Part 20
La sconfitta nel canale di Corea segna la fine di questa prima guerra? La Russia ha perduto, la miseria spirituale del suo governo, discendendo come un umore purulento, arrivò sino ai cuori dei marinai e delle navi. Ma sulle steppe della Manciuria l'esercito resiste ancora, e salverà forse l'onore. Non è composto di contadini l'esercito, mentre la flotta era racimolata un po' dappertutto sulle coste e per le città? Tolstoi ha ragione: la Russia è il _mugik_, che sente invece di pensare e ha la fede invece della scienza, e rimase e rimarrà fedele ai grandi destini della Russia.
L'ammiraglio Nebogatoff rechi dunque allo Czar il rapporto della sconfitta, e lo Czar, rispondendo degnamente all'epica ironia del Mikado, non lo punisca; la viltà della sua resa è al disotto di qualunque pena. Egli non è più nè giapponese nè russo: cosmopolita della paura potrà vivere egualmente bene dappertutto.
Mancò mai il fango ai lombrichi?
8 giugno 1905.
LEX IMPERORUM
Come all'eco della tremenda battaglia, che sommerse l'ultima flotta russa nelle acque di Tsu-shima, una voce si è levata da Washington invocando la pace.
Già Fortis, il nuovo presidente, non ancora capitato ad una vera battaglia parlamentare contro il proprio ministero, un po' simile all'estrema armata russa, poichè imbarazzato di vecchi ministri male acconci per una rapida andatura e mal sicuri contro un attacco improvviso, aveva nel banchetto solenne pel nuovo mondiale istituto della agricoltura brindato alla pace nel nome dell'antichissima arte rurale.
E di pace parlano da tempo tutti i giornali, quasi sgomenti dell'immane macello, nel quale la Russia, degradata dalla propria burocrazia, gitta lontanamente i più vividi fiori della propria giovinezza. Pare che un vento di paura sia calato dalla bassa barriera degli Urali soffiando sulle immense terre nere, che adesso maturano il miglior grano d'Europa: le sconfitte hanno isolato il governo, che resiste indarno fieramente a tutti i reclami costituzionali frustando ed imprigionando, ritraendosi sul culmine dell'autocrazia come nell'imprendibile rocca nazionale. Una stanchezza ha prostrato tutti: non vi è più un capitano che possa gettare un grido d'appello alle moltitudini, sferzarne l'anima col lampo della propria spada; non vi è ancora un politico, che ergendosi sulle rovine di tante catastrofi, abbia trovato un pensiero, significato una volontà salvatrice.
Tutto è incerto, molti fuggono. I più timidi fra i ricchi hanno aperto l'esodo: i treni discendono alle frontiere carichi di viaggiatori migranti sotto il soffio della tempesta, come stormi di uccelli che anticipino in disordine il passo: alle borse di Pietroburgo e di Mosca fioccano ordini russi per comprare cartelle dei nuovi prestiti giapponesi di guerra, perchè il danaro, come sempre, è senza patria, ancora più del lavoro.
Tutti sanno, e lo dicono, che in questo immenso prologo guerresco la Russia ha irremissibilmente perduta la prima campagna: una rivincita immediata, che almeno salvasse l'onore dell'armi e alleggerisse l'umiliazione dei plenipotenziari, che dovranno trattare la pace, è anche essa troppo difficile; il mare è libero al Giappone, i suoi eserciti in Manciuria sono già cinque, e superano di numero quello russo. Questa guerra imperiale, non evitabile storicamente, per essere vinta aveva d'uopo di un più conscio governo e di una più profonda preparazione; e allora, nella luce dì una qualche prima vittoria, avrebbe potuto diventare patriottica, sollevando l'anima nazionale nell'orgoglio di un primato umano.
La Russia, vincitrice in Asia, vi avrebbe affermato la supremazia dell'Europa, l'impero della razza bianca come sull'America e sull'Asia: tre secoli di espansione l'avevano portata a questo cimento supremo: la Russia vincitrice di Napoleone I, e quindi liberatrice d'Europa dal suo ultimo sogno imperiale, che violava tutte le nazionalità, in Asia sarebbe stata la grande colonizzatrice, l'immenso contatto della nostra razza bianca colla gialla l'ultima originalità della nostra storia gittata sul più vasto continente a ridestare la vita, ad attirarla nella luce e nella fiamma della modernità.
Invece la sconfitta isola Czar e governo: la guerra e le sue rotte non sono più che l'opera di un loro capriccio, il delitto forse di un loro enorme affare. Tutte le impazienze nazionaliste dell'impero ne profittano: i rivoluzionari soffiano sulla paura, versano tutti gli acidi dell'odio sulle piaghe, denunciano tutte le colpe della burocrazia, aizzano tutti i rancori, rinnegano la nazione per salvare la patria, e domandano, pregano il popolo di non amare che sè stesso.
È possibile la pace?
Per coloro che giudicano ogni atto della storia opera della volontà nei governanti, e negando il valore dei re credono a quello dei parlamenti, la risposta è fin troppo facile: si poteva non fare la guerra, si può quindi fare la pace. Basterà che lo Czar ascolti la voce di Rooswelt, e creda alla sincerità politica della sua offerta, e non domandi e non si domandi perchè tutta Europa e l'America lo abbiano lasciato solo in questo primo scontro col Giappone, mentre la guerra era di razza e di continenti: accetti e firmi.
Il suo piccolo nome a piedi di una piccola pagina non devierà la corrente della storia, non ne sospenderà il fatale andare. L'azione dell'Europa sull'Asia sarà come un tempo sull'America, come nel secolo scorso sull'Africa: l'enorme continente verrà aperto, sventrato, sollevato sino alla sfera, preso nel ritmo onnipotente della storia bianca. Forse domani coloro che inneggiano al Giappone, pur così ammirabile in questa guerra, si sentiranno la strofa troncata sulle labbra da un improvviso gelido pensiero: forse il Giappone, respinta la Russia, non soffrirà altri concorrenti europei in Asia, e la Francia alleata dello Czar dovrà guardare con occhio più attento alla Cocincina o al Tonchino, e l'Olanda si preoccuperà dei propri arcipelaghi, e l'Inghilterra stessa origlierà più intensamente al cuore dell'Indie.
La nostra razza tutta non può disinteressarsi del problema asiatico.
Ma vi è una legge degli imperi.
La loro mastodontica struttura, talvolta il rapido crescere, la continuità delle guerre, le coagulazioni di popoli alle loro frontiere, l'unità dinastica e religiosa burocratica dei lori governi esprimono un segreto, compiono una volontà della storia.
Era ed è il caso della Russia: l'impero è disteso fra i due continenti, la sua missione è di congiungerli; la sua unità formale è infrangibile, il suo limite europeo formato da nazioni di esso più vecchie ed insieme più avanzate nella modernità.
Soltanto la forma imperiale poteva affrettare agli immensi problemi il ritmo doppio della pace e della guerra, soltanto l'impersonalità della sua burocrazia equilibrare le antitesi delle differenze nazionaliste; soltanto l'unità del suo Czar, del suo Sinodo, del suo esercito, del suo genio, del suo fato, compire tale opera, la maggiore di tutti i tempi. Non si viola la legge dell'impero: togliete ad esso l'immane significato della sua missione, e tutto vi si diffrange; rompete la sua unità, e domani sarà compromessa la sua unione; gettategli nel mezzo il fermento democratico, e la sua crosta, la corazza, screpolerà. La Russia parlamentare non sarà più l'impero russo, giacché non potrà avere nemmeno l'unità commerciale dell'Inghilterra; l'impero russo dovrà vivere di espansione, di guerra, di vittoria. È la legge degli imperi: Alessandro e Cesare, Carlo Magno e Carlo V, Napoleone e il Mikado la hanno egualmente sentita; gli Stati Uniti in America affettano di cominciare ora a sentirla, la Francia l'ha dimenticata; i nostri ricordi, invece, sono così lontani che non ci appartengono più.
La legge degli imperi può tutto consentire, meno la degradazione: l'impero è ancora più nella corona che nell'imperatore, nel simbolo che nel fatto; la sua idea è la sua fortuna, e dall'opera, qualunque essa sia, sale sempre l'assoluzione.
Adesso la pace decapita la grande aquila russa: una pace senza nemmeno una vittoria, senza una sconfitta, che non sia un disastro, senza aver prodotto un uomo, senza aver trovato una parola; una pace per la misericordia degli Stati Uniti, fra i sogghigni dell'Inghilterra, le mute ironie della Germania, le bramosie impazienti dell'Austria e i dubbi finanziari della Francia, che prestò soltanto il danaro.
E forse, senza forse anzi, la faranno.
Il piccolo Czar, questo povero sognatore di pace, che all'Aja si era creduto un arbitro ed un poeta messianico, imparerà che la vita ha momenti più amari della morte, e la pace angosce più profonde della guerra.
Che cosa è egli più dinanzi al Mikado?
Dove, in chi, resta l'anima dell'impero russo?
Tolstoi non potrebbe rispondere: vicino alla pace della tomba, da troppo tempo egli la chiama sul mondo.
Siamo alle ultime battute del grande prologo: Nippon _banzai_!
Il Giappone ha vinto; salutiamo cortesemente pensando: a domani.
17 giugno 1905.
JANUA MORTIS
Ancora, ancora!
Alla negra porta ombre scettrate e ombre illustri arrivano da gran tempo con un segno speciale, e passano come da un mistero ad un altro più profondo, mentre un clamore lungo e sinistro si diffonde per l'impero percosso da una bufera di tenebre e di lampi. E nessuno, forse, da Alessandro II al granduca Sergio, seppe bene il perchè della propria morte, quantunque la tragedia rivoluzionaria la urlasse a tutti i venti in uno spasimo superbo di dolore e di vittoria. Quei morti erano davvero colpevoli? Avrebbero potuto concedere, traendolo dalla propria volontà come da uno scrigno, quanto il pensiero impaziente dei ribelli chiedeva come un diritto già inteso, e quindi violato da qualunque ritardo di riconoscimento?
Purtroppo è facile rispondere: no.
Una rivoluzione, quale si agita nella coscienza della avanguardia liberale russa, formata da un volontariato di gente culta per influenza di studi o di commerci, e quale fiammeggia negli impeti solitari di morte, dovrebbe, per trionfare, non essere soltanto una verità di antiguardo, ma salire dall'anima della massa ed esprimere l'accordo del suo vecchio costume con una nuova idea, avere in sè medesima quella irresistibile forza di persuasione, che non permette neppure più di discutere, ma si afferma realizzandosi ed inebria gli avversari col suo stesso entusiasmo.
Invece non è così.
Operai e contadini non s'intendono ancora. Fra il patriarcale socialismo del _mir_ e il socialismo occidentale, penetrato nelle nuove officine russe, l'antagonismo è forse ancora più profondo e forte che fra la borghesia liberale e l'autocrazia. Quella non ha radici nè assensi vasti e sinceri nelle due masse proletarie: la concezione della vita e della sua storia non è ancora, dentro l'anima russa, salita al disopra dell'idea ortodossa e imperiale; lo Czar è pontefice e imperatore, simbolo di unità umana e divina, irresponsabile nella propria impersonalità, perchè non è un uomo, ma la Russia, quale i secoli la costrussero, quale il mondo stesso la considera ancora.
Il lungo duello fra autocrazia e rivoluzione non è ancora diventato intelligibile alla massa: gli operai insorgono e marciano con dinanzi l'imagine sacra dello Czar, la nobiltà si sente ancora alta sul popolo e divisa da questo per superiorità di vizii e di virtù, la borghesia non anela che alla conquista della burocrazia per passione di interessi e a quella del potere per passione di vanità. La burocrazia, invece, sente di essere il sangue vivo dell'impero, sangue avvelenato forse, ma che nessun sistema di trasfusione potrebbe istantaneamente e utilmente sostituire. Le nazionalità conquistate e prigioniere nell'impero scrollano le catene e attendono da ogni concessione imperiale, da ogni moderna idea, un motivo e una giustificazione di rivolta.
Per la Russia il motivo primordiale, essenziale, non ha invece mutato, e per un tempo ancora lungo non muterà: consolidare l'impero in Europa e dilagarlo nell'Asia, imperare colla novità e colla originalità della propria massa sui due continenti, sovrastare all'Asia come massima potenza europea, dominare l'Europa come ultima potenza dell'ultima razza, che può ancora contenere il segreto di una terza civiltà.
Tutto in Russia è profondamente, inconciliabilmente originale: lo spirito latino e l'anglo-sassone poco o male lo intendono; la rivoluzione, che vorrebbe svilupparsi trapiantando forme occidentali di parlamentarismo e di ribellione, fuorvia sè stessa, e diventa inintelligibile al popolo.
La libertà, la democrazia, la rivoluzione russa, non possono essere dilucidate sui modelli e sugli statuti di New-York o di Parigi: l'astrazione delle teorie, la similarità scolastica degli assiomi, così contagiosa negli spiriti latini, è ancora quasi senza presa sulla grande anima slava: essa soffre, crede, spera, combatte e vincerà per motivi e con armi per noi quasi incomprensibili come gli eroi de' suoi romanzi, l'eroismo de' suoi soldati, il fondo meraviglioso della sua storia e della sua poesia.
Ma il duello fra rivoluzione e autocrazia proseguirà ancora. È impossibile alla rivoluzione fermarsi, e siccome non può e non sa accendere nella moltitudine una vera ribellione, che arda città e campagne, sollevando bande contro bande, eserciti contro eserciti, in una vera ed immensa guerra civile, la necessità di operare, per non sparire davanti ai propri occhi e a quelli degli altri, la costringono nella forma tragica del duello, attore contro attore, sconosciuti l'uno all'altro, incapaci di comprendersi, condannati ad uccidersi senza che l'immane problema, che li urta e li sfracella, si riveli al loro pensiero.
Per l'eroe o pel martire rivoluzionario la tirannide autocratica s'incarna in un funzionario, in un principe, nello Czar o nel procuratore del santo Sinodo: in questi simboli è la virtù della resistenza imperiale ortodossa, la responsabilità della morte e delle morti, che insanguinano e gelano la vita della povera gente!
Pel funzionario e pel principe le reclute della rivoluzione sono gli oppositori della coscienza e della tradizione russa, che poterono colle proprie forze e colle proprie forme costituire il più grande impero del mondo e vi rappresentano ancora la più magnifica promessa di originalità: sono pochi, spiritualmente stranieri, separati dalle necessità della politica nazionale, e vogliono un liberalismo che il popolo non chiede, un mutamento che sarebbe una rinnegazione della personalità russa, e adoperano soltanto le armi dell'assassinio.
E la tragedia, col ritmo di Eschilo, coll'accento di Shakespeare, sospinge, urta gli attori: le scene cangiano, il sangue macchia le decorazioni, mentre il coro della moltitudine, a rovescio del coro greco, non spiega il motivo dei personaggi, ma guarda, trema e non si muove.
Che importa, infatti, il numero dei morti in così vasta e lunga tragedia? La diversità delle loro parole e dei loro atti, esprimendo l'originalità del loro antagonismo, non è che una gloria della morte: appena un attore è caduto, altri si urtano per sostituirlo: d'ambo i lati l'ostinazione è fatale, irresponsabile, finchè una rivoluzione veramente popolare e veramente russa interrompa la tragedia per alzarla a poema.
L'ultima scena fu magnifica d'orrore.
La moglie della vittima, accorsa allo scoppio, nel profetico spasimo della paura, non trovò quasi più nulla: una poltiglia di sangue, di membra, di cenci: lungi i cavalli fuggivano spaventati, irrefrenati, alle porte del Kremlino; e la folla taceva. Alcuni, pallidi di una gioia segreta, si bagnavano le mani nel sangue imperiale, mentre tutti guardavano muti quella donna di principi e di re, vedova da un minuto del marito, vedova del suo cadavere, che non poteva piangere e pregava Dio. Per chi?
Forse la pia pregava per tutti.
Come Antigone, come Cordelia, essa non comprende e non è compresa: eroina del dolore e dell'amore, è amata dal popolo, che soffre più di lei, ma più forte di lei può attendere dall'ignoto la vittoria.
La porta della morte non fu sempre quella stessa della vita?
21 febbraio 1905.
SULLA CHINA
Un «ukase» imperiale annunciava ieri al popolo russo, trepidamente sospeso nella aspettazione della pace, una nuova costituzione politica.
Il suo disegno, proposto da un alto funzionario e passato come un infermo attraverso molte sale di consigli clinici e per troppe mani di medici, non ha più nè fisonomia, nè nome: dovrebbe esprimere l'accordo di due sovranità, quella del popolo e quella dello Czar, ed invece ne significa meglio il conflitto; era reclamato come un diritto da tutte le avanguardie intellettuali dell'impero, ed è gittato alla moltitudine ancora indifferente come una grazia; dovrebbe preparare, in questa ora angosciosa di sconfitta, la pace degli spiriti per la preparazione di una nuova, vera, grande epoca russa, e già dentro l'imbroglio de' suoi arti coli più essenziali tumultua la gelosia implacabile dei due poteri: il popolo non vi sarà davvero rappresentato, perchè tale elettorato di classe e di accademia non contiene una sostanza di diritto e non può dare agli eletti una sicura coscienza della propria funzione; lo Czar vi apparirà diminuito, giacchè il suo piccolo pensiero individuale, per superare il pensiero collegiale della Duma, dovrebbe avere in sè stesso la sanzione del genio, e nessuna volontà, anche se ostinata eroicamente, può dargliela: non è quindi uno statuto come noi occidentali l'intendiamo, non è una rivoluzione come ne sognano plebi e poeti, non un organo politico, essendo senza personalità, non una concessione, se la paura della guerra ne decise il momento e le diffidenze della tradizione ne violarono la sincerità.
Eppure in questo periodo storico, e nella crisi tragica della guerra, non era possibile fare meglio e soltanto di più. Bisogna conoscere la storia e la fisonomia della Russia ed imporre silenzio alla superiorità e alle abitudini del nostro spirito occidentale per giudicare, anche soltanto grossolanamente, questo ultimo «ukase» dell'impero. L'aristocrazia, associata dello Czar nella politica, non è una classe che abbia una forza e un carattere particolare: può mostrare individui superiori, ma da quando gli Czar costituirono colla potenza propria la Russia, decadde nella loro corte e non si rialzò abbastanza nella burocrazia. Mancava ad essi l'assenso del popolo, pel quale non volle e non seppe mai nè operare nè pensare. La sua coltura crebbe e si raffinò; i suoi modelli furono inglesi o francesi, il suo vanto un assenteismo di saloni o di libri; la sua ricchezza era di latifondi, il suo valore d'individui, i suoi vizii di classe, la sua incapacità fatta di scetticismo morale e di precocità intellettiva. Sotto di essa il popolo si sperdeva nella immensa campagna, organizzato in un socialismo patriarcale, povero e rustico, gagliardo di fibra e sentimentale di cuore, inconscio del proprio genio, ignaro del presente, incapace di prevedere un altro domani: adorava Dio e lo Czar, accettava la miseria come la guerra, offrendo la stessa forza di resistenza alla vita e alla morte: poeta anonimo e meraviglioso, che esprimeva la propria poesia nelle sètte religiose; moltitudine agricola ancora fremente nel vagabondaggio dell'orda; materia e materiale bruto della più immensa fra le miniere, troppo vasto e troppo vario per la unità di una qualunque legislazione, troppo forte per poter essere davvero oppresso, troppo attardato per tentarlo proficuamente colle novità moderne; profondo, misterioso, vergine, destinato a creare la terza epoca europea, ad essere il più formidabile agente della futura mondiale unità storica. E fra esso e l'aristocrazia s'appuntava come un cuneo la classe borghese: ed era il commercio, l'industria, la ricchezza, la cultura: esercito d'avanguardia, mobile, indisciplinato, fervido d'ingegni, fremente di passioni: detestava l'aristocrazia sino ad amare il popolo, al quale per la propria superiorità era più straniera della stessa aristocrazia; negava tutti i limiti nella nostalgia di tutte le libertà; guardava ad occidente non ad oriente; voleva essere più europea che russa, più moderna che nazionale. La coscienza del proprio valore la rendeva intrattabile, credeva soltanto in sè stessa, e in politica bisogna, invece, essere credenti; era capace di tutto, estrema in tutto, negli affari e nei libri, nelle idee e negli atti; non era niente e voleva subito essere tutto, pretendeva di contenere la Russia, l'impero, il presente, e non era invece, che la sua modernità.
La Russia era l'impero, lo Czar, il popolo fusi nel più enorme ed eterogeneo conglomerato: l'impero dominava e domina ancora l'uno e l'altro colle proprie necessità; l'uno e l'altro quasi sempre egualmente inconsci, si urtano, si percuotono e non possono nè scindersi nè soverchiarsi: un fato superiore li sospinge nella pace e nella guerra, possono perdere invano cento battaglie, perchè nessun nemico li frangerà; hanno avuto tutte le pazienze, superate tutte le antitesi, dilatando sempre i confini dell'impero, assorbendo popoli di tutti i climi e di tutte le razze: lo Czar non è che un simbolo e il popolo è soltanto la Russia, che vuole essere sè stessa, trarre dal proprio fondo, imporre all'avvenire l'impero della propria originalità.
Adesso nella Russia i partiti non sono davvero che due, il nazionale e l'europeo: quello sacrifica la libertà alla grandezza della patria, questo immolerebbe tale grandezza alla libertà: l'uno più russo che europeo, l'altro più europeo che russo. Il vecchio partito conservatore, creato da Nicolò I, sopravvissuto alla crisi liberale di Alessandro III, non è quasi più: i suoi uomini maggiori, i Mascerski, i Lovaiski, sono già degli spedati; i nazionalisti, eredi del panslavismo, sono forse la voce che sale dal profondo silenzio del popolo e adesso accettano, colla ingenua fede di tutti i fanatici, la nuova costituzione, questa collaborazione del popolo e dello Czar sulla larga strada della tradizione, nell'orgoglio della propria fisonomia russa e nella superbia di un avvenire che vantano già superiore ai grandi passati di Grecia e di Roma, alle attuali grandezze della Inghilterra e degli Stati Uniti. Essi sentono che un parlamentarismo imperiale è impossibile e niente e nessuno potrebbe adesso sostituire l'impero: quindi lo accettano, lo vogliono grande, e sperano dal suo stesso arbitrio più pronta l'azione del progresso, più rapida l'andatura stessa delle riforme.
Hanno torto? Secondo la storia no, ma nemmeno questo è argomento bastevole in tale disputa. Uno dei loro maggiori scrittori, lo Schromiatnikoff, in un libro recente e celebre proclamava l'autocrazia, il più prezioso dono fatto dall'Oriente alla Russia; e lo Schromiatnikoff è un liberale ed un moderno. Ma quanti liberali moderni d'Occidente possono intenderlo?
Il partito rivoluzionario, denso di poeti, di eroi, di martiri, di sognatori, di delinquenti, accoglierà la nuova costituzione con un riso stridulo di spasimo: esso pensa e soffre troppo al disopra della realtà per avere soltanto la forza paziente di leggere l'«ukase» imperiale: quasi tutta la sua avanguardia è adesso prigioniera nelle carceri, e dai deserti della Siberia, per le notti lunari, manda le legioni dei propri sogni a tormentare le insonnie degli oppressori e degli oppressi.
E comunque si compia questo novello esperimento, il partito rivoluzionario non disarmerà.