Fuochi di bivacco

Part 12

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Egli era già ammogliato o quasi quando s'innamorò della signorina Thouret, che gli amici di casa, almeno a quanto dice sua madre, chiamavano col nomignolo di «vestale»; e la vestale lo sapeva, e sapeva certamente quello che noi non sappiamo ancora, chi era questa donna, perchè il romanziere ne aveva fatto la donna della propria vita, se era la madre, se amava ancora, se soffriva, se avrebbe disperato per questo nuovo tradimento. La vestale accettò: offerse forse la propria primizia in cambio della gloria, che l'altro aveva guadagnato col romanzo delle _demi-vierges_; accettò anche un appartamento in via Copernico, poi un altro in via D'Armaille. Ma non pare che questo idillio adultero si complicasse mai nella maternità, e il romanzo delle _demi-vierges_ è garanzia sufficiente a questa apparenza; però, come accade in quel romanzo e in quasi tutti gli altri, gli amanti dovettero stancarsi, l'uno se ne andò, l'altra viaggiò, poi al ritorno tentò una ripresa, non vi riusci e tentò di uccidere, riuscendovi anche meno. Voleva tirare soltanto al braccio, e soltanto al braccio un signor Thouret, fratello della vestale, fu ferito con un colpo di spada dall'illustre romanziere, seccato certamente d'essere dentro a un così falso e volgare romanzo.

Un sorriso involontario monta alle labbra.

La gente, che davanti a un libro di sottile analisi femminile crede davvero alla superiorità dello scrittore nella vita, deve aver spalancati gli occhi leggendo nei giornali il resoconto dell'attentato contro Marcel Prevost; e alcuni usavano questa lusinghiera, regia parola. Forse la gente crede ancora i romanzieri superiori al romanzo, e capaci di applicare le massime dei propri libri, di realizzarne le più belle ligure: crede perchè ammira, forse anche perchè ama.

La verità è più bassa, più crudele: l'arte è quasi sempre una caccia, nella quale la gloria serve di specchietto al danaro: oggi le fame si fondano come certe banche, funzionano come certe ditte, guadagnano come certe case; oggi non si parla più che di successo, e questa ignobile parola dà la misura del pubblico e degli autori. Si vuol brillare, non illuminare, essere ricchi, non padroni regnando sulle anime nella vastità di un regno potente quanto il pensiero, dall'alto di un trono sacro come un altare. Il pubblico solo è padrone, e un padrone che bisogna sedurre per averne il favore subito, perchè nessuno o pochi pensano che la gloria è immortalità non è gloria, e l'arte un impero, al quale non si può giungere senza essere davvero un imperatore davanti a sè stesso.

Un sorriso sale involontariamente alle labbra; i trionfatori del pubblico, che li acclama, li paga, e sorride egli stesso enigmaticamente, somigliano adesso ai generali, ai re affollati nelle anticamere di Napoleone I: la loro potenza era una concessione di lui, e un moto solo del suo sopracciglio poteva far cadere tutte le loro corone e le loro medaglie; nessuno era originale, e nessuno sentiva veramente l'inanità della propria condizione. Quando Napoleone, entrando nel teatro di Varsavia al braccio di Talma gli disse alto, perchè tutti udissero, colla sua voce fessa e l'accento breve: — Vi ho atteggiato davanti una platea di re —, vi fu alcuno forse nella platea, che si alzasse per andarsene?

Oggi non è un altro Napoleone, che livelli generali e re della fama affollati nelle anticamere dei giornali; ma il pubblico che deve fare le sue veci e non può, sorride già enigmaticamente, e ogni tanto si diverte a svestirne qualcuno. Allora romanzo e romanziere appaiono mediocri, la folla ondeggia in un movimento di curiosità, spera una tragedia, ma non si vede innanzi che uno scandalo.

E dimentica: non si può fare di meglio!

5 aprile 1903.

È PERMESSO?

Così interroga il pagliaccio, cacciando la testa fra la tenda del sipario, alla prima battuta nella piccola opera, la sola fortunata, del maestro Leoncavallo.

Ma il pubblico invece di essere attento come quasi sempre ad ogni prologo, è adesso ancora agitato dalla tempesta dei giudizi, che soffiano e urlano sull'ultimo verdetto dei giurati milanesi. Le ingiurie s'inseguono nell'aria e squillano fra gli intercolunnii dei giornali accordandosi nell'aspra dissonanza a chiedere la condanna della giurìa, un'istituto, pel quale il genio della libertà lottò e sofferse lunghi secoli, mentre la rettorica della nuova scienza ora lo dispetta nel nome di sè stessa, proclamando la necessità di sostituirlo con un altro di professionisti di psichiatria, un nome che non dice nulla, con teorica che pretende derivare il giudizio sull'anima da quello del corpo e spiegare il male nello spirito colle malattie dei vari organi vitali.

Vale la pena di rispondere? È una scienza davvero la psichiatria e una filosofia il materialismo?

Il giurato, nell'originale, incontestabile superiorità del proprio tipo giuridico, rappresenta la sovranità popolare, che, delegata, non può scendere a professione, cristallizzarsi in una classe o in una categoria, quando si tratta di sentenziare sulla vita o sulla morte di un uomo.

I magistrati giudicano di contese materiali, patrimoniali, titolari; non possono, non hanno diritto a pesare, a sopprimere un uomo come loro, in nome di un ufficio salariato, in base a qualche teorica effimera ed oscillante nelle scuole. Il genio della libertà conquistò quindi la giurìa, il giudizio istintivo, collegiale, dell'anima pubblica sopra un'anima singola, al di fuori di ogni scuola, al di sopra di ogni procedura, nell'irresponsabilità dell'assoluto, nell'identità fra giudice ed accusato.

Quello, il privato, poteva e doveva andare dritto al fatto per le vie misteriose della coscienza: aveva diritto di giudicare e di condannare perchè uomo e non perchè impiegato in una università o in un tribunale: s'ingegnava con tutte le risorse di un'inchiesta fatta dalla pubblica curiosità, sentiva tutti i contraccolpi della pubblica coscienza, libero da ogni dogma scolastico, più libero per la momentaneità della propria funzione, assoluto sovrano nella propria anima, impersonale nel sì e nel no della propria sentenza.

Adesso i novatori, non osando ritornare ai vecchi magistrati, invocano un areopago di psichiatri, di medici: la sovranità del giudizio delegata a professionisti pagabili e pagati, vendibili, forse venduti: la sovranità sottomessa a una teorica regnante per una generazione in una scuola con tutte le sue rabbie polemiche, le sue insufficienze sistematiche, le sue falsità logiche. Il professore diventato re, il commerciante di scienza mutato in giudice sovrano, il medico che nega l'anima e la giudica tentando una diagnosi sul corpo, colui che nega il libero arbitrio e parla ancora di responsabilità, l'altro che non ammette la morale non potendo trovarle materialisticamente una base, e che deve decidere sulla bontà o sulla reità di una azione. Vedete: oggi il genio è una malattia, soltanto perchè nel genio proseguono come altrove tutte le malattie umane; la santità è una malattia, perchè la media della gente non sente e non opera come i santi: la creazione è opera della demenza, perchè nel suo sforzo l'equilibrio normale si frange: il delitto invece è delitto solamente perchè nuoce e il delinquente un delinquente perchè la sua mascella disegna il tale angolo, o le sue orecchie imbruttiscono nella tale curva.

Non vi dovrebbero quindi essere più galere ma manicomi: medici dunque, dappertutto e sempre: medici, professionisti di una scienza, che trema ancora sopra poche ipotesi di giorno in giorno sostituite; professionisti che lavorano nelle scuole alla conquista di un diploma per fare con esso del danaro, che nella vita hanno, e se ne vantano, tutta la fraudolenta duttilità del commercio; professionisti che non sono nemmeno scienziati, perchè la scienza vera, la grande, la rara, dubita di sè stessa, arrischia un'esperienza e teme di emettere un giudizio, sa quasi sempre di non sapere, e si contenta malinconicamente, secondo la divina parola di Platone, di attingere l'ignoranza alla fonte più alta.

Ma il verdetto di Milano, che assolve l'Olivo uccisore della moglie e poi squartatore del suo cadavere, è davvero così ingiusto od assurdo? Ebbene, per me no; e chiedo scusa ed ospitalità alla cortesia del _Resto del Carlino_: non è ingiusto, non è assurdo. Pigliate il dramma all'inizio, seguitelo sino alla catastrofe. Un uomo abbastanza colto, incivilito, sposa una serva scivolata dalla prostituzione nel sifilicomio: questa è l'antica tentazione del vizio sulla carne, il vecchio sogno della redenzione della donna caduta. La tentazione prosegue, il sogno dilegua: la donna rialzata diventa peggiore, sciupa il corpo, l'anima, il danaro, il nome del marito: lo tradisce con qualcuno, con molti, a caso: lo sa innamorato e lo dileggia, perchè così la passione sanguina e le passioni si nutrono del proprio sangue. Egli tace, si lamenta, sopporta, reagisce, domanda perdono, perdona, vinto sempre, sempre ingannato: la sua vita è un inferno, dal quale non può uscire, perchè non ha la forza di cacciarne lei: nei loro dibattiti, nelle loro contese, nelle lotte, nulla è più sacro: la moglie prostituita si finge al solito gelosa, insulta rivali fantastiche, oltraggia lui, vilipende i suoi morti più santi; continuamente, senza pietà, senza requie, gl'insanguina i fianchi e il cuore; ammalato lo deride, lo costringe a fuggire di casa, gli ruba il sonno, gli falsa la parola e il pensiero.

Ed egli non sa decidersi a nulla, nè a scappare nè a cacciarla, nè a morire nè ad ucciderla: ma un nonnulla potrà decidere ciò, a cui non bastano nè la sua volontà nè la sua ragione. Infatti una sera imprevedibilmente per entrambi, irresistibilmente, una parola provoca la catastrofe, il coltello taglia il nodo gordiano.

Chi ha torto? Tutti e due: non si deve, non si può uccidere: non si può togliere ciò che non si può dare.

È l'antico motto di Diogene ad Alessandro; e in questo motto è la radice del diritto.

Era pazzo l'Olivo? No. Era un delinquente? Nemmeno: ma tutto in lui è crollato in un istante allo scoppio di una di quelle mine morali, che nessuna epilessia può nè produrre, nè spiegare.

Ciò che gli avvenne dopo, e ha tanto impressionato il pubblico, lo squartamento del cadavere, derivò in lui dal solito piccino, infelice e ridicolo egoismo di evitare il processo: e non fu efferatezza, ma paura, una paura forse, che nemmeno egli saprebbe esprimere.

Ricordate Raskolnikoff di Dostojewski? E nemmeno allora l'Olivo impazzì.

Dovevano i giurati condannare in lui un mostro, che ammazzava bestialmente la moglie e ne spezzettava il cadavere? Invece hanno capito, o indovinato, la pietà di questa tragedia umana, dell'uomo assassinato dalla donna nella propria passione, nella propria coscienza, in tutto quanto ha di più alto e di più sicuro nella vita: questa tragedia che batte a quasi tutte le case, a quasi tutti i cuori, uccidendo senza sangue, mutilando senza amputazioni, degradando, avvelenando. Ebbene, questa tragedia li ha vinti.

Errore? Forse, ma umano, meno brutto dell'altro errore scolastico che gli contrappongono: ma anche questa volta il giurato ha sbagliato meno del giudice, perchè la sua assoluzione dice questo soltanto: che vi sono tragedie così profonde, catastrofi così inevitabili, davanti alle quali, uomo contro uomo, non si osa più nè giudicare, nè condannare.

Non temete, questo uccisore della propria moglie per debolezza e squartatore del cadavere per paura, porta dentro di sè la propria pena: condannarlo non si poteva, ed assolverlo era un errore.

Quindi lo hanno assolto: l'errore è meno dannoso dell'ingiustizia.

16 giugno 1904.

VECCHIO ERRORE

Mentre nel grande pubblico, dopo la sentenza di Torino, cresce l'oppressione tragica, ecco un altro dramma che penetra sanguinosamente nella coscienza e nella fantasia della folla elegante, dispersa sui monti e sulle spiaggie, in alto dove l'aria rutila, in basso dove il mare con grazia pigra sembra carezzare il lido e adagiarsi.

E il nuovo dramma è ancora aristocratico, se questo grande aggettivo possa più applicarsi a qualche cosa o qualcuno nella vita moderna; un dramma d'arte e di amore, d'adulterio e di gelosia, scoppiato in un albergo pieno di ricchezza e di allegria, fra marito e moglie, uno scultore celebre e una divetta di caffè, che non si arrestò abbastanza fra i suoi tavolini e sul suo minuscolo palcoscenico per diventarlo, e che adesso ottiene dalla colpa della morte quella celebrità negata alle impazienze impure della sua giovinezza.

Egli era un artista vero, non originale, non grande: aveva cominciato come quasi tutti in basso, salendo colla fatica e col dolore alla conquista della pubblica attenzione. Le sue statue erano dei ritratti anche quando non avrebbero nè voluto nè dovuto esserlo: le figure non esprimevano che il corpo, la composizione non sviluppava che degli atteggiamenti: la loro verità era fatta soltanto di precisione: parevano dei calchi, e n'erano accusate: avevano una strana potenza d'illusione, la quale arrestava piuttosto gli occhi che le menti, una vita volgare ed insieme teatrale: superavano il mestiere, non bastavano all'arte.

Lo scultore somigliava alla statua: mirava alla celebrità non alla gloria: aveva fretta e non badava che ad accorciarsi la strada, non aveva un ideale e si vantava già di aver un pubblico, diceva di sacrificare la bellezza alla verità, e la sua bellezza si fermava alla formosità, e il suo vero, il suo reale non formavano che una maschera. Ricordate _Cristo e la Maddalena_? Ricordate _Sfinge_?

Quei due tipi, così divini nel poema cristiano, sotto il suo scalpello non erano più che prosaici; quella sfinge non aveva mistero nè per sè stessa, nè per gli altri. Adesso dicono che fu una inspirazione di sua moglie, e forse non è che una ironia della maldicenza.

Ma che cosa aveva egli sognato nella donna che sposò? Sentì davvero la tragedia delle antitesi spirituali, nella quale discendeva sulla china di un matrimonio lubrico come un'avventura, equivoco come un affare, frettoloso più di un capriccio e improvvisato come uno stornello? Nella vita e nell'arte tale matrimonio e tale dramma sono antichi: l'artista che s'innamora fisicamente del modello, l'uomo che cede all'artista, la donna che inganna tutti e due. Ma questo dramma può ancora avere una grande dolorosa sincerità: si ama e non si stima, si sa di commettere un errore, il quale ne genererà altri, si disprezza sè stesso, si vive nell'attesa del tradimento e nella umiliazione della propria caduta.

E questo è il caso più comune.

Artista e uomo sanno di avere torto, soccombono all'amore come al vino, e lo espiano nella salute dell'anima e del corpo.

Altri invece entra nel dramma dalla porta maestra, nella superba illusione di alzare la donna, quasi sempre soltanto una femmina, insino a sè medesimo; ed ebbro d'arte e di sacrificio sfida il mondo e la natura, ha gli orgogli di un eroe e la devozione di un martire, il linguaggio di un ribelle e l'albagia di un conquistatore.

Ma il modello resiste troppo spesso allo scultore, la moglie al marito; ella non mira che ad un affare, e dopo non le pare buono abbastanza: non comprende il sacrificio di lui e, comprendendolo, se ne offenderebbe nella propria vanità; il mondo legale non le dà tutte le compiacenze sperate; l'arte è troppo alta per lei, che tende invece ad abbassarla e del marito vuole fare un mestierante perchè guadagni di più.

Nella moglie s'irrita la nostalgia del fango, nel marito sospira la nostalgia dell'ideale; l'uno si pente segretamente del matrimonio come di una caduta, l'altra non se ne contenta poichè non voleva che un guadagno, e incapace di mutarsi davvero in una moglie, tenta egualmente indarno di diventare una signora.

Quindi l'amore fisico, che saldò le nozze, si logora: il possesso lo smaga, l'inevitabile esperienza della realtà lo martirizza: della moglie, nella intimità della casa, non resta che la cortigiana senza il brio della parata e l'orpello della decorazione; del marito bello di sforzo, di dolore, di vittoria o di sconfitta nello studio, non ritorna a casa che un lavoratore stracco, uggito, uggioso, impaziente ed insopportabile.

Forse fu così di Cifariello. Per quella donna sposata in un delirio rosso dei sensi, collo scetticismo volgare della mondanità, con un segreto rancore contro sè stesso e contro di lei, lottò, discese, decadde, si rialzò, sofferse tutte le umiliazioni dell'amante, dell'artista, del marito. Vinto dal bisogno sempre crescente in lei del danaro, abbandonò l'arte e l'Italia per rifugiarsi in una fabbrica di ceramiche e guadagnarvi il lusso delle sue eleganze femminili, e la donna lo punì innamorandosi del direttore della fabbrica come di un pagliaccio da palcoscenico. Tornò in Italia, ma le asprezze della lotta crescevano nella immutata condizione del matrimonio: nessun figlio era sopraggiunto a provocare nell'anima di uno almeno dei coniugi una ascensione morale; lo scultore valeva adesso la divetta e il mestiere li aveva livellati, perchè nel sacrificio dell'arte era mancata la nobiltà del motivo. Poi l'orgoglio dell'inconfessabile sconfitta avrà enfiato forse tutte le piaghe: è impossibile perdonare ad un altro la propria rovina, è difficile ritirarsi primo da una situazione, della quale si può accusare l'altro.

Per lui la moglie era stata la palla del galeotto al piede sulla via della gloria: per lei il marito era l'ostacolo all'allegria della vita, a tornare nel teatro fra le Menadi e i Coribanti moderni, così corretti nell'apparenza e signorili nella volgarità. Come proseguire? Come fermarsi? Come uscirne?

L'amore svaporando lascia nel fondo del bicchiere la goccia amara dell'odio; e l'odio è più doloroso quando deve disprezzare. Che cosa può essere per uno scultore una moglie, se rimase soltanto modella con tutte le bassezze del mestiere? Ma che cosa può essere ancora per una divetta, per una cortigiana, l'artista che, sposandola, non seppe poi compiere in lei il miracolo della trasfigurazione? L'odio è inevitabile, e qualche cosa, se non qualcuno, deve essere ucciso fra due anime che si odiano.

Ella voleva separarsi per tornare libera, egli già tradito le negava questa libertà, come una prova troppo palese ed allegra per tutti del primo errore matrimoniale. Ella era fuggita, egli l'inseguì, la cercò, la trovò, pianse, minacciò, ed ottenne che ritornasse in un albergo fra una gioconda folla di bagnanti, di spensierati, di gaudenti, di amanti. Quanti?

I giornali hanno raccontato che egli, febbricitante di collera, di paura, di spasimo, gliene rinfacciò sei: e la donna altera, insolente, ebbra di sè stessa, rispose: — Ebbene, tu sei il settimo!

Forse le sue labbra ebbero un sorriso simile ad una fiamma livida; ella teneva sul tavolo una rivoltella, comprata poco prima per minaccia: era seminuda... entro una camicia rosea, spumeggiante di merletti, non temeva, non vinta ancora, invincibile; e un'altra fiamma guizzò su la bocca di un'altra rivoltella, e la donna cadde subitamente vinta.

Voleva egli uccidere? Aveva nemmeno più la forza di volerlo?

In questi tristi drammi quasi tutto è mistero; il fango non ha bisogno di essere profondo per essere opaco: è difficile indovinare quanto l'attore non è sincero nemmeno con sè stesso. Certi amori sono fatti di odio e di lussuria; in certi assassinii la vittima vera è colui che uccise; in quasi tutti i delitti della passione il più innocente è colui che più vi sofferse e più nobilmente.

Adesso il dramma dello scultore aiuterà sui monti e sul mare, nelle ville, nelle stazioni dell'ozio e dell'eleganza, le ultime conversazioni estive, mentre egli, solo, davvero solo forse per la prima volta, nel silenzio del carcere, davanti a sè stesso vedrà finalmente la verità della propria tragedia.

Ma che importa, se nemmeno egli potrà rivelarla?

17 agosto 1905.

L'ULTIMO BRIGANTE

Così lo ha definito da Napoli uno degli ingegni più illustri e più vividi del giornalismo italiano.

Eppure in questo delinquente, che appassionò per anni tutte le fantasie come in un lungo duetto col governo, mentre le popolazioni dell'Aspromonte parteggiavano in tale caccia e i giornali di tutto il mondo ne raccontavano gli incidenti, non sembrano visibili i segni del brigantaggio, questa volontaria antica milizia delle ribellioni rurali.

La recente scuola penalista improvvisò al solito sopra di lui la diagnosi della degenerazione, ripetendo ancora il vecchio motivo del proprio sistema, senza che il pubblico si degnasse nemmeno di ascoltare e coloro già oppositori del nuovo paradosso sentissero il bisogno di ribattere il giudizio mandato dal clinico torinese di tutta la criminalità mondiale su questo bandito, a lui ignoto almeno quanto i principii della vera psicologia.

Musolino catturato aveva già involontariamente smentito la leggenda del brigante, salito dal misterioso orrore della foresta come un fantasma nella immaginazione della gente, e sempre armato, col profilo tagliente, il moschetto infallibile, il cuore freddo e duro come una roccia, l'occhio aperto come quello di un gufo nell'oscurità della notte, l'orecchio attento anche nel sonno entro le grotte delle selve, che cullavano col loro murmure di oceano i suoi torbidi sogni di assassino.

Egli era fuggito come il più timido dei ladruncoli campestri all'improvvisa apparizione di due carabinieri, che non pensavano certo al caso mirabile dell'incontro; fuggito colla prontezza di un fanciullo e l'angoscia di una donna, senza sapere, senza vedere, ignorando campi e sentieri, incespicando nei ferri delle viti ed arrendendosi senza nemmeno trarre nè il coltello nè il _revolver_, che portava nelle tasche come un viatico.

Il terribile bandito era un vile: questo ultimo erede dei Porporato, di Fra Diavolo, di Ninco Nanco, nei quali tratto tratto rivivevano le feroci potenze degli antichi condottieri, non aveva mai avuto una idea, non sentiva la passione del brigantaggio, non era riuscito a comporsi una banda, a pensare cosa potesse essere nel mondo moderno la vita e la lotta di un bandito contro tutta la società.

Figlio di un oste, non aveva nelle vene che un sangue di contadino; nessuna bellezza e nessuna forza nel corpo, non un orgoglio nello spirito, non una luce nel cuore. S'innamora violento ed improvviso, ma non sa innamorare la fanciulla; chiede la sua mano ed è respinto, ed allora come uno stupido monello percuote più volte, vilmente, all'imprevista, colle mani, con un bastone, persino col manico di una scure la vecchia, che non vuole essere sua suocera.

Poi si trova a caso dentro una rissa, vi è ferito leggermente, mentre urla al compagno: Difendimi, spara! — Perchè quella rissa? Chi aveva ragione? Chi vi apparve più forte? Certamente non Musolino; ma l'indomani alcune fucilate sono tirate contro quei suoi nemici ed egli è accusato, condannato a ventun anni di galera, benchè quei colpi non avessero ucciso alcuno.

Evidentemente la condanna era eccessiva, assurda, e Musolino si proclamò innocente: forse lo era, almeno io lo credo, perchè soltanto tale innocenza e tale condanna possono in un animo debole come il suo, senza alcuna intellettuale perversità di furto, o vorace sensualità di sangue, o fantastica superbia di comando, o selvaggia passione di ribelle nella primitiva libertà dei boschi, spiegare l'improvvisa non più mutata manìa di vendetta.

Egli vi soccombe pel primo: tutto il suo spirito e il suo corpo ne ammalano, non pensa, non vede, non sente altro: colpire coloro, che hanno determinato la sua condanna alla galera; ma evaso dal carcere con due compagni, che presto ricadono nelle mani della giustizia, non sa nel perseguimento di questa vendetta essere nè logico nè terribile, nè implacabile nè rapido, quindi uccide come a caso, graduando i colpi dalla fucilata «di chiarenza» a quella mortale, sparando quasi sempre da lontano, spesso sbagliando il colpo e ingannandosi sulla vittima, e non mai un rischio rileva il suo coraggio, o un agguato scopre il suo ingegno, o un'altra passione attraversa questo suo dramma montanaro, fosco e limaccioso come un padule.