Part 14
Il duello giornalistico degradò l'antico duello dei gentiluomini: in questi era rimasto come uso di guerra, costumanza di galanteria e di corte, facile eroismo di giovinezza e d'irresponsabilità, malgrado le pene che tratto tratto sembravano volerlo colpire. In quelli era quasi sempre una maschera nobilmente guerriera sopra una fisonomia ignobilmente mercantile: lo si accettava e lo si eseguiva come un rischio del mestiere, così che il vecchio bravo riviveva nel giovane giornalista. Necessariamente l'abuso e la falsità suggerirono tentativi di rimedi: bisognava evitare il ricatto, riparare l'agguato: il duello nobilitava col pericolo, purificava col sangue, e vennero i codici così detti cavallereschi, dettati da giuristi anonimi, prescrivendo norme, elencando obbiezioni, aprendo ai padrini una casuistica da avvocati, aggiungendo così alla improbità delle armi guerriere la viltà delle armi curiali.
E il duello decadde lentamente ma sicuramente nella pubblica estimazione; oggi è poco praticato, appena avvertito dai giornali, se il morto non sia un illustre; non ha più fascino per le donne, presa sui giovani, obbiezioni serie nella coscienza di tutti. Si sa, e nessuno può non saperlo, che la commedia e il dramma della vita sono così profondi e dispari che nessuna legge può contenerli, nessuna procedura disciplinarli: quindi il duello è spesso la migliore stroncatura di una questione, alla quale si cercherebbe indarno una soluzione: lo si accetta e lo si pratica così, come una rissa inevitabile ma attenuata dalla presenza dei padrini, e se per caso vi è un morto, il pubblico si stringe bonariamente nelle spalle, perchè non vi sono corse senza cadute e senza guai, e non feste senza malattie e malati all'indomani.
Ma v'è un altro duello di tragedia.
Qualche volta fra due uomini l'offesa rende impossibile la vita: la morte è già passata in mezzo a loro, e il duello esaurisce soltanto l'epilogo. Se voi avete violata mia figlia, disonorata mia madre; se alla donna che amo voi spezzate il cuore, e può a questo bastare una parola; se avete compìto la rovina di mio figlio, gettato mio fratello nel disonore, preparato a me stesso una di quelle insidie nelle quali l'anima soccombe: probabilmente, molto probabilmente io non potrò citarvi ad alcun tribunale. Tutte le mie prove sono morali, di una evidenza assoluta, ma la vostra colpa non ha i contorni giuridici del delitto; i giudici non potrebbero afferrarla e vi assolverebbero. Peggio, nell'equivoco inevitabile della discussione, fra le maglie duttili degli articoli, colle ambagi delle parole, dietro l'impunità dell'avvocato, voi potete raddoppiare lo scandalo, cacciare le dita nelle mie piaghe e stracciarle, coprirmi di ingiurie magari coi complimenti, far ridere mentre io non posso nemmeno piangere, mutare in un carnevale pubblico la mia tragedia privata, essere il mio carnefice e il mio buffone, come quel piccolo buffone di Poe, che ammazzò il re e si arrampicò fuggendo pel lampadario della sala.
Allora nella mia anima scoppia il problema: o battermi o assassinare: perdonare non so. Certo la più vera, la più alta soluzione è il perdono: così, solamente così, si supera l'offensore; ma la soluzione è troppo vera per essere accettabile, troppo alta perchè le piccole anime possano attingerla. Io non so più vivere di fronte al trionfo di quell'uomo, e non saprei assassinarlo; e la legge non mi aiuta, e il mondo nella scettica ironia della sua millenaria esperienza sorride e sberta; gli amici distillano il veleno a gocce nelle conversazioni ad ogni incontro, la mia casa è squallida, più squallida la mia anima e la mia volontà. Tutta la mia fede sociale è crollata: la legge non può giovarmi e non è colpa della legge se la vita la soverchia.
Ecco il duello tragico, eterno: il duello fra l'assassinio istintivo, impetuoso, logico del popolo, e l'impotenza giuridica del codice nella tutela del diritto individuale. Meglio dunque il duello che l'assassinio, meglio il duello che la quiete vile sotto l'offesa. Davanti all'offeso mortalmente che sa perdonare, bisogna inchinarsi come dinanzi al più puro degli eroismi umani; ma di fronte all'offeso che, dopo avere indietreggiato per la paura legittima del maggior scandalo in tribunale, indietreggia per lo spavento dell'offensore, e sopporta il suo ghigno, il pianto della figlia, l'agonia pallida e muta della madre, bisogna alzare sprezzantemente le spalle e voltarle subito, per non cedere alla tentazione di alzare su lui una mano.
A che dunque le corti di onore? Per i piccoli diverbi e per i più piccoli duelli sono troppo, per i duelli tragici, nei quali la morte è l'estrema necessità della vita, sono troppo poco.
Poi l'onore è un sentimento, che non discute e non si discute: è inutile, ridicolo dargli torto. Nell'Inghilterra un marito che la moglie tradisce, caccia la moglie e cita l'amante per i danni, e si fa pagare così l'ultima corona nuziale: in Italia, nel nostro popolo, specialmente nelle campagne dove è più puro, il marito davanti al tradimento si leva, colpisce, carnefice e vittima nel medesimo tempo. Siete ben sicuri che in questo caso l'anima inglese sia superiore all'anima italiana? Che un marito riscuotendo giudiziariamente il prezzo dell'adulterio diventi migliore del marito, al quale il tradimento della moglie spezza la vita di uomo e di padre?
Ebbene no: gentiluomo di piccola ma vecchia razza, oramai divenuto un contadino dopo tanti anni di solitudine rusticana, io eviterò di salutare quello e stringerò cordialmente la mano a questo.
Non è vero che la onestà, specialmente la grande, sia tutta nella legge e nella passiva obbedienza alle sue disposizioni: la legge fu e sarà sempre una necessità ed insieme una insufficienza, alla quale il costume ripara e deve riparare: bisogna talvolta violare la legge scritta, più spesso prescindere da essa, perchè la verità della vita è una legge anch'essa, la prima e l'ultima.
Le corti d'onore del ministro Orlando non risolveranno nemmeno virtualmente il problema del duello, che è insolubile: aggiungeranno indarno tribunali a tribunali, procedura a procedura, cabala a cabala, e l'anima umana come sempre ne balzerà fuori sanguinando.
Il duello fa ed è ancora una necessità del costume: il costume solo può purificarlo: la legge si contenti quindi di constatarlo e non si degradi nel sofisma di volervi vedere un assassinio.
Adesso i socialisti hanno fra loro proclamata l'abolizione del duello come di un avanzo di barbarie, e questo grido giovanile nella sua sincerità poteva e doveva esercitare un grande fascino sulla pubblica opinione. Il bel giorno si vede all'alba: la verità bella sorride e parla dalla bocca dei giovani.
Sciaguratamente il contegno della stampa e delle assemblee socialiste ha tolto a quel grido tutta la sua efficacia: le offese fioccano, grandinano fra loro, contro gli avversari, si avventano dall'alto e dal basso, villane, turpi, micidiali: capi e gregari, uomini e donne, ne sono contusi quotidianamente: l'offesa è diventata più facile, quindi più vile nella irresponsabilità e nell'impunità dell'offensore.
E allora è lecito chiedere: l'abolizione del duello ha davvero giovato all'educazione delle masse? La coscienza plebea si è nobilitata? L'offeso, che non si batte, può essere un eroe, ma l'offensore che ricusa di battersi non sarà che un miserabile.
È triste il doverlo confessare, ma in questa nuova campagna contro il duello par di sentire negli apostoli una più viva paura della morte e una idolatria più bassa della vita: vivere, non più che vivere, e per vivere null'altro che durare.
Sarebbero mai soltanto igienisti della pelle?
9 giugno 1909.
VII
PUNTE SECCHE
I DEICIDI
Mentre per la vasta Russia, nelle città e nelle steppe, attraverso immense distanze di luogo e di civiltà, latra il mostro della guerra spaventando anche coloro che più pensano, giacchè il problema orientale è ugualmente profondo per tutti, un altro rumore più sinistro ricomincia nei paesi, che videro ieri le ultime stragi degli ebrei.
La vendetta caduta nella stanchezza e nell'ebrietà del sangue, sembra risollevarsi quasi all'eco degli appelli guerreschi, sferzando la nativa ferocia dei contadini e dei più bassi operai, pei quali l'ebreo rappresenta il nemico della vita, colui che crocifisse Gesù e ancora inchioda sopra una croce invisibile tutti i più miseri.
L'ebreo è nel popolo russo un fantasma di odio e di dolore: a lui, più infelice di coloro che lo perseguitano, sale da tutte le anime la maledizione che dispera e urla nello spasimo della propria impotenza. Tutto quanto colpisce e ferisce la vita è opera del l'ebreo venuto non si sa donde, anche se da oltre un secolo la sua gente si sia fermata su quella terra; perchè l'ebreo non è agricoltore, e la sua piccola industria non crea, il suo commercio è un mistero, la sua moneta un'arma, il suo aiuto una morte. Il contadino, senza danaro anche nell'agiatezza, non ne trova che presso gli ebrei: non vi sono banche sufficienti, e quelle aperte non hanno numerario pari al bisogno; poi la banca è in mano ai signori, al governo, ai forti, dei quali il popolo diffida, perchè non amano il popolo e temono magari la sua ascensione. L'ebreo solo è la banca della gente minuta, e osa prestare rifacendosi dei rischi sui frutti: con lui, per lui tutto è pegno: la sua usura insaziabile è condiscendente: egli presta come ad un nemico, che si offre prigioniero, ma il prigioniero, lasciandosi mettere il laccio al collo, serba libere le mani. Che una parola incendii un discorso, una bugia inventi un delitto, una tragedia si riveli improvvisa nella miseria di tutti, e tutte le mani si alzeranno a maledire e a percuotere questo nemico anche di Dio, escluso da tutti gli uffici e non difeso da alcuna legge: egli è solo ovunque fuorchè nella propria casa, non ha parenti, un partito, un'idea, una parola per difendersi. Sarà accusato di tutto, forse appunto per la sua vita da tutti divisa: si dirà che uccise lo czar Alessandro II, che portò il colera dall'oriente, avvelenò l'acqua dei pozzi, propagò le malattie col malocchio, violò i morti e invocò sulla Russia tutte le maledizioni della natura, immolando un bambino in un rito fantasticamente segreto e mostruoso.
Ad ogni tumulto contro gli ebrei la folla si avventa, arde e saccheggia botteghe, case, l'opificio, la villa: il governo lascia fare, il clero guarda muto, e il suo silenzio è un'assoluzione: la borghesia gitta ai carnefici un sorriso che li incita e una frase che li diverte, la farsa degrada la tragedia, il delitto si diluisce nella massa, lo stesso anonimo confonde vittime ed assassini.
Non sono che ebrei, e basta! Infatti, che cosa è l'ebreo nella Russia, la quale ha una civiltà di gabinetto e una barbarie di paese? Vi è una legislazione contro di lui condensata nei quindici volumi dello _Svod Zakanof_, che si può riassumere così: tutti sono liberi di fare tutto, meno quanto proibisce la legge; l'ebreo invece può fare soltanto ciò che la legge gli permette esplicitamente; quindi non abitare, non viaggiare dove voglia. È relegato in alcune province, ed anche dentro queste soltanto in luoghi determinati; non può essere ufficiale, impiegato nelle ferrovie, farmacista; gli sono quasi vietate le università, testimone non è creduto, accusato non trova quasi mai testimoni; la politica lo respinge, le professioni lo isolano, lo si crede ricco anche se povero, e ricco è battuto, spremuto, talvolta anche temuto.
Perchè il danaro è la più terribile dell'armi, e l'ebreo sa adoperarla. Costretto a chiudersi in sè medesimo e a restringersi coi propri fratelli, la sua religione e la sua vita è di setta; odiato ha imparato a distillare l'odio per farne il più mortale dei veleni; trovando chiuse le scuole, ne ha aperte altre nelle sinagoghe, e l'amara, squallida, invincibile passione del Talmud ha risoffiato sull'anime: escluso dalla politica vi è entrato per lo spiraglio delle congiure, portando fra i nichilisti la potenza della astrazione che dissolve, il fascino di una dialettica che soffoca; circuito, taglieggiato dai funzionari, li compra e trionfa della legge e s'infiltra dovunque, fino al sinodo, fino alla corte.
Il danaro, questo eterno libero, secondo la grande parola di un filosofo, diventa per lui una libertà e una sovranità; è impossibile colpire il danaro, sequestrarlo tutto; esso va a chi lo adora, si nasconde con lui, si muta in lui, è passione, idea, conquista, trionfo. Così l'ebreo vinto prepara la vittoria: non emigra, rimane dove la sua famiglia fu percossa, arsa la sua casa: sa che i suoi fratelli non lo abbandoneranno mai del tutto, e ricomincia la sua opera colla pazienza instancabile dell'avarizia, colla muta umiltà dell'odio. Vi è sempre una rivincita per i forti: basta aspettare.
L'ebreo è il popolo dell'aspettazione.
Non attendono forse ancora il Messia? Non sognano di ricostruire il regno di Sionne?
Infrangibili come l'atomo primo della storia, hanno attraversato tutti i tempi e tutti i luoghi senza mutare: erano così, come adesso nella Russia, a Babilonia, a Ninive, nelle loro lunghe cattività: non si sono fusi mai con alcun popolo, nessun clima li ha mutati: nomadi, stranieri, pronti a servire, abili al comando, senza politica, senza arte, senza storia dal giorno supremo della caduta del Tempio. Li hanno battuti, e la loro anima si temprò meglio dell'acciaio; li hanno isolati, e la vita non potè più assorbirli: tutte le religioni li hanno egualmente colpiti d'anatema, e il loro Dio, la sola loro creazione, domina tutte le religioni: senza aristocrazia ne rappresentano la più antica; senza patria inventarono il cosmopolitismo; nemici di tutti hanno imparato tutti i mestieri, sanno assimilarsi tutte le opere, arrivare per tutte le vie, credere, sperare, operare, sempre, dovunque.
Ma non possono creare.
La loro originalità morì in Palestina: dopo Gesù, gli ebrei non hanno più davvero creato: nella filosofia, nella scienza, nell'arte, nella politica, possono tutto sapere, tutto adoperare: creare no. La creazione è inconsapevole: scaturisce dalla essenza di un popolo destinato ad atteggiare un quadro nella umanità: bisogna che questo popolo viva tutta la vita per esprimere in un dato momento un'idea o una formola essenziale.
Il danaro non crea.
Questa arme, che li ha difesi sempre, salvati spesso, tolse loro la potenza degli altri strumenti: adesso, nell'attuale periodo di civiltà e di libertà industriale, gli ebrei guadagnarono già e giustamente tutte le cime, coprono tutti gli uffici, e subiscono senza accorgersene la prova suprema.
Resisteranno o si trasformeranno?
Le estreme persecuzioni russe sono meno pericolose della nostra buona condiscendenza per la loro razza e la loro fisonomia. In Italia, per esempio, non vi è antisemitismo, e ciò basterebbe a far pensare bene del nostro tempo; eppure nella nostra recente rivoluzione gli ebrei non seppero tagliarsi una parte, esprimere un eroismo, significare una poesia.
Vennero dopo: e che restino!
Il nostro popolo, che non li ha mai odiati davvero, adesso stenterebbe forse a riconoscerli nella uniformità della folla, se un istinto segreto, indefinibile, più sottile di un profumo, più indeterminato di un ricordo non lo avvertisse.
Vi è una separazione di razza, una differenza di anime, che tolgono ancora la perfetta fusione: forse l'antica morte di Gesù?
Pei credenti; ma per gli altri?
La risposta non sarebbe difficile, ma una domanda mi sovviene, udita da gran tempo in un crocchio di giovani artisti: parlavano di ebrei; improvvisamente un poeta, lo chiamavano così, proruppe:
— Potete voi immaginare Mazzini e Garibaldi ebrei?
31 gennaio 1904.
L'EROE
La sua figura sale meravigliosamente dallo sfondo lontano dell'Africa come una di quelle fiamme, che i popoli antichi accendevano sui monti nunziatrici di vittoria.
Chi è? Chi era?
Un ignoto, un uomo cresciuto come quasi tutti i suoi soldati fra i campi, in una casa rustica, in una famiglia forse più rustica ancora; probabilmente non aveva mai pensato di fare la guerra e di dovervi comandare generale, rivelandosi nella più semplice ed originale bravura di un eroe. Adesso il suo nome, De Wet, rapido e breve quanto gli ordini del suo pensiero e le continue imprevedibili battaglie, suona terribile a tutte le orecchie inglesi, supera l'odio di guerra, e s'impone collo stupore d'incessanti catastrofi all'imperiale orgoglio britannico, forse il più vasto e alto dacchè il mondo dimenticò quello di Roma. De Wet è il solo nemico nelle fantasie inglesi esasperate da una guerra cominciata imprudentemente come un giuoco, proseguita con inevitabile ostinazione, non finita ancora per una incredibile virtù di popolo sorpreso in un immenso territorio da una prepotenza troppo sicura di sè, e mutatosi come dentro una improvvisazione teatrale in un esercito senza nome, senza assisa, senza tradizione, senza disciplina, con armi d'accatto, con generali estemporanei, con bande mobili come il vento, effimere e sempre presenti come i miraggi nel deserto.
Joubert ha potuto morire, Kruger esulare, Cronye essere vinto e trasportato a Sant'Elena, quasi a significarvi, per l'istinto drammatico della storia, la più plastica delle antitesi con Napoleone I; le piccole legioni straniere, accorse per impeto di poesia e di avventura al Transwaal, si disciolsero, l'Europa parve stancarsi persino nell'ammirazione di tale guerra inverosimile in ambo i combattenti; ma la guerra proseguì, si allargò minuta, continua, rinnovando ogni giorno un capolavoro d'improvvisazione, risolvendo il proprio problema soltanto coll'insistervi.
E De Wet, sempre De Wet: egli è il boero della realtà e della immaginazione: la sua strategia e la sua tattica non somigliano ad alcun'altra: appare, urta, dilegua; vincitore o vinto è sempre egualmente inafferrabile, i generali inglesi davanti a lui sembrano bufali pesanti che caccino una tigre, o, peggio ancora, accademici vecchi dietro la pista di un poeta per sorprendere il suo segreto e sopraffare la sua ispirazione.
Indarno.
I grandi giornali inglesi, che insultavano i boeri, adesso si lasciano sfuggire le più inconsapevoli frasi d'ammirazione; pensano e scrivono tristamente che il loro esercito, maggiore di numero che non tutta la superstite popolazione nemica, da due anni offre al mondo il più attristante e grottesco spettacolo di impotenza crudele e di superbia umiliata.
Si mutarono generali e marescialli, ma non mutarono le sconfitte; dopo lord Roberts, Kitchener, il vincitore del Mahdy, il profanatore della sua tomba, il leone africano che doveva rinnovare la virtù feroce e il trionfo di lord Napier; e indarno ancora.
De Wet entra nella colonia del Capo, sberta l'esercito preponderante del generale Knox, annichila un grosso distaccamento di quello quasi personale di Kitchener, e ricompare improvviso come un ciclone nel Doornberg.
Knox e Bruce Hamilton l'inseguono in una caccia disperata ed inverosimile, ma De Wet sfugge senza fuggire, si batte, valica monti, guada fiumi, esaurisce immense pianure, lieve e tremendo come un sogno, finchè piomba sul colonnello Crewe e lo sbaraglia, lo cattura con tutta la sua colonna. Intanto i giornali inglesi aspettavano impazienti il dispaccio di Kitchener, che annunziasse De Wet prigioniero, e l'Europa ascoltava nuovamente stupita le risposte unanimi di tutti i generali boeri alla domanda di Kruger, s'egli dovesse finalmente trattare di pace: no. La guerra ancora, sempre la guerra, sino alla libertà o almeno alla morte di tutta la nazione.
I boeri rimandarono liberi i prigionieri, essendo troppo poveri per poterli mantenere, e seppellivano i morti nemici cantando salmi biblici sulle fosse: e gli inglesi invece addensano come armenti le inermi popolazioni, vecchi, fanciulli, donne, in campi trincerati, perchè la fame e la peste li decimi.
Così sperano isterilire l'eroica vegetazione; strappano virgulti e radici, fiori e frutti, colla crudeltà inutilmente dotta del loro liberalismo, colla logica spietata del mercante che accetta tutto fuorchè di perdere la propria ricchezza.
Ma l'immenso impero è ferito al cuore.
Gl'imperialisti non compresero che, a distanza di un secolo, l'insurrezione boera riproduceva quella degli Stati Uniti: ancora un mondo che nasceva, e l'infanzia di un mondo non potè mai essere soffocata. L'Inghilterra non ha rivelato in questa ormai lunga crisi nè un generale nè uno statista: Roberts, Kitchener, Rhodes, Chamberlain sono figure secondarie di un dramma, nel quale l'Inghilterra è lo sfondo e il Transwaal occupa tutta la scena: le figure eroiche, originali, sono tutte boere. Contro di esse non contano nè il numero dei reggimenti, nè quello dei generali, nè i miliardi, nè il complice abbandono dell'Europa, nè il ridicolo silenzio del nuovo tribunale istituito all'Aia, nè la fedeltà di tutte le colonie imperiali disseminate nel mondo.
I boeri sono la prima nazione europea nell'Africa.
Per il loro territorio, non molto più piccolo dell'Europa, le locomotive correvano già fischiando alla solitudine e al futuro; le loro rade città, emergendo come isole sopra un immenso mare, erano stazioni di una civiltà simile alla nostra; nessuna invasione era possibile contro di essi, perchè ogni vittoria non avrebbe lasciato all'invasore che il campo di battaglia.
Così fu, i cavalli puro sangue, tanto vantati nelle corse, non seppero su quelle terre e sotto quel sole inseguire i rozzi cavalli boeri; poi l'esercito inglese era ricco ed aveva bisogno di troppe provviste, di troppe salmerie, di troppi impedimenti, secondo la classica parola di Cesare. Mentre la fanteria inglese sparava ciecamente per masse, i boeri, primi fra tutti i tiratori del mondo, tiravano sempre e prima agli ufficiali, disorganizzando così la disciplina dei reggimenti, che senza capi cadevano dall'ordinanza automatica nel disordine dello sbandamento.
Adesso la nostra lunga preparazione militare nelle caserme non è più una superiorità sicura, e Tolstoi, il veggente russo, deve aver sorriso vedendo laggiù, nel fondo dell'Africa, confermato il suo unico ed ironico aforisma militare: nella battaglia vince soltanto il soldato che più tarda a scappare.
Gli inglesi evidentemente non tardavano abbastanza.
Noi credemmo troppo finora alla divisione del lavoro, alla supremazia del progresso ottenuto colla diffrazione atomistica delle specialità: storia e scienza invece si rinnovano quasi sempre per sintesi, creando forze nuove solamente col raggruppare le antiche.
Garibaldi non era un generale per tutti gli altri cresciuti nelle caserme, e compì imprese, che ad essi e al mondo parevano ragionevolmente un sogno; De Wet non è generale per i marescialli inglesi, che non sanno vincerlo, e la sua figura domina l'Europa apparendovi dentro una luce di poema.
Ieri trecento tedeschi, tutti come lui battezzati col nome di Cristiano, ordinarono ad uno scultore il busto dell'eroe sopra un'erma in atto di ricevere da un dottore germanico l'omaggio dell'ammirazione europea; l'idea non è molto bella, e nemmeno forse lo sarà l'opera d'arte, ma il suo significato dovrebbe essere evidente per l'Inghilterra.
Quale de' suoi maggiori uomini politici potrebbe essa proporre all'ammirazione del mondo?
Chamberlain forse?
A noi italiani basterebbe ricordarci di Catilina per trovare in un bandito parlamentare una figura ancora più terribile nella cinica impassibilità di una falsa politica mercantile.
E quando un popolo in una guerra è senza eroi, la sua storia può proseguire ancora, ma non sale più.
1 dicembre 1902.
IL VINCITORE
Lo è davvero?
Intorno a lui suonano gli applausi lunghi di tutto un popolo, come ad uno di quegli eroi, che nei tempi antichi riassumevano nella propria vita una epopea e, balzando improvvisamente dalla catastrofe, apparivano quasi nella gloria d'una rivelazione.