Frammenti letterari e filosofici
Part 2
La prima cura del suo testamento era stata quella di lasciare a messer Francesco Melzi, gentiluomo di Milano, «per remuneratione de’ servitii, ad epso grati, a lui facti per il passato, tutti et ciaschaduno li libri, che il dicto testatore ha de presente.» (_R._, § 1566.)
II.
Lodovico il Moro, tutto intento a innalzare la Corte milanese all’altezza delle altre Corti italiane, si compiaceva di circondarsi di artisti e di uomini di scienza, onde adornare la propria persona dello splendore delle arti e degli studi. Leonardo non fu solo un pittore, uno scultore, un architetto, un musico, nella società milanese del secolo XV, ma fu uno squisito parlatore. Un «Prospectivo Melanese dipinctore», nelle sue _Antiquarie prospetiche Romane_, assomiglia Leonardo nel parlare all’antico Catone;[21] il Giovio lo celebra come il più squisito dicitore del tempo;[22] l’Anonimo afferma che «fu nel parlare eloquentissimo;[23]» e il Vasari raccogliendo la tradizione giunta fino a lui dice, nella prima edizione delle sue _Vite_: «Con ragioni naturali faceva tacere i dotti;» e nella seconda: «Ed era in quell’ingegno infuso tanta grazia da Dio ed una demostrazione sì terribile, accordata con l’intelletto e memoria che lo serviva; e col disegno delle mani sapeva sì bene esprimere il suo concetto, che con i ragionamenti vinceva, e con le ragioni confondeva ogni gagliardo ingegno.» — «Era tanto piacevole nella conversazione, che tirava a sè gli animi delle genti.» — «Con lo splendore dell’aria sua, chè bellissimo era, rasserenava ogni animo mesto, e con le parole volgeva al sì e al no ogni indurata intenzione.[24]»
Di questa potenza di ragionamento ci resta anche diretto ricordo nell’opere dei contemporanei. Matteo Bandello ci riferisce che — quando il cardinale Gurcense il Vecchio, scendendo una mattina d’estate ad ammirare il _Cenacolo_, ancora incompiuto, in Santa Maria delle Grazie, ebbe ad esprimere il suo stupore per le onoranze, che Lodovico il Moro prodigava agli artisti — il Vinci gli rispose con elevate parole. Poi, partito il cardinale, rivolto ai suoi discepoli e ai gentiluomini, che lo circondavano, «narrò una bella historietta» di Lippo Lippi fra i Turchi, per mostrare come in tutti i tempi siano stati apprezzati gli artisti. Il racconto dell’aneddoto che il Bandello raccolse dalle labbra stesse dell’artista fiorentino, conserva in sè un po’ della freschezza primitiva e della potenza immaginosa propria di Leonardo.[25]
Quando il Vasari vuol cercare la causa del favore, che il Vinci godette alla corte dello Sforza, la trova nella sua arte di parlatore: «Sentendo il Duca i ragionamenti tanto mirabili di Leonardo, talmente s’innamorò delle sue virtù, che era cosa incredibile.[26]» Il memorabile passo dei Manoscritti, che insegna il modo di entrare nelle grazie altrui con l’accorto discorrere, mostra che il puerile racconto ha nel suo fondo qualche cosa di vero. (_G_, 49 r.) Che che ne sia, è certo che quella parte dei codici leonardiani che conserva qualche sentenza arguta e gentile, che le novelle e le allegorie, le profezie e le facezie, prima di assumere quella veste mirabilmente letteraria, con la quale ci sono conservate, dilettarono le conversazioni piene di cortesia della Corte milanese del secolo XV.
Leonardo fu elegante parlatore perchè sul labbro suo suonava il dolce idioma toscano, lo fu anche per la natura dell’anima sua delicata e ingenua, piena a volte di vivacità, di vaghezza, di grazia.
Il Vinci parlatore si rispecchia nel Vinci scrittore, con l’aggiunta di quella potente riflessione, che, penetrando nel cuore dell’uomo e nei segreti della natura esterna, coglieva le più profonde ragioni del buono, del vero e del bello. L’idea che Leonardo sia uno scrittore trasandato, nella spontaneità e rudezza del suo discorso, deve oggimai cadere.
Lo scopo supremo di Leonardo è la massima chiarezza nella massima concisione; quel modo di scrivere ridondante e numeroso, primo nemico della purezza del pensiero, nato con le novelle boccaccesche, e perpetuato nella prosa accademica fino ai nostri giorni, sembra sia stato a lui sconosciuto. Una grande semplicità di mezzi, con la maggiore intensità di espressione, non è soltanto la legge della pittura e della scoltura del Vinci, ma è anche quella delle sue dimostrazioni scientifiche, delle sue descrizioni e narrazioni. I manoscritti sono pieni di cancellature, ed ogni cancellatura deterge una lieve oscurità, che vela l’apprendimento del concetto: la lingua, atteggiata nello stile, è il terso vetro al di là del quale si distende limpido il pensiero. La definizione della Prospettiva è ripetuta da Leonardo più di dieci volte con un incessante mutar di spoglie, onde rivestirla della forma più evidente e più semplice (_A_, f. 3 r. 10 v.); una lettera a Giuliano de’ Medici è scritta e riscritta con continui pentimenti, perchè il pensiero si adegui alla sua forma con la maggiore identità di segno e di significato. (_C. A._, 278 r.) Allo stesso modo che il Vinci cercava nelle figure esterne della natura la più mirabile figura, onde esprimere in un quadro la propria eccelsa immagine, così nel dolce idioma toscano, che possedeva tutto nella sua varietà e nella sua vivezza, rintracciava le parole adatte all’alto senso, che il suo spirito, interprete della natura, gli suggeriva. Leonardo da Vinci è anche un artista del linguaggio: l’opera sua letteraria paragonata alla prosa ridondante degli oziosi imitatori dell’antico, fa lo stesso effetto di un raggio di sole sulla campagna oppressa da un oscuro nembo, raggio preannunziatore di un novello risveglio della vita.
La chiarezza si ottiene solo con la precisione dei termini, come la concisione non è possibile se non con la precisione del pensiero. La precisione del linguaggio è ricercata da Leonardo in una serie di studi che i manoscritti ci conservano; la precisione del pensiero è un effetto della sua stessa natura, nemica dell’indeterminato.
Nel _Codice Trivulziano_ vi sono lunghe enumerazioni di parole talora raggruppate secondo l’affinità del loro senso, talora accompagnate da una breve definizione. Questo catalogo di vocaboli, che ha suggerite le più strane ipotesi agli studiosi del Vinci, fino a quella di ritenerlo pedagogo del giovinetto principe Massimiliano, non è che lo sforzo del fondatore della prosa scientifica italiana di precisare l’esatta significazione dei termini. Leonardo aveva compreso che la scienza, a differenza della poesia, esigeva d’essere poggiata sull’uso costante e ben definito delle parole. Gli studî grammaticali e linguistici, iniziati per il latino nel manoscritto _H_, continuati per il volgare nel _Codice Trivulziano_, tolgono di mezzo quella leggenda che solo all’ingenua spontaneità della propria lingua nativa, e non alla riflessione, affidasse Leonardo l’espressione del proprio pensiero. Quando nel _Codice Atlantico_ si trova questa nota, «Donato,» noi dobbiamo pensare al DONATUS, _De octo partibus orationis latine et italice_, Venezia, 1499 (_C. A._, 207 r.); quando troviamo la frase «Retorica nova,» siamo portati al LAURENTIUS GUILELMUS DE SAONA, _Rethorica Nova_, Sant’Albano, 1480 (_C. A._, 207 v.); allo stesso modo che «Nonio Marcello, Festo Pompeo, Terenzio Varrone,» ci suggeriscono la raccolta NONIJ MARCELLI, _De proprietate sermonum_; FESTI POMPEIJ, _De verborum significatione_; M. T. VARRONIS, _De lingua latina_, Milano, 1500. (_R._, § 1470). Nel manoscritto _F_ è ricordato finalmente un «Vocabulista volgare e latino,» cioè, senza dubbio, il _Vocabulista ecclesiastico latino e vulgare utile et necessario a molti_, di fra GIO. BERNARDO, Milano, 1489. (_F_, cop. r.)
I codici vinciani per la varietà e l’altezza del loro contenuto, per esser vergati al rovescio dell’uso comune, lasciati come dono prezioso a Francesco Melzi, dispersi da prima nell’Italia, poi nell’Europa intera, furono e sono ancora, per una gran parte, sconosciuti. La inesatta trascrizione che un pittore milanese presentava al Vasari, poco dopo il 1550, della parte di questi codici, che riguarda strettamente la pittura, rimasta sepolta nella Vaticana, e diffusa in modo tronco dall’intransigenza religiosa, è tutt’altro che adatta a dare un’adeguata idea di Leonardo da Vinci come scrittore.[27] Il _Trattato del moto e misura dell’acque_, che riproduce, con poca fedeltà, una parte dei frammenti di Leonardo riguardanti l’idraulica, è scarsamente diffuso, e per il carattere severamente scientifico dell’opera, quasi impossibile a divulgarsi. La raccolta del Richter, nitida nella forma, ma confusa e inesatta nel contenuto; le pubblicazioni integrali, compiute dal Ravaisson, dal Beltrami, dal Piumati, con successo e perfezione crescenti, sono pressochè inaccessibili alla maggioranza dei lettori.[28] Leonardo da Vinci è ancora sconosciuto ai più come scrittore, e sembrava ormai giunto il momento perchè una modesta raccolta di frammenti ne divulgasse in qualche modo la conoscenza.
Difficoltà molteplici si opponevano al compimento di un simile lavoro. La inesatta trascrizione dei manoscritti esigeva un confronto continuo con la riproduzione eliotipica dei codici o con gli originali medesimi. L’assenza della naturale divisione delle parole e di ogni segno ortografico rendeva necessaria una faticosa interpretazione preliminare.
Non minori difficoltà presentava la scelta: il proposito d’eliminare ogni frammento di indole schiettamente scientifica, per lasciar solo il posto alle espressioni di idee larghe e facilmente intelligibili, imponeva un continuo discernimento.
Nel disordine originario dei manoscritti, che rende necessario alla mente del lettore il passaggio alle idee più disparate, era poi impossibile trovare un filo conduttore, che desse una norma per l’ordinamento della scelta. Fu quindi necessario indagare nel contenuto stesso dei singoli frammenti il criterio dell’ordine, in modo che ogni concetto si legasse all’altro con una specie di progressione logica, onde ne derivasse un senso compiuto. Questo sopratutto per le parti che riguardano i pensieri di Leonardo sulla _Conoscenza_, sulla _Natura_, sulla _Morale_ e sull’_Arte_.
Le opere schiettamente letterarie, raccolte dalla loro originaria dispersione, già per il loro carattere stesso distinguibili in alcuni gruppi ben determinati, furono da me ordinate secondo quello che presumibilmente sarebbe stato il concetto del Vinci. Le _Favole_ di Leonardo, preparate dalla secolare elaborazione del Medio Evo, allargano la loro scena dal mondo animale a quello vegetale e inorganico. Le _Allegorie_, che nel loro complesso formano un vero e proprio _Bestiario_, sebbene per la maggior parte non originali, conservano le traccie di un’elaborazione nuova e degna di essere apprezzata. Le _Descrizioni e i Ritratti_, dove si manifesta lo scopo letterario combinato a quello pittorico; le _Profezie e le Facezie_, dove si palesa lo spirito arguto di un ricercatore combinato con quello di un uomo di mondo, compiono il ciclo delle opere schiettamente artistiche.
Un’ardua questione doveva essere trattata collateralmente allo svolgersi della raccolta dei frammenti, ed è quella della loro originalità. Le _Note_, che seguono passo per passo la scelta, e sono da ritrovarsi alla fine del volume, indicano la fonte alla quale ha attinto Leonardo questo o quello dei suoi frammenti; ma la questione più generale della originalità della sua opera in ogni sua parte è trattata da me in una monografia _Intorno alle fonti dell’opera letteraria e scientifica di Leonardo da Vinci_, che verrà quanto prima pubblicata.
Debbo avvertire da ultimo, che le noticine a piè di pagina non hanno altro scopo, che di facilitare al lettore l’intelligenza del testo leonardiano, e di togliere quei dubbî, che potessero offuscare il senso delle espressioni.
I richiami alle opere, che hanno servito di base a questa raccolta, sono stati fatti per ogni frammento nei SOMMARII E RIFERIMENTI, con opportune sigle.
TAVOLA DELLE SIGLE.
_A._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Le manuscrit A de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. I). Parigi, 1880.
_Ash. I._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci.-Les manuscrits H de la Bibliothèque de l’Institut; 2038 (_Ash. I_) et 2037 (_Ash. II_) de la Bibliothèque Nationale (ed. Ravaisson. VI). Parigi, 1891.
_Ash. II._ — Idem; ibi.
_Ash. III._ — Trattato di architettura civile e militare, con note di Leonardo da Vinci. — Biblioteca Laurenziana. Codici Ashburnham, n. 361 (_inedito_).
_B._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. Les manuscrits _B_ et _D_ de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. II). Parigi, 1883.
_C._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits _C, E_ et _K_ de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. III). Parigi, 1888.
_C. A._ — Il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Roma-Milano, 1891-1899 (_in corso di stampa_).
_D._ — Si veda _B_.
_E._ — Si veda _C_.
_F._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits _F_ et _I_ de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. IV). Parigi, 1893.
_G._ — Les manuscrits de Léonard de Vinci. — Les manuscrits G, L et M de la Bibliothèque de l’Institut (ed. Ravaisson. V). Parigi, 1890.
_H._ — Si veda _Ash. I._
_I._ — Si veda _F_.
_L._ — Si veda _G_.
_Lu._ — Leonardo da Vinci. Das Buch vom Malerei herausgegeben v. II. Ludwig. Berlino, 1882, 3 vol.
_M._ — Si veda _G_.
_R._ — The literary works of Leonardo da Vinci, compiled and edited from the original manuscripts by J. P. Richter. Londra, 1883, 2 vol.
_T._ — Il codice di Leonardo da Vinci nella Biblioteca del principe Trivulzio (ed. L. Beltrami). Milano, 1892.
_T. M. A._ — Del moto e misura dell’acqua di Leonardo da Vinci. Bologna, 1828.
_V. U._ — Leonardo da Vinci. Il codice del volo degli uccelli ed altre materie (ed. Sabachnikoff e Piumati). Parigi, 1893.
_W. An. A._ — I manoscritti di Leonardo da Vinci della reale Biblioteca di Windsor. — Dell’Anatomia, fogli A (ed. Sabachnikoff e Piumati). Parigi, 1898.
Del Ludwig e del Richter sono citati i paragrafi; per gli altri il _recto_ o il _verso_ dei fogli.
LE FAVOLE.
I. — L’IRREQUIETEZZA.
Il torrente portò tanto di terra e pietre nel suo letto, che fu costretto a mutar sito.
II. — LA CARTA E L’INCHIOSTRO.
Vedendosi la carta tutta macchiata dalla oscura negrezza dell’inchiostro, di quello si duole; il quale mostra a essa, che per le parole, che sono sopra lei composte, essere cagione della conservazione di quella.
III. — L’ACQUA.
Trovandosi l’acqua nel superbo mare, suo elemento, le venne voglia di montare sopra l’aria, e, confortata dal foco elemento, elevatasi in sottile vapore, quasi parea della sottigliezza dell’aria. Montata in alto, giunse infra l’aria più sottile e fredda, dove fu abbandonata dal foco; e i piccoli granicoli, sendo restretti, già s’uniscono e fannosi pesanti, ove, cadendo, la superbia si converte in fuga. E cade dal cielo; onde poi fu bevuta dalla secca terra, dove, lungo tempo incarcerata, fece penitenza del suo peccato.
IV. — LA FIAMMA E LA CANDELA.
Le fiamme, già uno mese durato nella fornace de’ bicchieri, e veduto a sè avvicinarsi una candela, ’n un bello e lustrante candeliere, con gran desiderio si forzavano accostarsi a quella. Infra le quali una, lasciato il suo naturale corso, e tiratasi d’entro [Sidenote: da entro] a uno vòto stizzo, dove si pasceva, e uscita da l’opposito fori d’una piccola fessura, alla candela, che vicina l’era, si gittò, e con somma golosità e ingordigia quella divorando, quasi al fine condusse; e volendo riparare al prolungamento della sua vita, indarno tentò tornare alla fornace, donde partita s’era, perchè fu costretta morire e mancare, insieme colla candela; onde al fine, con pianti e pentimenti, in fastidioso fumo si convertì, lasciando tutte le sorelle in isplendevole e lunga vita e bellezza.
V. — QUELLI CHE S’UMILIANO, SONO ESALTATI.
Trovandosi alquanta poca neve appiccata alla sommità d’un sasso, il quale era collocato sopra la strema altezza d’una altissima montagna, e raccolto in sè l’imaginazione, cominciò con quella a considerare, e in fra sè dire:
— Or non son io da essere giudicata altera e superba, avere me, picciola dramma di neve, posto in sì alto loco, e sopportare che tanta quantità di neve, quanto di qui per me essere veduta po’, stia più bassa di me? Certo la mia poca quantità non merta quest’altezza, chè bene posso, per testimonianza della mia piccola figura, conoscere quello che ’l sole fece ieri alle mie compagne, le quali in poche ore dal sole furono disfatte; e questo intervenne per essersi poste più alto, che a loro non si richiedea. Io voglio fuggire l’ira del sole, e abbassarmi, e trovare loco conveniente alla mia parva quantità. — E gittatasi in basso, e cominciata a discendere, rotando dall’alte spiagge su per l’altra neve, quanto più cercò loco basso, più crebbe sua quantità, in modo che, terminato il suo corso, sopra uno colle si trovò di non quasi minor grandezza, che ’l colle che essa sostenea; e fu l’ultima che in quella state dal sole disfatta fusse. Detta per quelli, che s’aumiliano son esaltati.
VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
La palla della neve, quanto più rotolando discese dalle montagne della neve, tanto più multiplicò la sua magnitudine.
VII. — LA PIETRA.
Una pietra, novamente per l’acqua scoperta, di bella grandezza, si stava sopra un certo loco rilevato, dove terminava un dilettevole boschetto, sopra una sassosa strada, in compagnia d’erbe, di vari fiori di diversi colori ornati; e vedea la gran somma delle pietre, che, nella a sè sottoposta strada, collocate erano. Le venne desiderio di là giù lasciarsi cadere, dicendo con seco:
— Che fo io qui con queste erbe? io voglio con queste mie sorelle in compagnia abitare. — E, giù lasciatasi cadere, infra le desiderate compagne finì suo volubile corso. E stata alquanto, cominciò a essere dalle rote de’ carri, dai piè de’ ferrati cavalli e de’ viandanti a essere in continuo travaglio; chi la volta, quale la pestava, alcuna volta si levava alcuno pezzo, quando stava coperta da fango o sterco di qualche animale, e invano riguardava il loco donde partita s’era, in nel loco della soletaria e tranquilla paco. Così accade a quelli, che dalla vita soletaria contemplativa vogliono venir abitare nella città, infra i popoli pieni d’infiniti mali.
VIII. — IL RASOIO.
Uscendo un giorno il rasoio di quel manico, col quale si fa guaina a sè medesimo, e postosi al sole, vide il sole specchiarsi nel suo corpo; della qual cosa prese somma gloria, e rivolto col pensiero indirieto, cominciò con seco medesimo a dire:
— Or tornerò io più a quella bottega, della quale novamente uscito sono? certo no; non piaccia alli Dei, che sì splendida bellezza caggia in tanta viltà d’animo! Che pazzia sarebbe quella, la qual mi conducesse a radere le insaponate barbe de rustici villani e fare meccaniche operazioni! È questo corpo da simili esercizi? Certo no. Io mi voglio nascondere in qualche occulto loco, e lì con tranquillo riposo passare mia vita. — E così, nascosto per alquanti mesi, un giorno ritornato all’aria, e uscito fori della sua guaina, vide sè essere fatto a similitudine d’una rugginente sega, e la sua superficie non rispecchiare più lo splendente sole. Con vano pentimento indarno pianse lo irreparabile danno, con seco dicendo: — Oh! quanto meglio era esercitare col barbiere il mio perduto taglio di tanta sottilità! Dov’è la lustrante superficie? certo la fastidiosa e brutta ruggine l’ha consumata! — Questo medesimo accade nelli ingegni, che in scambio dello esercizio si danno all’ozio; i quali, a similitudine del sopradetto rasoio, perdono la tagliente sua sottilità, e la ruggine dell’ignoranza guasta la sua forma.
IX. — IL GIGLIO.
Il giglio si pose sopra la ripa di Tesino, [Sidenote: Ticino] e la corrente tirò la ripa insieme col giglio.
X. — IL NOCE.
Il noce, mostrando sopra una strada ai viandanti la ricchezza de’ sua frutti, ogni omo lo lapidava.
XI. — IL FICO.
Il fico stando sanza frutti, nessuno lo riguardava; volendo, col fare essi frutti, essere laudato da li omini, fu da quelli piegato e rotto.
XII. — LA PIANTA E IL PALO.
La pianta si dole del palo secco e vecchio, che se l’era posto a lato, e de’ pali secchi che la circondano: l’un lo mantiene diritto, l’altro lo guarda dalla triste compagnia.
XIII. — IL CEDRO E LE ALTRE PIANTE.
Il cedro, insuperbito della sua bellezza, dubita delle piante, che li son d’intorno, e fattolesi torre dinanzi, il vento poi, non essendo interrotto, lo gittò per terra diradicato.
XIV. — LA VITALBA.
La vitalba, non istando contenta nella sua siepe, cominciò a passare co’ sua rami la comune strada, e appiccarsi all’opposita siepe; onde da’ viandanti poi fu rotta.
XV. — LA CATTIVA COMPAGNIA TRASCINA I BUONI NELLA PROPRIA ROVINA.
La vite, invecchiata sopra l’albero vecchio, cade insieme colla ruina d’esso albero; e fu, per la trista compagnia, a mancare insieme con quella.
XVI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
Il salice, che, per li sua lunghi germinamenti, vol crescere da superare ciascuna altra pianta, per avere fatto compagnia colla vite, che ogni anno si pota, fu ancora lui sempre storpiato.
XVII. — IL CEDRO.
Avendo il cedro desiderio di fare uno bello e grande frutto in nella sommità di se, lo mise a seguizione [Sidenote: compimento] con tutte le forze del suo omore; il quale frutto cresciuto, fu cagione di fare declinare la elevata e diritta cima.
XVIII. — IL PERSICO.
Il persico, avendo invidia alla gran quantità de’ frutti visti fare al noce suo vicino, diliberato fare il simile, si caricò de’ sua in modo tale, che ’l peso di detti frutti lo tirò diradicato e rotto alla piana terra.
XIX. — L’OLMO E IL FICO.
Stando il fico vicino all’olmo, e riguardando i sua rami essere sanza frutti, e avere ardimento di tenere il sole a’ sua acerbi fichi, con rampogne gli disse: — O olmo, non hai tu vergogna a starmi dinanzi? Ma aspetta che i mia figlioli sieno in matura età, e vedrai dove ti troverai. — I quali figlioli poi maturati, capitandovi una squadra di soldati, fu da quelli, per torre i sua fichi, tutto lacerato e diramato e rotto. Il quale, stando poi così storpiato delle sue membra, l’olmo lo dimandò dicendo: — O fico, quanto era il meglio a stare sanza figlioli, che per quelli venire in sì miserabile stato! —
XX. — LE PIANTE E IL PERO.
Vedendo il lauro e mirto tagliare il pero, con alta voce gridarono: — O pero! ove vai tu? ov’è la superbia, che avevi, quando avevi i tua maturi frutti? Ora non ci farai tu ombra colle tue folte chiome! — Allora il pero rispose: — Io ne vo coll’agricola, che mi taglia, e mi porterà alla bottega d’ottimo scultore, il quale mi farà con su’ arte pigliare la forma di Giove Iddio, e sarò dedicato nel tempio, e dagli omini adorato invece di Giove; e tu ti metti in punto a rimanere ispesso storpiata e pelata de’ tua rami, i quali mi fieno da li omini, per onorarmi, posti d’intorno.
XXI. — LA RETE.
La rete, che soleva pigliare li pesci, fu presa e portata via dal furor de’ pesci.
XXII. — NASCE ROVINA DAL SEGUIRE IL FALSO SPLENDORE.
Non si contentando il vano e vagabondo parpaglione di potere comodamente volare per l’aria, vinto dalla dilettevole fiamma della candela, diliberò volare in quella, e ’l suo giocondo movimento, fu cagione di subita tristizia. Imperocchè ’n detto lume si consumarono le sottili ali, e ’l parpaglione misero, caduto tutto bruciato a’ piè del candeliere, dopo molto pianto e pentimento, si rasciugò le lagrime dai bagnati occhi, e levato il viso in alto, disse: — O falsa luce! quanti, come me, debbi tu avere ne’ passati tempi miserabilmente ingannati! Oh! s’i pure volevo vedere la luce, non dovev’io conoscere il sole dal falso lume dello sporco sevo? —
XXIII. — IL CASTAGNO E IL FICO.