Frammenti letterari e filosofici

Part 7

Chapter 73,788 wordsPublic domain

In questo caso la natura ha riparato alla virtù visiva, quando ella è offesa dalla superchia luce, di ristrignere la pupilla dell’occhio, e, quando è offesa dalle diverse oscurità, d’allargare essa luce, a similitudine della bocca della borsa. E fa qui la natura, come quel che ha troppo lume alla sua abitazione, che serra una mezza finestra, e più o men, secondo la necessità; e quando viene la notte, esso apre tutta essa finestra, per vedere meglio dentro a detta abitazione. E usa qui la natura una continua equazione, col continuo temperare e ragguagliare, col crescere la pupilla e diminuirla, a proporzione delle predette oscurità o chiarezze, che dinanzi al continuo se le rappresentano.

XIII. — CONTRO COLORO CHE SI ARROGANO DI CORREGGERE LA NATURA.

L’atto del tagliare la narice ai cavalli è cosa meritevole di riso. E questi stolti osservan questa usanza, quasi come se credessino la natura avere mancato ne’ necessarie cose, per le quali li omini abbiano a essere sua correttori. Ell’ha fatti i due busi del naso, i quali, ciascuno per sè, è per la metà della larghezza della canna de’ polmoni, donde esala l’anelito, e, quando essi busi non fussino, la bocca sarebbe abbastanza a esso abbondevole anelito. E se tu mi dicessi: — perchè ha fatto questa natura le narici alli animali, se l’alitare per la bocca è soffiziente? — io ti risponderei, che le narici sono fatte per essere usate, quando la bocca è in esercizio di masticare il suo cibo.

XIV. — SUL FENOMENO DELLA SPINTA DELLE RADICI.

L’albero in qualche parte scorticato, la natura, che a esso provvede, vòlta a essa iscorticazione molto maggior somma di notritivo omore la linfa, che in alcuno altro loco; in modo che, per lo primo detto mancamento, li cresce molto più grossa la scorza, che in alcun altro loco. Ed è tanto movente [Sidenote: impetuoso nel muoversi] ess’omore, che, giunto al soccorso loco, si leva parte in alto, a uso di balzo di palla, con diversi pullulamenti, o ver germugliamenti [Sidenote: gorgoglio], non altrementi ch’una bollente acqua.

XV. — SULLA STRUTTURA DELLE ALI.

Li timoni, creati nelli omeri [Sidenote: formati dall’omero dell’ala] che han l’ali delli uccelli, son trovati dalla ingegnosa natura per un comodo piegamento del retto impeto, che spesso accade nel furioso volare delli uccelli; perchè trovò esser molto più comodo, nel retto furore, a piegare una minima parte dell’ala, che il loro tutto.

XVI. — SULLA DISPOSIZIONE DELLE FOGLIE NELLE PIANTE.

Ha messo la natura la foglia degli ultimi rami di molte piante, che sempre la sesta foglia è sopra la prima, e così segue successivamente, se la regola non è impedita.

E questo ha fatto per due utilità d’esse piante: la prima è perchè nascendo il ramo e ’l frutto nell’anno seguente dalla gemella dell’occhio [Sidenote: gemma o gemmula vegetale], ch’è sopra in contatto dell’appiccatura della foglia; l’acqua, che bagna tal ramo, possa discendere a nutrire tal gemella, col fermarsi la goccia nella concavità del nascimento di essa foglia.

Ed il secondo giovamento è, che nascendo tali rami, l’anno seguente, l’uno non cuopre l’altro, perchè nascono vòlti a cinque aspetti, li cinque rami.

XVII. — LEGGE UNIVERSALE DELLE COSE.

Naturalmente ogni cosa desidera mantenersi in suo essere.

XVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.

Universalmente tutte le cose desiderano mantenersi in sua natura, onde il corso de l’acqua, che si move, cerca mantenere il suo corso, secondo la potenza della sua cagione, e, se trova contrastante opposizione, finisce la lunghezza del cominciato corso per movimento circulare e retorto.

XIX. — LE COSE FUORI DEL LORO STATO NATURALE TENDONO A RITORNARVI.

Tutti li elementi, fori del loro naturale sito, desiderano a esso sito ritornare, e massime foco, acqua e terra.

XX. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO.

Ogni peso desidera cadere al centro per la via più breve.

XXI. — OGNI PARTE DESIDERA ESSERE NEL SUO TUTTO.

Ogni parte ha inclinazion di ricongiugnersi al suo tutto, per fuggire dalla sua imperfezione: l’anima desidera stare col suo corpo, perchè, sanza li strumenti organici di tal corpo, nulla può oprare, nè sentire.

XXII. — SUGGETTO COLLA FORMA.

Muovesi l’amato per la cos’amata, come il senso colla sensibile, e con seco s’unisce, e fassi una cosa medesima.

L’opera è la prima cosa che nasce dall’unione. Se la cosa amata è vile, l’amante si fa vile. Quando la cosa unita è conveniente al suo unitore, lì séguita dilettazione e piacere e saddisfazione.

Quando l’amante è giunto all’amato, lì si riposa; quando il peso è posato, lì si riposa.

La cosa conosciuta col nostro intelletto....

XXIII. — LEGGE DEL MINIMO SFORZO.

Ogni azione naturale è fatta per la via brevissima.

XXIV. — LA STESSA.

Ogni azione naturale è fatta da essa natura, nel più breve modo e tempo che sia possibile.

XXV. — ANCORA LA STESSA.

Nessuna azion naturale si può abbreviare.

Ogni azion naturale è generata dalla natura nel più brieve modo, che trovar si possa.

XXVI. — LA NATURA È VARIABILE IN INFINITO.

Ed è tanto dilettevole natura e copiosa nel variare, che infra li alberi della medesima natura non si troverebbe una pianta, ch’appresso somigliassi all’altra, e non che le piante, ma li rami o foglie, o frutti di quelle, non si troverà uno, che precisamente somigli a un altro.

XXVII. — CONTRO GLI ALCHIMISTI.

I bugiardi interpreti di natura affermano lo _argento vivo_ essere comune semenza a tutti i metalli, non si ricordando che la natura varia le semenze, secondo la diversità delle cose, che essa vuole produrre al mondo.

XXVIII. — ANCORA SULLA VARIETÀ DELLA NATURA.

Se la natura avesse ferma [Sidenote: fatta, fissata] una sola regola nella _qualità_ delle membra, tutti i visi delli omini sarebbono somiglianti in tal modo, che l’uno dall’altro non si potrebbe conoscere; ma ell’ha ’n tal modo variato i cinque membri del volto, che, ben ch’ell’abbi fatto regola quasi universale alla loro _grandezza_, lei non l’ha osservata nella _qualità_, in modo tale che l’un dall’altro chiaramente conoscere si può.

XXIX. — PRECETTO AL PITTORE.

Dico: le misure universali si debbono osservare nelle lunghezze delle figure, e non nelle grossezze, perchè delle laudabili e maravigliose cose, ch’appariscono nelle opere della natura, è che nissuna opera, in qualunque spezie per sè, l’un particulare con precisione si somiglia l’un a l’altro: adunque, tu, imitatore di tal natura, guarda e attendi alla varietà de’ lineamenti.

XXX. — PRECETTO.

Sommo difetto è ne’ maestri, li quali usano replicare li medesimi moti nelle medesime storie [Sidenote: nel medesimo insieme di figure, episodio], vicini l’uno all’altro, e similmente le bellezze de’ visi essere sempre una medesima; le quali in natura mai si trova essere replicate, in modo che, se tutte le bellezze d’eguale eccellenza ritornassin vive, esse sarebbon maggior numero di popolo, che quello, ch’al nostro secolo si trova; e, siccome in esso secolo nessuno precisamente si somiglia, il medesimo interverrebbe nelle dette bellezze.

XXXI. — VI È UNA OMOGENEITÀ DI STRUTTURA NEGLI ESSERI ANIMATI.

Facile cosa è, a chi sa l’omo, farsi poi universale; imperocchè tutti li animali terrestri han similitudine di membra, cioè muscoli e ossa, e nulla si variano, se non in lunghezza o in grossezza, come sarà dimostro nella _Notomia_; ecci poi li animali d’acqua, che son di molte varietà, de li quali non persuaderò il pictore che vi faccia regola, perchè son quasi d’infinite varietà, e così li animali insetti.

XXXII. — CONCETTO DELL’ENERGIA.

Impeto è impressione di moto trasmutato dal motore nel mobile.

Ogni impressione attende alla permanenza over desidera permanenza.

Che ogni impressione desidera permanenza provasi nella impressione fatta dal sole nell’occhio d’esso risguardatore, e nella impression del sôno, fatto dal martello di tal campana percussore.

Ogni impressione desidera permanenza, come ci mostra il simulacro del moto [Sidenote: l’impeto] impresso nel mobile.

XXXIII. — LEGGE UNIVERSALE.

Ogni azione bisogna che s’eserciti per moto.

XXXIV. — LA STESSA.

Il moto è causa d’ogni vita.

XXXV. — DEFINIZIONE DELLA FORZA.

Che cosa è la forza?

Forza dico essere una virtù spirituale, una potenza invisibile, la quale, per accidentale esterna violenza, è causata dal moto e collocata e infusa ne’ corpi, i quali sono dal loro naturale uso [Sidenote: la quiete] ritratti, dando a quelli vita attiva di maravigliosa potenza.

XXXVI. — LA STESSA.

Che cosa è forza?

Forza dico essere una potenza spirituale, incorporea, invisibile, la quale, con breve vita, si causa nei corpi, che per un’accidentale violenza si trovano fuori del loro essere e riposo naturale.

XXXVII. — LA MATERIA È INERTE.

Nessuna cosa insensata [Sidenote: materiale, senza vita e senza sensitività] per sè si move, ma il suo moto è fatto da altri.

XXXVIII. — LEGGE DELLA TRASMISSIONE DEL MOTO E DELLA SUA EQUIVALENZA.

L’impeto è una virtù creata dal moto e trasmutata dal motore al suo mobile, il quale mobile ha tanto di moto, quanto l’impeto ha di vita.

XXXIX. — PRINCIPIO D’INERZIA.

Ogni moto naturale e continuo desidera conservare suo corso per la linia del suo principio, cioè, in qualunque loco esso si varia, domando [Sidenote: chiamo, denomino] principio.

XL. — ORIGINE DELLA FORZA.

La forza da carestia o dovizia [Sidenote: cioè: disequilibrio di potenze] è generata, questa è figliola del moto materiale e nepote del moto spirituale, e madre e origine del peso. E esso peso è finito nell’elemento dell’acqua e terra, e essa forza è infinita, perchè con essa infiniti mondi si moverebbero, se strumenti far si potessero, dove essa forza generare si potesse.

La forza col moto materiale e ’l peso colla percussione son le quattro accidentali potenze, colle quali tutte l’opere de’ mortali hanno loro essere e lor morte.

La forza dal moto spirituale ha origine, il quale moto, scorrendo per le membra degli animali sensibili, ingrossa i muscoli di quelli, onde, ingrossati, essi muscoli si vengono a raccortare o trarsi dirieto i nervi [Sidenote: nervi = tendini], che con essi son congiunti; e di qui si causa la forza per le membra umane.

La qualità e quantità delle forze d’uno uomo potrà partorire altra forza, la quale sarà proporzionevolmente tanto maggiore, quanto essa sarà di più lungo moto l’una che l’altra.

XLI. — ASPETTI VARÎ DELLA FORZA.

La gravità, la forza, e ’l moto accidentale, insieme colla percussione, son le quattro accidentali potenze colle quali tutte l’evidenti opere de’ mortali hanno loro essere e loro morte.

XLII. — ANCORA DEL PRINCIPIO D’INERZIA.

Ogni moto attende al suo mantenimento, overo: ogni corpo mosso sempre si move, in mentre che la impressione de la potenzia del suo motore in lui si riserva.

XLIII. — ANCORA.

Ciascun con violenza mantiene suo essere. — E se possibile fussi dare un diametro d’aria a questa spera della terra, a similitudine d’un pozzo, che dall’una all’altra superfizie si mostrassi, e per esso pozzo si lasciassi cadere un corpo grave; ancora che esso corpo si volessi al centro fermare, l’impeto sarebbe quello, che per molti anni glielo vieterebbe.

XLIV. — SULLA PITAGORICA ARMONIA DELLE SFERE CELESTI.[136]

_Della confregazione de’ cieli, s’ella fa sôno o no._

Ogni sôno si causa dall’aria ripercossa in corpo denso e, s’ella sarà fatta da due corpi gravi infra loro, ell’è mediante l’aria, che li circonda, e questa tal confregazione consuma li corpi confregati: adunque seguiterebbe, che li cieli, nella lor confregazione, per non avere aria infra loro, non generassino sôno. E se tale confregazione pure avesse verità, essi, in tanti seculi che tali cieli son rivoltati, si sarebbon consumati da tanta immensa velocità fatta in ogni giornata; e se pur facessin sôno esso non si può spandere, perchè il sôno della percussione fatta sotto l’acqua poco si sente, e meno o niente si sentirebbe ne’ corpi densi; ancora: ne’ corpi politi la lor confregazione fa non sôno, il che similmente accadrebbe non farsi sôno nel contatto over confregazione de’ cieli; e, se tali cieli non sono politi nel contatto delle lor confregazioni, sèguita essere globulosi e ruvidi, adunque il lor contatto non è continuo, essendo così e’ si genera il vacuo; il quale è concluso non darsi in natura.

Adunque è concluso che confregazione avrebbe consumati li termini di ciascun cielo, e tanto quanto più esso è più veloce in mezzo che inverso i poli, più si consumerebbe in mezzo che da’ poli; e poi più non si confregherebbe, e ’l sono cesserebbe e i ballerini si fermerebbono, salvo se i cieli l’un girassi a oriente e l’altro a settentrione.

XLV. — SULLA LEGGE DI GRAVITÀ.

La terra è grave nella sua spera, ma tanto più, quanto essa sarà in elemento più lieve.

Il foco è lieve nella sua spera, ma tanto più, quanto esso sarà in elemento più grave.

Nessuno elemento semplice ha gravità o levità nella sua propria spera.

XLVI. — LA STESSA.

Il moto fatto da’ corpi gravi verso il comun centro, non è per desiderio che esso corpo abbia in sè di trovare tal centro, nè non è per attrazione, ch’esso centro faccia, come calamita, del tirare a sè tal peso.

XLVII. — LA STESSA.

— Il peso perchè non resta nel suo sito?

— Non resta perchè non ha resistenza.

— E donde si moverà?

— Moverassi inverso il centro.

— E perchè non per altre linee?

— Perchè il peso, che non ha resistenzia, discenderà in basso per la via più breve, e ’l più basso sito è il centro del mondo.

— E perchè lo sa così tal peso trovarlo con tanta brevità?

— Perchè non va — come insensibile [Sidenote: come cosa, che non ha vita, nè moto proprio] — prima vagando per diverse linee.

XLVIII. — LAUDE DEL SOLE.

Se guarderai le stelle, sanza razzi [Sidenote: senza quelle false irradiazioni, che provengon dall’occhio] (come si fa a vederle per un piccolo foro fatto colla strema punta da la sottile agucchia, e quel posto quasi a toccare l’occhio), tu vedrai esse stelle essere tanto minime, che nulla cosa pare essere minore: e veramente la lunga distanza dà loro ragionevole diminuzione, ancora che molte vi sono, che son moltissime volte maggiori che la stella, ciò è la terra coll’acqua.

Ora pensa quel che parrebbe essa nostra stella in tanta distanza, e considera poi quante stelle si metterebbe e per longitudine e latitudine infra esse stelle, le quali sono seminate per esso spazio tenebroso.

Mai non posso fare ch’io non biasimi molti di quelli antichi, li quali dissono, che il sole non avea altra grandezza che quella, che mostra; fra’ quali fu Epicuro, e credo che cavasse tale ragione da un lume posto in questa nostra aria, equidistante al centro: chi lo vede, no ’l vede mai diminuito di grandezza in nessuna distanza.

XLIX. — SEGUE LA LAUDE.

E le ragioni della sua grandezza e virtù le riservo nel quarto libro. Ma ben mi meraviglio, che Socrate biasimassi questo tal corpo, e che dicessi quello essere a similitudine di pietra infocata; e certo chi lo punì di tal errore poco peccò.

Ma io vorrei avere vocaboli, che mi servissino a biasimare quelli, che voglion laudare più lo adorare gli omini, che tal sole, non vedendo nell’universo corpo di maggiore magnitudine e virtù di quello. E ’l suo lume allumina tutti li corpi celesti, che per l’universo si compartono. Tutte l’anime discendan da lui, perchè il caldo, ch’è nelli animali vivi, vien dall’anime, e nessuno altro caldo, nè lume è nell’universo, come mostrerò nel quarto libro. — E certo costoro, che han voluto adorare li omini per Iddii come Giove, Saturno, Marte e simili han fatto grandissimo errore, vedendo, che, ancora che l’omo fossi grande quanto il nostro mondo, che parrebbe simile a una minima stella, la qual pare un punto nell’universo; e ancora vedendo essi omini mortali e putridi e corruttibili nelle loro sepolture.

La _Spera_ e Marullo laudan con molti altri esso sole.[137]

L. — SEGUE.

Forse Epicuro vide le ombre delle colonne ripercosse nelli antiposti muri essere eguali al diametro della colonna, donde si partìa tale ombra; essendo adunque il concorso dell’ombre parallelo dal suo nascimento al suo fine, li parve da giudicare che il sole ancora lui fosse fronte di tal parallelo, e per conseguenza non essere più grosso il tal colonna, e non s’avvide che tal diminuzione d’ombra era insensibile per la lunga distanza del sole.

Se ’l sole fussi minore della terra le stelle di gran parte del nostro emisperio sarebbon sanza lume. (Contro a Epicuro, che dice: tanto è grande il sole quanto e’ pare.)

LI. — SEGUE.

Dice Epicuro il sole essere tanto quanto esso si dimostra: adunque e’ pare essere un piè, e così l’abbiamo a tenere. Seguirebbe che la luna, quand’ella fa oscurare il sole, il sole non l’avanzerebbe di grandezza come e’ fa; onde, sendo la luna minor del sole, essa luna sarebbe men d’un piede, e per conseguenza, quando il nostro mondo fa oscurare la luna, sarebbe minore d’un dito del piede; con ciò sia, se ’l sole è un piede e la nostra terra fa ombra piramidale inverso la luna, egli è necessario che sia maggiore il luminoso causa della piramide ombrosa, che l’opaco causa d’essa piramide.

LII. — SEGUE.

Misura quanti soli si metterebbe nel corso suo di ventiquattro ore!... E qui si potrà vedere, se Epicuro disse, che ’l sole era tanto grande quanto esso parea, che, — parendo il diametro del sole una misura pedale, e che esso sole entrassi mille volte nel suo corso di ventiquattro ore, — egli avrebbe corso mille piedi, cioè cinquecento braccia, che è un sesto di miglio.

Ora è che ’l corso del sole, infra dì e notte, sarebbe camminato la sesta parte d’un miglio, e questa venerabile lumaca del sole avrebbe camminato venticinque braccia per ora!

LIII. — DELLA PROVA CHE ’L SOLE È CALDO PER NATURA E NON PER VIRTÙ.

Del sole. Dicano che ’l sole non è caldo, perchè non è di colore di foco, ma è molto più bianco e più chiaro. E a questi si po’ rispondere, che, quando il bronzo liquefatto è più caldo, elli e più simile al color del sole, e, quand’è men caldo, ha più color di foco.

LIV. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.

Provasi il sole, in sua natura, essere caldo — e non freddo, come già s’è detto. —

Lo specchio concavo, essendo freddo, nel ricevere li razzi del foco, li rifrette più caldi, che esso foco.

La palla di vetro, piena d’acqua fredda, manda fori di sè li razzi, presi dal foco, ancora più caldi d’esso foco.

Di queste due dette esperienze sèguita, che tal calore delli razzi, avuti dello specchio o della palla d’acqua fredda, sien caldi per virtù, e non perchè tale specchio o palla sia calda; e ’l simile in questo caso accade del sole passato per essi corpi, che scalda per virtù. E per questo hanno concluso il solo non esser caldo. — Il che per le medesime allegate isperienze si prova esso sole essere caldissimo, per la sperienza detta dello specchio e palla, che, essendo freddi, pigliando i razzi della caldezza del foco, li rendan razzi caldi, perchè la prima causa è calda: e il simile accade del sole, che essendo lui caldo, passando per tali specchi freddi, refrette gran calore.

Non lo splendore del sole scalda, ma il suo natural calore.

LV. — PROPAGAZIONE DEI RAGGI NELLO SPAZIO.

Passano li razzi solari per la fredda regione dell’aria e non mutan natura, passan per vetri pieni d’acqua fredda e non mancano di lor natura, e, per qualunque loco transparente essi passassino, è come s’elli penetrassino altrettanta aria.

LVI. — SE LE STELLE HAN LUME DAL SOLE O DA SÈ.

Dicano [Sidenote: Sott.: gli scrittori, gli autori] di avere il lume da sè, allegando, che se Venere e Mercurio non n’avessi il lume da sè, quando esso s’interpone infra l’occhio nostro e ’l sole, esse oscurerebbon tanto d’esso sole, quanto esse ne coprano all’occhio nostro. — E quest’è falso, perch’è provato come l’ombroso, posto nel luminoso, è cinto e coperto tutto da’ razzi laterali del rimanente di tal luminoso e così resta invisibile. Come si dimostra, quando il sole è veduto per la ramificazione delle piante sanza foglie in lunga distanzia, essi rami non occupano parte alcuna d’esso sole alli occhi nostri.

Il simile accade a’ predetti pianeti, li quali, ancora che da sè e’ sieno sanza luce, eglino non occupano, com’è detto, parte alcuna del sole all’occhio nostro.

Seconda pruova. Dicano le stelle nella notte parere lucidissime quanto più ci son superiori; e che s’elle non avessin lume da sè che l’ombra, che fa la terra, che s’interpone infra loro e ’l sole, le verrebbe a scurare, non vedendo esse, nè sendo vedute dal corpo solare. — Ma questi non n’han considerato, che l’ombra piramidale della luna non n’aggiugne [Sidenote: raggiunge, arriva] infra troppe stelle, quello ch’ell’aggiugne, la piramide è tanto diminuita che poco occupa del corpo della stella, e ’l rimanente è alluminato dal sole.

LVII. — LA TERRA È UNA STELLA.

Tu nel tuo discorso hai a concludere la terra essere una stella quasi simile alla luna, e così proverai la nobiltà del nostro mondo!

E così farai un discorso delle grandezze di molte stelle, secondo li autori.

LVIII. — ESSA RISPLENDE NELL’UNIVERSO.

Come la terra è una stella. La terra mediante la spera dell’acqua, che in gran parte la veste, — la qual piglia il simulacro del sole e risplende all’universo, sì come fan tutte l’altre stelle, — si dimostra ancora lei essere stella.

LIX. — ORDINE DEL PROVARE LA TERRA ESSERE UNA STELLA.

In prima diffinisci l’occhio.

Poi mostra come il battere [Sidenote: il tremolio della luce, del fulgore escitizio delle stelle] d’alcuna stella viene dall’occhio; e perchè il batter d’esser stelle è più nell’una, che nell’altra; e come li razzi delle stelle nascan dall’occhio. E di’ che, se ’l battere delle stelle fussi, come pare, nelle stelle, che tal battimento mostra d’essere di tanta dilatazione, quant’è il corpo di tale stella; essendo adunque maggior della terra, che tal moto fatto in istante sare’ trovo veloce a raddoppiare la grandezza di tale stella; di poi prova come la superfizie dell’aria, ne’ confini del foco, e la superfizie del foco, nel suo termine, è quella, nella qual penetrando, li razzi solari portan tal similitudine di corpi celesti grandi nel lor levare e porre [Sidenote: tramontare], e piccole essendo essi nel mezzo del cielo.

LX. — LA TERRA SEMBRA STELLA AI LONTANI.

Il libro mio s’astende a mostrare come l’Ocean, colli altri mari, fa, mediante il sole, splendere il nostro mondo a modo di luna, e a’ più remoti pare stella; e quest’è provo.

LXI. — LA TERRA NON È CENTRO DELL’UNIVERSO.

Come la terra non è nel mezzo del cerchio del sole, nè nel mezzo del mondo, ma è ben nel mezzo de’ sua elementi, compagni e uniti con lei; e chi stesse nella luna, quand’ella insieme col sole è sotto a noi, questa nostra terra, coll’elemento dell’acqua, parrebbe e farebbe offizio, tal qual fa la luna a noi.

LXII. — COME IN UN’ETÀ LONTANA LA TERRA AVEVA UN PIÙ VIVO SPLENDORE.

Come la terra, facendo offizio di luna, ha perduto assai del lume antico nel nostro emisperio pel calare delle acque, com’è provato in libro quarto: _De mundo e acque_.

LXIII. — QUESTIONI SULLA NATURA DELLA LUNA.

1. Nessun lievissimo è opaco.

2. Nessun più lieve sta sotto al men lieve.

3. Se la luna ha sito in mezzo ai sua elementi o no.

E s’ella non ha sito particulare, come la terra, nelli sua elementi, perchè non cade al centro de’ nostri elementi?

E se la luna non è in mezzo alli sua elementi, e non discende, adunque ella è più lieve che altro elemento.

E se la luna è più lieve che altro elemento, perchè è solida e non traspare?

LXIV. — SULLA GRAVITÀ DELLA LUNA.

Nessun denso è più lieve che l’aria.