Fuochi di bivacco

Part 18

Chapter 183,558 wordsPublic domain

Chi avrebbe dunque potuto rovesciare la terza repubblica?

Se le bande dell'impero e i banditi della Comune, aiutati dall'immensa invasione prussiana, non erano riusciti ad impedire questo avvento, era facile credere che dopo sarebbe stato loro anche più difficile rovesciare il nuovo governo. E così fu: dalla commedia di Boulanger al dramma di Dreyfus sino alla farsa di Deroulède, ogni tentativo fini egualmente nel ridicolo: i pretendenti apparivano anche minori dei propri partigiani, e in questi la passione dell'avventura non bastava più ad improvvisare il coraggio della ribellione e la fede della propaganda. Erano dei critici, ai quali gli errori dei governanti potevano dare impunemente ragione, giacchè per ottenere dal popolo il permesso di rovesciare il suo governo bisogna avergli prima inspirato la fede e la speranza in un altro.

Invano dunque il recente ministero Combes, per giustificare la nuova persecuzione al clero insegnante, proclama di aver salvato la vita alla repubblica nelle ultime elezioni, per le quali si vide l'estremo sforzo di tutti i residui monarchici. Il vanto è falso, ed è fortuna per la Francia che sia tale: chè se davvero la monarchia fosse stata ieri così forte da rimettere in giuoco l'esistenza della repubblica, nè Waldeck Rousseau, il più illustre continuatore di Gambetta, si sarebbe dimesso con tanta indifferenza per il potere, nè Loubet avrebbe chiamato il signor Combes a succedergli.

La repubblica francese è invincibile all'interno soltanto perchè i suoi nemici non hanno nè tradizione, nè uomo, nè bandiere: sono larve di un grande passato vagolanti senza direzione nel presente.

La nuova guerra, o meglio forse la nuova battaglia, esprime ancora l'antico odio volterriano e giacobino contro la fede cristiana e lo spirito cattolico da un lato, e dall'altro l'inguaribile antipatia nelle anime rimaste fedeli alla tradizione patria contro lo scetticismo delle coscienze e delle opere, la negazione di ogni idealità religiosa e l'apoteosi della ricchezza e della felicità materiale, pur troppo così caratteristica nelle idee e nei costumi. I conservatori odiano la repubblica ed hanno torto, dacchè la monarchia è morta senza speranza di resurrezione: i repubblicani odiano la religione ed hanno torto egualmente, perchè essa non è nemica alla repubblica e apparve sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, una necessità della vita spirituale.

Ma la persecuzione del signor Combes non ha nemmeno la grandezza feroce di quelle antiche: è piccola nel pensiero, meschina nella parola, bassa nell'opera, senza le fiammeggianti passioni dell'odio, senza le austere virtù della necessità.

Egli ha assalito il pensiero, e il pensiero lo vincerà: vuole chiudere le scuole delle congregazioni e chiuderà invece alla repubblica e alla democrazia le anime cristiane; espelle gli educatori della vecchia fede, per la quale la Francia potè diventare finalmente la Francia, e dovrà permettere l'educazione di ogni nuova ed antica incredulità, da quella che nega la proprietà, all'altra che nega la patria; teme che il Vaticano possa rovesciare la repubblica e deve accettare per difensori di essa i discepoli della Comune; sfratta le suore votate nella purezza del loro sacrifizio alla cura di tutte le più dolenti ed abbandonate infermità, e subisce le imposizioni di coloro che vantano la perfezione del libero amore e proclamano la scuola proprietà del governo.

Ieri un colonnello a Pontivry nel Morbihan ricusò di eseguire gli ordini del proprio generale contro una casa di suore, affermandosi cristiano, e tutti gli spiriti francesi, amici e nemici, furono percossi da questa parola come da un grido di libertà. La parola esprimeva un sentimento giusto ed un'idea falsa: un soldato non discute gli ordini che riceve, un cristiano non si ricusa all'obbedienza contro un altro cristiano e sa che il cristianesimo non dipende da un capriccio di un signor Combes.

Ma è triste e bello insieme che il grido della libertà sorga dalle file dei conservatori; è brutto e triste invece che al principio del secolo ventesimo si debba ricominciare la difesa per la libertà del pensiero contro il governo della repubblica prima in Europa. Ma il pensiero vive di libertà, meglio ancora che di aria e di luce ogni altro vivente; ma non vi è più famiglia se i genitori non hanno più diritto di trasmettere ai propri figli la propria fede; non vi è più giustizia se un'opinione del signor Combes basta a sospendere la libertà d'insegnare e di apprendere, la più antica e la più necessaria di tutte le libertà.

Faranno il processo a quel colonnello e dovranno giustamente condannarlo: però dalla sua uscirà una ben maggiore condanna per coloro, che nella sicurezza della repubblica, per povertà di pensiero, per miseria di setta, per malattia di coscienza vollero sollevarle contro le anime del popolo più devoto alla riverenza tradizionale di ogni governo.

Quel colonnello è troppo piccolo forse per diventare un martire, ma il signor Combes certamente non è abbastanza grande per riapparire, nella millenaria guerra fra il pensiero religioso e il pensiero filosofico, come un pensatore armato a distruggere i templi e le rocche della fede.

_Sutor, non ultra crepidam_; pedone, al passo.

18 agosto 1902.

HONOR ONUS

La vecchia Legione d'onore (chiamiamola così, perchè un secolo di gloria è già passato sopra di essa) radiò dai propri quadri il comandante Renancour accusato e convinto quale autore delle tabelle delatrici contro gli ufficiali. L'atto nobile avrà forse gravi conseguenze politiche.

Che cosa è ancora, in tanta tormenta di ragione e di follia democratica, che sommuove l'assisa di ogni classe e ne confonde i costumi urtandone gli ideali e togliendo la precisione dell'antico significato a quasi tutte le parole, questa invisibile legione non mai allineata in alcun giorno, e composta di soldati che s'ignorano l'un l'altro, senza generale veramente degno di tal grado, senza gloria di battaglie, giacchè ogni sua vittoria grida il nome di un solo vincitore? E nemmeno sono tutti francesi coloro che portano all'occhiello l'emblema della sua croce. Da gran tempo il suo reclutamento varcò i confini della patria, quasi cedendo all'impulso degli ultimi impeti napoleonici, che straripavano da tutti gli argini e sorvolavano ogni barriera montana.

_Honor_ era la sua divisa, una sola parola, che esprimeva lo sforzo della battaglia e la gloria del trionfo: ma un onore, al quale ogni uomo comunque nato, per qualunque strada procedesse, poteva giungere armato od inerme, nella conquista dell'ingegno nell'affermazione del carattere, soldato di un'idea o milite di un reggimento, eroe di una passione martire di un dovere.

E naturalmente anche questa legione, vivendo, assorbì dalla vita i veleni che guastano il sangue, le malattie che deformano il corpo: il suo numero crebbe e il suo valore diminuì: rimasta sola depositaria dell'aristocrazia cavalleresca non fu abbastanza aristocratica per accettare tutte le belle originalità della crescente democrazia, respingendo le false grandezze del patriziato decadente: i soldati vi si mantennero in maggioranza senza sufficienti giustificazioni di vittorie, i borghesi ne forzarono spesso le porte col danaro, questa suprema forza moderna, alla quale si attaccano tutti gli inferiori, che può simulare tutte le grandezze, meno quelle del genio e della santità.

E oggi coloro, che a Parigi hanno la nobile e pericolosa responsabilità di questa legione, nella quale Napoleone con lucida intuizione d'imperatore voleva adunare tutte le forze creatrici dello spirito dentro l'ordine di un nuovo patriziato perennemente sicuro, hanno sentito che una minaccia, quale non mai era stata tentata da altra insidia, comprometteva la vita e l'onore di questa estrema cavalleria nazionale. Dietro un ordine, che soltanto l'esagerazione di una collera politica può politicamente spiegare, si voleva, nell'esercito, soldato contro soldato, ufficiale contro ufficiale, uno spionaggio continuo, minuto, irresponsabile nel segreto delle denunzie, vile nella facilità dei mezzi, decente nel nome della repubblica, falso perchè ordinato da un ministero, che nella vita della repubblica non può esprimere più di un momento significando l'effimera presenza? di un partito; si voleva rotta la fede della bandiera, l'ordine della gerarchia, la nobiltà del carattere, che per affrontare la morte sul campo di battaglia ha bisogno di sentire nel compagno vicino un fratello d'armi pronto a morire per ogni altro fratello prima ancora che per la patria.

Perchè tale spionaggio? La scusa era quella eterna di tutti coloro che governano e identificano sè stessi col governo e questo colla patria. Qualunque sia il giudizio che la storia darà un giorno del ministro e del ministero Combes, questo è almeno certo fin d'oggi: che nella difesa della repubblica, così poco minacciata che non un atto di ribellione scoppiò da una città o da una campagna, una politica unilaterale, vigorosa ma violenta, sicura ma soltanto di una rigidezza personale, oltrepassò i confini di ogni libertà, determinando la coalizione di tutti coloro che per ragioni residuali di vita e di storia non avevano ancora accettato sinceramente il regime repubblicano.

Eppure sarebbe stato facile pensare e sentire come nel paese di Francia, saturo ancora di tradizioni regie, malgrado i due enormi sommovimenti della rivoluzione e dell'impero, che scoprirono al sole con nuovi incolmabili solchi più vecchi strati di terreno, non era questo nè il tempo, nè il modo per conciliare animi e interessi diffidenti alla repubblica. L'esercito francese, ancora sotto la vergogna dell'ultima sconfitta tedesca, mentre il suo avversario grandeggiava, aveva bisogno di rifarsi una fede e di preparare una gloria: la Francia e la bandiera bastavano a tutti i cuori: nessuno pensava a pronunciamenti: non v'erano eredi regali, non pretendenti venturieri.

Monarchia e impero, morti nel disonore, non potevano più risorgere, e soltanto la cecità dell'odio politico era capace di sognare così stupefacente miracolo.

Invece si volle che la repubblica fosse il ministero Combes e chiunque per sentimenti o convinzione dissentisse dalla politica attuale, malgrado gli errori e le insufficienze di ogni politica ministeriale, fosse nemico della patria, pronto ad insorgere per gittarla vinta, disonorata, legata ai piedi di un re. Quale? Ma se i monarchici stessi non lo sanno! Dalle rovine dell'impero la figura sola di Napoleone I sale e sbarra l'orizzonte: egli è là da un secolo, solitario come uno scoglio, sotto il quale si rompono indarno le ondate della nostra democrazia: solitario, pallido, enorme, muto.

Gli storici non hanno ancora decifrato il suo enigma, i popoli lo guardano e lo guarderanno lungamente con un senso involontario di ammirazione e di sommissione.

E dall'altre rovine monarchiche? Sono rovine? Appena un fumo grasso, sottile evapora, a provare che la terra non ha ancora digerito tutto il concime del loro piccolo cumulo: non una linea di architettura vi rimane ad accennare una bellezza, non un frammento di statua a testimoniare, se non di un re, almeno di un uomo.

_Honor, onus_; la vecchia Legione francese ha sentito nel proprio onore il peso di quell'altro, l'onore dell'esercito, l'onore della Francia. Un soldato non può fare la spia che in avanscoperta contro il nemico, arrischiando la propria vita per strappargli il segreto della imminente battaglia: politicamente lo spionaggio è necessario come la menzogna e magari il tradimento, ma nessuna politica difettò mai di spie, nessuna ancora, per l'onore della storia, ne cercò nell'esercito.

Vi è una poesia indispensabile alla vita, una nobiltà senza la quale nessuna democrazia può crescere.

Se domandate ad un soldato: dimmi quali sono i sogni politici del tuo compagno, dimmi la sua opinione segreta sopra i superiori, affinchè possa cacciarlo dalle file; e quel soldato risponde; ebbene, egli primo deve uscire, egli certamente è indegno di appartenere all'esercito, non ha carattere repubblicano, non ha pensiero politico.

Ricordate Turenna? Il vecchio maresciallo, uscito dalla tenda, si era sdraiato entro un fosso in una radura del campo. Era d'estate, una notte serena, senza luna, nè stelle: un gruppo di giovani ufficiali sopravvenne ciarlando, dicendo al solito malissimo del maresciallo e degli altri generali. La conversazione s'accalorava, s'inveleniva.

Allora il vecchio si levò:

— Andate più lungi, miei signori, il maresciallo potrebbe udirvi.

Turenna non era che un eroe: i grandi politici invece sanno interrogare il silenzio e hanno poco bisogno di spie.

17 gennaio 1905.

UNA VISITA

Barrès è candidato alla Accademia francese.

Riuscirà dove Balzac e Zola fallirono, l'uno avendo pur conquistato alla Francia la sovranità dell'arte moderna sul mondo, l'altro avendo regnato nell'arte del proprio tempo come un tiranno plebeo e massiccio, duro ed onesto, violento sino allo scandalo e novatore più nella volontà che nel pensiero? Ovunque e sempre le accademie non furono un indice sicuro nè del valore negli eletti, nè del giudizio fatto su loro dal pubblico.

Maurizio Barrès è oggi in Francia forse l'ingegno più individuale: vi è qualche cosa del suo nome nella sua anima, una sbarra di acciaio, luminosa e sonora. Non saprebbe piegarsi senza rompersi: nulla ha potuto appannare la sua brunitura: è sottile e penetrante, un'arma e un ostacolo: come tutte le armi ha la frenesia di uccidere, come tutti gli ostacoli la superbia di essere infrangibile.

Egli è un solitario, sdegnato, insolente, che domanda sempre alla propria superiorità la giustificazione della propria opera: campione dell'individualismo, adora in sè medesimo il più compiuto degli individui: sogna nel passato e ne getta i sogni all'avvenire come una rivelazione.

Per lui il mondo non vale la Francia, anche quando nella febbre malarica delle polemiche insulta come un figlio la madre: per lui la salvezza di oggi e di domani è nell'energia della coscienza individuale contro l'incoscienza democratica delle masse, alle quali l'elettorato rimise il comando della politica, prima che la tradizione ne avesse loro appreso la profonda, sovrana abilità.

Come molti, troppi forse, Barrès è un ribelle alla piazza: detesta le sue elezioni, i suoi capi, i suoi programmi immediati e voraci, la volgarità delle sue conquiste, la brutalità delle sue negazioni. La sua fede anzi è una negazione del volgo, sul quale vorrebbe regnare come un imperatore e non sa; e vorrebbe forse trattarlo, come già fecero Giulio Cesare e Napoleone, gettandolo all'aria quale un pulviscolo fecondatore, gittandolo nelle fauci della morte quasi un'offa, per guadagnare il passo supremo nella tragedia di un'idea e di un'epoca.

Egli è nazionalista e patriota: un vizio e una virtù.

Nazionalista, odia la repubblica e non ha una monarchia, perchè la monarchia è così morta da gran tempo nella Francia, che non vi si veggono neppure più i resti del suo cadavere. Patriota, la sua patria è l'individualità della Francia alta sopra sè stessa e contro il mondo: una Francia vibrante di originalità e di creazione, vivente di applausi e d'incensi, rossa di lavoro e di passioni, insaziabilmente capricciosa, e così dama da non volere, non accettare se non ciò che è signorilmente bello nell'idea e nella forma.

Dio stesso non poteva passare attraverso l'anima e le pagine di Barrès che come il più alto degli individui: pensiero diventato volontà nella creazione, giustizia di giustiziere nella storia, provvidenza di primogeniture e di elezioni nella vita. Quindi egli ha pensato, scritto, ma non mai operato, in un sogno di grandezza che talvolta arrivava all'empietà: ha vantato tutto, i fantasmi della potenza, imperatori e gesuiti, i santi e gli eroi; sentinella di confine sempre colla spada nel pugno e la lanterna accesa la notte, cavaliere di torneo coi colori della Francia nella fascia e la frenesia della vittoria negli occhi; poeta nella prosa come pochissimo nel verso; originale non nell'idea ma nel sentimento, vivo ancora più nell'accento che nella parola.

I suoi libri hanno lo squillo della diana: sferzano i desti e i dormienti, gridano la battaglia e vantano la morte per passione di vita.

L'accetteranno all'Accademia?

Ne dubito.

Egli non è un grande, ma un vivo: Rostand, invece, non vi è nemmeno un morto, poichè non visse mai in nessuna delle proprie figure e i suoi versi stanno alla poesia come il tamarindo al vino.

Ma Barrès ha dato la vita a qualche fantasma: ricordate i paesaggi di _Aigues-mortes_, i _Deracinés_, quella pagina rovente, lugubre, spaventevole contro Dreyfus, quando condannato gli strapparono i galloni dinanzi ad una compagnia di soldati pallidi di collera e di silenzio: una pagina che è un capolavoro e basta sola all'immortalità di uno scrittore? Quanti in Italia ne hanno scritto una simile? E non parlo dei letterati gloriosi e glorificanti la scuola, ma degli artisti, dei poeti, degli scrittori veri, saliti nella vita e per la vita, rinnovando, creando quello che in Italia non c'era, la lingua, lo stile, la figura, la parola vivente.

Adesso i giornali francesi attaccano Barrès: il _Matin_ gli rinfacciava ieri quel magnifico opuscolo. _Una visita sopra un campo di battaglia_: ed è giusto: nello scorcio di quel libretto vi è tutto Barrès. Egli vanta la guerra, la strage dei soldati morti per difendere la Francia contro la razza tedesca: l'odore della polvere e del sangue lo ubbriaca, le ferite sanguinano eloquentemente, i feriti hanno una maestà che domina la vita e la morte, i morti composti nella eterna bellezza di un quadro trionfano immoti.

Eppure Barrès non sa o non vuol sapere che il suo individualismo, così intrattabile ed imperatorio, è cliente di un tedesco ben più altero, e poeta e filosofo originale, Federico Nietzsche. Questi è l'avversario di Carlo Marx; egli solo ha saputo rispondere alla esagerazione del sistema socialista con un'altra esagerazione, che involgeva e sollevava tutta l'anima umana in una religione e in una idolatria dell'individuo in mezzo a tutte le bufere della vita, fra i più vasti orizzonti della storia, fin sulle cime più inaccesse del pensiero.

Tale risposta era inevitabile, poichè la legge del binomio domina vita e storia.

E dopo Nietzsche pullularono ribelli ed individualisti, la moda vi si mescolò, la ribellione alla piazza fu un nuovo vanto aristocratico, l'originalità di chi non ne aveva un'altra, la volgarità degli ultimi falsi eletti contro il volgo, che saliva scomposto, deforme, informe forse, ma saliva e giustificava colla forza incontrastabile della ascensione il proprio diritto.

Non vi è originalità nè verità contro la massa e il ritmo de' suoi periodi: il genio supera la folla e non la nega, l'eroe serve il popolo e non lo schiaccia, l'individuo per diventare grande deve esprimere non sè stesso ma una gente.

Che cosa resterà dei libri pur così belli di Barrès?

Che cosa resta degli incendi?

21 novembre 1905.

INUTILITÀ

L'altro ieri si è chiuso a Roma il congresso dei liberi pensatori, e adesso ancora molti, fra i pochi che pensano, si domandano curiosamente perchè mai si sia aperto. Certo la libertà del pensiero è la stessa libertà della vita, come questa invincibile attraverso le fasi di tutti i tempi e le tragedie di tutti i popoli, più profonda di ogni legge e più forte di ogni volontà.

Il pensiero non può essere imprigionato, nè mutilato: dal suo mondo invisibile esso impera sui mondi, che la sua forza ha realizzato nelle formole della più ortodossa metafisica, o che esso soltanto può intendere gradualmente secondo le filosofie materialistiche: ma sempre e per tutti il pensiero è l'essenza sovrana della vita, l'unica superiorità dell'uomo sopra i suoi simili.

Ma il pensiero ha per rivale il pensiero, ed ecco la storia de' suoi conflitti sui campi di battaglia e nelle scuole, nei templi e nelle aule, sulle alture della poesia, dalle quali i poeti si scagliano le frecce avvelenate dei versi, e sui culmini della scienza, dalla quale i filosofi precipitano colla frenesia imperiale dei sistemi, per i deserti luminosi dei cieli che Dei e sacerdoti incendiano di lampi o scrollano coi tuoni, perchè sulla terra i terrori si aggruppino alle speranze, e la fede si rinfiammi nella purità della propria luce.

A Roma il congresso ha chiacchierato di molti temi, ma non ha parlato che contro il Vaticano, come il papa, che adesso vi abita e non vi regna più, potesse ancora interdire al pensiero il volo verso certi orizzonti, o proibire nelle sue varie e multiple espressioni alcune parole o qualche forma.

Gli oratori, e alcuni erano illustri davvero nelle scienze, si davano il cambio alla tribuna, le voci mutavano, ma quel rimprovero al passato di Roma papale cresceva sempre di tono, si acuiva quasi in uno spasimo di vendetta, quando dalle lontananze medioevali della storia gli echi rimandavano ancora i gemiti dei primi martiri dell'incredulità, e la fiamma, che arse Bruno, pareva riavvampare nel sole sulle vetriate del Collegio Romano. I rappresentanti francesi, al solito i più eloquenti, vibravano della passione patriottica aizzata dalla guerra, che il presidente Combes ha scatenato contro tutte le congregazioni, ree di avere pazzamente sognato per l'ultima volta di rovesciare la repubblica nel nome di una monarchia già da troppo tempo tramontata nella storia, per un fantasma di re, al quale non hanno saputo ancora dare nè un nome nè una bandiera. E nel tumulto della eloquenza, colla ingenuità caratteristica di tutte le folle adunate da una qualche idea, fra applausi che scrosciavano quasi chiome d'alberi al vento, si è affermato che Giordano Bruno, un errabondo dilettante di filosofia e un artista insignificante, fu il martire più illustre della libertà intellettuale e il pensatore più efficacemente decisivo nell'opera della modernità: si disse che la breccia di porta Pia fu la suprema vittoria del pensiero laico contro il pensiero religioso, mentre quello aveva già ovunque superato tutti gli ostacoli di questo e per la piccola breccia, una fessura che il sangue di pochi soldati arrossò appena, non salì che la nuova monarchia nazionale d'Italia, non a spegnere in Vaticano l'idea cattolica, ma ad occupare soltanto il palazzo estivo dei papi, proclamando finalmente dal Campidoglio la trionfante unità della nostra storia.

La guerra fra il pensiero che crede e il pensiero, che solamente sa, non ebbe in Roma peggiori rappresentanti che altrove, e oggi non ne ha più alcuno di temibile: il papa non regna sull'Italia, e forse ne è contento in silenzio, considerando l'impossibilità materiale e morale di riconquistare il minimo regno; non abdica perchè le religioni non lo possono; riafferma tratto tratto nell'ambiguità di qualche vecchia frase il vecchio diritto, e mira soltanto a difendersi, a vincere col nuovo, che la nostra libertà gli ha largito.