Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 9

Chapter 93,359 wordsPublic domain

Questa prima tortura data al Campanella non durò molto. Egli non resse allo strazio, dichiarò di voler confessare e fece una lunga confessione, tanto lunga da occupare due sedute in due giorni diversi: dovè quindi esser posto due volte nel tormento del polledro con la solita formola «continuando et non iterando» per mantenere gli effetti legali di una confessione «in tormentis»; così possiamo spiegarci il trovarsi in una Lettera del Campanella al Papa il 1607, da noi pubblicata, la menzione di «dui polledri», e in uno de' brani della sua confessione pervenuti fino a noi la circostanza espressa con le parole «come disse l'altro dì»[85]. In fondo nella sua confessione il Campanella ammise che aveva avuto il progetto di fare la repubblica e che doveva con altri suoi compagni predicarla, ma solo nel caso in cui fossero accadute le mutazioni da lui previste, al quale proposito espose quanto avea raccolto ne' suoi profetali; inoltre sostenne che avea consigliato di ricorrere alle armi ma per difendersi, e rigettò poi sempre su Maurizio le trattative fatte col Turco. Ma un momento di tanta importanza merita bene di essere esposto con tutta la possibile larghezza. Vediamo dapprima ciò che ne disse egli medesimo nella sua Narrazione, avvertendo che egli pone in molto rilievo l'infermità contratta nella fossa del miglio e qualche altro suo incomodo, certamente perchè dovea sentirsi umiliato dal fatto dell'avere lui solo confessato, mentre tutti gli altri ecclesiastici, che vennero dopo di lui egualmente tormentati, non confessarono nulla, o non aggiunsero nulla a quanto aveano già detto. «E così infermo lo posero nel tormento del polledro senza lasciar che andasse prima del corpo... Il Campanella antevidendo, che era forzato morire, tanto più che il Sances disse al boja che lo tormentasse a morte e fù stretto con le funi al polledro con tanta strittura, che si rompevano tutte, e subito le raddoppiava: et il dolor cresceva tanto horrendamente che lo fecero spasmare, et uscir di cervello: per questo, secondo havea previsto, conoscendo che di certo moria se non diceva; però per dar tempo disse, che volea confessare. E perchè il Sances e li giudici non sapeano di Theologia et Astrologia li levò dalla legge a queste altre scienze con arte; dicendo ch'era vero, che lui predicò che si dovea mutar il mondo, el regno, et che s'havea a far una repubblica nova universale secondo molte revelationi di Santi e d'Astrologi, e che quando questo fosse succeduto, lui voleva predicarla e farla, e che sendo dimandato da molti disse a quelli, che attendessero all'armi, perchè occorrendo mutatione fatale da qualsivoglia banda si difendessero, e facessero la repubblica antevista nell'Apocalissi di S. Giovanni e nominò molti che consentiano a questo parere. Ma però non confessò heresia alcuna nè ribellione nè voluntà di ribellare. Anzi dice nella sua confessione, ch'interrogato da Mauritio come potea far questo, li rispose, che essi non havean d'assaltar il regno; ma con questa conditionale _se venia mutatione_, volean far la repubblica nelle montagne difendendosi come li Spagnoli nelle montagne quando entraro li Mori. E parlava in tal modo che li giudici si credeano che confessava, e che solo negava la prattica con Turchi, la quale nega espressamente, e dice haver ripreso Mauritio perche era andato su le galere d'Amurat. E perche essi giudici non sanno quel che dice Arquàto Astrologo, et Scaligero, et Cardàno, e Ticòne e Gemma Frisio et altri Astrologi della mutatione instante al secol nostro: nè quel che dicon li Santi Caterina, Brigida, Vincenzo, Dionisio Cartusiano... pensare che queste profezie fossero finte dal Campanella per tirar la gente a ribellare, e ch'erano false; e si contentare di tal confessione, sperando anche che poi nel tribunal del S. Officio confessasse che quella republica che dicea voler fare havea d'esser heretica: e così saria stato brugiato». In verità i Giudici della tentata ribellione non aveano alcun motivo di preoccuparsi della qualità eretica della repubblica voluta dal Campanella, qualità che si sarebbe dimostrata più tardi in un altro tribunale. Bastava loro che venisse da lui confessato il _trattato di far repubblica_, per ritenerlo un reo confesso con tutte le terribili conseguenze legali; e non importava neanche troppo se per tale repubblica avessero dovuto aversi o no certe condizioni, se avessero dovuto usarsi le armi in difesa ovvero in offesa, se avessero dovuto esservi gli aiuti de' potentati esterni e segnatamente del Turco, da qualunque de' complici invocato. Le conseguenze legali non variavano punto per tutto ciò, e tale fu infatti l'opinione che ne portarono i Giudici; lo rileviamo benissimo da una lettera del Nunzio, in data 11 febbraio. «Nella causa della ribellione finalmente con poco tormento, per vigor della facoltà venuta et per la sua (_int_. la lettera del Card.^l S. Giorgio) de' 24 del passato, che comunicai subito con S. E., si cavò da quel Campanella tutto il fatto come era passato, se bene non hà mai voluto chiamarlo ribellione ma detto che voleva far Repubblica la provincia di Calabria per mezo delle Armi e delle Prediche, quando però seguissino i garbugli in Italia, che lui si era presupposto, et intanto andava disponendo gli animi et procurando seguito; il trattar col Turco dice che fù concetto di quel Mauritio di Rinaldo, che poi hanno fatto appiccare, non di meno _il negotio resta di maniera scoperto che non par che possa haver difesa_, alla qual cosa se gli è di già dato il termine, e la commodità, et intanto si seguirà contra complici ch'egli hà nominato, con i quali si terrà il medesimo modo che si è tenuto con seco, poichè _è riuscito bene_». Vedesi qui manifestamente che neppure il Nunzio diede alcuna importanza a' Profetali esposti dal Campanella in rapporto al disegno della repubblica da lui concepito e promosso, e ritenne puramente e semplicemente essersi avuta la confessione di una congiura o trattato di ribellione, per lo quale il Campanella era andato disponendo gli animi e procurando sèguito, nè deve sfuggire che egli mostrò chiaro qual fosse l'animo suo, ed anche l'animo della Curia alla quale scriveva e doveva ingegnarsi di dar buone notizie, dicendo che il modo tenuto era _riuscito bene_, mentre il povero filosofo si era avviato all'estrema rovina. Da un lato solo l'esposizione de' Profetali dovè colpirlo ed incutergli anche un certo timore, dal lato della profonda erudizione e dottrina che il Campanella palesava; poichè nella stessa data egli si diè subito a chiedere al Card.^l S. Giorgio ed anche al Card.^l di S.^{ta} Severina, per la prossima causa dell'eresia, l'intervento di «persone pratiche e buoni Theologhi per disputare con quel Campanella, che _per haver abiurato altra volta_, _com'egli stesso dice_, vorrà forse in questo dar che fare dinuovo», notando che aveva «umore in difendere le sue opinioni»[86]. Da queste parole del Nunzio rimangono appieno giustificate quelle della Narrazione riferibili più direttamente a lui, che cioè «li giudici non sapeano di Theologia et Astrologia»: e ci sembra conveniente aggiungere, che da quanto sappiamo dell'andamento della confessione potrebbero risultare giustificate anche certe parole del Giannone intorno alla medesima. Il Campanella ci lasciò scritto, e non stentiamo a crederlo, che gli orrendi spasimi lo fecero «uscir di cervello»; da parte sua, almeno nel 1^o giorno, chi sa in qual modo il Mastrodatti potè seguirlo nelle considerazioni apocalittiche dettate con una inevitabile confusione; non può quindi sorprendere l'impressione avuta dal Giannone quando ebbe a leggere nella copia del processo «la sua lunga deposizione fatta nel mese di febbraio... nella quale (egli dice) a guisa di fanatico e di forsennato, sia per malizia, sia per lo terrore, ora affermando, ora negando, tutto s'intriga e s'inviluppa».

C'incombe pertanto l'obbligo di vedere più da vicino ed anche commentare sobriamente la confessione del Campanella, adunando i brani a noi pervenuti con gli Atti esistenti in Firenze, e riportandoli secondo il testo del sunto fattone dal Mastrodatti[87]. Non si avrà l'intera confessione e tanto meno la precisa fisonomia di essa, ma se ne avranno i punti di maggior rilievo, pe' quali risulterà sempre più chiara la posizione derivatane a lui medesimo ed a' compagni suoi propriamente ecclesiastici. Notiamo innanzi tutto che ci mancano i brani relativi alle Profezie ed a' pronostici, i quali doveano verosimilmente occupare i fol. 28 e 29 del processo, ed abbiamo solamente alcuni di quelli compresi tra il fol. 30 e 34; essi cominciano dalla esposizione del partito che il Campanella intendeva trarre dagli avvenimenti previsti, e furono riferiti dal suo Avvocato nella Difesa. «Che soccedendono detti romori, et revolutioni, che lui per Profetie et altri segni prevedea, con detta occasione si volea forzare fare detta Provincia di Calabria Republica, che con pigliare li monti si hariano mantenuti, et con questo il Papa et Rè di Spagna li hariano lasciati vivere in Repubblica, Che dicendoli Mauritio che detta Republica non si possea fare senza aiuto di Potentati esterni, Lui rispose che non havevano d'assaltare il Regno, et per questo non haveano bisogno di potenza esterna; mà che con la mutatione del Regno, che havea da soccedere secondo havea trovato per Profetie, loro soli bastavano con l'eloquenza et con gl'amici. Che l'Imperio Torchesco s'havea da dividere in due parti, Et una saria stata da parte de Christiani, Et un'altra dalla parte Maumettana, et che di quella parte di Christiani se n'haveriano visto dove per fato inclinavano. Che havendoli ditto Mauritio, che lui era andato sopra le Galere Torchesche à parlare con Morat Rais, che l'havesse voluto dare aiuto in fare detta Republica, esso fra Thomaso lo riprese di questo, che non havea fatto bene, per che li turchi sempre sogliono essere infedeli et inimici. Che lui dicea che succedendono detti romori, et mutationi nel Regno, si seriano fatti grandi, ò della parte del papa, ò della parte del Rè. Che in detto anno del 600 havea da essere unum ovile et unus Pastor, et che lui con li compagni suoi Monaci con detta occasione haveriano predicato in favore di detta Republica profetizata in benefitio del Papa». Ma dovè nominare quelli co' quali egli avea fatti tali discorsi, in ispecie poi i frati compagni suoi che avrebbero predicato con lui, giacchè il tribunale doveva occuparsi appunto degli ecclesiastici; ed ecco nominati parecchi, e s'intende che a noi sono propriamente pervenuti i nomi degli ecclesiastici già carcerati. Forse si era al secondo giorno, ed egli avea dovuto riflettere a' casi suoi; ad ogni modo troviamo qui pure l'animo suo, come sempre, soggetto all'impeto de' risentimenti, malgrado la confusione suscitata dall'atrocità de' dolori. Scorgesi infatti senza riguardi verso il Pizzoni, il Lauriana, il Petrolo, che si erano da poco tempo confrontati con lui a suo danno, abbastanza riguardoso verso fra Dionisio e naturalmente anche più verso fra Pietro di Stilo, abbastanza riguardoso perfino verso Giulio Contestabile, al quale già prima in Calabria, per lo stesso motivo de' risentimenti, aveva usato tutt'altro che riguardi. «In interrogatione chi sono questi altri religiosi, che volevano agiutare col predicare et eloquentia in detta Republica et Novità? dice che era esso deposante, Fra Gio. Battista de Pizzoni, frà Dominico Petrolo, frà Silvestro de Lauriana, frà Dionisio Pontio, et frà Pietro de Stilo lo seppe all'ultimo quando stavamo per fugire, et non seppe manco tutto lo negotio, et non ci confidiamo comunicarli questo, per che era un pazzo»! Con questo titolo di pazzo, dato al più giudizioso della compagnia, evidentemente egli quasi venne a porre fra Pietro di Stilo fuori causa. Rispetto a fra Dionisio non potea fare altrettanto, e si limitò a dire che «era consapevole di quanto si trattava, et esso fra Dionisio havea trattato, et parlato di questo negotio di fare republica la provintia in genere con fra Gioseppo Yatrinoli et fra Gioseppo Bitonti, et con Cesare Pisano, li quali vennero una sera à Stilo, et la matina per tempo si partero et non li parlò». Rispetto al Pizzoni fu più largo ed anche molto ostile, a differenza di quanto avea fatto nella Dichiarazione scritta in Calabria. «La prima volta che esso frà Thomaso ne parlò con detto frà Gio. Battista fù l'anno passato del mese di Settembre 98 in Stilo, conferendo certe conclusioni che esso frà Gio. Battista havea da tenere nel capitolo». In dette conclusioni «trattò... de statu optimae Reipublicae, et dicendoci Io le legge di quella, Lui disse, volesse Dio, che si trovasse, ma è quella di Platone, che non si trovò mai, et Io le risposi che s'haverà da trovare questa republica innanzi la fine del mondo per compire li desiderij humani del secolo d'oro, et che così era profetato, et non se ne parlò più, et dopò à Giugnetto 99. venne fra Gio. Battista à Stilo, et per strada ragionammo, et li disse io tengo per fermo che l'anno 600 facendosi mutationi, ne haveriamo fatti grandi ò da la parte del Papa, ò da la parte del Rè, et lo frà Gio. Battista cominciò à dire venesse presto questa mutatione, finalmente disse che io volesse andare à Pizzoni à parlare con Claudio Crispo et animarlo con questa novità, che non pigliasse moglie. Et in conformità di questo quando frà Gio. Battista me disse che volea portare Claudio Crispo in Arena li persuadesse che non si maritasse, per che volea che ll'agiutasse à fare le sue vendette, et finalmente dopò d'essere andato à Pizzoni rechiesto da frà Gio. Battista, mi parlò Claudio, et ragionammo un giorno sopra l'astrolabio, acciò che con questa occasione havesse possuto subintrare a trattare con detto Claudio de la mutatione del mondo, et persuaderlo à volersi trovare pronto à la novità predetta, et à fare la Provintia di Calabria Republica, et in quella occasione havendosi aboccato esso deposante con Claudio Crispo presente fra Gio. Battista Pizzoni li dissi, che la fine del mondo era presta, et che innanzi à questo havea da essere una Republica la più mirabile del mondo, et che li monaci di san Domenico l'haveano da preparare secondo l'apocalissi, et che havea da cominciare dall'anno 600, et esso Claudio s'offerse stare in ordine, et se ricorda ancora esso deposante che in Arena li mostrò una lettra, à Claudio Crispo, et à fra Gio. Battista Pizzoni di Giulio Condestabile, dove l'avisava che Mauritio era andato sopra le galere in Costantinopoli (_sic_). Et dice de più che frà Gio. Battista Pizzoni, et Claudio Crispo mandorno à chiamare Eusebio Soldaniero da Serrata per frà Silvestro Lauriana, et non ci volse venire. A frà Silvestro Lauriana esso deposante non hà parlato di questo negotio, se non genericamente, dicendo, volesse Dio, che fusse tutto quello, che aspettamo, presupponendo, che lo sapesse per quanto frà Gio. Battista m'havea referito». Citò pertanto (e questo forse era un po' troppo) anche il Lauriana tra quelli «che volevano agiutare col predicare et eloquenza... con li quali da Pasqua di resurrettione dell'anno passato 99 in quà havea trattato di fare detta Republica, et mutatione». Rispetto al Petrolo dichiarò avergli «parlato à Stilo dicendoli che nell'anno 1600 havea da cominciare ad essere Unum ovile, et Unus Pastor, et che noi haveriamo predicato in favore di questa republica profetizata in beneficio del Papa, et che il Papa l'haveria esaltati perchè loro si voleano pigliare alcuna parte della Provintia, et esso fra Domenico si ne contentava, et di questo ne hà parlato più volte, et esso fra Domenico era tutto cosa di esso deposante, et sempre lo hà sequitato, et cossì se offerse sequitarlo in questo». Onde lo citò egualmente tra' futuri predicatori, ed aggiunse che «con fra Domenico petruolo et fabritio Campanella andammo a Davoli, et trovò Mauritio che stava in casa di donno Marco antonio pittella, et per lettre Mauritio mandò a chiamare da Catanzaro Gio. thomase franza, et Gioan paulo de Cordoa». Infine rispetto a Giulio Contestabile confermò che era intervenuto al trattato, «quale si contentava trovarsici et era uno delli capi», aggiungendo «ch'un giorno del mese di Maggio il detto Giulio steva in camera d'esso fra Tomaso, et dicea male del Capitano di Stilo ch'era spagnolo, et in questo il vento fe cascare in terra il ritratto del Rè nostro Sig.^{re}, et detto Clerico Giulio uscendo la porta l'incontrò innanti, et lo calpestrò, dicendo, mira à che stamo soggetti, à uno sbarbato, Re dell'uccelli». Fu dunque il vento che fece cadere il ritratto del Re, e Giulio l'incontrò innanti e così ebbe a calpestarlo, non già che lo prese e se lo pose sotto i piedi, secondochè il Campanella medesimo avea dichiarato in Calabria: non è dubbio qui che il risentimento con Giulio Contestabile si era calmato, e il fatto di lui veniva attenuato; invece col Pizzoni, col Lauriana e col Petrolo, il risentimento era vivissimo, e i fatti occorsi con loro venivano aspramente asserti.

Da' suddetti brani, i soli che ne rimangono e così trivialmente redatti, possiamo rilevare che la confessione orale in tortura non suggellava soltanto la dichiarazione scritta, ma faceva anche emergere manifesto il disegno del Campanella di rendere il paese indipendente da Spagna e costituirlo in repubblica, essendone autore non altri che lui, ed avendolo ad istanza di lui accettato diversi frati che doveano d'accordo predicarlo, come pure diversi laici, specialmente fuorusciti, che doveano con le armi per lo meno sostenerlo. Vero è che tale disegno presentavasi subordinato alla condizione di future rivolte e mutazioni; ma questo importava poco, non potendosi ammettere nemmeno con riserva l'apostolato per una forma di Governo diversa da quella costituita, e tanto meno il preparativo dell'azione rappresentato dalle ricerche e concerti di persone che doveano promuovere quella forma di Governo con la parola e con le armi. D'altronde non appariva decifrabile per opera di chi sarebbero avvenute le rivolte e le mutazioni antivedute con le Profezie e co' segni astronomici, nè in qual modo la detta repubblica dovesse riuscire tollerata dal Papa e dal Re, essendo stata profetizzata in beneficio del Papa; egualmente non appariva decifrabile che il Campanella, mentre non voleva l'aiuto de' turchi per la detta repubblica ed avea rimproverato Maurizio che si era spinto a chiederlo, ammettesse doversi una parte de' turchi porre dal lato dei Cristiani, ed avesse continuato a trattare con Maurizio il quale avea concordato l'aiuto de' turchi, e a confabulare con persone disposte o chiamate a fare delle armi un uso più spinto e più pronto. Con ciò manifestamente veniva confermato quanto il Pizzoni, il Lauriana, il Petrolo, oltrechè molti laici, aveano deposto contro di lui, quanto aveano denunziato Biblia e Lauro, potendo solo ammettersi che l'avessero denunziato con la più grande ed iniqua esagerazione. E veniva in pari tempo giustificato quanto il Governo avea detto e fatto sin allora, potendo solo ammettersi che avesse tollerato negli ufficiali suoi lo sfogo della loro ambizione e rapacità sulla povera Calabria, considerandola già ribellata, e però «macchiandola di falsa ribellione», come ebbe a scrivere il Campanella, e come si trova anche scritto, con le medesime parole, dal Residente Veneto, benchè, al pari di altri Agenti accreditati in Napoli, non avesse mai posto in dubbio la congiura o il tentativo di ribellione[88].--Al Campanella potè sembrare, come nella Narrazione ci lasciò scritto, che non avesse confessato «nè ribellione nè voluntà di ribellare» e che i Giudici «accortisi che la confessione era erronea, perchè li altri non pigliassero la medesima fuga, non fecero ch'esso Campanella facesse la confronta a F. Dionisio, et a gli altri, come la facean fare da tutti l'altri che confessavano». Ma naturalmente i Giudici, per quanto videro chiara e limpida, e niente affatto erronea, la confessione di aver voluto ribellare, altrettanto videro oscura e misteriosa, ed al postutto indifferente, la condizione alla quale si diceva subordinata: nè ebbero a temere che fra Dionisio e gli altri, con la confronta avrebbero pigliato «la medesima fuga», poichè non accordavano alcun valore a questa fuga, la quale, per essere stata così denominata dal nostro filosofo, dovrebbe tradursi sotterfugio, onde le profezie e le vedute astrologiche risulterebbero, se non finte, certamente evocate «per tirar la gente a ribellare». E conviene aggiungere che fu una buona fortuna pel Campanella il non essere stata ordinata dai Giudici la sua confronta con fra Dionisio e compagni, poichè null'altro poteva seguirne, se non che costoro sarebbero risultati _convinti per opera sua_; e fra Dionisio principalmente, che dovè senza dubbio irritarsi per la confessione del Campanella e ne vedremo una prova più in là, avrebbe ben a ragione finito con odiarlo a morte dopo una confronta. In conclusione non può recare maraviglia che i Commissarii Apostolici si fossero trovati d'accordo nel giudicare il Campanella «confesso»; in tal guisa egli trovasi qualificato negli Atti due volte, ed è superfluo dirne le conseguenze[89].