Fuochi di bivacco

Part 10

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Nessun poeta ha saputo ancora cantarla, ma oggi i poeti fanno soltanto dei versi: i socialisti stessi la ricordano appena in qualche commemorazione, ma la Comune di Parigi segna un'epoca nella storia d'Europa. Soltanto bisogna essere uno storico e un pensatore molto alto per coglierne esattamente il significato e fissarne la fisonomia nell'immenso tumulto di tutti i fatti e di tutte le idee antagoniste.

Luisa Michel combattè come un'antica Valchiria, e d'allora non sognò più che di battaglie: quando il suo battaglione rientrò decimato a Parigi, ella si unì ad altri per combattere ancora: imparando che la madre è prigioniera, corre a costituirsi per ottenerle con questo sacrificio la libertà: dinanzi al supremo tribunale di guerra risponde insultando e minacciando; deportata alla Nuova Caledonia, vi si muta pei compagni di pena in una suora di carità, consola e non vuole essere consolata, perchè gl'inconsolabili soltanto possono consolare. E dopo, daccapo in Francia, sotto la vigilanza della polizia, le minacce dell'esilio, nella effervescente confusione dei nuovi partiti non capisce più e non è capita: il suo odio intrattabile è diventato ragionevole negli altri, il suo sogno di guerra sanguinante e fiammeggiante non è più che una realtà parlamentare fra comizi e scioperi: non si predica più la morte ma la vita; la virtù non si esprime più immolando sè stessi, ma mortificandosi in una piccola e continua disciplina per conquistare un palmo di terreno, un'ora di riposo, una mezza lira di aumento nel salario. La vergine rossa approva, ma soffre: ciò è troppo poco, troppo facile; ancora una volta afferra la propria bandiera nera, simbolo di dolore e di morte, e alla testa di una turba sulla spianata degli Invalidi riappare sognatrice di un sogno. E la condannano a sei anni di reclusione: graziata poco dopo, ricusa la grazia, così che bisogna cacciarla dal carcere colla forza: poco dopo ancora l'arrestano e le minacciano il manicomio.

Così la sua passione era finita.

Ma qual poeta rivelerà la sua anima?

Madama Akermann, l'illustre poetessa, fu una santa dell'ateismo: i suoi versi contro Dio sono belli, perché la rivolta del suo amore umano è puro ed eroico: si freme e si trema leggendoli. Luisa Michel era una sorella spirituale di madama Akermann: questa non amò che il marito, quella non amò forse alcuno.

Ma se la sua verginità seppe attraversare immacolata la vita senza nemmeno chiedere di essere compresa, questa virtù depose contro le sue idee, e, come sempre in tutte le anime, la virtù ebbe ragione. Per amare l'umanità e spingersi e spingere gli altri al sacrificio, forse non bisogna chiudersi nell'amore di alcuno; ogni olocausto ha d'uopo di altare: tutte le santità sono sorelle, l'odio si congiunge all'amore sulla stessa cima, la ribellione e la tradizione si fondono nell'antitesi del medesimo sforzo.

Povera vergine rossa, se vecchia, sola, abbandonata, tremò di essersi ingannata nel lungo sacrificio e rimpianse di non aver amato come intorno a lei tutte le altre donne! Povera vergine rossa, se nelle ultime ore, dalla imperscrutabile tenebra della morte, dal mistero anche più imperscrutabile della vita qualche guizzo di una voce o di un suono la sferzò sul viso e sul cuore come una ironia!

Eppure ella visse bene, perchè visse solamente per gli altri.

9 aprile 1904.

IL PRIGIONIERO

Mentre le vampe della rettorica democratica si abbassano fumigando intorno ai fantastici palazzi del Gran Sultano, che la promessa costituzione sembra avere avvolto di una impenetrabile nube, altre lingueggiano e stridono nella grossa metropoli lombarda intorno al monumento dell'imperatore prigioniero. Egli è là, nel cortile di una vecchia casa, sul canale vinciano, immobile nel solenne e cortese saluto; forse egli ricorda ancora troppo bene la lunga, piccola, fortunosa ed inutile tragedia del proprio impero, per sentirsi impaziente di riapparire, nell'artistica bellezza regalatagli dal grande scultore, agli occhi disattenti della folla.

Ho detto grande, perchè il monumento, nella sua superba semplicità, è forse il più bello, che l'Italia vanti dopo quello di Garibaldi sul Gianicolo, e lo scultore dovette morire nell'ineffabile dolore di una negazione, che uccideva l'opera della sua arte nell'ultimo rissoso carnevale di una politica senza verità nella storia, senza poesia nella vita.

Allora, quasi all'indomani della nuova proclamata repubblica francese, gli avanzi del partito mazziniano si accanivano sul morto imperatore; proclamavano sfregio alla repubblica di Parigi l'effigie di Napoleone III salutante in una piazza di Milano la risurrezione italiana dell'antica capitale lombarda; evocavano le ombre di Aspromonte e di Mentana, tornavano agl'improperii sul primo goffo tradimento del '31, che nemmeno tradimento fu. Sul vento della grande bufera vittorhughiana, che rapiva nella propria frenesia anche le piccole strofe carduccesche, così classicamente composte nel volo, l'esultavano di collera eroica sulla morte della repubblica romana, che Cavaignac aveva ucciso soltanto per preparare il secondo impero napoleonico; e tutti nel piccolo sonoro partito, ingrossando la voce e le parole, sembravano crescere nell'Italia, già dimentica della propria tragedia rivoluzionaria e febbrilmente ansante nella preparazione della propria conquista industriale, una severa, eroica passione di patria.

Sciaguratamente non era vero. Qualche superstite, come il colonnello Missori, omerica figura di soldato oggi ancora immutato nell'odio all'imperatore, poteva e doveva essere creduto; ma tutta la rettorica di Cavallotti e di Bovio, affannati a salire trionfalmente sul cadavere imperiale per farsene uno sgabello di piazza, era troppo falsa nel tono e povera nel pensiero e fredda nel sentimento, per accendere nelle anime nuove una qualche passione. Nullameno vinse.

I moderati di allora, capitanati da Negri, un sindaco ed un filosofo recentemente levato all'onore del monumento ancora conteso a Napoleone, indietreggiarono e tacquero.

Forse fu bene.

Oggi non il problema, bensì il pubblico è mutato.

La monarchia è così morta in Francia, che i suoi ultimi sognatori non vi arrivano alla decenza del sogno; la repubblica, così sicura, che ha potuto rinunciare al lusso della gloria militare e all'orgoglio di un primato europeo: il secondo impero, già lontano nei ricordi dell'ultima generazione, senza poesia di leggenda, senza superstiti forme di grandezza nella nazione, è diventato da tempo motivo di storia. Ollivier, il suo ultimo ministro, invecchiato nel silenzio dell'abbandono, colla mano tremante e la fronte già fredda dell'ombra sepolcrale, scrive e sogna di essere il suo grande storico.

Il secondo impero fu la conseguenza del primo: questo il poema, quello l'avventura: il primo imperatore era il genio dell'impero, che nella caduta e nella condanna di tutte le monarchie proclamata dalla grande rivoluzione francese, doveva tentare la loro resurrezione in un'ultima unità imperiale, e invece non s'accorgeva di essere il messo misterioso della rivoluzione, incaricato soltanto di provare ai popoli la nullità dei loro re: quindi andò, vinse, rovesciò dinastie e monarchie, cancellò, ricompose, sognò, disparve e si destò solo, più grande, prigioniero, morente a Sant'Elena.

Il secondo impero e il secondo imperatore capitarono ultimi di un'altra serie, estremo esempio e prova che nel grande paese della rivoluzione la monarchia aveva finalmente cessato. Infatti, dopo la prigionia del primo Napoleone tutti i re si tastano la corona sul capo e sorridono di sentirsela ancora: il cattivo sogno è dileguato, la rivoluzione vinta, i popoli si levano osannando ai propri sovrani. I Borboni tornano: Chateaubriand, l'incantatore cristiano, preso anch'egli nella forza del proprio incantesimo, declama il nuovo presagio: «Signori, niente è accaduto, soltanto oggi in Francia vi è un francese di più». Questo francese era Luigi XVIII. E l'esperimento incomincia. La rivoluzione sopravvive nella nuova costituzione largita dalla carta: il primo re pare un sonnambulo, ignora la rivoluzione, non ha capito l'impero, non crede alla carta, sorride sarcasticamente della aristocrazia alla quale cura le piaghe, ha un'amante, l'inganna e ne è ingannato, passa e soccombe in un prologo. Suo fratello Carlo X vuole essere re, e un soffio di piazza lo gitta un'altra volta sulle vie dell'esilio: quindi l'esperimento costituzionale prosegue con Luigi Filippo, un usurpatore, al quale può benissimo convenire la formula repubblicana: il re regna e non governa.

Invece vuol regnare, governa troppo e troppo male, non ha tradizione, non può trarre dal presente un avvenire, e una rivoluzione incruenta lo rovescia. Questa volta non è più un re che cade, ma un borghese, che rientra nella borghesia. Ma la repubblica, improvvisata in piazza, è ancora troppo precoce: dovrebbe essere di popolo, e invece deve vivere della borghesia, che non la vuole ancora per diffidenza della plebe, per orgoglio del proprio privilegio, e soprattutto perchè l'estremo esperimento monarchico non è ancora esaurito. Ecco l'impero del terzo Napoleone: nato di una reazione, servo del clero, costretto all'avventura militare, a sognare la gloria, a stordire la Francia con un primato artificiale ed effimero, a sedurre il popolo con un vago profumo socialista, condannato ad essere sempre in guerra senza poter profittare di nessuna vittoria, incapace di fondare una dinastia, di affermare una idea, di farsi di un qualunque interesse un baluardo.

L'imperatore è anche più contraddittorio.

Troppo piccolo per meritare l'oceanico assalto di Victor Hugo, non trova nemmeno una imperatrice per moglie; ha un esercito ed appartiene ai generali, tutti i ministri lo superano; la tradizione del grande impero e del grande imperatore lo spingono contro la monarchia: arresta lo zar Niccolò sulla via di Costantinopoli, ma, ritentando l'impresa d'Italia, dovrà arrestarsi davanti all'Austria e davanti al papa. Imperatore rivoluzionario, la rivoluzione l'oltrepassa e lo nega: così, dopo aver aiutato l'Italia vorrà contraddire la Prussia, e cadrà senza onore nè d'impero nè di guerra. Ma prima il suo sogno d'impero universale avrà condotto alla fucilazione sui piani di Queretaro un altro imperatore.

Che cosa restava dopo alla Francia? Tutte le prove monarchiche non erano esaurite?

Ma senza Napoleone e senza il secondo impero la terza Italia non è nemmeno concepibile. L'eroismo di Mazzini e di Garibaldi, il genio mercantile di Cavour non bastano: manca la passione nella massa, manca un esercito sufficiente contro l'Austria e i tiranni interni. Purtroppo la vittoria del '59 è francese: Cavour non avrebbe proclamata la guerra senza l'alleanza francese, senza questa l'Europa non ci avrebbe consentiti i risultati della vittoria. Purtroppo ancora Napoleone III, non Vittorio Emanuele II, entra solennemente vincitore a Milano, e l'Italia ancora serva di tirannelli inani ed inermi non esplode cacciandoli.

Solferino nella storia italiana è una data come Legnano. Che importa il segreto pensiero dell'imperatore, se il suo era davvero un pensiero, mentre la storia lo ricusò? che importano le contraddizioni del suo impero egualmente vittima della rivoluzione e della reazione? Mentana non cancella Solferino e non potè salvare nemmeno il papato.

La storia è impersonale nel proprio trionfo: annulla tutti gli attori, e quando si rivela con essi non è tutta in essi.

Napoleone III, che entra a Milano, è la Francia rivoluzionaria ed imperiale, che doveva compiere la resurrezione d'Italia: lasciate che il suo bel monumento si levi sopra una piazza salutando la folla che saluterà. Napoleone e l'impero sono morti; ma nella memoria d'Italia il loro fantasma durerà, immortale: il loro monumento prigioniero in un cortile significherebbe soltanto che l'Italia non ha ancora acquistata la coscienza della propria storia.

Invece un altro secolo è già cominciato, che le impone di superarla.

31 ottobre 1908.

L'ORRORE DEL VUOTO

Pochi giornali inglesi urlano allo scandalo, tutti gli altri tacciono in un silenzio meditato.

L'altro ieri nel pomeriggio si compirono i funerali di Herbert Spencer, semplici, inavvertiti: nè rappresentanti del governo nè della scienza; appena qualche amico o discepolo, ma il più illustre, colui che doveva colla propria eloquenza di poeta dare l'estremo saluto al grande morto e da questo medesimo prescelto al solenne ufficio, era assente. La salma fu cremata nel forno di Golden Green Duck, e l'urna delle ceneri portata al cimitero di Highgate per essere chiusa entro un volgare sarcofago, sul quale, per volontà espressa dal filosofo, non verrà incisa alcuna iscrizione, almeno per un anno.

Perchè tale riserva in tale tempo? È difficile immaginarne il motivo.

Vissuto sempre nella più oscura mediocrità, anche al culmine della gloria, quando da tutte le lontananze del mondo salivano al suo nome urli di battaglia e grida di trionfo, egli non parve mai accorgersi della propria sovranità ideale. La pensione, nella quale si era quasi rifugiato, non accoglieva che piccola gente, sbandati della vita che passano soltanto o restano per non sapere dove andare; ed egli non appariva loro che come un altro estraneo senza distinzione signorile, quasi povero, silenzioso, con una fronte troppo alta, così alta che a molti doveva parere ridicola. Ma così le montagne, quelle fronti che dominano gli orizzonti, hanno altezze e candori inverosimili, silenzi che agghiacciano e rombi che spaventano più da lontano che da vicino; eppure la gente che vive alle loro falde se ne accorge appena, e guarda meravigliata se un qualche straniero davanti ad esse si accenda d'entusiasmo.

Il vecchio filosofo lo era abbastanza per sorridere bonariamente anche in questo caso.

Egli non amò la gloria come Hegel, pur avendone conseguita una tanto più vasta di quella che avvolgeva come in una nube sacra l'immenso genio tedesco; non si nascose al mondo come Spinoza, l'ultimo genio ebraico, che si fece un deserto entro una piccola bottega da occhialaio e visse e mori incognito sulle cime della propria metafisica, arida ed irta come una roccia di granito; ma inglese nel corpo e nell'anima, filosofo dell'industrialismo moderno, ne accettò tutte le volgarità anche nella propria vita dalla compagnia promiscua di tutti i giorni in una locanda anodina e quasi anonima: passò lungo le scuole senza entrarvi nè professore nè scolaro, lasciò regnare le proprie formule senza chiedere loro nè uno scettro, nè un mantello d'ermellino.

Così, senza accorgersene, rappresentava il proprio tempo meglio ancora che non ne riassumesse davvero nella vastissima opera il sentimento ed il pensiero. Filosofo d'Inghilterra, che ne ha avuto uno solo nell'ora più densa della lunga notte medioevale, egli fu, come tutti gli altri, i più illustri, un condensatore dell'intelletto comune, evitando egualmente le cime e le profondità; la sua filosofia non è che una geografia vasta quanto il mondo, ma non più profonda della sua crosta; la sua originalità non è che nell'ampiezza, la sua forza nella semplicità dell'argomentazione, la sua dignità nella coscienza dei limiti, la sua espansione nella facile sicurezza dei fatti. È quasi tutto vero quanto egli afferma, ma la spiegazione diventa sempre insufficiente alla seconda domanda: la sua ragione si contrae per rimanere esatta e s'impicciolisce nel fenomeno che esamina; il suo cuore non ha echi di altri mondi, il suo pensiero bagliori di altri cieli, la sua memoria ricordi di altra vita, la sua fantasia necessità di altre forme. La filosofia del buon senso, che guadagnò con Bacone la prima vittoria, ottenne con Spencer il supremo trionfo mondiale. Sciaguratamente il buon senso, per quanto migliore del senso comune, non basta nè alle basi della scienza nè alle altezze della filosofia: indispensabile come l'aria e la luce ad ogni quadro, non può dichiararne il significato e rivelarne l'anima; è la guarentigia più sicura della vita e la sua insufficienza più dolorosa.

Vi è il vuoto dentro di esso, al di sopra e al di sotto.

Ecco forse il perchè dell'indifferenza, peggio anzi, dell'ingratitudine della folla, grandi e piccini, ricchi e poveri, nobili e plebei, governanti dello stato e delle scuole, davanti alla salma dell'illustre filosofo, il più inglese che l'Inghilterra abbia avuto. Vivo, egli era quasi impersonale nella insignificanza della propria vita: la sua enciclopedia, si può ben chiamare così, era come l'enorme libro mastro della ricchezza intellettuale moderna, ma della ricchezza soltanto commerciabile, alla quale tutti possono sperare di giungere, facile al desiderio, non difficile al possesso. Morto, il suo libro mastro resta ed il problema della morte non può entrarvi.

Indarno sul forno crematorio, che arse la sua salma, è incisa l'iscrizione: MORS JANUA VITAE; giacchè queste bibliche parole sono più profonde di tutta la filosofia spenceriana, e invece di una spiegazione diventano un enigma sulla fronte del forno. Ma Spencer ne avrebbe sorriso ironicamente come di una stonatura letteraria.

L'Inghilterra, così pronta alla vanagloria delle proprie superiorità, si è chiusa dunque nella quotidiana indifferenza prosaica dinanzi alla bara del grande filosofo, di colui che regnò per trent'anni sul mondo come il suo commercio e la sua industria.

Forse la bigotteria religiosa odiava in Spencer la calma dell'incredulità, quella aristocratica la forza degradatrice del suo pensiero borghese, l'altra democratica la supremazia del suo individualismo su tutte le tumultuarie pretese della moltitudine.

Ma un istinto fors'anco ha riunito come in una paura incosciente tutte le anime, che la vita distrae nella propria operosità, e la morte scrolla ad ogni richiamo: esse hanno tremato dinanzi alla bara del pensatore, che aveva dichiarato l'inutilità dell'inconoscibile ed era morto senza chiedere soccorso ad alcuno. Nella sua bara non vi era una speranza: percotendola in turbamento devoto, nessuna voce e nessuna eco avrebbe risposto.

L'anima e la natura hanno egualmente orrore del vuoto.

Che cosa poteva dire la morte di Spencer al cuore dell'Inghilterra?

Perchè non ha egli trovato la parola da scrivere sulla propria tomba? Eppure era quella che tutta l'Inghilterra e tutto il mondo aspettavano da lui: la parola suprema, che si lancia nel mistero perchè dal mistero discesa, che ha sonorità interminabili e bagliori inestinguibili; la parola, che la ragione non può dire e il cuore reclama, grido di fede, urlo di speranza, invocazione all'inconoscibile, dentro il quale la nostra conoscenza è come la perla nell'oceano e l'astro nel cielo; la parola di tutti, senza la quale la vita finisce alla morte.

_Mors janua vitae_: gl'industriali del forno crematorio avevano pur trovato nella Bibbia queste belle parole per inciderle sopra la sua bocca: una stonatura: qualche cosa come un frontile di perle sopra un cappello a cilindro.

Ma la poesia vigila a tutte le porte e reclama i propri diritti di pedaggio: chi passa oltre senza pagare non passa che inavvertito.

Spencer è passato così.

21 dicembre 1903.

CIECO CONTRO CIECO

L'Inghilterra è pronta a sollevarsi ancora una volta alla voce del suo più grande filosofo, Herbert Spencer, morto quasi fra la pubblica indifferenza.

Egli riappare intero, vivo e vibrante, in una autobiografia, possentemente intravata come il suo sistema, al tempo stesso cornice e ritratto, colla minuta esattezza nei fatti e la più scrupolosa verità nel racconto. Ma questa autobiografia, da lui medesimo chiamata storia naturale di un filosofo, non sarà che la storia del suo pensiero e del suo lavoro, perchè Spencer pensò e lavorò soltanto, spettatore della vita, alla quale in cinquant'anni chiese ostinatamente il segreto per confessare, vecchio e morente, nelle ultime pagine dell'ultimo libro, che il fanciullo eterno si risveglia sempre nell'uomo e che l'uomo non può rispondere alle domande del fanciullo. È dunque questi che ha ragione? Il filosofo non risponde se non rimpiangendo le credenze religiose degli ignari, piccolo, aereo ponte gittato dalla loro fantasia sul mare dell'inconoscibile, capanna aperta a tutti i venti, ma inghirlandata di fiori sempre freschi in mezzo al tumultuoso e rovente deserto della vita.

Spencer è un filosofo, ma soltanto un filosofo inglese. La sua fantasia appare povera, il suo sentimento arido: la stessa morale, che aveva deviato Carlyle nei giudizi dell'arte, restringe e impoverisce Spencer: la sua teoria della musica è appena una teoria dei suoni, e il suo gusto nella pittura sempre volgare, malgrado l'indipendenza della originalità; ignora la letteratura, e quasi sempre tratta la vita come un botanico che per sentire un fiore ha bisogno di essiccarlo.

Il suo primo odio fu Omero: la traduzione di Pope è celebre come quella di Monti, ma inspirata allo stesso classicismo, senza nè intendimento di epopea nè divinazione dell'antico: e forse Spencer vide il rude gigante greco attraverso l'omiciattolo inglese, il letterato più letterato dell'Inghilterra.

Quindi dichiarò che avrebbe pagato una grossa somma, egli povero, piuttosto che seguitare ancora oltre il sesto canto.

Antipatia ed obbiezioni erano soprattutto morali. E si ricordava ancora dei propri primi saggi contro l'insegnamento classico, che prosegue inutile ed esuberante nelle nostre scuole moderne; e di tutta quell'altra critica, in lui metà istintiva e metà logica, sullo scopo dell'arte e della scienza, che debbono migliorare la vita e perfezionare i dati della morale, rimasti poi così slegati ed inconsistenti, quando più tardi egli tentò di dar loro una base in un libro.

Ma egli non poteva sentire Omero.

Platone stesso, un filosofo, o forse meglio un poeta della filosofia, aveva assai prima di lui condannato il gran cieco senza dubitare come noi della sua esistenza, perchè l'antichità non dubitò mai di Omero. Vico, un altro filosofo, molto dopo scompose ed annullò il poema per trarne materiali ad un fantastico edificio di storia, il quale invece era anch'esso una poesia, un sogno, che pretendeva indarno di chiamarsi Scienza Nuova; poi la critica tedesca, ripetendo le temerità della vecchia critica alessandrina, spezzò il poema e ne gittò all'aria i canti, che ricadendo sul cuore della gente si ricongiunsero nell'immutata, insuperabile figurazione di bellezza.

Certamente non tutto Omero era bello come pretendevano i letterati della scuola; certamente qualche altro aveva cantato vicino a lui con voce meno solenne sopra un'arpa meno armoniosa, e voci e canto si erano confusi: forse il poema, tal quale fu ricomposto da Pisistrato, era già monco; forse se l'Odissea fu l'opera dello stesso uomo, l'Iliade non finiva come per noi colla morte e il supplizio di Ettore.

Ma il poema è uno e ben greco nell'umanità bassa, spesso volgare de' suoi iddii, non molto antico nella forma e nel sentimento dell'eroismo, molto vero nella precisione delle battaglie, che Napoleone primo ammirò spingendo questo entusiasmo sino al disprezzo di Virgilio. Infatti come Spencer davanti ad Omero, Napoleone di fronte a Virgilio, il più ammirabile poeta di gabinetto, doveva prima sorridere poi sdegnarsi: gli eroi dell'Eneide non sono epici, i soldati non sono barbari: poi Virgilio non sa la guerra come Omero, non l'ha vista, e l'avrebbe probabilmente vista indarno.

È un artista della poesia, un orefice del verso, un musico della parola. Le epopee non possono nascere nei secoli classici: bisogna essere un eroe per crearne un'altra; il tempo di Augusto ebbe Virgilio, da quello di Leone X uscì il Tasso, dall'altro di Luigi XIV Voltaire.