Frutti proibiti

Part 1

Chapter 13,893 wordsPublic domain

SALVATORE FARINA

FRUTTI PROIBITI

(Fiamma vagabonda)

QUINTA EDIZIONE

MILANO LIBRERIA EDITRICE CONTEMPORANEA Corso Porta Nuova, N. 36

Proprietà letteraria

MILANO 1892 — TIP. PAGNONI

A CHI LEGGE

(Dalla quarta edizione.)

_Ripresentando al pubblico una vecchia conoscenza dopo tanti anni, v'è pericolo che nessuno più la riconosca e si ricordi di averle fatto buon viso. In questo caso il pericolo è cresciuto, perchè il lavoro di oggi differisce in molti punti dal primo, segnatamente nello stile. Ho pure aggiunto e mozzato alcune pagine — se facendo bene o male lo dicano gli amici — ad ogni modo io ho sempre temuto che lo stile di questo racconto fosse ammalato d'asma, ed ora mi pare di averlo guarito. Il risultato della cura non sarà, temo, una salute florida, ma il metodo da me seguito può tentare i curiosi a rileggere il libro, e, se non m'illudo, giovare ad alcuni letterati giovanissimi, i quali anche se gridano forte per far pompa di buoni polmoni, mi paiono intaccati dallo stesso male. Ora gli anni non sono rimedio infallibile, e perciò un esempio non può far danno._

_Perchè il pubblico fosse avvertito, prima di comprare il libro, che non lo si vende come una novità, e perchè d'altra parte della nuova fatica apparisse una traccia indiscutibile almeno sul frontispizio, mi è parso di dovere accoppiare al vecchio titolo del romanzo un battesimo nuovo._

L'AUTORE.

FRUTTI PROIBITI

I.

Il signor Riccardo Celesti di professione innamorato

Si chiama Riccardo, come parecchi eroi da poema epico e da romanzo sentimentale, e molte signore maritate autorevolissime dicono che il suo aspetto conviene mirabilmente al suo nome stante che, salvo il nodo della cravatta e qualche altro accessorio indispensabile all'abbigliamento delle moderne divinità, egli rammenta in tutto l'Apollo del Belvedere.

La sua statura è alta senza essere lunga, il suo corpo snello e dritto senza essere smilzo, il viso pallido, ma non scolorito; aggiungete due grandi occhi neri tagliati a mandorla, una selva di capelli neri tagliati alla Nazzarena, i calzoni e il panciotto tagliati all'ultima moda, e avrete il _fascino_, il suo fascino, quello che lo rende irresistibile.

Pur qualche cosa non corrisponde al classicismo del rimanente; per esempio, il naso pochissimo greco e molto gallico, vale a dire rivolto all'insù, come per mettersi in salvo dalla bocca che lo minaccia; ma questi difetti sono meravigliosamente corretti da due baffi a punta che basterebbero essi soli da assicurare il trionfo d'un angolo facciale.

Lo splendido edifizio ha poi una fortuna corrispondente ai suoi meriti, quella d'essere il domicilio legale d'una grand'anima. Dico _legale_ per amor di precisione, perchè si sa che le grandi anime hanno il vero domicilio nel cielo: il nostro Riccardo ha infatti i suoi momenti di negro umore, nei quali sembra indovinare indistintamente la propria natura celestiale, e considerare in buona fede le sue forme apollinee come il carcere duro d'uno spirito eletto.

Si sa: sono nature esuberanti, le quali sentono in un modo ignoto al volgare il tristissimo peso della vita, e formano la schiera compassionevole che passa incompresa in mezzo alla turba massiccia. La loro missione in terra (questo è notorio) è l'amore, spasimo e dolcezza a un tempo, fantasma che insegue lo spirito inesperto della vergine, fiamma che di preferenza si apprende pietosamente ai cuori profanati dall'ebetismo maritale, per purificarli.

Werther e Jacopo Ortis sono di questa famiglia; Don Giovanni, Faublas e Richelieu essi pure; ma la natura — benefica — non si arresta alle due forme tipiche; più generosa dei poeti e dei romanzieri, tra il sentimentalismo puro e il cinismo puro ha posto saggiamente un ampio intervallo destinato all'eccletticismo puro. Così avviene che Riccardo è un po' meno Jacopo Ortis di Werther e un po' meno Don Giovanni di Richelieu; e questa indipendenza tipica è tutta a profitto del suo nobile cuore e della sua grand'anima; però che (non si scoraggino gli adolescenti ben pasciuti e timidi) qualche volta è lecito avere un cuore nobile e un'anima grande anche senza essere Werther e Don Giovanni, purchè si abbiano venticinque primavere e gli occhi tagliati a mandorla.

A chi immagina che una creatura così fatta, non potendo avere le nuvole per abitazione e due alucce di farfalla appiccicate sotto le scapole, debba almeno alloggiare in una specie di paradiso terrestre, tutto pispiglio di canarini e profumo di fiori, mi duole di far sapere che la stanza da letto, lo studio e il salotto del nostro Riccardo, sono addobbati col gusto d'un epicureismo solido, e che puzzano di tabacco in modo che i canarini vi buscherebbero l'asma e i fiori vi morrebbero di asfissia.

L'assenza del regno vegetale e dell'ornitologia nelle stanze dell'eroe di questo racconto è per altro abbondantemente compensata dalle belle arti, che vi sono rappresentate da una comitiva di Veneri fotografiche, litografiche e oleografiche, di tutte le scuole e di tutti i tempi, le quali sfoggiano la loro nudità dietro le nebbie del sigaro.

Non sono che le dieci del mattino, e parrebbe un'ora inconveniente per penetrare la prima volta nelle stanze d'un galantuomo, se non ci proponessimo di fare ampia conoscenza coll'inquilino e di usare presto con lui della massima familiarità.

Il primo sguardo buttato su quel disordine che si è convenuto di dire artistico, e la cui ricetta consiste press'a poco nel far sedere le ciabatte in poltrona, nel mettere a letto il paracqua e nel collocare una spazzola fra i volumi della libreria, il primo sguardo, diciamo, apprende una cosa importantissima a sapersi, ed è che il signor Riccardo, dottore in ambe leggi, di professione sentimentalista, ha i migliori requisiti per serbare intatta la dignità del sentimentalismo, vale a dire i mezzi e l'abilità di non far nulla.

Immagino che a nissuno premerà di sapere appuntino quanto rendano in lire e in centesimi le prosaiche risaie lasciate al nostro eroe dal babbo e dallo zio, dei quali fu l'unico erede; certo egli stesso non lo sa bene, perchè non l'ha mai chiesto al suo fattore, ed abbandona volentieri tal briga ai fornitori ed alle fornitrici che vi sono in particolar modo interessati.

Il secondo sguardo ci mostra il sacerdote di questa specie di tabernacolo, in piedi dinanzi a una scrivania, col volto filosoficamente allungato, con le labbra contratte da un sorriso che pare figlio illegittimo di una medicina amara, con la chioma arruffata e gli occhi così illanguiditi da far temere che la Venere di Tiziano, la quale lo guarda dì nascosto, si tolga alla sua indolente positura e scavalchi la cornice per gettarglisi nelle braccia.

Vedi sulla scrivania a cui Riccardo appoggia le mani un fascio enorme di lettere, un mucchietto di mazzolini di fiori disseccati, un libro sdrucito, legato in croce da un nastro di seta azzurra; sopra una seggiola un cofanetto di legno di rosa a varii scompartimenti, in ognuno dei quali si trovano altri mazzolini, altri nastri e altre lettere. Una lettera giace pure aperta sul suolo, e Riccardo vi butta sopra un'occhiata ogni tanto, accompagnando quella mimica espressiva con un sospiro, che è la quintessenza del sentimento.

Prima di proseguire oltre, un lettore più curioso degli altri vuol sapere il contenuto di quella epistola.

Ai suoi comandi, signor lettore.

II.

Camilla a Riccardo.

Milano....

«È trascorso un anno dall'ultima mia lettera; or eccomi un'altra volta a voi per lo stesso fine — mi risponderete voi un'altra volta con un rifiuto?

«Spero di no. Il cuore ha i suoi diritti, ma il tempo ne ha di più imperiosi, e gli uomini si affaticano invano a lottare col tempo. Esso è un esattore inesorabile a cui dobbiamo pagare ogni giorno il nostro tributo di oblío.

«Ho aspettato un anno — ho aspettato abbastanza? Se nel rispondere ai miei timori interrogo la legge fatale che misura gli affetti, io dico: «sissignore.» A quest'ora voi dovete avermi dimenticata. Vorrei parlare un linguaggio più sicuro, e dire: «a quest'ora mi avete dimenticata;» ma sa Dio quale battesimo dareste a questa nuova scabrosità dei mio spirito.

«A ogni modo, quando anche il vostro cuore avesse durato fino a oggi nella sua prima baldanza, ho fede che voi appaghereste ugualmente la mia domanda legittima. Per poco che vi soffermiate a guardare nelle pagine del vostro libro segreto, quelle pagine dove tacciono soffocate le scintille degli incendi futuri, dove il desiderio ha rannicchiato i suoi germi fecondi, comprenderete voi pure non dirò la vanità della vostra lotta per arrestare un fantasma, ma il danno incalcolabile che ve ne proviene.

«Lasciate che vi parli francamente; l'eco di quella intimità, che un giorno corse fra di noi, me ne dà diritto; più ancora me ne dà diritto il mio nuovo stato di donna, poichè dovete sapere che se alla vostra età non sì è ancora _uomo_, alla mia si è _donna_. Il nuovo stato mi ha costretto a vivere in un anno quello che non avevo vissuto in venti; oggi ho la mia brava messe d'esperienza, e in certi sciagurati fardelli del cuore posso vederci meglio di voi, perchè me li sono tolti dalle spalle.

«Or fa un anno, quando io vi scrissi e voi mi rispondeste quelle parole solenni: «impossibile impossibile!» potevo forse compiangervi; oggi non saprei che riderne.

«Parliamoci dunque schietti. Qual è poi questo passato di cui tenete così care le memorie? Quattro anni or sono (badate sono proprio quattro anni) mi vedete, vi vedo, vi piaccio e mi piacete; io diciassette anni, voi ventuno; più fanciullo voi di me, ma fanciulli entrambi. Mi scrivete, vi rispondo, mi confessate il vostro amore e vi confesso il mio amore. Eccoci cacciati nel labirinto; eccoci in viaggio verso una méta. Quale? Il matrimonio? La colpa? Nè l'uno nè l'altra, per buona sorte. Noi viaggiavamo ignari verso l'esaurimento; quando tutto ciò che traboccava dal vostro cuore e dal mio fosse stato asciugato dal fuoco dell'amore, ci saremmo arrestati, ci saremmo detti «addio,» confortandoci a vicenda come due viaggiatori cortesi.

«Così doveva essere, così fu. Svampata la prima ardenza, i focolari furono presto due mucchi di cenere. Vi divenni e mi diveniste indifferente; smaniai in segreto di questa _vicenda fatale_, e lessi le segrete smanie del vostro cuore; m'affannai da stolta a ricolorire la tela delle nostre illusioni, e voi pure. Era sonata l'ora di separarci, e fui la prima a darvi l'addio.... per non essere l'ultima. Vanità di donna.

«Convenite che foste giuoco d'una meschina illusione. Ferito nell'amor proprio — e senza ombra di ragione, perchè a uno dei due questa parte doveva toccare — vi credeste ferito nel cuore; l'orgoglio offeso prese aspetto d'amore, e sentiste riardere, o credeste di sentire, ciò che da gran tempo non dava più nè luce nè calore.

«Arroventaste con le vostre mani il ferro di tortura e mi pigliaste un'aria inconsolabile che vi stava a meraviglia. Non me ne dolgo. Se ciò ha potuto risparmiare la vostra fede, se ciò ha potuto serbarvi una sola delle vostre illusioni, tanto meglio per voi.

«Passarono due anni; un uomo onesto mi offrì la sua mano; non era che un uomo onesto — poca cosa veramente per un innamorato, ma abbastanza per un marito — lo sposai. Vi scrissi ridomandandovi le inutili testimonianze dei nostri amori fanciulleschi. Parevami che il nuovo stato in cui io stava per entrare mi comandasse di svincolarmi affatto dal passato, di distruggere tutto ciò che nel mio cuore potesse rammentare una debolezza, per rinvigorirmi a una religione che io incominciava a sentire con una certa serietà — la famiglia.

«Rifiutaste di aderire alla mia preghiera.

«— Era la sola cosa che vi rimanesse, il culto delle vostre memorie; non volevate far muto ogni eco del passato, infrangere l'ultima corda d'un'arpa spezzata.» — Tale e quale.

«Per non addossarmi questo enorme carico desistei; pensavo: «il tempo mi farà giustizia.»

«Mi sono io ingannato? Non lo temo. La fedeltà, di cui vi faceste schermo una volta, è cosa che non è in noi, ma fuori di noi; le occasioni, il tempo, cento nonnulla di cui non sappiamo tener conto, possono sovr'essa più della nostra volontà. Si è fedeli contro il nostro proposito, spesso a nostro dispetto; si è infedeli del pari. Tutto ciò che in noi vive deve morire, ecco il segreto della sciagura umana. La morte non ci troverà più costanti; qualche sospiro, qualche rimpianto, qualche rammarico vano, qualche tardo pentimento, e poi più nulla. Un'immensa onda d'oblio lava le memorie delle tombe. Il nostro passato è anch'esso un sepolcro; credetelo, voi foste fedele assai più del necessario allo scheletro del nostro amore.

«Un'ultima parola — e questa non più all'amatore, ma all'uomo: — esaminate per poco i doveri del mio stato e misurateli con le compiacenze del vostro — il confronto vi dia la norma del vostro contegno.»

_P. S._ «Avrò il silenzio per un rifiuto: scrivendomi, fatelo al solito ricapito.»

III.

Un capitolo psicologico, ma breve.

La lettura di queste pagine ha naturalmente gettato lo scompiglio in quel nugolo di atomi dorati d'un cielo ipotetico, che dì solito popolano e fanno bella la solitudine della mente di Riccardo. Olimpia, Clotilde, Carmela, Malvina, Maria, e parecchi altri fantasmi di genere femminino, che avevano prima di Camilla acconsentito a palpitare all'unissono con Riccardo e a collaborare con lui alla compilazione degli epistolarii erotici che si ammirano negli archivii segreti del suo quartierino, avevano tutti, quale più, quale meno, tentato la stessa rivendicazione senz'altro frutto fuor quello di aggiungere un documento nuovo a un volume vecchio. Nessuna però aveva fatto il tentativo con tanta audacia, con tanta impertinenza, con una beffa così verisimile, come aveva saputo fare Camilla, la quale, per confessione dello stesso Riccardo, era assolutamente una donna adorabile, e in fatto di spirito si lasciava indietro un bel pezzo Malvina, Carmela, Maria, Clotilde, Olimpia e le altre creature più o meno adorabili che egli aveva a suo tempo platonicamente adorato.

Che cosa rispondere? È un gran quesito per un uomo, il quale tenga del pari a non profanare i propri sentimenti e a non passare per uno scimunito.

La miglior risposta, la più logica e la più arguta, varrà sempre meno del silenzio, che è anche la più spiccia; ciò è chiaro, è naturale, e voi e io ne sembriamo persuasi; ma andate a metterlo in capo a un uomo di spirito!

E poi Riccardo questa volta è determinato a restituire le lettere; egli si trova per ventura in uno di quei periodi di combustione cardiaca preliminare, in cui si è disposti a privarsi senza rimorso delle memorie delle fiamme antecedenti per poter credere più fermamente che non vi siano ceneri di sorta nel proprio cuore. I lettori comprenderanno meglio più tardi; intanto è certo che se Olimpia, Malvina, Carmela e Clotilde avessero colto questa occasione, o una consimile, avrebbero facilmente ricuperato i loro epistolarii e i relativi commenti in forma di nastri, di spilli e di ciocche di capelli.

Poichè Riccardo vuole arrendersi alla domanda di Camilla, una lettera è indispensabile, e siccome tutto il sentimentalismo concesso dall'occasione fu prevenuto scaltramente dall'antica innamorata, e non è rimasto in piedi altro che il cinismo, il nostro malinconico eroe avvia un ultimo sospiro sulla strada dei precedenti e accetta disperatamente il cinismo.

Ahi! povera anima!

IV.

Riccardo a Camilla.

«Mi avete scritto a Padova, mentre io sono da quattro mesi in Milano, ignorando finora di esservi così vicino; ed ecco la ragione dell'apparente indugio posto nell'aderire al vostro desiderio.

«Sono lieto che una specie di miracolo mi abbia fatto differire di giorno in giorno una specie di rogo, dove parecchie centinaia di lettere incendiarie dovevano confondere le ultime scintille e gli ultimi bagliori in un comune martirio.

«Certo voi non avrete dato fede a così meschino pretesto e vi sareste piaciuta ad abbellire con la vostra beffa il sentimentalismo che mi attribuiste in cuore fino a oggi. Non me ne dolgo; se ciò ha potuto in qualche modo rendervi più grato il profumo della vostra femminile compiacenza, tanto meglio per voi.»

«Perdonatemi se scherzo con le vostre armi: la _messe d'esperienza_ che avete raccolto nel campo del matrimonio non vi ha ancora reso tanto venerabile agli occhi d'un fanciullo, da fargli dimenticare che scrive a una donna di spirito.

«Ho depositato alla stazione della ferrovia una cassetta di ciliegio, specie di tabernacoletto che contiene la vostra parte di quel fuoco sacro di cui un giorno abbiamo entrambi divampato.

«Sono novantasei lettere, ordinate cronologicamente e salvo alcune traccie visibili di piacere o di dispetto nelle prime e nelle ultime, tutte benissimo conservate, tanto che in più d'una è rimasta qualche pallida reminiscenza di certi profumi inebbrianti; argomento incontrastabile della fedeltà dei profumi.

«Insieme con le lettere troverete quarantotto mazzolini disseccati; dovrebbero essere di più e mi addolora non aver pensato a serbare la raccolta intatta.

«Troverete pure un esemplare del _Werther_ annotato di vostra mano nei margini; il volume è legato in croce con un nastro di seta azzurra che portavate al collo nel ballo della contessa R.... a Padova; sulla coperta è uno spillo che conquistai nella stessa occasione.

«Infine una ciocca dei vostri capelli, e una striscia di panno verde con le iniziali intrecciate dei nostri nomi, lavoro segreto delle vostre mani.

«Vi mando la polizza col mezzo della quale potrete ritirare la cassetta.

«Vi è una testimonianza che io posso darvi e che voi potete accettare senza arrossire, quella della mia stima.»

V.

Bice a Riccardo.

«La zia Angelica è andata a letto; io ho trovato un pretesto e sono rimasta su a scriverti. È una buona donna la zia Angelica, ma è un po' curiosa, e se la ponessi in sospetto credo che non mi darebbe requie finchè non le avessi svelato tutto. Non ch'io mi vergogni di dire che ti voglio bene, ma mi pare che se altri conoscesse il mio segreto, tu saresti meno mio. E poi... non è ancora giunto il momento.

«Non sono che le dieci. Da noi sì va a dormire presto; quando eravamo in campagna era peggio; non sono sicura che i polli si addormentassero talvolta dopo di noi.

«Ho due ore per cianciare teco; qui nessuno mi vede, nessuno mi sente. La mia camera guarda in giardino, la mia finestra è spalancata; quando sollevo lo sguardo vedo una folla fitta di stelle, un cielo senza nubi, e le cime di alcuni ippocastani, che sì dondolano cullando le loro nidiate dì fringuelli. La brezza della sera, che viene a battermi sul viso, è passata in mezzo all'aiuola d'agerati e me ne porta i profumi.

«E dire che vi è della gente che non si cura di tutto ciò! Come sono sciagurati gli uomini! Hanno le stelle, hanno i fiori, hanno l'amore, e pensano... A che pensano? E lo so io a che pensano?... Pensiamo a noi.

«Perchè non mi scrivi? Mi fai il broncio? Davvero che dovrei fartelo io. Sono otto giorni, _otto giorni_, che non ricevo tue lettere. Dirai che io stessa non ti ho scritto, e che avrei dovuto esser la prima perchè _toccava_ a me. Mi par di sentirti; tu dirai così!...

«Ma lo sai bene che non posso; ho le mie faccende, io; da un lato la zia Angelica, dall'altro la cognatina... Bice di qua, Bice di là, tutto il santo giorno, e non ho un'ora di pace. Per te invece è ben altro. Che cosa hai da fare tu se non pensare a me?

«Ti ho parlato della mia cognatina? Sì, te ne ho parlato. Ti ho detto che è bella? Mi pare di no. Ebbene, sì, è bella, molto più di me, molto. Ho pensato per un momento che potrei diventarne gelosa, ma è maritata...

«Mia cognata mi fa ricordare mio fratello. Sappi adunque che egli arriverà fra otto giorni dall'Olanda, dove pare che abbia fatto un ottimo negozio di stagno. Tutto è pronto per riceverlo. Io sono fuor di me dall'allegria, mia cognata, pazzerella, ride tutto il giorno, perfino la zia Angelica sbadiglia meno del solito, e fa qualche piccolo furto alle sue ore di sonno. Nondimeno in questo momento io la sento russare; ne avrà per un pezzo.

«In una parola, dacchè la cognatina è ritornata dai bagni, la nostra casa si è trasformata, e ora che anche mio fratello deve riunirsi a noi ci par di abitare un Eden... addirittura.

«Se tu vedessi il mio giardino? Ci ho dei geranii doppi e delle verbene pezzate da far invidia; ho una vaniglia che aveva undici punte in fiore; io ne ho tagliata una per mandartela; ho sensitive, camare, asclepiadi, canne... Se tu vedessi!... Che dico? vedrai; devi vedere, e presto. Ho già il mio disegno e non vi rinunzio proprio. Appena arriva mio fratello gli salto al collo, lo bacio, poi mi fo seria in viso e gli domando un colloquio segreto. Egli sorride, acconsente, e io gli dico che ti voglio bene, e che bisogna sposarci subito subito. Mio fratello è buono e troverà che facciamo bene; allora tu vieni in casa nostra e... e vedrai il mio giardino. Che te ne pare? Non dire di no, non cercare di distogliermi; è un partito preso, non vi è rimedio.

«È tutt'uno. S'ha a fare prima o poi? Meglio prima che poi. Ma già, io m'affanno a convincerti, mentre tu la pensi come me. Parliamo d'altro.

«E di che altro ti ho a parlare? Mi si confondono così le idee, che non mi raccapezzo più, e ne avevo cento da dirti. Ma è quasi mezzanotte; la zia Angelica continua a russare spietatamente.... Vado alla finestra a salutare le stelle, e poi a dormire, a sognare di te. Addio.»

VI.

Riccardo a Bice.

«Non accusarmi perchè non ti ho scritto prima d'ora. Se tu sapessi quanto bene mi ha fatto la tua lettera! Se tu potessi leggere nelle torture del mio cuore! Ma non puoi comprendere, buona creatura, non puoi. La tua anima innocente non sa sentire se non l'amore, la tua mente serena non sa pensare altro che l'amore, il tuo labbro ingenuo sa solo dire l'amore. La natura mite, l'età inesperta e facile ti hanno risparmiato finora gli amari frutti della vita; tu sei fuori della vita, tu sei al disopra della vita. Le tempeste mugghiano ai tuoi piedi senza nemmeno sfiorarli; tu sei la fata di questo oceano burrascoso.

«Il cielo non voglia che tu possa mai comprendere lo strazio che può dare l'amore. Sono otto giorni che io divoro in segreto le mie smanie; otto giorni che mi propongo di ricercare sollievo nello scriverti, e che un sentimento di egoismo me ne trattiene. Soffrire in segreto, soffrire solo, alimentare lo spasimo collo spasimo — la più terribile e insieme la più dolce delle torture, l'acre, la irresistibile voluttà dei dolore!

«E se ricerco le cause che hanno suscitato le mie smanie, non posso se non sorridere della mia debolezza. Non di meno ho sofferto, soffro, e uno sgomento indefinito domina il mio spirito.

«Penso ai giorni che non sono più, rivedo a una a una tutte le larve che ha inghiottite quest'immensa voragine del mio passato, esamino la terribile solitudine che si è fatta nel mio cuore. Oramai tutto ciò che mi sta dinanzi non ha seduzioni per me; l'avvenire non ha parole, e il solo sentimento che mi fa vivere, mi atterrisce con la minaccia dell'abbandono.

«Mi hai tu compreso? Questo sentimento è il nostro amore; questa promessa lusinghevole che accarezza le titubanze del mio spirito, sei tu, tu sola.

«Uno spietato destino regola i moti del cuore umano; ciò che ieri amavamo, oggi ci è indifferente; ciò che oggi amiamo, domani ci sarà ingrato.

«Tu non lo credi, non lo puoi credere; hai visto l'orlo della tazza soltanto, e l'occhio tuo non ha potuto guardare ancora attraverso il fango della vita.

«Oserò dirlo, si, oserò dirlo; lo devo. «Che sarà di noi? Che sarà del nostro amore?» Ecco la domanda che forma il mio supplizio. Non lo posso vincere questo pensiero ostinato che mi incatena come uno schiavo ribelle. La mia volontà si rompe all'urto delle mie paure e io rimango inerte e accasciato.