Fuochi di bivacco

Part 19

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Il pensiero davvero libero consente tutti i pensieri, accetta tutte le religioni, permette tutte le scienze, indulge a tutte le politiche, sorride a tutte le arti, si giova di tutti i mestieri; lascia liberi e vivi tutti, perchè la vita solamente è giudice della forza e della verità in un'idea o in una forma. È inutile ed assurdo proibire l'insegnamento religioso, bisogna invece vincerlo coll'insegnamento laico, lasciando alle coscienze libertà d'istinto e di riflessione, di scegliere o di ricusare; è assurdo proclamare che la repubblica sola può dare l'integrazione finale del pensiero, giacchè la repubblica ne è soltanto un momento e una ganga; è vano minacciare ancora il cadavere del papato così ben morto, che dopo una vita lunga e gloriosa non ha ancora trovato un grande poeta per cantargli le esequie e un grande scultore per scolpirgli un sarcofago. Il papato temporale, ucciso da Mazzini colla classica scure della repubblica romana, sostituito per volontà di plebiscito dalla monarchia di Savoia, è ormai così lontano nella storia e nella prospettiva della nostra coscienza, che quanti ne parlano tuttavia non l'intendono più.

Se per un impossibile miracolo potesse risorgere, i primi a dolersene sarebbero forse i preti e i clericali, già abituati anch'essi alla larghezza delle nostre libertà politiche.

Invece l'idea cristiana e quella cattolica sono più vive di prima, così vive che giorno per giorno allargano la propria conquista e la propria unità: il cattolicismo ha oramai ripreso al protestantesimo il maggior numero di province, e gli insidia le capitali: il cristianesimo è ancora la sola religione che si diffonda e cresca nel mondo. Contro di essa le negazioni della scienza non bastano, gli attacchi dell'anticlericalismo non giovano; il mondo della fede non è quello della natura; tutto quanto la scienza sa non basta a quanto l'anima chiede dalla religione: un Dio non soccombe che ad un altro Dio; l'ateismo non sarà mai popolare, perchè l'egoismo e la miseria umana hanno tutto da guadagnare nel sogno di un paradiso.

Bisogna contrapporre scienza a scienza, fede a fede: e soprattutto credere nella libertà, che consacra l'indipendenza di tutte le idee e di tutte le coscienze.

Renan, l'indimenticabile incantatore della parola, e che nel secolo decimonono forse fu il più libero fra tutti i pensatori, trovò per sè e per gli altri questa formola di indulgenza e di libertà: «Discutendo io sono della opinione del mio avversario».

Perchè?

Perchè avversario avrebbe potuto nascere lui medesimo, e avrebbe voluto che gli altri gli dessero ragione.

27 settembre 1904.

IX

ULTIMA CARICA

FIT VIA VI

Ricordate il magnifico emistichio di Virgilio nel racconto di Enea, quando alla fantasia dell'eroe si parava ancora dinanzi, nell'orrore notturno, il quadro di Troia presa ed incendiata, fra l'urlo dei combattenti, nei delirio supremo della forza?

Adesso, laggiù, nell'estremo Oriente, la oscura forza della storia ha scatenato alla più meravigliosa ed originale delle guerre il massimo impero del mondo, così vasto che la luna non lo supera in estensione, e la più nuova fra tutte le nazioni, quell'impero del Sole Levante, che da pochi anni raggia sull'orizzonte della nostra civiltà. Il problema della guerra, intorno al quale ogni pensiero oggi si affatica, è forse il più profondo del nostro tempo, giacchè prelude a quello di tutta l'Asia, desta oramai dal sonno millenario.

Che la Russia distendendosi per la Manciuria ubbidisca alla legge della propria gravitazione, e giunta ai due porti di Arthur e di Vladivostok intenda girare a ponente la Cina per chiuderla entro il proprio immenso monile; che il Giappone, trasformatosi in stato europeo, debba mirare alla penisola della Corea come al più vicino e facile approdo sul continente asiatico: questi non sono che i dati esteriori e militari del problema. Nei due avversari, attraverso le differenze della propria natura politica e dell'immenso spazio interposto, la forza è quasi pari e il valore indiscusso: se la Russia invincibile nella propria massa, e in lontana ma terrestre comunicazione col teatro della guerra, può inesaustamente alimentarla, gettando nelle sue fauci mostruose a centinaia di migliaia vittime e soldati, il Giappone, egualmente sicuro dell'Inghilterra nel proprio impero insulare, gettò pel primo il guanto di sfida coll'orgoglio certo dei vantaggi, che la situazione geografica e politica gli consentono. Così la guerra, anzichè decidere della loro esistenza, non basterà nemmeno a stabilire, per un prossimo futuro, quale dei due avrà davvero il primato dell'influenza nel rinnovamento asiatico. Troppo lunga nei secoli fu la sua incubazione e troppi attori dovranno concorrervi.

Comunque la storia abbia potuto davvero incominciare, questo almeno è ben certo, per noi, che essa partiva dall'unità ideale dell'uomo per giungere all'ideale unità delle genti. L'Asia fu la sua matrice e tutto ne uscì: la sua civiltà primigenia produsse i germi di tutte le forme, di tutte le vite, che poi riempirono il caleidoscopio della storia: l'uniformità atomistica della Cina, la differenziazione panteistica dell'India, il dualismo della Persia, il monoteismo della Palestina contennero già ogni religione e ogni politica; sul Mediterraneo, che vide la prima unità storica, si addensò il pensiero dell'Asia passando per l'Egitto e per la Grecia, e Roma potè così diventare il centro del mondo; poi il Cristianesimo ruppe l'orbita romana, e al primo centro del Mediterraneo s'aggiunse il Baltico, e da tutte le coste europee raggiarono gli istinti, le avventure, le creazioni di una civiltà, che per primo bisogno aveva quello di essere universale. Nel secolo decimosesto l'America entrò nell'orbita europea, in quello decimonono l'Europa, con sforzo sanguinoso e concorde, puntò sull'Africa e ne sfondò il negro mistero.

Adesso questo sforzo si ripete sull'Asia. Ma poichè essa sola supera per densità la popolazione d'Europa ed America riunite, nessuna potenza bastava solitaria al problema del suo rinnovamento. Bisognò aspettare che l'America fosse in grado di concorrervi, che l'Australia improvvisata ripetesse non lungi dall'India una nuova Europa, che vapore e telegrafo annullassero quasi le distanze, che tutti i popoli civili avessero raggiunto un inverosimile sviluppo industriale e commerciale, coprendo i mari di navi, le coste di stazioni, forzando i confini colla ricchezza, dopo averli violati coi missionari della scienza e delle religioni, unanimi tutti, nella divergenza degli interessi, in questa suprema necessità di aprire alla loro vita il continente giallo.

Due o tre anni or sono la prima crociata bianca penetrò a Pekino: il motivo della guerra parve religioso, e la guerra soltanto di saccheggio e di strage; ma invece era il primo accordo e il primo convegno d'Europa nell'immenso problema. L'impero dei draghi fu squarciato e rimase aperto per sempre: nessuna muraglia potrà più chiuderlo, nessuna sua forza antica difenderlo contro la violenza rigeneratrice delle forze nuove. Perchè la Cina può risorgere, e la prova era nel suo nemico più vicino, il Giappone.

Adesso la contesa fra questo e la Russia è appena un preludio.

L'impero russo, irresistibile nella progressione del proprio peso, non ha forza assimilatrice di civiltà nella razza. Già le popolazioni vi sono scarse alla terra e le città alle campagne; la sua emigrazione ancora per secoli sarà all'interno; la Siberia che contiene le varietà di un mondo, è quasi un deserto; la potenza industriale e commerciale russa, malgrado la recente, magnifica improvvisazione, è ancora europeamente troppo inferiore. Il suo ufficio in Asia fu dunque soltanto militare, aprire i confini, frangere le barriere interne, disciplinare momentaneamente colla forza, dissipare l'incantesimo millenario dell'onnipotenza asiatica fatta di numero e di estensione.

Mentre la Russia discendeva per la Siberia biforcandosi verso la Persia, l'Inghilterra, vittoriosamente sostituitasi ai portoghesi, agli olandesi, ai francesi nell'oceano Indiano, tentava per il Tibet di giungere al cuore della Cina. La Francia penetrava sino a Pekino con una marcia coreografica, iniziava un impero nell'Indocina; il Giappone mirava alla Corea, d'onde uscì la sua prima civiltà; l'America, ultima, gittava miliardi alla propria avanguardia in una conquista parcellaria del Celeste Impero.

Un immenso moto superficiale e latente affatica il continente asiatico: l'ora della sua rinascita è vicina, e, poichè sarà un mondo che nasce, sposterà (chi sa come e sino a quali limiti?) la vita della nostra presente civiltà.

Tutte le nostre religioni si troveranno così di fronte al vero problema del primato e dell'universalità, e la battaglia fra Buddhismo e Cristianesimo sarà la più grande di tutte le storie; nel lavoro della terra, della industria e del commercio la nostra razza bianca subirà il confronto colla gialla, e poichè il capitale è impersonale, la lotta per l'esistenza nel lavoro prepara ai nostri operai forse più di una tragica sorpresa; tutti i mercati si sposteranno, e le correnti delle ricchezze e quelle delle strade, e i porti e le stazioni oscilleranno come scossi da lungo terremoto.

La storia dovrà ricominciare il proprio lavoro: quella che noi chiamavamo storia universale, non era fatta che di echi mondiali nel Mediterraneo: tutte le nostre storie fin qui furono parziali, e quindi false: in una storia davvero universale, ogni nazione potrà soltanto e finalmente scoprire il proprio segreto.

Intanto, ecco un primo immenso problema: fino a ieri noi credevamo che alla nostra attuale coscienza non si poteva giungere che per i gradi della storia bianca. E sapientemente disegnammo il formarsi del nostro spirito su per la scalea delle nazioni, guadagnando un'idea, un carattere ad ogni scalino, e affermammo che il cristianesimo dei due primi apostoli fallì nell'Asia per mancanza della ideale preparazione greco-romana. Ebbene, il Giappone dal 1834 ad oggi ci avrebbe già raggiunto con una improvvisazione ancora più inverosimile che rapida?

Se le sue forme politiche, pari alle nostre, contengono davvero il nostro stesso diritto, e se in questo la sua coscienza ci uguaglia, a che si riducono le serie e le categorie millenarie del nostro pensiero e della nostra storia?

Punto e a capo, dunque.

6 marzo 1904.

SOLE LEVANTE

Mai come adesso l'impero giapponese ha meritato il proprio titolo radioso.

A ogni giorno, a ogni ora, da lungi sul vento arrivano grida ed echi di vittoria: la guerra ha battaglie che durano settimane, carneficine che smentono l'adagio moderno, già accettato con tanta unanime lietezza dagli apostoli della pace e dai credenti nell'eterna fatalità della guerra, che la mortalità diminuisce in rapporto sicuro della perfezione nelle armi: eroismi di eserciti e di razza, ai quali il moderno e volgare quietismo industriale non sapeva più credere. E non pare nemmeno si tratti del solito patriottismo, quale nell'esperienza delle storie e nei libri dei poeti eravamo abituati a sentire e ad ammirare: una improvvisa convulsa effervescenza di amore patrio, quando la esistenza di nazione era minacciata all'interno o alle frontiere, una gloria di olocausto, che si alzava nell'anima di qualcuno lanciandolo alla morte nella tragica persuasione di giovare così alla salvezza della propria gente.

Pel soldato russo questa guerra all'ultimo confine dell'Asia contro un popolo lontano, piccolo, giallo, sconosciuto ed inconoscibile, non può avere alcuna idea esplicativa: le profonde, tremende ragioni di storia intercontinentale, che la preparavano da mezzo secolo e ne determinarono la sùbita esplosione coll'attacco violento ed imprevisto dei giapponesi, non sono accessibili a coscienze plebee e rusticane: questo duello fra il solo moderno cavaliere orientale e il colossale campione europeo per la supremazia d'influenza nel rinnovamento dell'Asia, un duello che dovrà durare fatalmente più di un secolo senza che nessuno dei duellatori cada prostrato, non può apparire nella sua epica solennità che all'occhio di un poeta o di un pensatore.

Ad aprire nell'Asia un'epoca nuova, riattirandola nell'orbita della nostra storia bianca, nemmeno tutta Europa bastava: bisognò quindi attendere, dopo le scoperte e le conquiste portoghesi, francesi, inglesi e russe, che gli Stati Uniti di America diventassero una seconda Europa più ricca forse ed attiva, mentre con una rapidità fulminea, inintelligibile, l'Australia s'improvvisava quasi nel futuro, esperimentando in sè medesima le teoriche politiche del socialismo. E l'Asia fu aperta, corsa, insanguinata, fecondata dal riverso di tutti i monti, da tutte le spiagge, oltre tutte le barriere, su tutti i fiumi; i suoi imperi più vasti, come la Cina, con un ritmo funebre in pochi anni subirono invasioni russe, francesi, giapponesi, e tutta una crociata bianca, in una guerra che parve una parata e lo era: ma la Cina era ancora come morta, e il suo enorme cadavere, troppo enorme, non poteva essere diviso: i regni dell'Afganistan, del Siam, della Persia, sbattuti da rivoluzioni indigene sollevate dall'invisibile pulviscolo fermentatore della nostra civiltà, si dibattevano nelle strette della nostra diplomazia per salvare ancora qualche apparenza di regalità, e non erano più che uno scenario, sul quale attori muti, bizzarramente vestiti, facevano tratto tratto un gesto stanco, incomprensibile: larve di un passato millenario, fantasmi di una vita morta anche negli inconsumabili monumenti della sua antica grandezza.

E sulle alture della sua mitica e mistica rocca, il gran Lama, il sacro fantoccio del buddhismo, questa immensa, profonda religione, che potrà sola resistere alla marcia invaditrice e trionfale del cristianesimo, era recentemente sloggiato da un solo colonnello inglese, fra lo stupore orrifico e sacro dei credenti, in mezzo a un popolo di sacerdoti, fra villaggi formati soltanto di monasteri, dentro un silenzio nel quale da secoli e secoli la vecchia anima asiatica si assopiva obliando la tragedia inconsolabile ed inutile della vita.

Adesso non vi è più popolo, non cantone dell'Asia, nel quale il soffio abbruciante dello spirito bianco non sia giunto: i missionari della religione e del commercio, gli avventurieri della scienza e dell'arte, le avanguardie delle industrie e delle diplomazie sono penetrati dovunque: il mercato è immenso, la conquista impossibile, la lotta fra gli invasori inevitabile e senza tregua.

Ma che l'Asia possa e debba risorgere è oramai certo nella vittoria del suo cavaliere giapponese: egli reclama il primo posto a questa opera di rinnovamento, e sicuro della propria improvvisata modernità si leva minaccioso e trionfante contro la Russia, sulla Russia, a respingere la sua secolare alluvione, a negarle la primazia del protettorato asiatico.

In Europa la Russia soltanto poteva sentire ed arrischiare la stupefacente grandezza di tale opera, calando dall'invasa e già fecondata Siberia sulla Cina a romperle il sonno e l'impero per darle la servitù e la vita. Dall'India la conquista commerciale dell'Inghilterra non poteva risalire; e l'Inghilterra, piccola di territorio, esigua di numero, non può essere che un'impresa commerciale, assorbe ancora più che non fecondi e non saprebbe suscitare la vita per inferiorità aritmetica nei propri viventi. La Russia soltanto aveva ed avrà una emigrazione all'interno, un popolo ancora vergine ed agricolo, capace di riversarsi su nuove terre e rinnovarle: essa soltanto ha ancora l'unità di governo, di fede, di sacrificio, d'ignoranza, di genio necessaria alle grandi fondazioni.

Ecco forse il motivo oscuro, inconscio del coraggio del soldato russo attraverso tante sconfitte e delusioni di generali e naufragi di ammiragli e morti su tutti i campi, sterminio, in furia d'uragano, in una lontananza di mistero, nella suprema indifferenza del fato. I nihilisti, i nemici dello czarismo uccidono qualche ministro, ma nemmeno fra tanto dolore e tanta rivolta di anime contro l'insufficienza del governo osano il rischio di una rivoluzione anche meno che parziale: la guerra d'Oriente è un'epoca russa, una fatalità della sua storia, il motivo epico più vero della sua superiorità in Europa.

Altre sconfitte seguiranno a questa, ma la Russia starà, poichè l'Europa è tutta dentro la sua azione, e le gelosie di governo, le rivalità industriali, gli antagonismi di nazione non contano, non bastano a contraddire, ad arrestare per un minuto soltanto l'impresa.

La guerra attuale non ha e non può avere soluzione: l'eroismo è pari nei combattenti e pari la ragione: qualcuno, qualche cosa interromperà la guerra per il riposo indispensabile a riprenderla. Quando?

Adesso non siamo che al prologo, le battaglie ne sono le battute; la vittoria giapponese prova la risurrezione asiatica, l'impossibilità di scacciare la Russia dall'Asia il diritto al suo immenso carato d'influenza nell'opera del rinnovamento.

E i morti? La storia non li conta: alla poesia, se vi sono ancora poeti, il trovare per essi un canto, che uguagli quello di Omero.

20 ottobre 1904.

SATIRA EPICA

Il telegrafo annunciò che il Mikado, ordinando la liberazione dell'ammiraglio russo Nebogatoff, lo ha incaricato di portare allo Czar il rapporto dell'ultima battaglia navale combattuta allo stretto di Tsu-shima.

Era difficile mostrarsi più tremendamente cavalleresco dopo una vittoria, insperata forse così grande, e che resterà nella storia mondiale come una data luminosa, a lunga distanza di secoli, dopo Salamina. L'impero russo non ha più flotta sui mari, la sua bandiera affondò con le sue navi, la guerra è perduta, la sua gloria di campione bianco nell'estremo Oriente si è miseramente oscurata come un fanale solitario nella notte, quando la tempesta rugge e non vi sono più pellegrini per le strade.

Perchè? Sarà davvero finita l'azione russa in Asia? Non avrà più futuro nella storia mondiale questa magnifica razza slava, l'ultima nel tempo europeo, la sola che non vi abbia ancora significata l'importanza e la originalità della propria opera? Certamente è permesso dubitarne, giacchè nel problema del rinnovamento asiatico l'intervento d'Europa è, e resterà lungamente indispensabile, ma nella prima prova, affidata necessariamente alla Russia, questa tradì sè medesima e il mondo.

Mai governo si lasciò cogliere più bassamente impreparato dinanzi a più colossale impresa; mai così enorme responsabilità ricadde su menti e sovra spalle più deboli. La diplomazia russa, residente al Giappone, non aveva nulla veduto, nulla indovinato, nella preparazione nemica, della virtù unanime, caparbia, miracolosa di quel piccolo popolo giallo, che compiva pure sotto i suoi occhi il più stupefacente dei prodigi mutando la propria millenaria barbarie feudale in una modernità di avanguardia ancora più celere nei movimenti che sicura nelle assimilazioni, fatta di echi egualmente sonori nel passato e nel futuro, materiata di virtù eroicamente antiche e di una nobiltà squisitamente contemporanea.

Nel Giappone l'odio era così ardente dopo il sopruso sofferto a Porto Arthur per opera della Russia, che mai passione di dolore patriottico fu più intensa; il fervore degli armamenti così febbrile, che il silenzio stesso della loro prudenza ne vibrava come una vela al vento e il mare ai primi soffi della tempesta e la terra al primo risveglio del terremoto.

La diplomazia non vide, non capì.

Poi la guerra precipitò: le vittorie giapponesi scoppiavano come tuoni, ardevano come lampi: flotte, eserciti, fortezze, province, tutto vi spariva quasi in un uragano d'incendio, e i vincitori, tra il sangue e il fumo delle carneficine, riapparivano calmi, cortesi, così sicuri di sè medesimi che ne sorridevano appena, senza un rimpianto pei morti, nè un vanto pei vivi, nè un insulto pei vinti.

Ed era giusto quanto bello. Perchè i russi immolati dalla incapacità del proprio governo, sacrificati dalle rivalità dei generali, abbandonati in un deserto troppo lungi dalla patria, si battevano sempre raddoppiando di valore ad ogni sconfitta, diminuendo la vittoria del nemico sino ad una semplice alea di guerra, ad un esponente della superiorità burocratica giapponese sulla russa. Quindi il mondo ammirava. La resistenza nella sconfitta, in ogni tempo e in ogni luogo, provò meglio della vittoria il valore di un popolo: questa può giovarsi di molti estranei aiuti, quella cresce soltanto dall'anima di una gente profondamente radicata nella storia, immutabilmente sicura dell'avvenire. Che sapevano i soldati russi di questa guerra, se i loro governanti stessi ne ignoravano la fatalità? Pei giapponesi tutto vi era cosciente, pei russi tutto oscuro; e gli uni e gli altri si esaltavano nella lotta sollevati da un istinto misterioso, che ardeva le loro vite come una sacra offerta sopra un altare non ancora conquistato alla patria.

Per la Russia, ad ogni sanguinante notizia di sconfitta, cresceva un fermento ribelle nell'oblio del supremo dovere, che il pericolo impone dinanzi alle vittorie del nemico: drammi di officine, tragedie principesche, insubordinazioni nazionaliste, delirii anarchici scoppiavano nelle parole e nei fatti, uccidendo idee e persone, sconvolgendo coscienze e fantasie, senza che la grande anima russa si distogliesse veramente dalla fatale fissazione d'Oriente, o piegasse vinta sotto il dolore e la rovina della morte.

Si sperava, si voleva. Quando il vinto sa morire come il vincitore, questo non è ancora tale; il giuoco della guerra può mutare, e la fortuna, dalle grandi ali rosse, più mobile d'una piuma, aliare da un campo all'altro. Poi la Russia è un mondo, le sue risorse sono inesauribili, il suo genio giovane, la sua fibra vergine, la sua fede pari alla sua pazienza, che ha stancato i secoli nella aspettazione del proprio tempo. Bastava che il governo, correggendosi sotto le lezioni delle catastrofi, facesse il proprio dovere: e non lo ha fatto.

Lo Czar non è che un simbolo, d'onnipotenza ieri, di miseria oggi: non parliamo di lui; perchè il mondo ne parlasse, dovrebbe essere davvero il successore di Rurik o di Pietro il Grande. Ma intorno a lui l'aristocrazia russa soccombe ignobilmente alla prova: essa non ha prodotto un uomo capace di dominare la sventura, non si è votata in massa alla patria gittandole la propria anima come una bandiera ed un'arme. La borghesia, scatenata da De Witte negli affari, non ha veduto altro in questa guerra; ingrassa nel sangue, e stride invocando una costituzione.

Nella ultima flotta così lungamente preparata tutto era falso, l'equipaggio e le navi, le munizioni e le intenzioni: l'ufficialità composta quasi tutta di neofiti non passati o mal passati agli esami, le ciurme raccolte senza fede, addestrate senza speranza, guidate senza autorità. Quindi la battaglia nello stretto di Corea, fu una resa, alla quale l'impeto del nemico tolse la stessa volontaria facilità; quelli che si battevano, non ne sapevano più il perchè, e il loro sforzo era indarno; gli altri, che fuggivano, ignoravano anch'essi il dove, e fuggivano nell'inutilità del terrore, ancora meno dal nemico che dalla patria, per la quale non sentivano più che bisognava morire; gli ultimi, i più sinceramente vili, issavano subito nella intera squadra di Nebogatoff bandiera bianca e ricevevano a bordo il commissario giapponese, allineati come per la rivista di un loro ammiraglio in un qualche anniversario di vittoria.

La flotta russa non è più: affondò nella viltà, il mare la sommerse: le navi catturate diventarono giapponesi mutando anima e fortuna: i marinai prigionieri rimarranno nelle isole nipponiche sorvegliati come dei discoli soltanto. Si può forse temere che fuggano per combattere ancora?