Part 17
Egli, giungendo terzo, fu il solo successore di Bismarck; il gigante era stato cacciato apparentemente dall'altezzoso capriccio del giovane imperatore, in realtà dalla nuova Germania industriale, commerciale, ricca, già necessariamente dimentica degli sforzi titanici e degli eroismi epici dei padri, che avevano costituito l'impero. Bismarck non poteva, per legge storica, essere l'uomo e il condottiero del secondo periodo, che doveva fare della politica un crogiolo per fondere tutte le differenze e unificare la patria da lui stesso coagulata stringendola nelle lunghe braccia sino a soffocarla in un impeto di amore e di difesa. Egli era l'eroe antico come Barbarossa: il suo abito non mutò mai e fu di soldato, e così i suoi modi, il suo pensiero, la sua parola: voleva l'impero contro tutti, anche contro l'imperatore; voleva la Prussia sopra tutto con un impero quale la Germania non ebbe veramente mai, fra la Francia che sarebbe decaduta nella democrazia, e la Russia che avrebbe forse fallito nel problema di oriente e per molte generazioni dovrebbe consumare le proprie forze imperiali nell'antitesi di darsi e di svolgere una costituzione moderna. Voleva la Prussia, allora quasi ignota sui mari, signora del mare; voleva il popolo grande e forte ma servo dell'impero: la sua idea era assoluta come quella di Hegel, univa imprigionando, livellava e schiacciava, domava, colla stessa frase secca come un ordine, tagliente come una spada, sonora come un'armatura, corte e parlamento. La sua poesia era la famiglia, la sua idolatria la patria, la sua religione la forza, il suo diritto nella vittoria, la sua fede in Dio.
Credeva come un antico, come tutti coloro che operano, e sanno l'opera alla mercè di un'oscura ma immanente potenza.
Ed era agile ma come gli elefanti, contro l'ignara leggenda del volgo che non lo crede; violento sino all'ingiurie e alle lagrime: era un brutale che amava la musica di Chopin, un ministro solitario, un parlamentare senza maschera, un diplomatico che ingannò quasi sempre dicendo la verità.
Quando cadde, tutti lo insultarono: si chiuse in campagna, ma non seppe essere ancora abbastanza grande per serbare il silenzio.
Bülow gli successe: a che parlare di Caprivi e di Hohenlohe? Egli era l'uomo del nuovo periodo: il guanto di velluto dopo quello di ferro, l'agilità suprema del pensiero, l'equilibrio della parola, inafferrabile come un serpente, vago come un artista. Bisognava dirigere consentendo e trascinare seducendo: così visse nel parlamento e pel parlamento: era un cancelliere dell'imperatore e parve quasi sempre un presidente ministeriale: seguì il programma del gigante, sviluppandolo nella pace, trionfando nell'improvvisazione della ricchezza, battendo simultaneamente Francia ed Inghilterra. Ma dietro questa pace, erano sempre la leggenda della forza, e la forza.
Contro di lui si appuntarono in uno sforzo unanime tutte le diplomazie di tutti i governi, e tutte dovettero indietreggiare davanti all'abilità delle sue parate, all'imprevedibile prontezza degli attacchi e alla amabilità del suo sorriso italiano.
Ho detto volontariamente italiano.
Perchè è in lui molto dei nostri grandi politici nei grandi tempi dei piccoli principati e delle più piccole signorie: egli ha pensato, sentito, forse amato l'Italia: qui si perfezionò ad arme la grazia del suo spirito, qui si temprò nella passione del comando e dell'idea il suo scetticismo. A Berlino, nel parlamento, a corte, apparve subito nella superiorità di un'esotica seduzione: Bismarck schiacciava, egli passava attraverso tutte le difficoltà, e chiunque gli restava dietro era un vinto. Sembrava senza odio e senza amore, pronto sempre a cedere, lieve sino a parere inconsistente, arrendevole sino a simulare la docilità, pronto a legarsi con tutti, ad immedesimarsi con tutti, e tutti hanno sognato così di possederlo, e non lo poterono, e dovettero combatterlo sempre e finire per odiarlo, sommandosi per abbatterlo.
È davvero caduto?
Chi dunque l'ha vinto? La sua opera è finita.
Tornerà al potere? Ne dubito.
Tornate piuttosto a Roma, principe: dallo scoglio così incantevole della vostra villa cittadina le rose vi chiamano accennando da lungi e gettando sul vento il messaggio dei loro profumi; forse a Roma vi sentirete ancora in patria.
9 luglio 1909.
VIII
SOTTO IL FUOCO
I FALSARI DELLA VOLONTÀ
La loro schiera cresce e crescerà lungamente finchè una più alta inspirazione nell'arte non disperda con un soffio di vento fecondo i loro pensieri e le loro opere così penosamente vane e raffinate.
Oggi è un romanziere francese, Remy de Gourmont, che nel _Sogno di una donna_, ci offre una idea nietzschiana, una donna che pretende dominare la vita, nel concetto e nel fine, superando le barriere della morale, i confini della propria epoca, per solennizzare in sè stessa il trionfo di una volontà inutilmente insaziabile.
Amare non è più che godere, e vivere è solamente volere al disopra di tutti, come se tutti non formassero che lo sfondo di una sola vita, la cornice di una sola figura.
Questa teorica superba usci quasi inavvertita con Max Stirner dalla sinistra hegeliana, che il pubblico tedesco di allora credeva smarrita per sempre nei paradossi atei e rivoluzionari di Feuerback.
Il fondatore dell'anarchia intellettuale era un giovane cupo e solitario, quasi senza amici, assorto nell'idolatria del proprio orgoglio, con un ingegno lucido e tagliente quanto il vetro, che invece di riflettere la vita, vi ardeva nel mezzo fra le fiamme fredde dei propri riverberi.
Della sua opera capitale, _L'unico e la sua proprietà_, nessuno si accorse; in un altro scritto più breve. _La mia potenza_, bandì un vangelo stupefacente e negatore di tutta l'umanità nella sua essenza e nella storia per deificare l'individuo solitario e perfetto come un atomo, senza forza di attrazione su altri, senza virtù di condensare la vita e la forma di un corpo.
Most, il nemico di Marx, fu il successore politico di Stirner e il fondatore a Londra del partito anarchico, che doveva a lunga distanza di anni trovare in tre italiani un sognatore, un sonnambulo e un maniaco: Angiolillo, Caserio, Lucheni, tre omicidi, tre vendicatori, enigmatici nell'opera, paurosi al pensiero.
Nietzsche fu il poeta di Stirner, ma, come Chateaubriand, un poeta della prosa. Profondo ed oscuro, nuvoloso e lampeggiante, egli apparve per rispondere alla nuova tirannide del socialismo, che annulla l'individuo nella massa e non gli lascia altra speranza di felicità che la partecipazione ad un materiale benessere mediocre e collettivo: un refettorio e un dormitorio, un lavoro anonimo e comune, la libertà sacrificata all'eguaglianza, la personalità dispersa nel numero.
Allora nell'ingegno di Nietzsche tornarono giganti le più micidiali figure di eroi, che per compiere la propria missione erano passati sull'umanità come un elefante sopra un formicaio; ma egli dimenticava quella missione per non amare che la loro mortifera sovranità. Carlyle era sopraffatto e svisato dal suo continuatore: la teorica degli eroi continuatori della storia diventava la lirica apologetica dei tiranni, che la violano nei loro capricci.
Ma pochi artisti in questo secolo furono più ammaliatori ed originali di Nietzsche. Attraverso le inevitabili e spesso disgustose falsificazioni del suo spirito una meravigliante visione della realtà esplodeva, come le improvvise illuminazioni boreali, che poi sorpresero Nansen nell'eroico viaggio polare: un incendio lucido e colorato, quasi di fiamme diluite, di gemme evaporanti. Nietzsche ha criticato frammentariamente ma insuperabilmente tutti i vizi e le manchevolezze della nostra epoca: ha dissipato per sempre il fantasma della verità popolare, schernite e distrutte le misere velleità delle mezze ribellioni e delle mezze autorità liberali.
Il suo sogno del superuomo è il suo sogno di malato, l'invettiva finale che esagera e falsa il ragionamento, un ritorno della forza pagana su la molle decadenza cristiana, la suprema vanità di comando in una aristocrazia rimasta fuori della vita e che tenta indarno innalzarsi arrampicandosi sulla propria vanità.
Gabriele d'Annunzio tradusse il sogno di Nietzsche in qualche figura, sforzandosi a darle sembianza di vita coll'imitazione di antichi disegni, intendendo a rovescio Leonardo da Vinci, ingannandosi ed ingannando colla malia di una bellezza letteraria formata cogli echi e coi riflessi di ogni bellezza passata. La figura abbagliò il pubblico, una torma di scolari applaudì, delirando, il maestro, che valeva meglio dell'opera e si avviava nel teatro verso la più rude e salutare smentita.
Adesso Remy de Gourmont, minore nell'ingegno, più destro nella maniera, ritenta la prova.
Il suo _Sogno di una donna_ non vorrebbe essere che la confessione ingenua e convincente di una superdonna, la quale ha concepito la propria esistenza nell'illimitato impero della volontà e nella conquista del piacere. Così ella trionfai per aver saputo volere; e si sente felice perchè limita ogni attività del corpo e dello spirito al piacere. Sciaguratamente tutto si riduce a un fantasma di donna, a una forma polemica, a un mostro elegante ed impossibile, che l'abilità dell'artista trasse dalla ganga di una tesi filosofica. Ella non vive davvero, perchè la vita imprigiona tutti gl'individui nelle proprie maglie e non consente ad alcuno di romperle salvandosi in una libertà estranea alla morale, superiore al pensiero. Il dramma si svolge invece dentro questo sforzo, quindi la tragedia si compie uguagliando vincitori e vinti.
Che cosa è il piacere nell'amore?
L'agguato teso, secondo Schopenhauer, a noi dalla natura per suaderci la perpetuazione della razza, o, secondo l'idea cristiana, il primo pietoso compenso messo da Dio nella nostra dura vita di sacrificio e di ascensione?
Comunque lo si intenda, nè il piacere è l'amore, nè la voluttà sessuale il suo massimo piacere. L'amore ha bisogno di idealità e di olocausto nella sua prima ora fra gli amanti, come nella sua lunga giornata coi figli: si comincia dall'amare come tali, poi l'amore degl'innamorati preannunzia la devozione dei genitori. È questa la legge, la verità e la vita. Non è permesso, non è possibile isolare la propria esistenza circoscrivendola entro i giorni felici ed inconsci dell'amore primaverile: è falso che l'amore galante, composto di sensualità bruta e di grazia artificiosa, possa dare il trionfo sulla vita, l'impero sopra sè stessi e su le folle. Superuomini e superdonne non sono che superfetazioni, alle quali l'ingegno può aggiungere qualunque più ricca decorazione, ma non inspirare il soffio della vita.
E l'arte è creazione.
Potete leggere questo _Sogno di una donna_: vi parrà più vero dei sogni d'annunziani perchè più prosaico, forse meglio composto come romanzo, meno esotico come stile, più moderno come parola. Ma non riconoscerete nella sua eroina il carattere di altra donna da voi conosciuta, mentre nella turba dei personaggi, che la circondano per darle modo di svolgersi, vi sentirete a disagio come fra maschere fuori della stagione carnevalesca.
Non vi è che un modo per essere un superuomo e diventare un grand'uomo: pensare, amare, soffrire, creare per tutti coloro, che la vita umilia fatalmente nelle feconde bassure del lavoro anonimo e quotidiano.
22 dicembre 1899.
LA BATTAGLIA RELIGIOSA
Così pare mutarsi quella che il ministero Waldek-Rousseau aveva cominciato contro le congregazioni.
Mentre nella camera francese gli oratori succedevano agli oratori d'ambo i lati allungando magnificamente la serie dei discorsi come un torneo letterario, nel quale i campioni giostravano con tutte le armi vecchie e nuove, improvvisamente un gruppo di destra mosse incontro alla grossa falange socialista e urtò il ministero con una votazione formidabile e nonpertanto inefficace.
Il ministero, per larvare l'illiberale insidia del proprio disegno, voleva che quasi tutte le associazioni per costituirsi e per mantenersi dovessero chiederne il permesso allo stato: si capiva fin troppo bene che nella pratica del governo i circoli socialisti non avrebbero avuto nulla a temere da una simile disposizione, ma l'istinto della logica e della passione, che non può quasi mai sottomettersi alle effimere necessità della schermaglia parlamentare, esplose nella discussione, e i socialisti proposero che solamente le congregazioni religiose dovessero umiliare così il diritto della propria vita.
Quindi la legge mutava indole: dalla difesa della repubblica passava rapidamente, violentemente, alla persecuzione religiosa, rinnovando odii sopiti da secoli, solleticando rancori recenti ed ingiustificabili, dividendo nuovamente i cittadini per ordine di sentimenti e di idee ultramondane.
E la destra, per compromettere il governo, votò coi socialisti questo editto di proscrizione.
Certamente il governo della repubblica aveva bisogno di alzare qualche valido baluardo contro gli approcci sempre più minacciosi e le mine sotterranee, che molte congregazioni religiose scavavano con passionata perseveranza sotto le sue fondamenta. Non mai forse nella lunga storia civile di Francia l'opera dei conventi fu con più largo proposito e con maggiore efficacia di mezzi diretta a rovesciare un governo; e la guerra era cominciata all'indomani di Sédan, mentre i campi della Sciampagna fumavano ancora di strage guerriera e per le vie di Parigi le fiamme del petrolio asciugavano le pozzanghere del sangue.
Il clero, che aveva regnato con tanta preponderanza sul secondo impero napoleonico, sentì nel proprio istinto che dalla nuova repubblica non avrebbe potuto pretendere simile privilegio, e sapendo la Francia monarchica nelle abitudini mentali e sentimentali, malgrado tutte le effervescenze repubblicane, intese al riparo.
La repubblica infatti avrebbe dovuto lottare lungamente per fondersi, giacchè mancava ad essa una tradizione conciliante e gloriosa. La Convenzione atterriva ancora le anime coi ricordi tragici del suo avvento simile ad una bufera di sangue e di fango, che aveva tutto rovesciato struggendo e fecondando, contrapponendo la Francia a sè medesima e al mondo, in un miracolo pauroso e sublime, inintelligibile e breve, dal quale era uscito un impero militare più alto e violento dell'antica monarchia.
Certamente la Convenzione era una gloria francese, ma aveva troppo somigliato ad un cataclisma perchè da essa una tradizione repubblicana potesse formarsi. E l'esperimento del '48, simile ad un intermezzo di operetta, finiva alle giornate di Cavaignac, nelle quali ricominciava già un altro impero napoleonico.
Le congregazioni religiose di Francia non credettero alla vitalità della terza repubblica.
Quindi colla paziente tenacia dello spirito conventuale si accinsero a filarle il capestro, perchè mancava come sempre a questo spirito quel senso segreto e così poco definibile della progressione storica. Chiuso nei propri dogmi, superbo di una tradizione conquistatrice non mai arrestata, rotto a tutte le difficoltà della propaganda, pratico dei costumi, al centro degli interessi, padrone delle coscienze, non credette alla marcia fatale dell'idea democratica.
Mentre il clero regolare inchinava lentamente verso la repubblica, i conventi si mutarono in rocche o in accampamenti muniti contro di essa: e sospinsero gli attacchi.
Nel mondo moderno ogni battaglia si compie col danaro, ed essi arricchirono tosto, inverosimilmente: la democrazia bandiva al popolo la necessità di rinnovare in una nuova coltura la propria coscienza, ed essi moltiplicarono scuole, collegi, educandati, arrolarono professori, irreggimentarono scolari; l'esercito doveva essere il grande presidio, l'espressione armata del suffragio universale, ed essi penetrarono nell'esercito, vi riassunsero la tradizione monarchica, vi riaccesero gli orgogli aristocratici e l'ingenua fede regia.
Poi, diventati più audaci nella lotta, soffiarono nell'antisemitismo, tentando di organizzare una finanza cattolica contro la finanza israelita: si impadronirono della stampa, signoreggiarono le elezioni e, giovandosi dello spauracchio socialista, chiamarono a raccolta tutte le coscienze timorate e timorose, conservatrici e reazionarie.
Ma questa opera, certamente meravigliosa nella sua rapida molteplicità, aveva lo stesso difetto alla base e al vertice: in quella mancava la monarchia, su questo il monarca: le congregazioni non avevano potuto nel proprio impeto trascinare tutto l'altro clero, e la repubblica rimaneva invincibile nella Francia, perchè la monarchia vi era morta e nessuna figura regale vi appariva vivente.
Allora la guerra peggiorò: la tragedia Dreyfus impose a tutti i partiti di gettare la maschera, bisognò essere francamente per la repubblica o contro di essa; i conventi si proclamarono superbamente nemici, e Leone XIII si pose pacificatore fra essi e il governo.
Come sempre, la tradizione cattolica di Roma si rivelava più profonda e sicura di ogni altra.
Era impossibile che il governo repubblicano, uscendo vittorioso da questa lotta, non tentasse contro le congregazioni religiose una qualche rappresaglia, e Waldek-Rousseau, dopo Casimir Perier il miglior parlamentare di Francia, era forse l'uomo più adatto a non sbagliarne la portata e il momento. Infatti, isolando abilmente le congregazioni dall'altro clero e coprendo l'incameramento dei loro beni col magnifico disegno di una cassa nazionale per gli invalidi del lavoro, egli aveva posto la questione sopra un buon terreno colla legittima lusinga di non offendere troppo la coscienza cattolica francese.
Ma la logica della passione e dell'istinto supera sempre ogni dialettica, ed ecco la posizione del governo invertita: una legge di difesa si muta in una legge di proscrizione, la minaccia socialista richiama alla memoria le paure della prima grande rivoluzione, i conventi sono condannati, qualunque associazione religiosa diviene sospetta e perde il diritto nella legge.
La destra, unendosi ai socialisti nella violenza, volle certamente spingere il governo nell'assurdo per meglio ridurlo all'impotenza, ma la coscienza pubblica non intenderà facilmente il beneficio di una simile manovra.
Così molti anni or sono i conservatori d'Italia, per impedire l'allargamento proposto da Depretis nell'elettorato politico, arrivarono sino ad invocare il suffragio universale, sperando ingannevolmente di dominarlo.
Ma i conservatori francesi si troveranno invece, come la repubblica, in opposizione coll'idea liberale e colla tradizione religiosa; la persecuzione gioverà ai conventi anche per gli infrenabili eccessi che i socialisti commetteranno al sicuro nella nuova legge.
Già in molte città sindaci socialisti proibiscono ai sacerdoti di vestire la tonaca, il municipio di Parigi toglieva non ha guari dai manuali di scuola il nome dì Dio, e una propaganda atea, furiosa e villana, inetta e dissolvente, si vanta di arrestare ogni sviluppo, di cancellare ogni traccia religiosa sulla terra francese.
In Francia, come in Italia, il partito conservatore ha ripetuto gli stessi errori: là non volle essere repubblicano, qua francamente liberale per resistere all'onda impura, che i demagoghi sollevano dalla democrazia: in ambo i paesi, egualmente costretti ad accattare la vita in parlamento e fuori del parlamento, i governi non sanno più avere la sicurezza di un programma e di un partito; vivono d'espedienti, sminuzzano le idee, frantumano i caratteri, tradiscono sè stessi prima ancora della patria.
Eppure non mancano esempi stupendamente superbi: in quale epoca, presso quale popolo si vide mai più bella, ascendente continuità che nell'impero prussiano da Bismarck a Bülow?
Anche nell'infelice guerra contro i boeri l'Inghilterra non appare ancora come fusa nel bronzo della propria politica imperiale?
E l'Italia?
11 febbraio 1901.
I RIBELLI DELLA FEDE
Sono essi veramente tali?
Da circa un mese il telegrafo segnala ogni giorno piccole vampe e fumacchi d'insurrezioni per tutte le terre di Francia. Un dolore solleva le anime, un odio nuovo esaspera le coscienze offese nelle più oscure profondità, ove la vita comincia e finisce dentro lo stesso mistero. E come nei secoli lontani, quando l'idea religiosa conteneva ancora tutto l'intelletto civile, si veggono i più ingenui e i più timidi, i contadini e le donne levarsi armati di querele e di armi domestiche a minacciare i nuovi nemici della loro fede e a difenderne gli inermi difensori.
Perchè?
Quale pericolo nuovo, non ancora visto dalla mente dei più acuti pensatori, minacciava la vita della terza repubblica francese, che sorta dalla catastrofe di Sédan aveva potuto in trent'anni riparare i guasti dell'ultima sconfitta napoleonica, rifare esercito ed armata, dilatare l'orbita del proprio dominio coloniale, raddoppiare ogni valore di terre e d'industrie, logorando con una politica abile e tenace tutti i residui delle forme monarchiche sopravvissuti al disastro delle singole dinastie?
Da Thiers a Waldek-Rousseau, forse la Francia non vide mai alla sommità del proprio governo più ricca fioritura di uomini illustri e più presto mietuti nelle battaglie parlamentari; ma uno stesso programma si compiva, malgrado ogni rovina personale, risollevando la nazione nel concetto del mondo e mantenendole il nobile e così difficile primato di antesignana nella marcia della democrazia e nell'avvento della libertà.
Invano gli avanzi monarchici tentarono in una estrema coalizione l'ultimo sforzo: mancava ad essi la continuità della tradizione, che mantiene nei cuori coll'entusiasmo della fede l'abitudine della credulità, e la gloria di una bandiera nelle mani di un uomo nato alla vittoria; non un principe, fra i pretendenti, aveva mai visto una battaglia, non un generale, fra quelli disposti a vendere la spada, possedeva nemmeno l'anima di un reggimento per gittare all'aria il primo grido di rivolta. Boulanger fu un giullare della reazione, Deroulède un buffone da caserme, nelle quali le sue canzonette militari avevano potuto introdursi fra tutte quelle altre di piazza: entrambi insidiando la repubblica, non poterono contrapporle francamente la monarchia, e decaddero nella estimazione della folla prima ancora che l'impresa avesse arrischiato un uomo ed alzato un labaro.
La monarchia non poteva ancora risorgere in Francia; come dunque la repubblica sarebbe stata in pericolo? Ogni esperimento monarchico era stato esercitato nella patria francese dopo la sua grande rivoluzione, che interrompe come una immensa giogaia la storia regia d'Europa: la prima ristorazione legittima era finita all'esilio di Carlo X, ultimo re borbonico nel quale il popolo aveva ancora potuto vedere la nobiltà maestosa di un trono e di un diritto secolare: Luigi Filippo non fu che una transazione e una transizione fra l'abitudine della servilità plebea e l'orgoglio della nuova sovranità popolare, ma il suo diritto non potè mai essere chiarito e il suo potere, costretto a vivere di espedienti, si logorò in un'opera senza virtù di elevazione storica.
Così cadde alle prime impazienze repubblicane senza che la repubblica avesse ancora compita la propria assisa, e l'estrema forma cesarea si produsse quindi nell'arringo con Napoleone III. La prova lunga non fu senza qualche gloria, mentre la bandiera francese entrava trionfatrice a Milano fra gli osanna di un popolo liberato e respingeva quella russa dalle mura vinte di Sebastopoli, ma un impero di avventure come quello del primo Napoleone non poteva essere rinnovato fuori della propria bufera, che aveva sconvolto e fecondato tutta l'Europa.
Il nipote somigliava allo zio come un'armatura ad un guerriero: il secondo impero dopo il primo pareva quello che era: un fodero senza lama, una corona senza testa, uno scenario romantico per una tragedia classica, nella quale l'attore principale pretendeva di essere anche il poeta.
Il poeta era invece a Guernesey e soffiava contro il teatro e contro gli attori i propri versi pieni di tutta la collera del mare, lampeggianti e sonanti come le bufere.