto fra autocrazia e parlamentarismo, produrrà nello spirito e nel costume russo una rivoluzione: gli ingegni e i caratteri si tempreranno nella nuova palestra; la parola libera avrà così una tribuna, e nulla resiste alla parola; sorgeranno oratori, tribuni, coi quali bisognerà contare; dietro ad essi si formeranno e riformeranno partiti; nessuna procedura potrà inceppare e soffocare tale primaticcia azione consultiva; dietro la Duma nascerà un piccolo parlamento, che lo Czar dovrà pur battezzare; vi sarà uno sfogo alle idee, un controllo a certe spese, un veicolo a taluni interessi; da quella sala tratto tratto certe parole apriranno le grandi ali di fiamma e si involeranno sino ai confini dell'impero, messaggere di resurrezione: lo Czar sarà ancora, il popolo comincerà ad essere.

Non è molto, eppure è quasi tutto.

22 agosto 1905.

L'ULTIMO CZAR

Forse la storia lo chiamerà così.

Egli è l'estremo di una lunga serie imperiale, che regnò largamente e profondamente sopra un trono inaccessibile come una vetta, e quindi percosso dalle bufere, solcato dai fulmini. Il suo impero era vasto come un desiderio, vario come un mondo, pericoloso come un mistero; tutte le terre, tutti i climi, tutte le genti vi erano mescolate nella più meravigliosa originalità; le epoche vi si sovrapponevano senza confondersi, la preistoria vi durava nei nomadi, la modernità vi improvvisava, ad immense distanze, fra steppe taciturne, sulla sponda di fiumi larghi quanto un mare, città belle come un'oasi, luminose e roventi di vita.

Lo Czar solo regnava. Egli era l'imperatore e il pontefice, la figura che unifica e consacra, l'idea vivente nell'uomo, l'uomo intero nel simbolo del popolo. Il suo carattere d'individuo non contava; la sua volontà onnipossente nell'astrazione si diffondeva e vaniva in tutte le lontananze coi venti, che ne ripetevano l'eco, nella voce dei messi che ne falsavano il comando. Il suo pensiero veniva dall'impero e dominava l'imperatore, costringendo il pontefice alla ubbidienza dello stato: l'impero solo era grande, solamente la Russia era santa.

E quando tutte le monarchie d'Europa crollarono improvvisamente all'urto del sogno napoleonico, dentro il quale strideva la grande rivoluzione francese, l'impero russo resistette; e i suoi generali non osavano più battersi, e il suo imperatore delirava nella preghiera, e il suo popolo si raccozzava a bande sulla neve come i lupi correndo sulle orme degli invasori, divorando uomini e cavalli, i morti e i feriti.

Adesso quasi tutti dissero che la Russia aveva salvata l'Europa. Ma il sogno napoleonico vi si sarebbe invece dissipato ugualmente senza altra traccia che di un uragano, perchè nulla era vivo, imperialmente, in quel sogno e la sua funzione arcana era di dissipare i vecchi fantasmi monarchici scrollando nell'ultima dormiveglia tutti i popoli per ridestarli ad un nuovo mattino. La Russia, raddoppiando subitamente di potenza e scoprendo quasi in una improvvisa rivelazione la propria massiccia ed antica architettura, parve rinnovare nel secolo decimonono un prodigio e un enigma: l'assolutismo più puro nello stato, l'unico socialismo mondiale in un popolo agricolo, che non pensava, non sentiva, non voleva che per lo Czar e nello Czar.

La sua razza, dopo l'esaurimento della greco-latina e il doppio trionfo anglo-teutonico, era la sola ancora vergine, che potesse contenere e produrre una terza civiltà; l'impero copriva quasi mezza Europa e mezza Asia, nessuno bastava ad invaderlo a limitarlo; la sua forza cresceva inesauribile, la sua originalità si rivelava nei segni più contradittorii, in una pari inconsapevolezza dell'antico e del nuovo, nell'istinto delle masse e nel genio dei poeti, nella assimilazione, che accettava tutto, nell'immobilità, che tutto il mondo non bastava a scuotere.

La democrazia urlava ai confini e vampeggiava dentro, nelle coscienze, che le rivoluzioni europee destavano alla vita della sovranità individuale: attraverso l'enormi distanze russe le capitali s'accendevano come fari e le idee rimontavano i fiumi, sibilavano dalle locomotive, agitavano bandiere fumiganti sulle caminiere delle officine, parlavano nei giornali, pesavano sulle meditazioni coi libri, vincevano le leggi nelle scienze, seducevano i magistrati colle arti.

Ma l'impero resisteva sempre, troppo profondo perchè le mine toccassero soltanto le sue fondamenta, troppo vasto alla rarità dei ribelli, troppo vivo nella fatalità della propria missione per esserne distratto impedito dalle impazienze ideali della sua piccola avanguardia democratica. Il suo immenso problema era nell'Asia, la sua suprema verità nella gloria di rinnovarla, dominando come ultimo e massimo campione d'Europa, giacchè tutte le altre nazioni vi operavano indarno da secoli; un moto lo sospingeva, un'ascensione di poema sembrava illuminare la sua ieratica rigidità. E invece la più grande delle sconfitte che la storia abbia ancora segnato, arrestò impero ed imperatore, Russia ed Europa nella marcia secolare.

Un'epoca è conchiusa, l'impero russo resta, lo Czar non è più.

Il suo ultimo rescritto, nel quale balbetta come un prigioniero che abbia il ferro alla gola, annunzia piuttosto una abdicazione che una costituzione, giacchè riconosce nei sudditi il diritto di cittadini senza determinarne il valore e delinearne la funzione; la sua parola trema nell'umiltà della resa, è oscura come gli spaventi notturni, non ha accento imperiale, pare quasi di soliloquio in una torpidezza di malattia.

La costituzione (e dovranno pur chiamarla così) non sarà davvero una copia dei nostri statuti occidentali, ma basterà a fasciare la mummia dello czarismo, che vi durerà dentro ancora lungamente: la vita russa ne subirà la più profonda fra le crisi della sua storia e dovrà faticare e soffrire per sostituire alla unità czarista una unità nazionale, che mantenga compatto l'impero: molte nazionalità vi tumultueranno in un improvviso delirio di ricordi patriottici, tutti i fermenti della democrazia gonfieranno le vaste e oramai vuote forme imperiali, facendone screpolare la crosta e rompendone le linee architettoniche. Lo Czar è morto e adesso per tutte le città russe la gente grida: Viva lo Czar!

Che cosa penserà questo Augustolo, che la vita aveva ironicamente gittato sull'ultimo trono dell'ultimo impero negandogli l'anima d'imperatore?

La sua testa, che non si curvò mai sotto il peso di un grande pensiero, era troppo piccola per una così larga corona: il suo cuore di fanciullo, che domandava all'Aja la pace come un giocattolo, non poteva resistere alla guerra, e non capirà adesso questa suprema vittoria della rivoluzione, ultima eco dell'epiche vittorie giapponesi sulla Russia. All'annunzio di ogni sconfitta egli pregava e piangeva, nè Czar nè pontefice: ad ogni istanza di popolo ricusava parlando o tacendo: a migliaia e migliaia sono morti per lui, contro di lui, ed egli, chiuso nell'immenso palazzo, non ha mai saputo uscirne per mostrarsi al popolo come il simbolo vivente della sua storia. È sottile, pallido, gracile: la sua mano, che non sguainò mai la spada, ha lasciato cadere lo scettro, ma nessuno lo raccoglierà per farsene un'arma contro di lui, sopra di lui.

L'impero dura, quindi l'imperatore resta.

L'Europa applaude, e da lungi il Giappone sorride. Adesso il mondo non ha più che un imperatore vero, il Mikado.

Lo Czar è vuoto come un'armatura: toccatelo e ne uscirà un suono fesso come quello del suo ultimo rescritto.

Alla Russia dunque la risposta degna della antica gloria e della nuova libertà.

4 novembre 1905.

LA TERZA PROVA

Questa forse riuscirà, quantunque arte e dottrina di storia non consentano presagi.

Da qualche giorno i giornali russi si esauriscono nelle analisi della terza Duma, che chiamano conservatrice: parola di lode o di biasimo secondo il discorde traguardo del partito, ma indubbiamente parola di speranza per tutti, anche per coloro più disperatamente ostinati nella negazione. L'immenso impero, appena uscito dalla tragica prova della guerra giapponese, nella quale una imprevedibile miseria di anima e di corpo gli contese la rivincita di una sola scaramuccia, parve precipitare nel baratro di una dissoluzione. Tutto era perduto, persino l'onore: lo Czar errava come un'ombra nei palazzi imperiali, troppo piccolo per mostrarsi al popolo in così grande sciagura: gli eserciti erano distrutti, i generali non avevano più nome, i reggimenti tornavano senza bandiera, le flotte non tornavano più.

L'egemonia bianca sull'Oriente aveva ricevuto un colpo mortale dal piccolo eroico campione giallo, che si era alzato dal frammentario impero del Sole Levante, nel nome di una razza inerte da secoli in un esaurimento spirituale, gittando un superbo appello di sfida a tutta la storica gloria di Occidente. Se l'Inghilterra, arrestatasi anch'essa da gran tempo nelle Indie come nella ricchezza di una enorme fattoria, era il campione secolare della industria e del commercio europeo, la Russia rappresentava in Asia il campionato territoriale, colla razza più attardata nella nostra civiltà, più numerosa e feconda, vergine nella potenza di una originalità, che promette ancora un terzo periodo civile dopo quelli della gente latina e teutonica.

E la vittoria giapponese sconvolse tutte le previsioni della politica e gli aforismi della filosofia della storia.

Quindi, nell'improvviso fallimento della burocrazia imperiale, per tutte le città della Russia vampeggiarono le speranze rivoluzionarie: la dinastia rimaneva senza gloria, il governo senza base, entrambi senza una idea. Al solito, si gettò sulla miseria dei vinti la colpa di tutti; non si comprese, e in quell'ora non sarebbe stato possibile, la nuova fase del problema orientale, che riempirà di sè stesso tutto il secolo ventesimo; non si cercò nemmeno donde venisse al Giappone, dopo trecento anni di pace, una così meravigliosa forza di eroismo nei soldati e nei cittadini, unanimi nel disprezzo della morte e nell'epica concezione della vita.

L'aristocrazia, oscillante tra vanità moderne e albagie antiche, accusò anch'essa per sottrarsi alle accuse, mentendo nelle critiche al governo e nelle lusinghe al popolo; la borghesia, febbricitante d'idee occidentali, senza base e senza contatti col popolo delle campagne, immensa maggioranza che nessuno sguardo e nessuna sonda potevano misurare, credette giunto il proprio avvento, e delirò nelle accademie e nelle assemblee, per i _clubs_ e su per i giornali, vantando la propria superiorità nell'astrazione delle idee, e provando la propria inettitudine nella gara vanitosa delle proposte rivoluzionarie. Nelle città, e più specialmente nelle metropoli, la plebe operaia, irreggimentata dalle enormi ed improvvisate officine dell'industria moderna, che De Witte aveva artificialmente sviluppato con una coltura di serra, s'infiammò alle fiaccole dei vecchi nihilisti e discese nelle vie a rinnovare davanti alla fedele e barbarica foga dei cosacchi la viltà degli eserciti fuggenti sulle pianure gelate dinanzi al furioso eroismo dei giapponesi. E le campagne tacquero, malgrado l'esplosione dei saccheggi ai castelli abbandonati dai grandi signori.

L'anarchia soverchiava, e tuttavia non una idea, non una forma si scopriva ancora nell'impero a sostituirvi il governo secolare degli Czar, imperatori pontefici, simboli di una unità caotica ed infrangibile, sempre insufficienti come individui, sempre insuperabili come padroni.

Poi un «ukase» annunziò la costituzione. L'Europa trasali, la Russia si sconvolse: non sarebbe stato possibile, nella febbre di quella concessione, nè al governo nè al popolo fissare davvero le linee di uno statuto capace di contenere come una cornice il nuovo quadro: nessuna classe vi era preparata; nessun ordine, nessuna categoria aveva aspetto e limiti abbastanza precisi; i bisogni salivano da secolari dolori, sopravvissuti a tutti i martirii e a tutte le disillusioni; le idee sprizzavano da tutti i cozzi, squillavano dalle incudini, chiassavano nei mercati, prorompevano dalle università, sbucavano dalle botteghe, poi, addensandosi nei giornali, vi si incendiavano come fieni estivi, mentre dal fondo oscuro, anonimo della plebe soffiava come un vento gelido e fetido, che sembrava gittare in alto dei singhiozzi di agonia e delle sillabe di morte.

Nell'Europa occidentale la rettorica politica si sbizzarriva nelle critiche e nei consigli, non si sapeva, o meglio, non si voleva sapere che la Russia, come non ebbe il nostro passato, così non ha ancora il nostro presente politico quale democrazia parlamentare e cittadina; che fra città e campagne nell'impero moscovita la differenza spirituale è ancora di secoli; che fra operai e contadini l'antagonismo è di due mondi; che differenze di clima, di razza, di natura e di storia trovarono nello czarismo la sola possibile unità e questa unità vi assicura ancora nell'arbitrio il modo più rapido, per quanto tragico di progresso. Lo czarismo soltanto ha coscienza imperiale, e può adesso mantenere la Russia. Ogni altra questione, tutti i più urgenti problemi soccombono a questa pregiudiziale; le forme e i diritti politici d'individuo e di classe diventano secondari davanti alla necessità, per la Russia, di mantenere il proprio primato imperiale sull'Europa e sull'Asia, preparando ad entrambe un nuovo originale periodo di civiltà.

Una democrazia parlamentai re a Pietroburgo, simile a quella di Parigi o di New York, dissolverebbe l'impero, e le sue province, così disgregate, anzichè riformarsi nell'originalità della autonomia, ripiomberebbero nell'anodino e nell'anonimo.

È presto ancora: la civiltà matura nelle lagrime e nel sangue; la libertà è la suprema perfezione di un popolo.

La Russia aspetterà ancora lungo tempo.

Le due prime Dume convocate e disciolte dal governo imperiale oltrepassarono nel ridicolo la memoria dei parlamenti quarantottisti di Roma e di Francoforte, di Parigi e di Berlino, le idee vi gridavano come fanciulli, le parole vi smarrivano ogni significato: i deputati, attori improvvisati di un teatro posticcio, declamavano coll'occhio fisso alle ultime lontananze dell'orizzonte politico, e coll'orecchio teso agli echi della piazza più vicina. Nessun partito vi era organico: liberali, rivoluzionari, reazionari, patrioti unitari e patrioti separatisti, nessuno rappresentava davvero una coscienza della Russia e dell'impero: banditori di idee, residui di libri, avanzi di congiure, campioni di sètte, delegati di gruppi non sapevano che domandare, perchè volevano tutto o ricusavano tutto, non sapendo scegliere nè fra il vecchio nè fra il nuovo.

Un parlamento si prepara prima nei comuni, nelle province; ha bisogno di una coscienza nazionale equilibrata sull'antagonismo dei partiti e delle regioni, deve avere un governo, sovrastare al popolo, dominare il sovrano.

La nuova terza Duma riuscirà?

«In principio erat verbum».

Aspettiamo dunque la sua parola.

15 novembre 1907.

L'ULTIMO

Così forse lo chiameranno negli annali dell'Islam.

Il lungo, immenso, glorioso impero ottomano finisce in lui, ed egli è piccolo, basso, ignobile, senza la virtù della vita e senza il coraggio della morte: nè sultano, nè califfo, incapace nella dottrina e nell'armi, miserabile nel pensiero e nel sentimento, non più abbastanza giovane per l'eroismo della guerra, non abbastanza vecchio per la consacrazione della tragedia.

Abdul-Hamid è stato deposto.

Negli annali islamitici la fine dei sultani fu spesso espiatoria per congiure e per condanne di palazzo: la loro onnipotenza, al solito, non era che formale, se dentro non vi folgorava una qualche virtù di grand'uomo; nessuna originalità, dunque, in questa deposizione dell'ultimo sultano, che vita e morte respingono nel medesimo disprezzo.

Egli non aveva mai sentito l'enorme responsabilità del proprio grado: forse ignorava la meravigliosa storia antica dell'impero, che si espanse come un incendio improvviso ed irresistibile sull'Oriente e sull'Occidente, minacciando simultaneamente Buddha e Gesù, soverchiando nella più irresistibile delle marce conquistatrici tutti gli ostacoli accumulati o dimenticati dalla storia, assimilando, struggendo, religione di guerrieri prima, poesia di arte dopo, supremo sforzo del deismo ebraico contro il trionfo della trinità cristiana.

Forse il mondo non ebbe visione più abbacinante di guerra: la conquista di Alessandro pare una parata teatrale davanti a quella di Maometto, che va dall'India alla Spagna, minaccia la Francia, sfonda la Cina, schiaccia la Persia, sommerge l'Egitto, soffoca a Bisanzio l'agonia dell'impero romano: e tutti i deserti sono attraversati, e tutti i mari si coprono di navi, e la vittoria vola su tutti i monti, inonda i piani, rovescia le città. Tre continenti piegano sotto il suo sforzo immane: l'Africa diventa quasi tutta maomettana, l'Asia resiste nell'immensità e per la immensità, ma tutti i suoi popoli sono feriti dalla nuova parola, tutte le sue religioni compromesse dalla forza solitaria di Allah. L'Europa piccola sopporta la massima pena: Gerusalemme, la città santa di Gesù, cade nella servitù musulmana, e le crociate tentano invano per secoli di liberarla; a un dato momento Parigi è minacciata come Vienna, il Mediterraneo diventa un mare turco, sul quale le nostre repubbliche marinare sembrano esercitare la pirateria della libertà; tutto trema, tutto vacilla sotto l'impeto musulmano.

Oggi ancora la storia si domanda come si chiamava la forza invisibile, che salvò l'Europa e il cristianesimo dalla barbarie militare e deistica del maomettanismo. Questo era un esercito sempre e ovunque: soldati che sapevano morire, uomini riassunti in un dogma, chiusi in un'idea, circoscritti nella propria razza, solitari nella frenesia del comando, più solitari ancora nell'amore multiplo dell'_harem_.

Ma la loro civiltà, se pure tale può chiamarsi, non poteva prevalere a quella cristiana: rappresentava forse un progresso in Oriente, ma non era che reazione contro la cultura greco-romana unificata nel cristianesimo: la sua vittoria effimera non esprimeva quindi una superiorità e doveva servire ad altri fini della storia: la sua strapotenza militare portava seco la espiazione nella incapacità creatrice di tutte le opere veramente feconde della pace. L'arte araba potè coprire questa miseria, non vincerla: filosofia e scienza, morale e diritto, la coscienza umana della storia e la coscienza individuale del cittadino repugnavano egualmente all'unità maomettana, infrangibile ma inutile come un monolito.

Poi l'immensa mareggiata si acquetò: l'oceano divenne stagno, lo stagno palude dalle acque verdi come la bandiera già vittoriosa, piene di una vegetazione morta o mal viva, seduttrici ancora in un incantesimo di voluttà o di morte egualmente misterioso.

L'impero si era formato a Bisanzio e si chiamava la Sublime Porta, ma da essa non uscivano più ordini nè per l'Oriente nè per l'Occidente: sultano e califfo regnavano sul deserto e sul silenzio: l'Europa non temeva più e progrediva trasfigurandosi a ogni anno; l'Oriente aveva digerito il maomettanismo come ogni altra tirannia e non lo sentiva più che come una decorazione e una superstizione. L'agonia dell'impero turco coincise con quella d'Italia, sua piccola, miracolosa rivale; poi la rivoluzione francese e Napoleone I gli si fermarono dinanzi come ad un cadavere troppo grande per essere rimosso senza pericolo; poi ancora tutto il secolo decimonono si tormentò in questo problema, dentro al quale si risvegliavano tutti quelli antichi dell'Oriente e tutti gli ultimi della giovane Europa tempestavano furiosamente.

L'impero era morto: a una a una le sue remote province se ne andavano nella ribellione; non aveva più finanze, esercito, armata, governo; l'unità era il Corano pei credenti, l'inerzia povera pei non credenti: devastava, non amministrava, era una tradizione non un'idea, durava senza vivere, aveva funzione d'ostacolo, non d'istrumento nella storia. E a poco a poco la civiltà occidentale, che lo teneva dritto sulle stampelle per le necessità dei propri ultimi egoismi nazionali, gli penetrò nelle carni e nello spirito dissolvendo: le sue idee, i suoi costumi, le sue ricchezze, le scienze, le arti, le industrie, i commerci, tutto fu deleterio nell'impero musulmano: esso non sapeva nè resistere nè mutarsi. Brontolava e accettava, prepotente e vile, vanaglorioso nella parola e umile nei fatti: la sua politica si condensava immobile nella ripetizione verbale; la diplomazia non sapeva che procrastinare, la sua architettura era morta, la sua poesia muta, le sue armi troppo antiche, le sue navi appena un simbolo. Ma qualche nuova cosa cominciava ad agitarsi dentro le sue vecchie membra raddoppiando la paralisi: non era un'anima e nemmeno uno spirito, ma un moto che si prolungava per contatti dall'Occidente, una voglia d'imitazioni lontane, un'eco di parole scientifiche e inintelligibili, un minimo dramma in alcuni educati occidentalmente e tornati nell'Islam, dramma triste e povero di coscienze, incapaci di essere moderne o di rientrare nell'antichità.

I Giovani Turchi non sono altro, e se altro fossero sarebbero anche meno. La loro perfezione occidentale li rende stranieri in patria, e la imperfezione momentaneamente più dannosi che utili. Il torto e la debolezza della rivoluzione turca è tutto nel plagio della nostra ultima civiltà: questa si crea, non si copia: si elabora, non s'improvvisa.

La coscienza maomettana non può riconoscere i nostri assiomi: accettandoli, li deforma sul proprio vecchio stampo: la sua religione non è passata ancora come la nostra per la prova dell'incredulità scientifica e filosofica, ma invece è una, immutata ancora, immutabile. Il cittadino non si venne formando fra stato, governo e comune, in una lotta di aristocrazia, di borghesia e di popolo, quindi la costituzione lo chiama indarno all'opera; il parlamento non rappresenta davvero nè classi nè partiti, nè idee nè interessi personificati; nell'esercito il soldato non ha più il vecchio fanatismo religioso e non può avere ancora la nuova coscienza civile: non capisce la rivoluzione, non ha armi, sarebbe forse reazionario e non ha capi, nè passione di odio, nè visione del presente.

Anche l'adorazione pel sultano si logorò.

Egli avrebbe potuto essere rivoluzionario o reazionario, difendere l'antica gloria dell'impero o superarla in una rinascita anche più meravigliosa; ma a questo erano necessarie in lui qualità di statista o di guerriero, l'idea che illumina, la volontà che aduna, il senno che equilibra. Invece nulla.

Diede già una costituzione, poi la ritirò: assistette per quasi trent'anni agli immensi drammi d'Occidente e d'Oriente, senza vedere, senza capire, cieco nel pensiero, sordo nella coscienza, muto nella bocca. L'impero imputridiva nella paralisi; l'Europa lo sorreggeva schiaffeggiandolo, prestava danaro, maestri d'armi, ammiragli, domandava, imponeva, cancellava, firmava per l'impero e per il sultano. Che pensava, che faceva egli? Nelle province le stragi si ripetevano, vaste, inintelligibili, inutili: i soldati erano senza paga, i generali senza autorità, i _visir_ senza idee, il sultano senza anima. Si sarebbe detto che non amava più se non la vita nella solitudine dell'_harem_ fra centinaia di donne stanche del proprio ozio con quel vecchio, fra eunuchi rimasti forse i soli a pensare nella solitudine anche più spaventevole della loro vita; e il sultano cedeva sempre a tutto e a tutti, destreggiandosi fra le diplomazie come un cane penetrato a caso fra la gente in una moschea, vendicandosi di tutto e di tutti colla ferocia e la impunità di supplizi prodigati ad amici e nemici.

Egli sapeva che il partito liberale non valeva più del suo, che i Giovani Turchi non rappresentavano la vera Turchia meglio di lui, che una rivoluzione era impossibile e impossibile del pari l'andare innanzi così.