Part 15
Perchè con Chamberlain, presso di lui, sotto di lui, ha lungamente trepidato nell'angoscia di un dissolvimento l'anima dell'impero inglese; un impero vasto come un sogno, vario come un mondo, unificato da una piccola isola lontana, dominato da mercanti, illuminato da innumerevoli fari di civiltà, a distanze immense, intorno ai quali rincominciano le originalità di nuovi popoli. Chamberlain fu l'eroe borghese della guerra ai boeri, preparata come un affare, eseguita come una conquista, colla soppressione di una piccola gente così stupefacente nella semplicità primitiva del proprio valore, che oggi ancora la nostra dotta esperienza della storia non sa trovarle un paragone.
Il problema era massimo nell'Africa, e due razze colonizzatrici vi lottavano, Olandesi e Inglesi; e la vittoria doveva assegnare col primato la dominazione futura, nello sviluppo della civiltà europea, per l'enorme vastità australe del continente nero.
Quindi parve e pare ancora a quasi tutti che l'Inghilterra abbia vinto.
Certamente la guerra era inevitabile per l'impero e qualunque atto remissivo sarebbe sembrato un segno di debolezza, provocando nuovi istinti di ribellione in altre colonie oramai mature ad una vita autonoma. Bisognava profondere il sangue e il danaro, e questo avrebbe pagato quello: nessuna generosità di sentimento o di pensiero era possibile in questa guerra, nella quale l'idealità imperiale spariva dietro al tumulto feroce di interessi immediati: la finanza dominava la politica, ma una finanza volgare ancora più che quella di Roma nei tempi ultimi della repubblica, e palese nelle sue combinazioni più profonde, imprudente nelle sue contraddizioni più infami.
Ma la vittoria, come sempre, fu una rivelazione.
Il popolo inglese non aveva più le antiche virtù militari: il suo esercito mercenario sembrò composto d'impiegati, nei quali il crescere delle paghe diminuiva naturalmente la tragica passione delle battaglie: nessun generale seppe strappare una vittoria o trarre una qualunque gloria da una sconfitta: a Londra, nelle massime città, i bollettini della morte gittavano a ondate ineffabili paure, e quelli falsi dei trionfi suscitavano gli entusiastici deliri, le affannanti acclamazioni della gente, che non sa più essere severa con sè stessa, nè davanti alla vita, nè davanti alla morte.
E dopo Gladstone e Disraeli, il fondatore e il rifornitore dell'impero, Chamberlain ne fu il campione aspro, rigido, ironico, col pensiero lucido come un calcolo, la parola tagliente come una spada: mercante dominatore di mercanti, azionista fra i finanzieri della guerra, insensibile alle accuse e sicuro di vincere gittando tutta la ricchezza inglese sopra un piatto della bilancia, mentre sull'altra il piccolo popolo boero non poteva mettere eroicamente che la propria vita e la propria morte.
Ma non si muore forse alla storia quando si sa andare così incontro alla catastrofe: nessuna arra è migliore per l'avvenire che l'abdicarvi superbamente piuttosto che venir meno a sè stessi.
I boeri infatti non cedettero che esausti, quando le loro bande non erano più che ombre erranti per deserti, e le loro città silenti come i cimiteri.
Oggi trattano ancora mercantilmente col vincitore ministro, che comprò da lungi la vittoria e vorrebbe comprare le loro anime: i retori ghignano scetticamente come all'ultima disfatta dell'ultima virtù umana; i poeti invece, se ve ne sono, attendono pensosi, giacchè fra i libri di ogni epopea vi furono sempre pagine di commedie simili a un velario calato sopra scene incompiute o appena incominciate.
La storia è paziente, perché la vita è inesauribile.
I boeri hanno ancora un gruppo di prigionieri, che si ricusa all'umiltà dell'amnistia, mentre l'Inghilterra dovette già dimenticare i propri falsi vincitori di ieri e si dibatte, così ricca e così poco guerriera, nella necessità di formare un esercito per difendere nell'infinita lontananza le sue frontiere dai centomila nomi. E intanto la sua finanza, disperatamente trionfatrice in Africa, le dissolve all'interno ciò che ancora le rimaneva di superiore nella politica, quella tradizionale aristocrazia, così simile a quella di Roma antica nella sapienza del comando e nell'orgoglio della vita. Essa solamente per tre secoli rappresentò l'idealità e l'unità dell'impero liberale contro la monarchia e sul popolo, ricca e superiore al danaro, chiusa nei blasoni come dentro a una fortezza inaccessibile guardando lontano, fin dove il genio marinaro della razza sapeva aprire le vie delle avventure e quelle del ritorno alla ricchezza.
Adesso i nomi più alti dell'aristocrazia cadono quotidianamente nel pantano dei più infimi processi, o vengono staccati dagli uscieri dei tribunali come false tabelle e più false insegne dai portoni delle più illustri banche mutate in bische di affari. La febbre del danaro è salita ai più alti cuori, mutando la fisonomia e il costume della classe eletta: una rivalità coi principi improvvisati della finanza abbassa anche i principi del sangue agli agguati bancari, e li perde nei meandri più oscuri delle borse, ove le truffe si nascondono a preparare gli affari senza idea, ai quali un gran nome soltanto può dare una garanzia di apparenza.
Nell'alterna vicenda della storia, popoli e classi salgono e discendono per l'idea che l'informa: l'aristocrazia francese, composta di tante minime dinastie accantonate nei castelli, si condensò intorno al re e cadde con lui sotto la mannaia della grande rivoluzione; quella spagnuola finì colle guerre di Spagna, senza fede al re e per troppa fede al clero, povera di idee, di sangue, di azione; l'Italia non ne ebbe una che nei comuni, la quale tramontò inosservata lentamente nelle corti indigene e straniere, servile sempre, decorazione inartistica nel paese di tutte le arti; quella inglese si disfà nel danaro, che adesso unifica da solo l'impero, livellando differenze storiche ed etniche, deputati e soldati, e riduce la monarchia ad un rito di increduli, l'aristocrazia ad una superiorità decorativa, la virtù militare ad una compera della vittoria, e quella civile, come in Chamberlain, ad essere il campione cointeressato di una finanza, la quale nella guerra d'Africa vedeva soltanto una speculazione di miniere.
Il gran sogno imperiale di Disraeli si oscura e non è più intelligibile in Inghilterra; il liberalismo di Gladstone vi parrebbe adesso più antiquato di quello di Fox; l'arte inglese decade se Kipling è il massimo poeta, e la vasta, superficiale sintesi di Spencer si sfascia come l'impero. Esso non ha più originalità nemmeno nelle industrie vinte dalla concorrenza americana e germanica; le sue migliori colonie sono già stati, che patteggiano da pari a pari colla vecchia madre dal grembo esausto; tedeschi e italiani la superano nella espansione degli individui capaci di rivivere altrove colla propria fisonomia di razza; la Russia le sovrasta in Asia, l'America e il Giappone le sovrastano nei mari lontani.
Ma Chamberlain trionfa nondimeno fra le ovazioni della _City_, che svegliano gli echi di Birmingham: trionfa aspro, rigido, ironico: egli ha vinto l'affare, nessuno chiede di più. Adesso bisogna salvare la corte nell'ultimo scandalo bancario, e Chamberlain sarà di nuovo vincitore.
Ma chi avrà perduto?
18 marzo 1903.
IL TESTAMENTO DI CECIL RHODES
L'eroe dell'impero, così lo chiamerebbe indubbiamente Carlyle, è morto, e non ancora Rudyard Kipling, il prepotente poeta, lo ha cantato in un'ode dal volo disordinato e sonoro. Lentamente intorno al cadavere s'acqueta la ressa delle calunnie e degli encomi, che la morte improvvisa suscitò come un vento di procella sul mare, mentre la guerra accesa dal suo pensiero pare allentarsi in una stanca speranza di pace. Fino a ieri egli sovrastava alla politica dell'impero come un fantasma balzato dalla torbida immaginazione dei grandi tragedi nell'epoca della regina Elisabetta, quando il dramma moderno, salendo dall'inglese vita rivoluzionaria, apparve finalmente sul palco di un piccolo teatro dinanzi ad un pubblico vibrante di irrefrenabili passioni.
Indarno Chamberlain, passando scettico e cinico attraverso la politica liberale di Gladstone, si era rinnovato nell'orgoglio della nuova idea imperiale; indarno Rosebery usciva dall'ozio pomposo dell'immenso castello scozzese per mettersi alla testa di un medio e mediocre partito fra l'antica libertà e il recente impero; invano Baunermann seguitava ad arrochirsi nelle rettoriche proteste contro la guerra transwaaliana senza destare alcuna eco della storica eloquenza parlamentare e senza accendere una sola fiamma d'entusiasmo nella folla; giacchè l'eroe britannico superbo, istintivo, ignaro, al disopra della morale o al di fuori dei partiti, intrattabile nella fede della propria idea e sicuro nella grandezza del suo risultato, rimaneva pur sempre Cecil Rhodes, il figlio d'un povero pastore, il ragazzo fuggito di casa quasi morente di tisi a quindici anni e a trenta già padrone di tutte le miniere nell'Africa australe, capitano trionfante e indiscusso di tutti i più ricchi e provetti finanzieri inglesi.
Egli aveva l'anima di un condottiero italiano nella magnifica epoca delle signorie.
Come Attendolo Sforza e Niccolò Piccinino, Braccio di Montone e Carmagnola, un istinto di avventura e una visione di gloria lo signoreggiavano: era un lottatore della politica e un sognatore nella vita: uno di quei rarissimi forti, ai quali le donne sorridono trasalendo, poichè sanno di non poterli arrestare, uno di quei superbi enigmatici, che conquistano la ricchezza senza amarla e sembrano serbare nel disprezzo verso gli altri un segreto rancore contro sè medesimi.
Cecil Rhodes volle essere ricco subito, immensamente, senza scrupoli e senza misura: volle e vinse superando, rovesciando amici, rivali, nemici, adoperando gli uomini come strumenti per foggiarsi nel danaro un'arma più tremenda che le più micidiali inventate dal moderno genio militare.
Mentre nella nostra epoca i più illustri finanzieri rimangono chiusi nell'orbita del danaro, quasi primi prigionieri della propria vittoria, e per sottrarsi a tale oppressione debbono quindi chiedere alle bizzarrie del lusso una visibile superiorità sul volgo invidioso, Cecil Rhodes in mezzo alla dovizia più stupefacente mantenne la rude ineleganza, lo sdegno austeramente superbo dell'uomo, che vuole imporre la propria figura e vi ricusa ogni cornice. La ricchezza, questa necessità e questa gloria della grazia femminile, avrebbe falsato la fisonomia del condottiero.
Se nel tramonto del medio evo e nell'alba del Rinascimento i condottieri italiani subirono tutte le leggi della finanza allora regolatrici dei comuni e delle signorie, sino ad annullare nelle loro invincibili esigenze tutto il proprio genio militare dileguando per una serie spaventevole di tragedie, in Cecil Rhodes il condottiero moderno, invece di cominciare colla guerra e di armarsi anzitutto di un esercito, s'iniziò alle temerità delle speculazioni mercantili, imparandone la tattica degli espedienti e la mondiale larghezza della strategia. Il suo sogno (egli è nato dalla nazione più commerciale fra tutte) era di fondare nell'Africa un impero pari a quello delle Indie; la sua ambizione sanguinava dietro ai ricordi e alle visioni della grande Compagnia, che sostituendosi al parlamento nazionale e sconfiggendo gli ultimi decadenti re francesi, stabiliva nella terra sacra al più antico genio dell'epopea e della religione, della metafisica e dell'arte, una conquista maggiore che quella di Alessandro Magno; la sua volontà si tendeva nel delirio di uno sforzo senza nome a stringere nelle immense regioni dell'Africa australe tutte le forme più antiche e moderne, più barbare e più civili di vita in un fascio imperiale, che assicurasse al suo nome la gloria indistruttibile dei fondatori d'imperi.
Questo mercante sapeva che ogni secolo ha un'arma propria irresistibile per chi l'adoperi primo, e credette nel nostro quest'arma fosse il danaro. Mentre prima di lui Bismarck aveva detto: Avere delle idee e servirle col potere, o non averne; egli si stimò più vero e moderno del grande cancelliere tedesco rispondendo a Gordon, il mistico generale: Avere del danaro e servirsene per le proprie idee.
La sua ambizione troppo personale non gli aveva permesso di scendere sino a diventare deputato al parlamento nazionale, giacchè voleva agire nella storia inglese, ma a parte, libero, sigillando colla propria figura l'opera propria, conquistando e regalando poi la conquista alla patria. Quindi poeta, mercante, condottiero in lui s'ingannarono simultaneamente; se dandole il proprio nome si compose nella Rhodesia un territorio vasto cinque o sei volte l'Inghilterra, esclamando troppo presto trionfalmente: Il territorio è tutto; se col proprio prestigio incantò i selvaggi Matabeles come prima aveva abbacinato tutti i finanzieri delle varie compagnie africane, non si avvide che nella Colonia del Capo, nell'Orange, nel Transwaal erano già i germi e le figure di una civiltà avvenire non mutabile nè coercibile da alcuna potenza di uomo.
Quindi la sua incursione con Jameson, donde originò la guerra attuale, fu peggio che ridicola, e in tutta la guerra stessa il suo indiscutibile genio di avventuriero e di mercante non seppe trovare nè un'idea, nè un mezzo per contrastare alla improvvisa ed eroica originalità dei boeri.
Egli, inglese, non potè superare l'idea di patria, e questa sua unica virtù scoprì tutta la debolezza del suo sogno: volle sopprimere i boeri per dare all'Inghilterra un immenso territorio, un immenso quadro vuoto da riempire di sè stessa, mentre l'impero inglese, come già quello di Roma, soccombe lentamente al peso della propria vastità. Bisognava rinnegare la patria, ribellare la Colonia del Capo, fonderla coll'Orange e col Transwaal, raddoppiarla colla Rhodesia, e l'impero nuovo invincibile dell'Africa Australe sarebbe balzato dalla sua fantasia nella storia.
Ma Cecil Rhodes non era un soldato come Francesco Sforza, e nemmeno un ribelle come Catilina, perchè la poesia del suo sogno, separandolo dal volgo dei finanzieri, potesse innalzarlo sino al gruppo non grande dei conquistatori; credeva abbastanza nella superiorità delle idee sugli interessi, e non sapeva che un'idea per diventare storica deve anzitutto non essere personale.
Così nell'Africa volle fondare un impero senza nazione, regnare senza un popolo: inglese, rimase separato nell'opera dal governo, africano, non si fuse in una patria futura; fu un eroe di romanzo e non di epopea, l'estremo forse fra i grandi sognatori del secolo decimonono, e sparve dalla scena come un personaggio di Victor Hugo, sproporzionato nella grandezza e assurdo nell'impotenza.
Il suo testamento, aperto ieri, rivela il suo carattere; in esso chiama eredi gli anglo-sassoni, gli americani e i tedeschi, e fonda scuole, istituti, premi e borse; munificenza di miliardario vinto nella privata e nella pubblica vita dal proprio danaro.
Ma questo patriottismo purificherà la sua memoria in Inghilterra, imponendo silenzio a qualcuno dei troppi nemici implacabili e volgari, retori e tribuni di plebe, che negano la ricchezza vilipendendone l'origine nell'impurità del guadagno. Forse alcuno fra essi penserà finalmente che nulla è più sciocco del giudicare un uomo dal patrimonio e che il danaro, se non può diventare da solo materia sufficiente ad un impero, si muta nelle forti anime in un materiale di poesia talvolta profonda ed originale quanto nei maggiori poemi.
12 aprile 1902.
ZANARDELLI
Fu presidente una sola volta e troppo tardi, quando in lui stesso la libra si allentava stanca della lunga tensione, e altre passioni, nuovi interessi, altra gente e altre idee si cacciavano tumultuando nel parlamento.
Ed egli non era che un parlamentare.
Benchè entrato assai giovane nella politica ed eletto deputato nella prima legislatura italiana, appena la Lombardia potè congiungersi al Piemonte, dopo tanti anni e tanta vicenda di casi e di uomini il suo ingegno non potè crescere all'autorità e alla dominazione dello statista. Avvocato e giurista mediocre, non regnò mai nè dalla cattedra nè sul foro: sdegnò quella e praticò questo, aumentando col l'importanza del grado politico il valore della propria opera professionale; ma avvocato fu poco più di un dilettante, giurista non scrisse ohe un libro sull'avvocatura caldo e sonoro di rettorica, fra eleganze letterarie, pulite prima dal gusto aristocratico di Ferdinando Martini. La sua cultura era classica, il suo ingegno di retore, il suo carattere di parlamentare, la sua ambizione di ministro: aveva la volontà tenace, il pensiero agile, la parola pronta; sapeva sedurre più che conquistare, battersi più che vincere, farsi ascoltare più che persuadere o, persuadendo, rapire le menti ed incatenare le anime. Nel parlamento nessuno, meno il Depretis e adesso Giolitti, lo valse nell'abilità d'incettare i voti e di preparare gli scontri; ma quegli e questi lo superarono di troppo nella potenza di capitani, riuscendo sempre a tener stretto un qualche gruppo anche nella lunga stagione delle rotte, quando la vittoria del nemico o un mutamento nella politica fuori del parlamento, sembrava allontanarli perdutamente dal potere.
Zanardelli era con loro, ma sotto di loro.
Nel più lungo periodo di attività egli fu sempre subalterno, senza che la vistosa apparenza della sua parola gli valesse l'odio degli avversari e la confidenza degli amici. Nella sinistra dopo il Rattazzi seguì il Depretis, ultimo il Crispi, e in questo tempo fortunoso, così facile alla rivelazione degl'ingegni e dei caratteri, Zanardelli rimase il retore della libertà, cresciuto piuttosto nell'ammirazione dei parlamentari francesi che inglesi: meglio girondino che giacobino, quantunque gli mancasse la poesia degli uni e degli altri: incapace di afferrare le grandi occasioni, di assumere le pericolose responsabilità, d'imporre un pensiero, di estrarre da un avvenimento la formula, di gettare al paese un grido come un'arma. E la storia fu allora faticosa, triste e grande: le miracolose imprese di Garibaldi nel mezzogiorno, la sparizione dei ducati e dei regni, l'Italia male ricomposta, poi Torino e Roma sacrificate ipocritamente a Firenze, Custoza che ci prostrava all'Austria, Mentana che ci degradava alla Francia, e finalmente Roma presa sospingendo corte e governo nella facilità del disastro napoleonico, fra l'indifferenza di tutti.
Zanardelli rimase quasi ignorato.
Egli non era di coloro che creano e nemmeno che costruiscono. La sua parola aveva come paura delle cose e cercava soltanto le parole; la sua eloquenza si ascoltava al di dentro e aspettava di essere ascoltata al di fuori; la sua passione per la libertà era platonica, senza l'energia dei veri sacrifici, l'impazienza delle prove supreme.
Bisognò che tutto in Italia fosse compiuto in quel grande periodo, perchè Zanardelli apparisse dall'oscurità improvvisamente ministro col Depretis, l'uomo di neve come lo chiamava Cavour, il più duttile fra tutti e il più incredulo, venuto ultimo per determinare l'assetto interno sulle rovine ancora fumanti dei partiti caduti fra la loro stessa opera. Depretis fu quindi l'anima di questo tempo breve e non bello; governò, disciolse, ricompose le idee e gli interessi: nella sua mano scarna e scaltra tutti i parlamentari amici e nemici si sentirono egualmente stretti, uno solo eccettuato. Zanardelli, da lui assunto come un retore indispensabile alla scena, non potè diventare contro di lui un poeta nel nome stesso della libertà, che aveva creduto di servire, e pentarca nella pentarchia, allora improvvisata, non fu daccapo che elemento decorativo come Benedetto Cairoli, col quale doveva poi comporre il più inane dei ministeri.
Invece l'avvento della sinistra iniziato dal Depretis doveva chiudersi col Crispi: l'uno uomo di governo, l'altro uomo di stato, entrambi ancora vibranti dell'energie, dalle quali era cresciuta l'Italia.
La prima grande prova politica a Roma fu l'impresa d'Africa, imposta dalla storia, subita da tutti i ministeri senza intenderne la fatalità, osteggiata quasi ugualmente da tutti i partiti senza impedirne il tragico andare: quindi vi furono ore luminose e giorni tetri, scaramucce in parlamento e battaglie nel deserto, angosce di nazione e di corte, responsabilità di ministeri e di partiti, errori di tutti, e non grandezza di qualcuno. Depretis e Crispi vi perirono, Zanardelli non ne sofferse, troppo piccolo sempre nella necessità delle ore grandi, all'opposizione al ministero, per soffiare loro la vita o morire della loro morte.
Perchè egli non fu mai che un elemento decorativo, indispensabile per motivi di parlamento o di ministero, rappresentando fra l'incertezza delle idee e il mutevole esperimento dei metodi quasi il principio della libertà e la tradizione del liberalismo, nell'eco di una promessa della monarchia alla democrazia.
Così a poco a poco crebbe, e nell'esaurimento dei vecchi partiti, nel disparire dei vecchi uomini, potò finalmente arrivare egli stesso dalla presidenza della camera a quella del ministero, vincitore senza vittorie, presidente senza portafogli, parendo un protettore della corte e della piazza, troppo vecchio per i tempi nuovi, senza altre idee che di ricordi e altra autorità che d'insegna.
Ma l'insegna era gloriosa.
Se la storia non potrà sapere la sua opera di ministro, giacchè come tale fu sempre un satellite; se quella di riformatore giuridico non è ben sua, quantunque porti il suo nome, e non esprima alcuna vera originalità; alla costanza del suo lavoro, alla immortalità dei suoi principii, alla fatica della sua vita fu premio meritato l'ultima presidenza, e ricompensa anche più bella la breve gloria di ultimo campione liberale.
Forse egli non avrebbe saputo difendere la libertà dagli attacchi popolari, come già dalle prepotenze aristocratiche o monarchiche: forse l'urgenza di tale nuovo pencolo gettò un'ombra sull'ombre de' suoi giorni estremi, fra le solitudini del lago prediletto, nella lenta aspettazione della morte, e tremò per la libertà e per l'Italia, perchè entrambe furono la sua passione vera, così vera che il suo carattere e il suo spirito di retore ne trassero lampi di eloquenza e nobilità di atteggiamenti.
Infatti con lui è morta una magnifica forma di eloquenza parlamentare, letteraria insieme e giuridica, a pieghe accademiche, col ritmo classico, col gesto che è ancora la parola, colla parola che è una musica.
Egli si ascoltava parlando; adesso dopo di lui, al suo posto chi saprà farsi ascoltare?
10 gennaio 1904.
IL MINISTRO
È rude, forte, alto, non grande.
Ieri, prima della battaglia, pareva un vinto, oggi è ancora vincitore senza aver trionfato di alcuno, perchè nel nostro parlamento non vi sono più partiti ma gruppi, non programmi ma tendenze, qualche istinto e poche idee, parecchi capitani, ma tutti senza esercito.
Egli stesso non ne ebbe mai uno.
Cresciuto come un impiegato, imparò la pratica del governo metà nell'ufficio e metà nella camera, essendo di quelli che si fanno della pazienza una forza e non sì stancano sulla propria via, fisi a una mèta che li attira come una promozione. Il pensiero politico non gli discendeva dalle alture della storia della scienza, ma gli entrava per gli orecchi e per gli occhi dallo spettacolo delle lotte politiche quotidiane: plebeo, aveva istinti democratici, impiegato, sentiva la necessità immediata della legge, deputato, voleva arrivare al ministero non importa con chi o con che, pronto a scegliere anche arrischiando nelle combinazioni, studiando il terreno e la gente per profittare delle sinuosità d'entrambi, credendo vigorosamente in sè stesso appunto perchè nessuno oramai credeva più a nulla.