Fuochi di bivacco

Part 2

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Verrà per le mura, che i secoli XIII e XIV levarono munite di corridoi interni, presidiate a ritmici intervalli da battifredi, servite da dodici porte e da quattro pustierle, il giorno dell'estrema prostrazione, e piegheranno purtroppo sotto lo sforzo vittorioso dei fianchi gonfi di nuova vita; però sino a quel giorno siano ancora il cinto dell'antica regina, alla quale la bellezza sovente giovò meglio delle armi.

Oggi intorno alle ultime torri non rotano più stridendo che i falchi solitari, e sulle mura girano a braccetto gli amanti popolani, quasi a cercarvi così vicina una solitudine sicura: non importa; salite più alto dei falchi sui colli, abbiate nell'anima la verità degli innamorati, e guardando giù nella valle la bella città, sentirete che le sue mura sono forse la più vera fra le sue tante bellezze.

5 febbraio 1902.

LA FINE DELLA FINE

Ecco oramai il voto fervido e segreto del pubblico, dopo tante parole scritte ed urlate sul cadavere del gran campanile. Non era ancora caduto, riempiendo a mezzo la magnifica piazza delle proprie rovine, che gli echi della stampa se ne rimandavano oltre i monti ed oltre il mare il tonfo pauroso raddoppiandolo nelle frasi, alzandolo nel pensiero, sino a fingere la tragedia di un dolore mondiale per l'ultimo disastro della gloria e della bellezza italiana. E nel coro di questa tragedia tutte le voci si mescolavano da lungi e da presso, dall'alto e dal basso, dai fastigi più superbi della politica e dalle più umili pianure della vita, perchè la vecchia torre di Venezia, già scolta vigile ed armata nei primi giorni della sua infanzia, era franata improvvisamente, irrimediabilmente, dinanzi a San Marco, sulla piazza rimasta il più bello dei scenari, immobile ed immutato, dopo che il lungo dramma della repubblica lagunare si era per sempre interrotto fra la disattenzione del mondo. Era stato un crollo, che aveva tutto scosso, la piazza e la laguna, la basilica e il palazzo dogale, le grandi memorie del passato e le piccole vanità del presente: i colombi spaventati erano fuggiti a stormi recando lungi l'annunzio ferale: l'angelo che vegliava sulla cima della torre guardando indarno sul mare se mai una nave tornasse a Venezia con una bandiera di vittoria, era precipitato fra la polvere dei mattoni sgretolati: della amabile loggetta a piedi del campanile, appena appariva qualche angolo, qualche punta, come nei giorni dell'antico carnevale di sotto ad un ammasso di seta, di fra le giunture della maschera, la gente vedeva una qualche bellezza di un viso e credeva di riconoscere la dama: una campana fra le cinque giaceva sul fianco lacerato, in cima alla rovina, e taceva in un lugubre silenzio di eroe ferito.

Quindi tutti si credettero il debito di una profonda commozione, e quello più alto di difendere la bellezza del passato egualmente minacciata dalla trascuratezza e dalla vigilanza moderna dei nostri instituti governativi ed estetici.

Gli articoli annebbiarono nuovamente l'aria come un secondo polverone peggiore del primo, telegrammi arrivavano e partivano a branchi, proposte e proteste grandinavano turbinando; poi accuse di giudici improvvisati e difese di colpevoli che nessuno voleva ascoltare, rivincite di profeti arrochiti nel lungo annuncio dell'inevitabile calamità e orgogli di retori che si alzavano pallidi della pubblica sventura a sognare pubblicamente qualche scena o qualche figura del passato. Ma sul sussurro e sul ciaramellìo non passò potente alcuna voce di poeta; appena coloro, che in questi casi hanno più vigile l'orecchio, intesero qualche remeggio di ali, ed erano rade strofe che passavano basso, col volo lento e pesante dei pavoni, quando a sera s'allontanano dalla casa padronale per appollaiarsi su qualche albero ai confini del podere. Un giornale uscì listato a lutto, un altro squillò fieramente a battaglia, perchè il solito generale, stendendo pel re il telegramma di condoglianza da Pietroburgo, non aveva trovato nè il più alto pensiero nè la parola più pura dell'anima italiana nel cospetto dell'inconsolabile, immane rovina; altri deputati della politica e dell'arte piansero e mostrarono al pubblico le proprie lagrime come perle; patrioti frementi di sdegno apparirono fra gli intercolonnii delle gazzette a minacciare che soltanto con danaro italiano si doveva riadergere il glorioso campanile.

Il ministro dell'istruzione, accorso ansiosamente da Roma, chiamò a Venezia Giacomo Boni, il grande disseppellitore del passato, colui che trovò una Roma più antica di tutte le leggende nelle profondità ancora inesplorate del Foro. E a lui commise i funerali del campanile. Come a quelli degli imperatori i soldati fecero da becchini, perchè la mano dei muratori soliti non doveva toccare la polvere della sacra rovina, anche pel sospetto legittimo che qualche cosa potesse restare attaccato a quelle mani impure. Vi erano dunque tesori in quelle macerie, se gli operai di tutti gli altri scavi, manovali e muratori, potevano comprometterne il passato e l'avvenire?

Chi lo sa? Anzi nessuno lo sa.

Il campanile non era bello, la piazza sarebbe stata più bella senza quel campanile; ma era difficile immaginarla in tal modo dopo tanti secoli. Tutti sappiamo, anche senza saperne dare la spiegazione, che cosa significhino nell'arte cristiana, che è ancora e resterà lungamente la nostra, il campanile e le campane, questo stelo marmoreo, che s'innalza dai monti e dai piani al cielo, e ha sulla vetta un fiore, simile ad una coppa rovesciata, che grida e canta.

Chiesa e campanile non sono separabili: nella chiesa la preghiera è un murmure, che il tetto soffoca ancora; sul campanile la preghiera è un urlo di trionfo e insieme un grido di soccorso, che arriva al cielo e si spande sulla terra. San Marco non aveva altro campanile che quella torre, più antica di lui almeno nell'ufficio, e la trasformò: di sentinella lagunare ne fece una scolta del tempio, le cangiò l'armatura, la voce, l'arme, e sul casco le pose un angelo. Ma sentinella e scolta non furono mai belle.

L'Italia ha dozzine di torri e di campanili, che le singole città non avrebbero consentito a barattare con quello di Venezia, ma nessuna città ebbe mai una piazza così ineffabilmente originale. E allora anche il campanile vi parve quello che non era, una bellezza nella bellezza, un accordo nella sinfonia, e non vi metteva invece, per gli occhi abituati ai segreti della grazia, che una dissonanza.

La loggetta, che secondo il devoto costume medioevale, il Sansovino eresse alla sua base, era una eleganza del Rinascimento, più pagana che cristiana, severa ed amabile, abbastanza pura nelle linee, ma confusa nel pensiero e incerta nella destinazione; era bella senza dubbio, ma non di quella bellezza che supera la vita e sparendo ci lascia nell'anima un vuoto inconsolabile di morte.

Chi non conosce il valore del Sansovino? chi non gli serba riconoscenza? Ma chi oserebbe proclamarlo fra i primi dei pochissimi architetti italiani, che ignorando ancora l'arte nordica e non sapendo quasi più l'arte antica di Grecia e di Roma ne inventarono un'altra, e videro nella propria anima una nuova bellezza?

Ebbene, rifaranno la torre e la loggetta: non si oserà dire che senza di entrambe la piazza sarebbe più bella: non si oserà affermare che un campanile è pur necessario a San Marco, e affrontare il problema di crearne uno al tempo stesso antico e moderno, bello sopra tutto e su tutti. La rettorica dell'antichità straripa ancora, perchè la sua poesia appunto è così poco sentita: come pei poeti e gli altri letterati antichi si ammira senza comprendere, si adora senza amare. A che vegliare e vagliare i rottami del campanile? Era in mattoni, lo rifaranno con mattoni, e i nuovi non avranno più significato dei vecchi.

Il peso della cimasa, chiamiamola così, aggiunta troppo tardi vinse la resistenza dei mattoni e li polverizzò: ecco la ragione della caduta. A che rifare la cimasa? D'altronde come si poteva salvare il campanile? Per impedirgli di cascare sarebbe stato necessario abbatterlo: ma i retori che cosa avrebbero urlato allora?

Invece nell'antico bel paese, così illustre e così tragico, rovinano a centinaia monumenti ben più significativi e preziosi che non la torre di San Marco sulla piazza di Venezia, e non una voce si leva, non una voce levandosi è ascoltata colà dove si potrebbe e si dovrebbe.

Perchè?

Non chiedetelo a coloro che hanno pianto sulla polvere del campanile di San Marco.

E per ora almeno non se ne parli più.

Il campanile si rialzerà nella propria veste rossastra di mattoni: nuovamente l'angelo dalla sua vetta veglierà sul mare e guarderà indarno al cielo, perchè la poesia di Venezia non risusciterà nella gente col suo campanile.

Essa vive soltanto in poche anime, che non se ne servono nel pubblico come di una maschera, l'ultima del suo carnevale tramontato da gran tempo.

La poesia è immortale: e adesso lasciamo i morti seppellire il morto, secondo la parola del Vangelo.

26 luglio 1902.

IL TEMPIO

Anch'esso è risorto.

Dal giorno antico della sua fondazione, quando un manipolo di muratori tornanti da Assisi posero le prime pietre, una lunga storia di poesia e di sventura posò sulla sua bellezza sino a disonorarne i lineamenti e a cancellarne le vestigia. La grande epoca religiosa di San Francesco fu breve: forse egli era salito troppo alto nell'esempio della virtù, la sua passione d'amore inintelligibile nella politica bufera, che sulle rovine di un mondo vecchio seguitava a distruggere tutte le forme neonate della modernità, dovette lentamente abbassarsi e soggiacere al trionfo carnale del Rinascimento.

Il redentore di Assisi era stato un asceta quasi anarchico.

Eroi della miseria, i suoi frati protestavano con la moltitudine cenciosa contro la recente borghesia consolare, denunciando le vanità della politica e le ingiustizie della ricchezza; ma inesausti all'opera consolavano gli stessi dolori esacerbati dalla loro rivolta ideale, assolvevano tutti i peccati in una più intensa rivelazione del loro male; nomadi e liberi dai consoli e dai vescovi, cittadini di una democrazia senza patria e democratici di una eguaglianza senza autorità.

Eroi del dogma, invece, i domenicani organizzavano contro la loro poetica libertà l'inquisizione come un governo tanto superiore ad ogni altro quanto il dogma è più alto di ogni verità umana, e dando ai supplizi l'apparenza di una festa capace di fanatizzare la folla, bruciavano case, disertavano campagne, spaventavano re, curvavano papi, imperavano col pensiero contro il pensiero, che non di meno sfuggiva a tutte le strette, denunciava tutti i tranelli, brillava vittorioso sui roghi contrapponendo fede a fede, conquista a conquista sino a trovare nello spasimo della propria tragedia le voci più profonde dell'anima e le forze più necessarie alla emancipazione finale.

Ma prima di questa l'onda della vita travolse francescani e domenicani; gli eroi del dolore e gli eroi del dogma si smarrirono insieme dentro la facilità gaudiosa dei nuovi tempi, e davanti all'improvviso ascetismo della Riforma non seppero opporre un'altra virtù d'intelletto e di cuore. Quindi i loro tempii ne soffersero come le loro anime.

Poi l'avvento gesuitico parve superare tutto e tutti: la sofistica annullò quasi ogni fisonomia dei dogmi e ogni carattere di virtù, mentre il lusso falsava nelle chiese qualunque poesia di fede e di arte.

Il bel tempio francescano di Bologna non si salvò.

Forse i suoi frati troppo addentro nella città presero il contagio dei suoi morbi; forse anco dovettero espiare contro la rivalità di altri ordini religiosi la gloria passata sino a dimenticare l'anima dell'incomparabile fondatore e la propria. L'illustre cimitero, che fioriva intorno di grandi nomi e di belle tombe, non bastò nemmeno a ritardare l'assalto vario e quotidiano, interno ed esterno: i glossatori del diritto romano, che avevano dato a Bologna la prima gloria moderna, ebbero violati i sepolcri come tutti gli altri morti anonimi; dai fianchi, dall'abside, dal pronao, dalla facciata, fino alla cornice e più alto fino alle torri, quasi i mattoni germinassero, orribili e frequenti escrescenze crebbero a deformare la modestia elegante delle prime linee. Ed erano cappelle nuove di una nuova bigotteria, senz'arte e senza fede, che una ostinata perversità di ogni senso poetico e religioso ripeteva ed ingrandiva: poi nella chiesa stessa, dentro le navate si fabbricò struggendo, falsando, violando tutto, anche le finestre, le policromie, gli altari, le arche, le parole ed i versetti, la lingua e la musica.

Mai forse tempio sopportò più ignobile e tragica persecuzione.

Ma non era l'eterna guerra della natura all'opera umana, quell'assedio e quell'assalto così vivamente imaginato e significato dallo Zola nella _Faute de l'Abbè Mouret_, contro la povera chiesetta, sulla quale le piante s'inerpicano penetrando nelle fessure, sfaldando le pietre, coprendo del proprio manto ogni ferita, giungendo al tetto e sfondandolo per alzarvi come vessillo di vittoria un alberello sottile, ondeggiante.

Era invece una guerra cittadina e fratricida di plebee forme bigotte contro la pura forma dell'idea francescana, una rivolta del clero ignavo e schiavo contro l'asceta liberamente povero e sublime di Assisi, una arroganza patrizia e villana contro la bellezza della nudità e della povertà, che il tempio doveva opporre alla vicenda di tutte le corruzioni nei secoli.

Chi pensava allora a San Francesco, mentre Roma, a difendersi dal protestantesimo, non credeva necessarii che i nuovi pretoriani disciplinati da Sant'Ignazio, ed a consolidare il proprio stato, uscito anch'esso dall'ultima crisi delle signorie, si esauriva in una politica monarchica di brevi espedienti e di miseri compromessi?

Ma il tempio è risorto.

Bisognò anche a lui attendere il soffio della rivoluzione nazionale e che nella calma succeduta alcuni, i più eletti fra gli spiriti, si voltassero a guardare indietro per rendere giustizia al passato. E questa fu vivace se non intera, mentre in questo ultimo ventennio quasi una febbre di restauri si apprese a tutti gli eruditi, e centinaia di monumenti risorsero cittadini del nostro tempo moderno.

A Bologna si parlò persino di compiere San Petronio, una fra le chiese più belle della cristianità e deturpata anch'essa da troppe insopportabili violazioni, poi la passione si rivolse a San Francesco. Si vide allora un poeta vibrante di fede levarsi a promettere la resurrezione del tempio e gli increduli, ricchi e poveri, colti ed ignari, accendersi d'entusiasmo pagando della propria borsa per aiutare l'opera contro i grevi ostacoli della burocrazia, la sorda indifferenza del clero e la diffidente rivalità dei devoti.

Ma il poeta votato alla grande impresa non era, fortunatamente, di coloro che scrivono versi e s'adagiano sopra un letto di rime come vincitori nella stanchezza del trionfo; era solo e credeva, non aveva scelto a sè medesimo alcuna arte e sentiva profondamente l'unità di tutte; era passato attraverso i vecchi secoli e le vecchie carte ricostruendo nella propria fantasia la visione del tempio come nei primi giorni di gloria.

In lui riviveva l'anima di quegli architetti e di quegli scultori sacri, che obliavano di incidere il proprio nome sui monumenti alzati verso Dio; era solo, volle e vinse perchè primo aveva veduto e creduto.

Intorno a lui si strinse quindi un manipolo di artisti, nuovi volontari in questa campagna, che ricreando nella sua più pura verità un tempio antico dichiarava guerra ai dogmi e alle tradizioni delle accademie; forse non tutti erano credenti come lui, ma l'arte è anche essa una religione e le religioni sono sorelle.

Oggi il tempio è ormai compiuto; le tombe dei glossatori splendono intorno nella bianchezza dei marmi, l'abside è riapparsa, sugli alti fianchi le finestre lasciano passare il sole dentro le navate libere e nude nella prima bellezza: l'incantevole pala dell'altar maggiore leva sotto l'abside i suoi ordini di vescovi e di martiri quasi sorridenti nella gioia della riacquistata santità: sei cappelle dietro di loro si profondano in un'ombra mistica sotto le vetriate dipinte, e dalle pareti, dalle volte, dagli altari, dalle lampade ripetono le orazioni francescane aspettando nuove anime e voci oranti.

Solo in alto le due torri guardano malinconiche e mute, perchè le offese alla loro bellezza non furono ancora riparate e si veggono più da lungi.

Ma presto il coro delle campanelle regalate da Carlo V canterà anche lassù, e tutto il tempio esulterà cinto da un bosco di querce, lambito dall'alito di nuovi fiori; e allora Alfonso Rubbiani, il poeta credente, che resuscitandolo dalle rovine diede all'Italia e alla fede uno dei più puri monumenti, sorriderà ai compagni fedeli dell'opera nei giorni lunghi e faticosi, poi abbassando la testa si sentirà ancora solo come adesso, come sempre.

Non importa: io vi conosco, poeta credente, anonimo maestro, che vi nascondete nell'opera degli scolari, vi conosco, e vi ringrazio a nome di tutti, specialmente degli increduli, che cercano anch'essi come voi, fra i segreti del passato e nella bellezza dell'arte, un motivo alla vita.

14 febbraio 1902.

IL POEMA

Perchè dunque si dice ancora che i poemi sono morti così lontanamente nel nostro spirito, che la loro anima non torna più nemmeno a scomporre il compiacimento rettorico dei letterati nel leggere le meravigliose contraffazioni dell'epopea nell'_Eneide_ e nella _Gerusalemme Liberata_?

Certo l'epopea, momento unico nella vita di un popolo e al quale pochi popoli poterono assurgere, è passata da un pezzo, ma poichè la poesia muta soltanto di forme, i poemi sopravvivono ancora nella pittura e nella letteratura aspettando dal tempo quella consacrazione, che impone silenzio alla critica e dà all'ammirazione un senso di mistica religiosità. Non è un poema il gran libro di Tolstoi, _Guerra e Pace_, che, in una scena più vasta della Russia stessa, ci rivelò a migliaia gli umili e i grandi, gli eroi e i villani, le anime ignare, liriche, tragiche dell'immensa guerra napoleonica, contro la quale il popolo slavo sorse innumerevole, tenace, paziente, e combattè e vinse ravvolgendo il nemico in una bufera d'incendi, di neve, di odio, di morte?

Quando Tolstoi sarà antico nella storia delle letterature, i letterati paragonandolo ad Omero, vanteranno la superiorità del poema russo, benchè senza quella grazia formale del verso, rimasta in noi abitudine piuttosto che vero motivo di poesia.

Il poema è ovunque e sempre la vita appaia nella profonda molteplicità de' suoi aspetti e riveli dalla fisonomia delle cose e degli uomini la segreta, ineffabile unità di una razza e di un tempo in qualche dramma.

Così ogni cattedrale è un poema, nel quale e del quale vissero intere generazioni, architetti, scultori, pittori, poeti, coloro che nella chiesa sentivano soltanto la casa di Dio e quelli, forse in maggior numero, che vi lavoravano come alla prima e più duratura casa del popolo: sono poemi il tempio di Assisi, di San Marco a Venezia, di Sant'Antonio a Padova.

Questa cattedrale, la seconda sorta dalla vivida trionfale passione francescana, non è opera di un uomo ma di una gente, non di un santo ma di una fede, che si dilata e non muta, si arricchisce e sale, combina le forme e gli stili più antagonisti in una bellezza fantastica e profonda, di poema e di romanzo, di leggenda e di mito, nella quale l'unità rimane misteriosa come il segreto stesso della sua creazione.

Nata fra orti e giardini la cattedrale è anch'essa una enorme pianta sorta dallo spirito, che nelle proprie costruzioni impiega linee e materie diverse da quelle della natura: si può ammirare piuttosto che discutere: bisogna sentirla tutta per intendere il significato delle parti. Certamente il modello di San Marco era negli occhi e nelle immaginazioni di coloro che l'alzarono, così che sarebbe oggi difficile trovare nella basilica padovana quell'ideale corrispondenza col tipo del suo santo, come nel tempio di Assisi e in quello di Bologna.

Padova era troppo vicina a Venezia, dalla quale tutto l'oriente entrava folgorando come un sole di altri mondi e di altre civiltà.

Quindi la pittura paesana, perchè Padova pure aveva una scuola cresciuta dalla imitazione di Giotto, si provò a rivaleggiare nella decorazione col genio architettonico, benchè i suoi migliori artisti non fossero davvero, come il loro grande maestro già antico, abbastanza poeti per rivelare su quella immensa superficie di lati e di cupole il segreto delle pietre riunite dall'anima del Santo.

Indarno più innanzi Squarcione strinse intorno a sè una nuova scuola, mentre, magnifico, unico pittore di Padova, il Mantegna era ancora bambino, e si provò all'opera deducendovi fra la combinazione di molte maniere italiane e tedesche il sontuoso desiderio orientale pei colori fiammanti e le ricche architetture, i marmi, i tappeti, le lampade tra un folgorio di raggi, una gloria purpurea di tramonti e di aurore. Indarno ancora più tardi, nel 1727, un architetto veneziano, preludendo da lungi alla moderna passione del restauro, che intende a ricollegare l'epoche fra loro, presentò e fece accettare un disegno per rinnovare le antiche pitture e compierle correggendo, magari falsando, perchè una istintiva preveggenza del guasto interruppe l'opera nella cattedrale, che rimase come nuda all'interno malgrado l'affastellamento intorno alla tomba del Santo.

E fu bene.

Per restaurare un monumento bisogna prima sorprenderne l'anima, quale i secoli la produssero e visse nella propria età; per compierlo, invece, non basta nemmeno l'intendere quell'anima, ma è necessaria la più minuta ed esatta conoscenza storica del tempo, una conoscenza ed una scienza impossibile quasi sempre ai poeti, che volano attraverso le epoche sulle cime più alte come le aquile, o scendono come gli usignuoli a nascondersi nell'ombra tentatrice dei boschi.

Ecco perchè la fabbriceria della cattedrale padovana, mentre in tutta Italia riferve la nobile passione dell'antichità e l'anima nazionale torna all'orgoglio dei propri monumenti, indisse non è molto un concorso per decorare degnamente il gran tempio, mèta ancora oggi di tante anime pellegrine ed afflitte; ed ecco perchè il gruppo bolognese rappresentato dai tre maggiori artisti, Alfonso Rubbiani, Edoardo Collamarini e Achille Casanova, i restauratori del bel tempio francescano vinsero sopra tutti, offrendo di rappresentare nei piani e su per le volte delle cupole il romanzo, o, meglio ancora, il poema del Santo.

Concetto vasto e temerario, che per magnifica spira sale dal giorno della sua morte, quando il popolo del sobborgo di Capo di Ponte, si levava in armi a difendere il corpo del Santo contro il popolo di Padova irrompente a fiumi dalle porte per reclamarlo come il genio e il talismano della città, insino a quell'altro giorno immortale, bianco e folgorante nella gloria del Paradiso cristiano e dantesco.

Noi italiani siamo così: tutta la nostra arte, ogni qualvolta si volga a guardare indietro, incontra il sacro poema, che le sbarra l'orizzonte come una giogaia di nuvole fiammeggianti nell'altezza senza misura del cielo: da Dante solamente comincia la nostra coscienza e il nostro pensiero nazionale, perchè l'arte greca è di un mondo a noi lontanamente straniero, e l'arte latina fu appena un mirabile artificio, un intermezzo forse troppo lungo tra le due più profonde originalità della storia, quella greca e quella italiana.

Col poema sacro nella mano la nuova scuola bolognese ha dunque vinto la sua seconda battaglia, e compirà l'opera secolare della cattedrale padovana dipingendo il poema del Santo, che, scolaro di San Francesco, potè nella gloriosa semplicità della propria natura e nella limpidezza dell'ingegno apparire originale.

Ma la devozione francescana rifiorirà? Purtroppo è permesso dubitarne.