Part 16
In un passato poco lontano si era fatto una forza paesana col mettersi al servizio del danaro piemontese, frutto dei primi risparmi accumulati nella prima trasformazione industriale di Torino, e lo gettò nella voragine edilizia di Roma, preso anch'egli dalla febbre dell'improvvisazione, che ardeva la nuova capitale: un altro vi sarebbe perito intero, egli non vi perdette nemmeno la fiducia del proprio gruppo, forse perchè la sua vita privata aveva una rara, originale onestà.
E questa potenza lo sorregge ancora.
Elastico quanto Depretis, quantunque meno agile ne' movimenti e fecondo nel pensiero e pronto nella parola, egli tratta la combinazione di un ministero come quella di un affare, fa ogni offerta e l'accetta, se paia convenire al momento; crede poco alle idee o ai partiti e meno agli uomini: non è un dominatore ma un direttore, sa le debolezze di tutti, e nessuno lo ha ancora toccato col ferro nella sua. Adesso è presidente dei ministri per la seconda volta.
Prima gli conveniva lasciar passare l'epilogo di Zanardelli, ultimo retore girondino o giacobino, come meglio piaccia, invecchiato subalternamente nella camera e nei ministeri, quando per governare bene o male bisognava avere una personalità inconfondibile; e Giolitti entrò dietro di lui per dominarlo dal disotto, lasciandogli il compiacimento di cantare le ultime romanze fra le ammirazioni ingenue della sinistra e i ringhii rattenuti della destra: ma egli solo governava, promettendo tutta la libertà ai ribelli così accomodanti della montagna e gittando tratto tratto un gran gesto protettore ad un'altra vetta più alta.
Perchè tutta la sua politica, e lo disse, era opera di salvataggio dai pericoli del '98, nei quali la paura e l'inesperienza di tutti avevano creduto di vedere attraverso, per la vacuità stessa della insurrezione, un baratro. Pelloux, non uso come generale alle vittorie cruente, come ministro si compose una sconfitta assurda ed insanguinata; Sonnino, che compagno di Crispi aveva avuto il torto di scemargli l'energia nell'impresa di Africa, negandogli, ministro delle finanze, il danaro della battaglia prima e della rivincita poi, gli era succeduto invano nel comando della maggioranza, e, incapace anche questa volta di assumere la responsabilità della repressione, tentò servirsi di Pelloux come di un paravento, che la bufera parlamentare spazzò subito scoppiando più furiosa sopra di lui.
Ma siccome una rivoluzione non vi era stata, e la rivolta stessa nemmeno meritava questo piccolo nome, la reazione parve quello che era, senza idea, senza forza, senza persona: quindi una riscossa metà ironica e metà sentimentale riportò in alto la sinistra.
Zanardelli vi figurava come il personaggio storico, se per lui tale aggettivo non paresse troppo grande; Giolitti ne era l'uomo più vivo.
La monarchia usciva allora insanguinata da una tragedia regale, che aveva profondamente addolorato la nazione, e un re nuovo, giovane, fidente entrava nell'arringo, superbo di gridare una nuova parola, di credere al popolo e di essere da lui creduto.
Il tema era bello e avrebbe potuto essere grande per un uomo di stato.
Sciaguratamente per tutti nè Zanardelli nè Giolitti lo erano: quegli proseguì nella vecchia rettorica legislativa, questi esagerò il pericolo della passata reazione e l'urgenza delle nuove necessità sociali per apparire a destra come un salvatore e a sinistra quasi un compare.
Il giuoco nè facile, nè utile, nè bello, fu però condotto con sufficiente abilità: l'eccessiva condiscendenza trasse a rivolte soffocate presto nel sangue, ma l'importanza accordata alla estrema sinistra parve compenso adeguato; il paese aveva lavorato accanitamente, silenziosamente negli ultimi vent'anni, arricchendosi d'esperienza e di danaro; quindi la sua improvvisa rivelazione a sè stesso e all'Europa fu proclamata un vanto dell'ultimo ministero: Zanardelli logoro soccombeva al peso della fortuna e Giolitti per affrettare la sua caduta lo abbandonò subitamente.
L'ultimo epilogo della sinistra storica era così finito; ma il presente ministero è veramente il prologo di una nuova politica, la protasi del grande, invocato poema moderno?
Certamente l'onorevole Giolitti è oggi nel parlamento il maggiore e più forte uomo di governo, se a questa parola non si lasci che il valore dei successi giornalieri: ha esautorato tutti i capitani della montagna offrendo loro la scelta dei portafogli e spingendo, dopo il tardo rifiuto, l'ironia sino ad invitare i più anonimi gregari; ha scomposto la falange sonniniana, paralizzato Rudini, dispersa la destra, disorientata la sinistra, persuaso quasi tutti, in alto e in basso, che per governare è oggi indispensabile, più che l'assenso del popolo, il consenso dei partiti radicali.
E potrebbe anche essere vero.
Ma se la giovane monarchia, entrando in un nuovo periodo, dovrà guidare l'Italia, così improvvisamente cresciuta di forze e di fortuna, alla conquista di un qualche primato, tale piccina abilità politica è ancora più insufficiente che indispensabile.
Egli invece non ne ha altra.
Manca a lui la severità nel pensiero, l'orgoglio nel carattere, la potenza nel sangue: può girare un ostacolo, non rovesciarlo, discendere a tutte le compromissioni per vivere un giorno di più senza diventare prigioniero dei propri alleati, ma probabilmente non li dominerà mai abbastanza per servirsene come di strumenti. La sua parola abile, breve, spesso precisa, non ha l'accento che esalta, il giro che allaccia, la sonorità che soggioga; nessuno gli crede, benchè tutti lo accettino: è un furbo, e i soltanto furbi sono piccoli; governa, e oggi i grandi ministri regnano: ricordate Waldek-Rousseau e Chamberlain: vedete Bülow. Crispi è ancora odiato; Giolitti non lo sarà mai: tanto peggio per lui.
Non si stringe nel pugno tutto un popolo senza farlo gridare, e spesso nella politica, come fra amanti, il grido dell'odio non è che uno spasimo d'amore.
17 gennaio 1904.
I CATTOLICI ALLA CAMERA
Pochi forse concorderanno in questo mio giudizio storico.
Appena la camera si riaperse nella novità della vittoria popolare, che sembrava avere mirabilmente aumentata la forza e il numero della falange democratica, una collera ardente fra ringhii ed urla investi il manipolo cattolico, tentando di imporgli l'anatema del libero pensiero e la suprema condanna della patria oramai sicura di sè medesima sopra Roma capitale d'Italia. I modi violenti dell'estrema sinistra non erano più da gran tempo una novità parlamentare nè in Italia, nè all'estero: il suo programma, la sua origine, la dottrina plebea, l'inevitabile sofisma di credersi e di doversi credere unica rappresentante del popolo come classe la più numerosa e la più vera, la volgarità nativa e spirituale della maggior parte dei suoi membri, e sopra tutto il bisogno inconfessabile ma evidente di parlare alla camera per provocare lontani echi di piazza, spiegavano fin troppo questo primo scontro.
Il manipolo resistette, qualcuno ribattè l'ingiuria colla ingiuria, uno solo si levò alteramente ed affermò fra lo stupore contenuto di tutti, che i cattolici accettavano anch'essi Roma capitale d'Italia.
La risposta era decisiva e superava come un razzo luminoso il chiasso e l'ombra ondeggiante nella sala; si tentarono ancora dai più clamorosi fra i nemici repliche e smentite personali: i ricordi remoti della nostra bella rivoluzione, così bassamente ed invano combattuta su tutti i punti dal clero, aiutavano; i superstiti del primo giacobismo nella vecchia destra sentivano ancora qualche ripugnanza; la maggior parte dei liberali, quasi sorpresa nell'importanza del fatto nuovo, accettava diffidando; il ministero taceva.
L'indomani il giornale officiale o officioso della curia smentiva il deputato Cameroni, gettando sulla sua imprudenza di gregario senza comando e senza mandato la responsabilità di una affermazione così politicamente dommatica, mentre dall'alto nessuna voce veramente autorevole aveva ancora parlato.
E al solito il paese parve dimenticare.
Ma qualcuno si ricordò un'altra smentita dello stesso giornale all'indomani dei funerali di Umberto I, il re assassinato e seppellito al Pantheon con tutti gli onori ecclesiastici: il cardinale di Genova aveva accompagnato la salma insino a Roma, e ciò poteva ancora spiegarsi coll'abile casuistica della Chiesa, perchè Genova apparteneva da un secolo al Piemonte e non aveva mai appartenuto al papa. Ma il parroco del Quirinale (già palazzo estivo del pontefice poi consacrato a reggia d'Italia) era andato alla stazione per ricevere il cadavere del suo parrocchiano, l'usurpatore, che occupava la residenza pontificale. Evidentemente quel piccolo curato non poteva avere agito di testa propria: aveva invece chiesto ordini e si era devotamente affrettato nell'ubbidienza. Leone XIII dunque consacrava la vittima regale nel Pantheon mutato in sepolcro dei nuovi re d'Italia: ogni smentita era inutile, il fatto al solito sopraffaceva la parola.
E così ieri.
Comunque si sia svolto l'equivoco furbesco dell'_expedit_ o del _non expedit_, forma e sostanza non mutavano nel gioco: elettori ed eletti operavano col supremo assenso del papa, i deputati avrebbero giurato fedeltà al re, e il re era l'Italia, e l'Italia era Roma libera, sovrana, così grande da contenere senza pericolo il proprio re e il proprio pontefice dentro la modernità di un diritto che li supera entrambi, nella cornice di una gloria più antica di loro e che durerà oltre il loro nome. Ma la politica e la diplomazia vaticana operò sempre così: accettò i fatti nuovi, vittoriosi, ma senza disdirsi, lasciando cadere lentamente nell'oblio le proprie formule: non rinunciò mai formalmente ad alcun diritto, non abdicò ad alcuna potestà. Era inevitabile, e quindi fu vero: un istituto divino, e quindi apparentemente immobile, nel mareggiare instancabile della vita non può avere il linguaggio e l'andatura di ogni altro governo: ad intenderne lo spirito e a penetrarne la storia è mestieri di un metodo e di un principio superiori.
I pontefici hanno da tempo e sinceramente nella propria politica rinunciato al sogno di riconquistare Roma. La magnifica urbe non somiglia più a quella di Pio IX, che io studente conobbi: una città di preti e di monaci, albergo di forestieri nell'inverno, con una aristocrazia soltanto mondana, una borghesia professionale e quindi legata alla curia, un popolo bello, ozioso, parassita di tutto e di tutti, senza passione, senza patria, con una poesia di superstizione, dimentico di ogni guerra, incapace di ogni responsabilità, felice, ebbro di vivere, in questa gioia della vita dissolvendo passato, presente, futuro.
Alla sua polizia bastavano pochi gendarmi prepotenti ed insieme indifferenti nell'arbitrio: il resto dell'esercito era una comparsa teatrale necessaria a simulare la difesa per denunciare l'attacco all'Europa monarchica e darle tempo d'intervenire.
Quando la caduta del secondo impero ci permise di conquistare comodamente Roma, la minima città leonina fu lasciata al pontefice; ma il cardinale Antonelli, che conosceva bene l'urbe, n'ebbe paura, e si affrettò a restituire il dono pericoloso, chiedendo al governo invasore garanzie di vigilanza militare.
Quella fu la vera, grande rinunzia, inavvertita.
D'allora il problema non ha mutato ingrossando. Roma supera già il mezzo milione d'abitanti e supererà il milione a mezzo il secolo: la sua popolazione è italiana, vive di politica, di traffico, d'idee, di carattere italiano: ha un governo, un municipio, tutti gli organi della modernità: la vita vi è libera, l'orgoglio della vita sale tutti i giorni.
Se per uno scherzo cattivo voi cedeste improvvisamente Roma al papa, questi non potrebbe accettarla. Come accetterebbe? Come soffocherebbe tutte le forme e le coscienze nuove nell'inerzia e nel silenzio antico? Una rivoluzione di piazza scoppierebbe subito, violenta, irresistibile, trionfante: con quali armati, con quali armi resisterebbe il papa? A chi chiederle? Alla Spagna, che non ne ha, alla Francia che perseguita la religione cattolica, all'Austria domani vacillante forse nella vacanza del trono, e che non potrebbe più, fra le gelosie europee, ritentare una conquista o soltanto un primato in Italia?
Il papa lo sa: non abdica, ma non pretende; a piccole distanze attenua la vecchia affermazione e la smentisce quotidianamente nei fatti.
Ha permesso, ha voluto che i cattolici votino accettando Roma e la monarchia, perchè nella bufera delle incredulità che sale mugghiando dal basso, nell'oscillare e nell'esaurirsi del principio e della forma monarchica, sente di rimanere la più antica, la più alta, forse la sola autorità. I re regnano per mandato popolare, egli sovrastava al popolo per mandato divino: contro la sua potestà rimbalzavano i colpi scagliati sulle monarchie, contro la tradizione divina si accaniva la rivolta alla tradizione regia o soltanto statale, contro la tragedia cristiana vociavano le speranze del nuovo paradiso terrestre. Non Roma egli voleva più capitale del minimo inane regno temporale, ma una riconquista ideale della nuova società, un'altra azione sui popoli, un'altra influenza sui governi, un altro impero nella storia.
E i cattolici votarono, e nella camera penetrò il manipolo dei loro deputati.
Fu bene?
Credo.
Il vecchio glorioso partito liberale, che compose l'Italia rivoluzionandola, si era esaurito nell'opera: davanti all'allargamento del suffragio politico si sentì sprovveduto, non sapeva i modi e non li aveva forse per sedurre le nuove masse, alle quali tribuni e demagoghi, nella facile ubbriachezza dell'immediata sovranità, prodigavano la illusione di tutti i poteri e la viltà di tutte le seduzioni. Lentamente il vecchio, glorioso partito liberale indietreggiò, diminuì, non rimase più che un'accademia: partito composto soltanto di uno stato maggiore, destinato egualmente al comando dalla superiorità del proprio personale e oramai nell'impossibilità dì avere un esercito.
Allora lentamente, inavvertitamente il partito cattolico scese nell'arena: si volse al popolo, fondò società di mutuo soccorso, banche, sodalizi, instituti: si disciplinava, si preparava. Pochi avvertivano la novità, quasi tutti la spregiavano. Si credeva che fossero antichi clericali, sempre nemici della patria, che ripretendessero Roma, che richiamassero a grandi strida lo straniero. Poi una sottile vena democratica vi si infiltrò: il popolo specialmente delle campagne ascoltava e accettava; si conquistarono i primi municipii rurali, le mediocri città; il partito improvvisava una stampa, conferenze e conferenzieri, si preoccupava del lavoro e dell'emigrazione, aveva un'avanguardia d'impazienti, una dottrina, un programma.
Dalle elezioni municipali salì a quelle politiche. Nella piazza allora l'odio amico rifiammeggiò; democratici plebei e giacobini borghesi si coalizzarono contro l'avvento cattolico, ma presto una verità insospettata rifulse: senza i voti dei nuovi cattolici pochi liberali, anche fra i più illustri, avrebbero potuto conservare il proprio seggio nel municipio e nel parlamento.
Poteva essere umiliante, ma era così: la storia non è mai in difetto. Con chi, con che avrebbe essa resistito allo straripare delle nuove correnti plebee?
La tradizione solamente poteva arginare la ribellione, rendendo così feconde le acque e permettendo al disopra del loro tumulto fangoso la visione della verità ideale. L'accusa ai liberali di tradire la gloria del passato e le necessità del presente nell'alleanza coi cattolici, che pure accettavano, malgrado ogni effimero equivoco della parola superiore, la rivoluzione nelle sue conseguenze storiche, meritava appena l'onore di una risposta. I superstiti repubblicani di Mazzini non entravano per passione elettorale nel fascio dei marxisti, dimenticando tutta la vita e la dottrina del maestro? I radicali, che si affermavano e sono monarchici, non chiedevano spesso il voto ai socialisti e più spesso non lo davano loro?
La bandiera unificatrice dell'anticlericalismo aveva troppi colori e troppi emblemi per essere intelligibile e quindi vera: poteva essere indispensabile nelle dimostrazioni di piazza, non diverrebbe mai stendardo di guerra nazionale e ideale.
La storia, al solito, aveva provveduto equilibrando idee e fatti, abbinando le correnti, sostituendo e creando, e la storia è infallibile come la vita.
Roma non può essere più conquistata da alcun nemico, nè italiano nè straniero, e la libertà, più eterna di Roma, non teme i nuovi cattolici.
— Entrate, signori — diremo loro noi vecchi liberali — e tirate pei primi.
I gentiluomini francesi non gridarono così ai soldati inglesi prima della battaglia, a Fontenoy?
18 aprile 1909.
FINALMENTE
Il principe di Bülow è caduto, e nel parlamento, negli alti consigli, a corte, nei grandi palazzi, nei grandi giornali, nei grandi partiti una gioia di liberazione sembrò sollevare i cuori e gli spiriti. Improvvisamente il dominatore apparve solo nel mezzo di una rivolta sempre incerta della propria vittoria, ostinata nelle difese quanto guardinga negli attacchi, e dispari nei motivi di interessi e di idee.
Il pretesto è stato di finanza, l'ultimo disegno d'imposta presentato dal gran cancelliere per sopperire al disavanzo creato dall'enorme aumento delle spese militari, e il disegno colpiva l'alta classe conservatrice, sulla quale aveva dovuto appoggiarsi sino a ieri, producendo sovra di essa piuttosto lo spavento di un pericolo, che lo sdegno di un danno. La tassa di successione, voluta dal cancelliere, conteneva la novità di un principio ostile: la ricchezza territoriale, che nella storia vecchia fu sempre la base di ogni politica nazionale e la forza sicura di tutti gli stati, veniva colpita con una moderna intenzione: a questa ricchezza, quasi vivesse di un falso privilegio, si chiedeva improvvisamente un olocausto: essa solamente doveva per la massima parte sostenere il nuovo peso della difesa nazionale, espiando così un ozio troppo lungo ed una immeritata fortuna.
Questa mossa del cancelliere diventava più pesante sulla coscienza del partito conservatore, perchè i ministri di Francia e d'Inghilterra con più aperto radicalismo l'avevano già cominciata come un prodromo di rivoluzione finanziaria: nelle loro parole, ancora più che nei loro atti, l'attacco alla proprietà antica sembrava aver rinunciato a tutte le prudenze e a tutte le riserve: si voleva che l'industria e il commercio dovessero meno della terra al bilancio dello stato, e che il salario degli operai non dovesse quasi nulla. I due bilanci di Caillaux e di Lloyd George erano un assalto di partigiani anzichè un disegno di governo: mancava in quelli ogni apparenza d'impersonalità: la classe dei proprietari non vi pareva più di cittadini, ma di nemici secolari, sui quali la giustizia con lungo sforzo potesse finalmente prendere una rivincita: la difesa dello stato e della patria, supremo diritto e supremo dovere di tutti i cittadini nella gamma della loro potenzialità economica, senza ingiuriosa eccezione per nessuno, diventava l'onere di una sola categoria, quasi a punirla di avere nei secoli pur mantenuto questo stato e questa patria.
Ma evidentemente nel disegno di Bülow la misura era quasi salva e il sacrifizio chiesto con garbo di amicizia.
Invece egli solo dei tre ministri è caduto.
Non è qui il caso di esaminare il suo disegno di legge: difficilissimo il poterlo fare da lungi, impossibile sempre in tema di finanza giudicare davvero sulla giustizia dispositiva dei pesi. Vi sono epoche per tutte le nazioni (e l'Italia non dovrebbe aver dimenticato l'eroismo violento, quasi feroce, col quale Quintino Sella volle salvarla dal fallimento stringendo tutto e tutti nelle morse di tasse arbitrarie e micidiali), vi sono epoche, più spesso momenti, nei quali un ministro delle finanze gitta disperatamente una tassa come un guanto di sfida, preme e spreme dove può, sa di essere ingiusto per un più alto dovere di giustizia storica: per salvare la patria deve colpirla nelle parti magari più nobili o più dolenti, ma meno pericolose momentaneamente. E non è questo il caso di Caillaux e di Lloyd George: la loro è una finanza a sottinteso socialista, fuori della tradizione e della scienza, un odio la sospinge, una segreta utopia la giustifica contro tutte le evidenze della realtà.
In Francia la battaglia non è ancora scoppiata, nè forse scoppierà per la fiacchezza dei liberali scempiamente ancora divisi in frazioni monarchiche e unanimi solo nell'odio alla repubblica, mentre dovrebbero amarla come la sola forma di governo possibile, e amarla intensamente per ritoglierla alle strette della più falsa demagogia. Nell'Inghilterra invece tutta la stampa si è sollevata come un'onda spumeggiante e mugghiante: i vecchi liberali di ogni partito si alleano contro il piccolo radicalismo del nuovo ministro: non si vuole da una legge di finanza spezzata l'unità spirituale dell'impero, mentre urgono appunto enormi sacrifici per la sua difesa lungo tutti gli immensi confini. Persino Kipling, il poeta barbarico del nuovo imperialismo, così saturo di _gin_ e di sangue, ha lanciato un'ode contro l'esposizione finanziaria del ministro; ma il poeta, che tremò e fuggì davanti ai boeri rifugiandosi a Capetown, da molti anni non ha più saputo trovare gli accenti dell'orgoglio e della morte: il bardo illustre è rimasto come un pifferaro colla vescica sgonfia sulla schiena e il piffero stonato nelle mani.
Adesso intorno al principe di Bülow gli odii si acquetano rapidamente e fremono tutte le curiosità. Chi sarà il successore? Questa unanime incertezza esprime il più alto complimento per il caduto; nessuno lo ha dunque vinto, nella lotta suprema nessun avversario è sembrato degno di lui e della vittoria. Ma l'imperatore dovrà chiamare qualcuno, e questo estraneo sarà il successore: tanto meglio per lui. La verginità nella politica è spesso una forza suprema.
Qualcuno ha voluto vedere in Guglielmo II il nemico di Bülow, dopo la schiacciante vittoria del principe sull'imperatore per le ultime indiscrezioni diplomatiche; e si è detto che Guglielmo non ha voluto imperialmente chiedere al centro conservatore e liberale quest'estremo sacrifizio per potere così sacrificare il ministro accettandone le dimissioni. È vero? Anche lo fosse, non lo sarebbe egualmente, giacchè questo alto e piccino motivo personale non poteva bastare alla caduta di Bülow, se egli stesso non si fosse prima logorato o troppo arrischiato nell'opera.
L'imperatore non è abbastanza grande davanti al ministero per dominarlo: Bülow invece conosceva troppo bene l'imperatore per non aver calcolato nel rischio dell'ultimo giuoco.