Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 60
[459] Ved. nel Carteggio Veneto suddetto specialmente le lettere del 20 e 27 giugno, 18 e 25 luglio ed 8 agosto 1606. Non sarà poi inutile notare che pochi mesi prima del tempo suddetto, parlando delle gabelle divenute insopportabili, e in ispecie delle nuove gabelle sulla seta riuscite gravi sopratutto in Calabria, il Residente Bartoli scriveva de' Calabresi: «dicono palesemente che si darebbero, se havessero chi li volesse ricevere, non solamente a' turchi, come tentarono di fare cinque anni sono, ma anche à peggior generatione più tosto, che vivere sotto à questo governo». Nemmeno sarà inutile notare in che maniera rispondevano gli ufficiali del Governo agli assegnatarii, i quali si dolevano dell'essere stato trattenuto il pagamento degl'interessi loro dovuti: scriveva il Residente Dolce essersi risposto, «che era noto a cadauno che l'anima dell'huomo era di Dio, ma le vite, le facoltà et il danaro dei sudditi sono del Prencipe, et come padrone li era nelle occasioni lecito valersene a gusto e piacer suo».
[460] Così nella sua lettera di poco posteriore, in data del 30 agosto 1606, al Card.^l Farnese; ved. Centofanti, nell'Archivio storico italiano, luglio 1866, pag. 66.
[461] Le lettere e i libri del Campanella in molti luoghi fanno intendere che egli simulò la sua pazzia. Difatti, quanto alle lettere, parecchie tra quelle pubblicate dal Centofanti lo rivelano, onde riesce strano che il Centofanti medesimo abbia ammessa nel filosofo «una lunga aberrazione mentale». Nella lettera a Paolo V, fin da principio, col ricordo del fatto «naturale anche a' bruti deboli servirsi dell'industria contra li possenti», coll'esempio de' savii, e coll'autorità di S. Geronimo, confessando «le strattagemme usate non per fuggir la giustitia ma la violenza», il Campanella fece allusione evidente anche alla pazzia simulata. Nella lettera al Card.^l Farnese ricordò pure fin da principio il motto «placuit Deo per stultitiam salvos facere credentes», e in quella al S. Giorgio non solo ripetè che era stato conservato da Dio «con la stoltitia dov'era odiosa la virtù», ma anche rammentò che «la fintione s'usa contro la violenza, come insegna S. Geronimo con l'esempio di David e di Solone». Nella lettera latina al Papa ed a' Cardinali, ed egualmente nella lettera al Re di Spagna, affermò che per avergli negato le difese e pe' tanti tormenti «lo fecero pazzo»; ma perfino al Re non si peritò di scrivere, «dicono c'ho finto d'esser pazzo, io rispondo che David e Solone si finsero pazzi per lo stesso modo, e son lodati da S. Geronimo».--Quanto a' libri, il tratto più singolare è quello che leggesi nella _Città del Sole_ e che oggi sappiamo doversi riferire alla pazzia, ma che pur quando non si sapeva che dovesse riferirsi alla pazzia, avrebbe meritata tutta l'attenzione degli scrittori intenti a decifrare le faccende del Campanella; vogliamo dire quel tratto già da noi riportato parlando del libro (ved. la nota alla pag. 364), là dove si cita un gran filosofo, che per 40 ore venne crudelmente tormentato da' suoi nemici, senza mai potergli strappare di bocca una parola su quanto essi domandavano, perchè _nel fondo dell'animo avea determinato di tacere_. D'altra parte son conosciuti da un pezzo i versi e la nota ad un suo Sonetto intitolato «Di sè stesso» ove si riproducono i concetti palesati al Card.^l S. Giorgio, leggendosi: «quando bruciò il letto e divenne pazzo o vero o finto: _Stultitiam simulare in loco prudentia est_ disse il comico, _et de jure gentium_ i pazzi son salvi»; mentre nel Sonetto si canta:
«Bruto e Solon furor finto coperse e Davide temendo il re Geteo. Però là dove Jona si sommerse trovandosi l'Astratto, quel che feo al santo Senno in sacrificio offerse».
S'intende bene che l'Astratto qui è il Campanella, il quale si trovava _in faucibus Orci_, come sovente si espresse; e che avrebbe potuto dire di più nelle sue condizioni? Pur troppo, segnatamente nella Narrazione, disse anche essere stato pazzo «non finto»: questo pertanto mostra solo che le sue circostanze l'obbligarono molte volte a nascondere il vero, e che però le sue assertive debbono essere vagliate con molta circospezione.
[462] Ved. gli ultimi versi, con la nota annessa, della Canzone III in Salmodia metafisicale.
[463] Così nella Canzone «Della Bellezza», Madrigale 9^o, egli dichiarò che
«Bello è il mentir, se a far gran ben si prova».
E nella nota quivi annessa citò la menzogna di Ulisse a Polifemo, e di Sifra e di Puha a Salomone. In un'altra nota annessa al Madrigale 4.^o della «Canzon II al Primo Senno», parlando dello Spirito impuro, disse che esso è per natura mendace, ma aggiunse che «è segno di natura corrotta e viziosa, quando mente non per industria, bisogno e sagacità». L'essere poi stato costretto a fingere, e l'aver finto, si rileva dal Sonetto intitolato «Senno senza forza de' savii esser soggetto alla forza de' pazzi», dove il filosofo ci apparisce ritratto con la maggior fedeltà, essendo quivi citati i suoi presagi, le sue «Regie imprese» e le conseguenze di esse.
[464] «Nec potest Macchiavellista dissimulare in hoc aliisque saeculis praeteritis, futurisque, quod argumenta potiora dissimulaverim: nam plura quam ipsi queant imaginari et fortiora apposui, dissolvique per coelestem et humanam philosophiam non semel neque bis, usque ad radices». Così nella lettera proemiale all'_Atheismus_ pubblicata dallo Struvio.
[465] Abbiamo detto che il Campanella fu diversamente ed assai spesso vituperosamente giudicato nella persona e nelle opere sue. Segnatamente circa le opere politiche e religiose, che appunto riguardano più da vicino l'argomento nostro, fu ammessa in lui un'astuzia con frode, un Machiavellismo combattendo il Machiavelli, un Ateismo combattendo gli Atei, la quale ultima proposizione in verità è affatto insulsa. Possono leggersi nel Cyprianus e nell'Echard le testimonianze di questo genere emesse dal Boecler, dal Conringio, dal Voël etc. etc. e non a torto l'Echard fece riflettere che in altrettali giudizii ostili dominava il dispetto de' Protestanti di Germania, i quali furono veramente, per esagerazione di zelo, trattati con molta durezza dal Campanella. Per conto nostro dobbiamo dire che nel paese, dove potè essere meglio conosciuto intimamente, oltre la caratteristica di astuto e furbo, stabilita a' tempi suoi e mantenutasi per tradizione, non mancarono le testimonianze dell'aver lui scritto ben diversamente da ciò che sentiva, e questo per verità importa di assodare. Così il Nicodemo, da potersi considerare un'eco di affermazioni d'individui che aveano trattato col Campanella, nelle Addizioni alla Biblioteca del Toppi disse, «Per quanto ebbe ingegno e dottrina, tanto fu ingannatore, e spesso, spesso, per compiacere altrui o per proprii fini, cose scriveva lontanissime da quello che nell'interno sentiva»: respingendo un modo di esprimersi tanto sciocco, che non tiene il menomo conto della posizione orribile del Campanella, rimane accertato il fatto della dissonanza tra i suoi pensieri e i suoi scritti. Potremmo poi riferire testimonianze e ricordi pieni di stima e di affetto, da parte di qualche suo discepolo distintissimo, che ebbe campo di conoscerlo intimamente e di valutarne al tempo medesimo le stringenti necessità: nè vi è chi ignori le testimonianze di stranieri illustri che lo conobbero, come Tobia Adami il quale ebbe a conversare con lui per più mesi al Castello dell'uovo nel 1613, e Gabriele Nandeo il quale ebbe a conversarvi del pari lungamente a Roma nel 1631, mostrandosi entrambi convinti non solo dell'ingegno e della dottrina del filosofo, ma anche del suo candore ed innocenza, mentre per lo meno il Nandeo era certamente consapevole delle sue imprese di Calabria. Ora a' tempi nostri il Sainte-Beuve (Portraits litteraires, Paris 1862, vol. 2.^o p. 522) ha pubblicata un'altra lettera del Nandeo, rinvenuta nella corrispondenza ms. di Mons.^r Peirescio, nella quale, in data del 30 giugno 1636, invelenito contro il Campanella, che assicuravasi avere sparlato di lui e che protestava di «non aver detto nulla a suo svantaggio e voler morire suo servitore ed amico», il Nandeo vomita largamente grossolani giudizii sul conto di lui. E dice che vuole «una sodisfazione per lettera di propria mano, concepita in guisa da mostrare almeno di essere dispiaciuto di avere offeso a torto e con leggerezza», ma aggiunge che «qualunque sodisfazione gli avesse dato, non lo stimerebbe mai altrimenti che un uomo stordito più di una mosca e negli affari del mondo meno sensato di un ragazzo», e «se ha evitato i giusti risentimenti del M.^o del Palazzo di Roma _fuggendosene a Parigi sotto pretesto di essere perseguitato dagli spagnuoli che non pensarono punto a lui_, non eviterà frattanto i suoi» (giunge il Nandeo a tradire la verità fino a questo punto). E dice che il Campanella «ciarla potentemente, mentisce impudentemente, spaccia bagatelle al popolaccio, e con tutto ciò è un matto arrabbiato, un impostore, un mentitore, un superbo, un impaziente, un ingrato, un filosofo mascherato. . . », terminando col motto «ipse est catharma, carcinoma, fex, excrementum di tutti gli uomini di lettere, a' quali fa vergogna e disonore»! Il Sainte-Beuve, aggiungendovi anche una nota del Guy-Patin, che dopo di aver visitato il Campanella in Parigi scrisse di lui nel suo libro di ricordi il _beau-mot_ «multa quidem scit, sed non multum», dice per conto suo bonariamente: «in un tempo in cui _si è in via di esagerare sul Campanella_, ho stimato bene far conoscere questa opinione segreta del Naudè e della cerchia degli amici del Naudè; giacchè sovente è invocata la loro testimonianza esteriore..., era giusto che se ne avesse anche la testimonianza intima e confidenziale». Per conto nostro, a fronte di testimonianze provenienti da uomini di coscienza sciaguratamente doppia, siamo disposti ad accogliere le testimonianze segrete anzichè le pubbliche, ma, naturalmente, riserbandoci il dritto di apprezzarne il valore: ed essendoci noto come negl'italiani si trovi ancora tanta dabbenaggine, che mentre al di là delle Alpi si professa lo _chez-nous_ ad ogni costo, essi si affaticano a professare il _favorite-signori_ senza eccezioni, stimiamo bene spendervi intorno alcune poche parole. Lasceremo da banda le testimonianze del Guy-Patin: vi sono le opere del Campanella, e chi è avvezzo a leggere deve da esse trarre i suoi convincimenti, non dalle impressioni di un uomo che studiava spirito e maldicenza per farne traffico, ricavandone un pranzo e un luigi per ogni seduta, ed era tanto competente in filosofia da maledire Descartes. Quanto alla lettera scritta nel 1636 dal Naudeo, essa per noi vale solo a mostrare due cose: 1.^o che il Campanella non aveva l'abitudine del mutuo incensamento tanto diffuso tra' dotti a quell'età, onde il Naudeo, come il Peirescio, il Gassendo etc., non potevano tollerarne qualche giudizio sul conto loro, che non fosse un elogio continuo in tutto e per tutto; 2.^o che il Naudeo era capace di bizze momentanee senza alcuna misura, da doversi dire francamente bestiali. Quando si avesse a ritenere la detta lettera del Naudeo non come una bizza momentanea, ma come l'espressione del suo profondo convincimento sul Campanella, allora, avendo lui scritto le note lettere latine posteriori al 1636 e la lettera dedicatoria del _Syntagma_, avendo inoltre pubblicato il Panegirico ad Urbano VIII con la relativa avvertenza, nel quale del resto diede veramente prova solenne di menzogna e d'impostura, andrebbe a lui rivolto quel suo motto «ipse est catharma, carcinoma», con ciò che segue.
[466] Ved. Doc. 520, pag. 596.
[467] Alludiamo a' «Nuovi Documenti su T. Campanella tratti dal Carteggio di Giovanni Fabri, Roma 9bre 1881». Notiamo che i documenti di tale Carteggio pubblicati nella loro integrità sono solamente cinque, rappresentati da due lettere dell'Arciduca Ferdinando e tre lettere dello Scioppio, mentre le notizie che li accompagnano ne mostrano un numero assai maggiore. Come abbiamo detto nella Prefazione di questo libro, ancora non si concede di poter vedere il Carteggio.
[468] Ved. Centofanti nell'Arch. storico italiano, luglio 1866 pag. 19: «De cleri reformatione iterum dico tibi me quasi nihil sperare . . .; ipsi orabunt nos, si Principes duos, quos quasi manibus teneo convertemus, et sapientes Germaniae per novitatem doctrinae admirabilis alliciemus»: d'onde si vede che il Campanella avea giù rinunziato a sostenere la riforma del Clero consigliata come indispensabile nella lettera del 1606 al Papa, e il suo pensiero era tutto rivolto alle imprese di Germania da doversi compiere insieme con lo Scioppio, al quale aveva pure scritto un'altra volta. Aggiungiamo che essendo ora accertato da uno de' documenti rinvenuti dal Berti essere lo Scioppio venuto in Napoli nell'aprile 1607, e cominciando la lettera del Campanella con le parole «Mirifice me angit quod adspectus denegatur tuus», saremmo tentati di assegnarle appunto la data suddetta, quando essi stavano vicini e non si permetteva che si vedessero. Aggiungiamo ancora che non può dubitarsi essere stato l'anno 1607 quello in cui lo Scioppio ebbe la missione di Germania, poichè una lettera autografa di lui a Cassiano del Pozzo, da noi pubblicata, reca: «L'anno 1607 havendo gli Catolici di Germania supplicato il Papa Paolo V che soprasedesse di mandar un Nunzio alla Dieta di Ratispona per evitar la gelosia de' Protestanti, si risolse il Papa di mandarvi la mia persona come Consegliero di casa d'Austria» etc. (ved. Il Codice delle lettere del Campanella, pag. 80 in nota).
[469] Scioppii, De Antichristo, Epistola ad Ill.^{um} quemdam Germaniae Principem Protestantem scripta, accesserunt ejusdem De Petri primatu, De adoratione summi Pontificis, de splendore et divitiis ecclesiasticorum, de Papae denique potestate in saecularibus etc. Ingolstadii 1605.
[470] Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 35.
[471] Jul. Caesaris Capacci, Illustrium mulierum et illustrium virorum elogia, Neap. 1608-1609, t. 2, pag. 275-77. Il Capaccio dice che il Fabre gli «mostrò» la disputa mandata alla stampa contro lo Scaligero.
[472] Questo errore non sarebbe il solo: probabilmente per colpa dell'amanuense la lettera si mostra erronea in più punti. Fin dall'intestazione vi si leggo «Gaspari Scioppio... qui se litteratorem exhibet» e dovea dire «liberatorem»; offre poi «politicae XV aphorismos» e dovea dire «CL»; più oltre, «rogo te sis mihi ac tibi dedecori et onori», e dovea dire «ne sis» etc. etc.
[473] La data della morte del Marchese di Lavello Gio. Geronimo trovasi ne' Reg.^i delle _Significatorie de' Relevii_ vol. 39, fol. 108.--Quanto al ricupero della _Metafisica_ ved. Doc. 522, pag. 603. L'intervento del Reggente della Vicaria fa ritenere che il Campanella abbia dovuto reclamare pel ricupero dell'opera sua.
[474] Entrambe le lettere sono state da noi pubblicate.
[475] È curioso il vedere che al Re, oltre le promesse solite di edificare una città inespugnabile etc., far che i vascelli navighino senza remi e senza vento, far che le carra camminino col vento con buoni pesi, far che i soldati a cavallo adoperino entrambe le mani senza obbligo di tener la briglia (cose più o meno già dette pure nella _Città del Sole_), aggiunse straordinariamente la promessa de' «Rimedii di rinnovar la vita ogni 7 anni». Nessuno meglio del Campanella sapeva adattarsi alle persone con le quali avea da fare.
[476] Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 45.
[477] Così nell'Echard, Vita Campanellae, ediz. agg.^{ta} al Cyprianus, Traiecti ad Rhenum, 1741, pag. 175.
[478] Ved. i Nuovi documenti pubblicati dal Berti, Doc. 1.^o pag. 29. Ma ci permettiamo di far avvertire che la data di esso, 17 marzo 1607, non può stare; la lettera evidentemente fu scritta dalla Germania e basta riflettere che accenna ad una lettera commendatizia già scritta dall'Arciduca Ferdinando, la qual cosa conosciamo essere avvenuta in gennaio 1608; vedremo poi, nel corso della narrazione, come essa si colleghi a qualche altra lettera pubblicata da noi.
[479] Ved. Griselini, Memorie aneddote spettanti alla vita di fra Paolo Servita, Losanna 1760, pag. 142, e Oporini Grabinii, Amphotides Scioppianae, Paris. 1611, pag. 162.
[480] Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 50.
[481] Riportiamo qui il brano suddetto perchè i lettori possano valutarlo: «Primum ab Archiduce Maximiliano, cum totos XI dies cum maxima mea molestia neque minimis impensis Oeniponti desedissem, literas ad Proregem impetravi, et quidem adnitente D. Georgio nostro. Deinde ut ipse Georgius hominem ei rei allegaret perfeci: ita tamen ut stipulanti promitterem, curaturum me ut secum prius toto anno esses quam quaquam discederes; tum etiam nullius me alterius principis auxilia imploraturum, quamdin spes aliqua sit suam tibi operam profuturam... Et tamen, bona cum ipsius pace, ut te Serenissimus Patronus meus Ferdinandus Archidux ex praescripto meo Proregi commendaret perfeci». Così nell'ultima delle tre lettere pubblicate dal Berti, che a noi pare debba mettersi in primo luogo.
[482] Ved. Il Codice delle lettere, pag. 46 e 68.
[483] Ved. Il Codice delle lettere, pag. 42. Dobbiamo fare avvertire che in questa lettera il Campanella dice dippiù esservi disgusto fra Abacuc e il Tutore: oggi, sapendosi dall'Epistolario romano che fin dall'ottobre 1607 era stato dal Fugger mandato in Italia Daniele Stefano di Augusta, per far evadere il Campanella, potrebbe lo Stefano esser ritenuto per Abacuc, disgustatosi col Tutore ossia fra Serafino.
[484] Abbiamo cercato di vedere con la maggiore attenzione se nell'Archivio di Stato in Napoli fosse rimasta qualche traccia di questo Carteggio dell'Arciduca Ferdinando ed anche dell'Arciduca Massimiliano intorno al Campanella. Ci pare che le tre seguenti Lettere Regie vi si riferiscano: ma il mistero col quale sono scritte vieta di ritenerlo in modo assoluto. E però le mettiamo qui per lasciarne giudici i lettori, pregandoli di ricordarsi che primo a scrivere fu Massimiliano, che pochi giorni dopo scrisse Ferdinando, nel gen.^o 1608 (lettere giunte con ritardo), e che Ferdinando scrisse ancora in sèguito, il 3 8bre 1608 e il 10 maggio 1609.--1.^o «El rey. III.^o Conte de Venavente Primo mi Visso Rey, lugar teniente y Capitan general del Reyno de Napoles. He visto vuestras cartas de los 23 de mayo y 30 de iunio con los papeles que acusan tocante a mejorar el presidio y poblaçion de puerto Ercules, y sobre el socorro que pide el Archiduque Massimiliano Ernesto, y agradezco os mucho el cuydado que teneys de lo primero, en lo qual quedo mirando para proveer lo que convenga, y en lo que toca a lo que os escrivio el dicho Archiduque no se offrece que dezir, sino que fue açertado lo que le respondistes y lo sera que siempre vays con la misma consideracion no resolviendo nada sin avisarmelo, porque ay mucho que mirar en la forma de hazer aquellas ayudas. De Valladolid a 10 de setiembre 1608. Yo el Rey».--2.^o «III.^o Conde etc. Las cosas de la Religion Catolica en Alemana se van poniendo en tan mal estado que obliga a atender a su reparo con summo cuydado, y haviendo entendido el en que se hallan los Ser.^{mos} Archiduques ferdinando y leopoldo mis hermanos por lo que toca a sus estados, He acordado de engargaros y mandaros, como lo hago, les asestays y ayudeys en lo que pudieredes de esse Reyno, y demas desto procureys que por todas vias se entienda que yo de acudir a la defensa de la causa Catolica y al empaxo de la cassa (_sic_) de Austria en qualquier evento, como debo, para que con esto se reprima el atrevimiento de los hereges, y avisareysme de lo que hizieredes, y se os ofreçiere açerca desta materia. De Segovia a 13 de agosto 1609. Yo el Rey».--3.^o «.... queda entendido lo que el Archiduque ferdinando mi Hermano os ha embiado a pedir con el Conde fu.^o efforça de Porçia, y que os le aveys respondido y ya se os ha avisado lo que es mi Voluntad, se haya por agora ensto, a quen no se offreze que anadir, sino que aquellas cosas me dan el cuydado que es razon y se va mirando en lo que se deve hazer.... De Segovia a 22 de Agosto 1609. Yo el Rey». (Da' Reg.^i _Litterarum_ S. M.^{tiz} vol. 12, fol. 878, 1053, 1703).
[485] Ved. Gabr. Naudaei Epistolae, Genevae 1667. Ep. 82, pag. 614.
[486] Il Berti, nella Vita del Campanella stampata nella Nuova Antologia (luglio 1878, p. 615), parlando del carcere di Napoli dice che il Campanella «ricevette pure nel carcere la visita del celebre Gerolamo Vecchietti, di cui prese a difendere talune opinioni che erano state allora giudicate eretiche»; e in una nota aggiunge, «coteste opinioni si riferiscono alla cronologia sacra nella riforma del Calendario Giuliano». Ma in un _Avviso di Roma_ della Collezione esistente nella Bibl. Corsiniana (cod. 1768) abbiamo trovato in data del 30 aprile 1633: «Il Vecchietti fiorentino dopo esser stato sett'anni prigione all'Inquisitione questa settimana n'è uscito». Era dunque prigione fin dal 1626, e quindi compagno del Campanella; e le Lettere Inedite del Campanella dateci dallo stesso Berti ci mostrano quale sia stata veramente l'opinione eretica, per la quale passò pericolo di essere dannato al fuoco da 18 Teologi d'accordo, l'aver negato che Cristo avesse mangiato l'agnello (ved. le Lett. da Aix 2 9bre 1634, da Parigi 4 10bre 1634, da Parigi 22 7bre 1636).
[487] Ved. Il Codice delle Lettere etc. pag. 131 e seguenti.
[488] Ved. le Poesie, ediz. D'Ancona pag. 151.
[489] Di testimonianze relative a tale notizia non conosciamo finora altra più antica di quella del Bulifon, cronista della fine del 1600 e principio del 1700; ed essa viene a luce oggi per la prima volta, comunicataci dal chiar^{mo} Scipione Volpicella. Si sa che il Bulifon, libraio, registrava notizie di ogni sorte per compilare il suo così detto _Cronicamerone_; ma essendo stato saccheggiato il suo negozio e il suo domicilio il 1707, i manoscritti andarono perduti con tutto il resto, e poi se n'è venuto ricuperando qualche volume più tardi. Due di essi stanno nella Biblioteca Nazionale (X, F, 51-52), altri in mano di particolari, ed uno di questi ultimi reca: «La notte che divide l'anno 1679 dal 1680 morì in Roma quasi in miseria il celebre matematico Giovanni Alfonso Borelli d'anni 72. Egli nacque spurio, come dicono, nel Castello Nuovo di Napoli da un officiale spagnolo, sebbene v'è chi dica dal Padre Tommaso Campanella ivi carcerato. Ma restò tanto odioso di quella nazione che si assunse il cognome della madre. Questo nelle sue opere stampate e ristampate in più luoghi diede saggio della profondità di sua dottrina, con la quale gareggiò con li primi ingegni dell'Europa. Non si deve tacere che la maggior parte delle esperienze fatte nell'Accademia del Cimento in Firenze sono del nostro Borelli in quella aggregato. Le opere da lui stampate sono De vi....... (_sic_), De motibus a gravitate pendentibus, De motionibus animalium, Dell'incendio del Vesuvio, e Euclide restituito».--Ognuno apprezzerà, come merita, la notevolissima ragione del cambiamento di nome del Borrelli addotta dal Bulifon, tanto più che da' posteriori è stata variamente e meno acconciamente interpetrata. Noi pertanto abbiamo raccolto e discusso in una speciale Illustrazione quelle poche cose che finora ci è riuscito di trovare su tale argomento ne' libri parrocchiali del Castel nuovo e nell'Archivio di Stato. Ved. Illustraz. V, pag. 646.
[490] Il Conte di Lemos lo aveva dichiarato a S. M.^{tà} fin da principio (ved. Doc. 36, pag. 42); d'altronde tale era la regola.