Fuochi di bivacco

Part 13

Chapter 133,625 wordsPublic domain

Talora rispetta i parenti della vittima, specialmente se fanciulli: tal'altra uccide e nega poi l'uccisione e se ne pente: una volta, scombussolato dall'orrore di un inutile delitto, dà il proprio fucile al ferito e gli grida: Uccidimi!, poi fugge e daccapo assassina senza vera passione di amore e di odio. Perchè in lui tutto è vanità: di quel suo primo amore non si ricorda quasi più, e nessuna altra donna entra nella sua grigia e fredda vita a soffiarvi dentro una fiamma: dapprima voleva uccidere coloro che avevano deposto falsamente contro di lui, ma è incerto anche contro di essi nella graduazione dell'odio e della morte; aspetta per riscaldarsi che la loro ostilità si rinfocoli, poi la necessità lo trae a punire qualche spia, a difendersi dai soldati, ed ecco il dramma vero di tutta una contrada nel quale egli diviene involontariamente, immeritamente protagonista.

Il paese è montano e boscoso, la gente ancora rozza ed ingenua, nelle fantasie durano ricordi e visioni dell'ultimo brigantaggio politico alla caduta dei Borboni, e il governo è ancora odiato come uno straniero, del quale soltanto una classe, quella che vive di politica, ha saputo farsi un appoggio.

Laggiù i beneficii della libertà si mutarono in nuovi soprusi di nuovi prepotenti, la miseria crebbe, l'ignoranza non scemò, la religione fu ancora una idolatria bambinesca, la diffidenza contro il governo e l'incredulità ad ogni giustizia un'abitudine invincibile e pur troppo giustificata dall'esperienza quotidiana. Nel paese, per tutti i piccoli, i poveri, coloro che debbono concepire la propria vita come una servitù addolorata da tirannidi di ogni specie, Musolino era l'innocente condannato, il prigioniero fuggito miracolosamente dal carcere, il ribelle capace di vendicarsi da solo gittandosi al monte e al bosco per punire di morte la menzogna codarda, forse venduta, dei testimoni nel primo processo.

Così, soltanto così è possibile intendere l'accordo fra bandito e paese.

Musolino laggiù non è un ladro, poichè non ama nemmeno il danaro; non è un assassino, poichè non ama il sangue: se uccide, ne ha il diritto secondo la logica istintiva del popolo (morte per morte), ma uccide senza infierire, da lungi, magari ingannandosi, e allora piange, si dispera. Musolino non è un brigante, non si compone una banda, la quale avrebbe necessariamente molti bisogni di vitto e di danaro incomodi al paese: non si mette al servizio di alcun prepotente, non vende nè la minaccia nè la esecuzione, non odia nemmeno i carabinieri, e spara contro di essi solamente per difendersi.

Tutti quindi lo aiutano.

Il governo al solito s'ingannò e fu ingannato.

Mentre una polizia, anche volgarmente abile, avrebbe saputo presto comprare da qualcuno il bandito, intorno all'Aspromonte invece si rinnovarono sottoprefetti, sindaci, ispettori, marescialli; e però tutti entrarono in questa caccia meno per la paura del brigante che per il piacere di sbertare il governo. Infatti Musolino chi spaventava, chi ledeva? Le spie, che tentavano tradirlo per buscarsi la taglia, erano nell'animo della gente, e non a torto, peggiori di lui: egli era l'innocente condannato che può finalmente farsi giustizia da sè, ecco tutto; e tutto ciò non esprime nè un alto grado di delinquenza, nè un grado molto basso di moralità nell'anima di un paese.

La rivolta della barbarie val meglio che la peste della corruzione.

Ma Musolino non era un forte nè del cuore nè della testa. Quando s'accorse di non poter più durare nella lotta, non seppe nemmeno andarsene per mare e scioccamente pensò di attraversare l'Italia a piedi, pronto a scappare appena un gendarme lo fissasse nel viso.

Se adesso ancora si vanta innocente della prima accusa, e crede di essere stato nel proprio diritto punendo i propri nemici, vi è forse molta verità in quello e molta bugia in questo: egli non può credere a questo diritto di uccidere, di giustiziare, dopo averne abusato così lungamente e stupidamente; ma è il suo vanto, l'atteggiamento, il gesto di attore. Il paese natio gli diede il teatro, il governo gli costrusse il dramma.

Ricordate dopo il suo arresto le misure per trasportarlo alle carceri? La vanità di Musolino finì per impazzirne. Adesso non vuole comparire alle assise che in abito borghese: esigenza di attore che rispetta il pubblico in sè stesso, e nella solitudine della prigione si ubbriaca quotidianamente recitando la propria parte davanti ad uno specchio assente.

Non vi è più brigantaggio; Musolino non è un brigante.

Nè intelligente, nè coraggioso, nè feroce, nè cupido, senza amore, quasi senza odio, egli era, giacchè d'ora innanzi non conta più, uno sciocco presuntuoso con poca moralità e scarso giudizio; una condanna lo esasperò, una lotta parve ingrandirlo, ma vinto e solo colla propria vanità, adesso la sua ultima passione è per il suo ultimo vestito.

A che parlarne ancora?

15 aprile 1902.

AMNISTIA

La vecchia questione è tornata sui giornali prima ancora che il principe, augurato nel lieto accordo di tutte le speranze, abbia, nascendo, risolto il problema del proprio titolo.

Ma questo è davvero un problema? Coloro che pensano così s'accorgeranno presto, se il legittimo orgoglio della nazione sia frustrato, che l'istinto di patria è la guida più sicura in politica, e che male s'industria l'ingegno a divertirlo in espedienti abili soltanto di parola. E di parole scientifiche fanno oggi pompa tutti coloro, che risottomettono l'idea dell'amnistia all'esame teorico della scuola per discuterne il diritto e le forme, nell'intenzione palese di cancellare quello e queste.

Come sempre, si finge di non sapere o di non ricordare che cosa sia sino dalle più remote origini tale idea di grazia e di pace, che l'umanità con ritmo continuo sentì salire dalla propria anima ad ogni evento che la scaldasse di gioia, mentre l'odio, indispensabile nella lotta per la vita, si quietava improvvisamente e un'onda di sorriso ammolliva tutte le fisonomie.

Fu sempre così e così durerà forse sempre.

La vita è troppo aspra, il diritto troppo formale, la giustizia troppo incerta nelle prove, insufficiente nei giudizi e tragica nei risultati, perchè ogni tanto gli spiriti non provino il bisogno di gettarla come un pesante fardello, che li curva dolorosamente verso terra: tutti soffrono del diritto stesso che li protegge, tutti soccombono alla giustizia che invocano. La verità, che sentiamo in noi stessi e negli altri, non possiamo esprimerla esteriormente nella sua interezza: qualche cosa di lei resta sempre sepolto nel cuore, qualche altra cosa le si agglutina al di fuori, strisciando sul fango degl'interessi, tra le immondizie delle passioni, nel rischio delle procedure, dentro i prunai delle teoriche: la gente lo sa, ne soffre, e sa pur troppo che la giustizia non potrà mai librarsi più alto, nella sfera pura delle idee, nel cielo trasparente dell'ideale.

E allora ripara nel sogno.

L'amnistia è un sogno di grazia; e la grazia ha questo di sublime, che alleggerisce del pari la coscienza del giudice e del condannato, dell'offensore e dell'offeso: essa è una rinuncia alla inevitabile verità convenzionale di tutte le leggi che rappresentano il nostro armamentario sociale, una negazione effimera e superba del nostro diritto e della nostra vendetta. È come un raggio di sole estivo, che sbuca fra le nebbie e le nubi autunnali della nostra vita quotidiana; un ritorno alla smemoratezza dell'infanzia, quando si battaglia, si ferisce, si è feriti e si dimentica; una gioia subitanea di affratellamento quasi in un ritorno da un lungo, faticoso pellegrinaggio; un impeto di poesia mette una parola musicale su tutte le labbra, una luce soccorrevole di faro in tutti gli occhi.

L'amnistia era quindi un capriccio della gioia, una bontà della tirannide nei sovrani delle vecchie storie: non aveva altre leggi che l'impulso del momento, il fervore della festa, l'indulgenza e la prodigalità del padrone.

Era un bene nei risultati? Come giudicarne? Forse la sua prova migliore è nella sua durata, poichè l'amnistia è giunta sino a noi, il che garantisce la profondità spirituale del suo bisogno.

L'amnistia ha abitato tutti i luoghi e traversato tutti i tempi: è salita da tutte le piazze tumultuanti, è discesa da tutti i troni anche i più inaccessibili: popoli e re, dispotismi di rivoluzioni e di monarchie ne hanno usato ed abusato; nelle capanne e nelle regge, sulle navi erranti per l'oceano e negli accampamenti vigilati dalla morte o aperti dalla vittoria, essa ha sorriso e trincato spezzando le catene dei prigionieri, rovesciando i patiboli pei condannati, aprendo carceri e postriboli, tempii ed aule.

Un grande poeta inglese nella inguaribile amarezza del proprio genio gridò un giorno al mondo questa parola anche più amara: poichè l'uomo è ragionevole, si ubbriachi dunque!

E l'uomo amnistia forse per la stessa ragione: sa di non poter essere giusto, e ogni tanto grazia; sa che nella vita torto e ragione sono così strettamente avvinti che nessuna analisi di giudizio riesce a scinderli, quindi assolve senza giudizio; sa che la pena è fatalmente sproporzionata alla colpa, e cancella colpa e pena.

La scienza se ne lagna.

Nè il lamento è moderno.

È altrettanto facile che inutile applicare alla amnistia i criterii e le norme della legislazione ordinaria: fatelo, e l'amnistia risulterà assurda, ma diventerete più assurdi voi stessi tentando di renderla ragionevole. Comunque vi muoviate guardinghi, quali si siano i vostri intendimenti e i vostri principii giuridici, discendendo coll'amnistia nell'intrico dei casi resterete nei lacci dell'ingiustizia. Chi scegliere? Chi escludere? valutando il peso della colpa, la qualità del reato, la quantità del danno sociale avvenuto o possibile, l'offesa allo stato o all'individuo?

Scegliete liberamente, ed avrete scelto male: l'amnistia è un istinto capriccioso, col quale lo spirito integra e corregge la propria ragione: l'amnistia è irresponsabile, indefinibile come la grazia: pare una nemica della giustizia e ne è invece la poesia; si esprime come una prepotenza della forza, e la tempera di bontà; somiglia all'amore che scende su tutti, improvviso, irresistibile, e come il raggio del sole non si sporca toccando il fango più laido, penetrando nella stamberga più lurida.

La scienza non vorrebbe l'amnistia: ed è giusto: la scienza ha bisogno di credere alla propria perfezione, all'assoluto dei propri principii, e invece non la verità è dentro la scienza, ma la scienza è dentro la verità.

La scienza è una parentesi aperta nel mistero, e la verità è nel mistero: la legge è una parentesi, nella quale la ragione tenta di imprigionare la vita, ma la vita ha un'orbita infinita, nessuna sonda tocca le sue profondità, nessun occhio la segue per le altezze dei cieli.

Se il neonato sarà un principe e prenderà il titolo da Roma, lasciate scendere dall'alto l'amnistia sui cacciati dalla vita, nelle carceri dove le anime si abbuiano e i cuori si gelano: il principe segnerà nascendo una grande data nella storia, darà il volo ad una grande speranza, significherà la vittoria del nostro più antico diritto.

La gioia è contagiosa: il suo alito, la sua vibrazione vanno e debbono andare lontano: quale più grande lontananza dalla vita che l'esserne escluso, e pensarla, sentirla al di là di un muro, di una condanna, che diminuì nell'uomo la sua umana verità?

Ed io non penso al come regoleranno anche questa volta l'amnistia; soltanto mi dorrebbe profondamente se il principe augurato non assumesse nella storia il titolo da Roma, rinunciando così alla unica, magnifica originalità del proprio grado, giacchè in questo caso il più amnistiato di tutti sarebbe il papa.

Ebbene, no.

15 settembre 1904.

NEL FUOCO

È una voce di pietà, che sale nuovamente e grida al soccorso per i fanciulli italiani abbruciati nelle vetrerie francesi.

Ve ne sono almeno cinquecento a Rive-de-Gier, quattrocento a Givors, quattrocento fra Saint Romain-le-Puy, e Saint Galmier, ottocento fra la Mulalière, la Mouche, Venissieux, Oullins, nei sobborghi di Leine. E altrove? La rivista romana, che denuncia il fatto, lo studiò soltanto nei dipartimenti del Rodano, della Loira e del Puy-de-Dome, e basta: il suo redattore avvocato e console, ha voluto vedere, sentire il martirio di questi innocenti prima di parlare, forse anche di credere. Perchè la nostra fantasia ha un limite più breve della nostra umana malvagità: noi crediamo troppo poco a quei mali, che si appiattano nell'ombra secolare della miseria, a quei delitti che si compiono con la condiscendenza di tutti, ed uccidono senza che il magistrato possa nemmeno sapere il nome della vittima, dell'assassino, dell'arma.

Quelle migliaia di fanciulli abbruciati nelle vetrerie francesi dei dipartimenti meridionali, vengono quasi tutti incettati per la terra dolorosa dell'antico regno napoletano. Laggiù vi è una miseria morale più antica e profonda della povertà economica; laggiù il cuore delle madri si restringe dopo il parto, come il loro ventre, e il figlio è venduto al primo funebre mercante di fanciulli, che promette cento franchi per anno, e per tre anni, come prezzo del suo lavoro futuro e della sua morte quasi certa. E i cento franchi promessi non sono mai pagati.

Alla fine del primo anno i genitori ricevono una lettera del padrone della vetreria, nella quale si avvisa seccamente che il fanciullo non potè lavorare e, ammalatosi, divorò egli medesimo le cento lire dovute loro dal mercante: negli altri anni altre lettere ripetono lo stesso avviso, e figli e genitori vengono pareggiati nel trattamento.

Il patto tristo fu mantenuto tristamente; della carne umana venduta tutto il prezzo e l'infamia rimangono ai compratori.

Talvolta qualche genitore reclama alla nostra ambasciata, e dopo lunghe pratiche riceve laggiù il figlio spedito pel tramite dell'autorità poliziesca: il fanciullo non è più riconoscibile: non era amato prima, ed è peggio accetto dopo; nella vetreria la fiamma del forno gli ha bruciato il sangue, a casa un freddo più doloroso gli gelerà l'anima. Se osasse parlare, si lagnerebbe forse che non lo si sia lasciato morire fra gli altri fanciulli nella casa dell'aguzzino.

La vetreria era il suo inferno.

Egli doveva restare otto ore legali, ma spessissimo sedici ore vere, dinanzi alla bocca del forno, nel quale il vetro bolle a 1400 gradi: l'operaio sta più discosto e prende dalla canna il vetro, che gli porge il fanciullo; l'operaio non lavora mai più di otto ore, il fanciullo quasi sempre sedici; l'operaio ha una paga quasi ricca, il fanciullo non ha niente, perchè i suoi quarantacinque franchi al mese vengono ritirati dal suo mercante. Questo vive sull'armento: quindici o venti fanciulli dai dieci ai tredici anni, ai quali dà soltanto una zuppa nera e che non nutre, un pagliariccio per ogni gruppo di cinque o sei, una camera per tutti, e per tutti lo stesso bastone.

Se si ammalano, il trattamento peggiora, perchè la malattia può mutarsi in denuncia per mezzo del medico o di altri: il fanciullo infebbrato non ha intorno a sè che la timida pietà dei piccoli compagni, che lo guardano tremanti di essere domani come lui. La morte diventa allora la sola buona soluzione, e il fanciullo e il mercante l'invocano forse con pari impazienza.

Di chi la colpa?

La legge? C'è, ma non basta e non può bastare: finchè vi saranno genitori disposti a vendere i figli anche senza intascarne il prezzo, troveranno sempre degli incettatori, che li comprano per rivenderli davvero. L'ipocrisia di un contratto basta a paralizzare la volontà della legge: questa non può impedire ad un genitore di consegnare il proprio figlio a qualcuno per fargli apprendere un mestiere, magari lungi sopra una terra migliore. Niente più facile che falsare il documento dell'età per il fanciullo: basta domandare al municipio l'atto di nascita di un altro: chi riconoscerà il baratto dei nomi in Francia? Chi denuncierà la frode? Per varcare la frontiera si fa accompagnare ogni fanciullo dal padre ad una stazione di confine; lì si compone la squadra, e invece di chiuderla come un branco di pecorelle in un vagone di quarta classe, la si caccia su per la montagna, e si passa il confine dove la sorveglianza è minore.

Un governo più attivo, una legge più rigorosa potrebbero impedire questo delitto, che si compie su migliaia di vittime? Sarebbe ingenuo sperarlo.

Di tutte le leggi, quella criminale presenta appunto le maggiori difficoltà nell'applicazione: un codice non può colpire il delitto che in date condizioni, e deve classificarlo assegnandogli una forma precisa, perchè le prove siano accettabili e il magistrato, condannando, non abbia l'aria di commettere un arbitrio.

Quando l'uccisione si compie colla tubercolosi, in un epilogo di lunghi esaurimenti, martirii senza nome, e la vittima non ha più la forza di parlare, ogni processo diventa impossibile.

Come sperare che l'autorità francese possa o voglia salvare dal fuoco delle vetrerie i fanciulli italiani?

Anche là abbondano leggi e regolamenti, e contro di entrambi prevalgono le stesse frodi.

Il problema è doloroso quanto vecchio.

Filosofi e poeti, economisti e romanzieri, diplomatici e sociologi ne discussero altamente e colla sincerità della dottrina, collo splendore della parola costrinsero l'indifferenza del pubblico a pensarlo: qualche volta un brivido parve scuotere davvero la coscienza popolare, ma come tutti i brividi passò senza che la coscienza mutasse. Eppure il problema riappare e domanda una soluzione. Indarno qualcuno crede trincerarsi dietro l'impotenza della legge, quasichè la legge scritta fosse tutta la legge spirituale e l'attività dell'anima possa restringersi entro le sillabe di un articolo: più indarno ancora altri, quasi allegro di questa miseria legale, accusa tutta la società e domanda a una rivoluzione totale la soluzione di questo problema antico quanto il mondo.

Non è la miseria economica che determina i genitori alla vendita del figlio, ma la loro inferiorità morale; ed è anche meno vero che la miseria produca sempre tale inferiorità.

Questa truce vendita dei piccoli vetrai non si ripete forse con altre forme per tutta la gamma sociale, ovunque un vizio supera l'amore spirituale nella famiglia? Il paradosso di spiegare tutta la vita e tutta la storia soltanto col fattore economico, oramai è troppo logoro perchè meriti nemmeno l'indugio di una risposta.

Ma dinanzi a questa tragedia di fanciulli venduti, imbrancati, condotti lungi per terre straniere, gittati al fuoco delle vetrerie, alle avventure dell'accattonaggio, alle complicità del ladroneccio, alle ferite della prostituzione; dinanzi alla insufficienza della natura, che non sa mettere un cuore in tutti i padri e in tutte le madri; dinanzi alla impotenza della legge, che non può colpire il delitto fuori delle proprie categorie e colla pesante lentezza di ogni ordine poliziesco; per la tutela della legge e della vita, bisogna pure trovare un pensiero, dire una parola, che scongiuri la fatalità del male e rianimi la fede nelle coscienze, che guardano con nuova passione il secolo appena nato.

È possibile proteggere, strappare i fanciulli dal fuoco delle vetrerie?

Forse.

Ma non bisogna domandare questo miracolo nè ad una legge, nè ai suoi esecutori.

Soltanto il vecchio e il nuovo cattolicismo, quello di Gesù o quello di Marx, possono, se in essi ferve davvero una fede e una carità, salvare i piccoli condannati al fuoco dei forni, perchè solamente con una organizzazione di classe e di partito internazionale è possibile compiere la sorveglianza ed applicare la sanzione della legge protettrice dei fanciulli e delle donne.

Che gli operai impongano di non accettare fanciulli nei forni, e i padroni cederanno subito per l'impossibilità di esprimere il motivo della resistenza; che gli operai denuncino i mercanti di fanciulli e depongano contro di essi in tribunale, e la legge colpirà rapida, efficace; che gli operai, così fieri della propria modernità, proclamino fieramente il rispetto al fanciullo, dando primi l'esempio di questa magnifica paternità spirituale e sociale: essi soli lo possono, perchè essi soli davvero sanno tutti i segreti del problema; essi soli lo debbono, anche nel proprio interesse di lavoratori.

Ecco la prova per la sincerità del nuovo e del vecchio cattolicismo.

Credenti del vangelo cristiano e marxista, egualmente superbi nel vanto della stessa conquista mondiale, serrati in falangi, accantonati dovunque, la loro prima storica prova deve essere appunto sui problemi insolubili del vecchio mondo. Se la fraternità del lavoro è vera, perchè i più poveri, i più infelici, i più piccoli non sono amati e salvati per i primi? Perchè i facchini del porto di Marsiglia sarebbero solidali coi facchini del porto di Genova in un incidente politico come la soppressione di una Camera di lavoro, e i vetrai francesi, forse i meglio pagati fra tutti gli operai, parteciperebbero all'eccidio dei fanciulli italiani, che genitori, mercanti, padroni, egualmente snaturati, rinnovano ogni ora, ogni giorno, ogni anno?

La contraddizione è troppo stridula, e il problema troppo doloroso: a quando la risposta?

IL DUELLO

Corti o cortili?

La domanda è lecita nell'ironia dell'equivoco.

Presto la Camera dovrà discutere il nuovo progetto di legge sulle corti d'onore ideato dal ministro Orlando per sopprimere almeno virtualmente il duello. Inutile chiedersi se il progetto sarà approvato, più inutile ancora studiarlo nelle sue disposizioni, mentre l'idea, se pure può chiamarsi così, appare falsa al solo annunzio. Perchè questa nuova legge? A quale bisogno della coscienza moderna risponde realmente? I duelli sono negli ultimi tempi cresciuti così di numero che la loro strage faccia gridare d'orrore l'anima nazionale?

Come di tutte le costumanze, negli ultimi secoli si è abusato anche del duello, e la sua estrema degradazione avvenne nella stampa e per la stampa, quando i giornali, più piccoli e peggiori di quelli di adesso, esercitati da venturieri di tutte le classi, colpivano assassinando in alto ed in basso fra il terrore del pubblico, che l'enorme ed improvvisa dilatazione dello scandalo abbacinava, e le tragedie degli individui, trascinati così alla gogna e che sulla porta di ogni giornale trovavano sempre uno spadaccino del mestiere pronto ad assumersi la responsabilità dell'articolo. Poche classi furono allora spregiate come quella dei giornalisti, ma poichè il giornale era il più vario ed il più rapido veicolo delle idee, un focolare ed un faro mobile per illuminare e riscaldare l'ombra della troppo lunga notte popolare, crebbe, si dilatò, mutò, salì, talvolta raggiunse il valore del libro, rarissimamente lo superò; diede battaglie alle idee e agli uomini, puntellò e rovesciò governi e dinastie, torrente che feconda e cloaca che ammorba, manipolo di eroi all'avanguardia o di banditi coperti di tutte le assise, armati di tutte le armi, vangelo di apostoli senza chiesa, cattedra di maestri senza scuola, libello per lordare le coscienze e grimaldello per forzare le casse: rivelazione locale ed universale, pei piccoli e pei grandi, più falso del commercio e più vivo dell'arte, necessario alla menzogna, più necessario alla verità.