Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 59
[405] Tutti questi fatti, e così pure i seguenti, sono stati raccolti nell'Archivio Veneto e nel Toscano, da' Carteggi de' Baili da Costantinopoli, del Residente di Venezia e dell'Agente di Toscana da Napoli. I Baili al ritorno del Cicala, sempre che potevano, facevano procedere all'interrogatorio con giuramento di qualche schiavo o di qualche altro individuo loro confidente che avea preso parte alla spedizione, e mandavano il processo verbale a Venezia; tanta era l'importanza che Venezia annetteva all'avere notizie precise di ciò che avveniva sul mare. Il Parrino fa succedere la spedizione ben riuscita di D. Garzia allo sbarco di Amurat, ma è attestato invece il contrario tanto dal Residente di Venezia quanto dall'Agente di Toscana. Vedi pe' Dispacci Veneti i volumi degli anni suddetti, e per quelli di Toscana le filze Medicee 4087 e 4088, dispacci del 22 e del 29 agosto 1600.
[406] Ved. Doc. 143, pag. 78.
[407] Ved. Doc. 145, pag. 79.
[408] Ved. Doc. 147, pag. 79.
[409] Ved. Doc. 148 a 152, pag. 80 e 81.
[410] Ved. Doc. 153, pag. 81.
[411] Ved. Doc. 154, pag. 81.
[412] Ved. Registri _Sigillorum_ vol. 39, data suddetta.
[413] Il Campanella medesimo diè modo di farlo rilevare, quando più tardi, in agosto 1600, vistosi abbandonato con la causa indecisa, scrisse a Papa Paolo V: «hora informano monsignor Nuntio come essi vogliono... e diran ch'è finita la causa, che mi condanni senza ascoltarmi». Ved. Centofanti, Arch. storico italiano 1866, pag. 24.
[414] Riproduciamo qui un brano di documento, che abbiamo raccolto nell'Arch. di Spagna in Simancas e che concerne il fatto di questa carcerazione: è una relazione di D. Pietro de Vera, annessa in copia a un dispaccio di D. Francesco de Castro al Re, in data del 2 marzo 1603. «Quel che resulta de l'informatione presa contra Giovanni Conte di Nassau Todesco, è, che essendo gionto in Napoli esso Conte Giovanni l'ultimo sabato di Carnevale prossimo passato, in compagnia di D. Giovan Ottavio Gonsagha, e di Cristofaro Pflug di Sassonia, Geronimo Tucher di Germania, Uberto alias Roberto Caroni de la città di Bozoli trà Mantua et Cremona et Giovanni Winckes Alemano creato d'esso Conte Giovanni, et andando incognito, si fe diligentia d'haverlo nelle mani, et mentre D. Giovan Ottavio Gonsagha giovedì passato 20 del mese presente di febbraro mandò in Palazzo per haver licentia esso con tre altri d'andar con cavalli di posta à Roma, si mandò a pigliar tanto esso quanto tutti quelli di sua compagnia, che foro esso D. Giovan Ottavio, Cristofaro Pflug, Geronimo Tucher, e Uberto alias Roberto Caroni, et non si trovò detto Conte Giovanni di Nassau, perchè lo detto giovedì mattino, per tempo, esso Conte Giovanni insieme con detto Giovanni Winckes suo creato s'erano partiti à cavallo senza la compagnia di detto D. Giovan Ottavio, et altri sopradetti, e V. E. li mandò appresso gente per haverlo, e D. Antonio Sanchez de luna che andò fra gli altri lo trovò vicino Sessa et lo condusse in Napoli col detto suo creato... _etc. etc._ D. Pedro de Vera i Aragon» (Ved. Arch. sud.^{to} Scritture Estado, legazo 1099).
[415] Questi particolari risultano da' Carteggi dell'Agente Toscano e del Residente Veneto, e in parte dalla relazione del De Vera mandata in Ispagna, dalla quale veramente si hanno i nomi di tutti i prigionieri, che ne' Carteggi non sono punto registrati. Ved. nell'Arch. di Firenze, Scritture Medicee filz. 4090, Lett. del Turaminis del 25 feb. 1603; nell'Arch. di Venezia, Senato-Secreta Napoli, Lett. di Anton M.^a Vincenti del 25 feb. 1602 (_more veneto_) e degli 11 marzo e 15 aprile 1603.
[416] Malgrado le più vive ricerche non abbiamo potuto vedere alcuna delle varie edizioni dell'opera del Custos e Kilian intitolata «Fuggerorum et Fuggerarum... quot extant aere expressae imagines, Augbsb. 1593, 1618, 1630» etc., ma abbiamo trovata ultimamente in Roma, nella Corsiniana, l'altra opera del medesimo Custos intitolata «Atrium heroicum _etc._ August. Vindelic. 1602», in cui si hanno non meno di 12 Fuggers, tra' quali Giorgio, che nel corso della narrazione incontreremo protettore accanito del Campanella, e Cristoforo figlio di Giovanni, che dovrebb'essere il Cristoforo di cui qui si parla. Ma il suo ritratto, alla data del 1592, lo mostra già adulto, di bella e distinta figura, non giovanotto, qualificato illustre e generoso Barone; evidentemente egli è il Cristoforo della branca di Kirkeim, padre di Ottone Enrico già nato al tempo di cui trattiamo, e non può avere nulla di comune con Cristoforo Pflugh.
[417] Ved. Il Codice delle Lettere etc. pag. 63.
[418] Ved. Doc. 518, pag. 585. Il Bierio citato dal Gagliardo è senza dubbio Gio. Wierio, dotto e benemerito medico Belga, che trattò ampiamente delle cose demoniache. Nella ristampa delle sue «Opera omnia Amstel. 1660 t. 2» si ha il trattato intitolato veramente «Pseudo monarchia Daemonum» con gli altri «De origine et lapsu Daemonum, De Praestigiis daemonum et De Lamiis»; il trattato «De Menomachia (o meglio Monomachia, duello) daemonum» ci apparisce una svista del Gagliardo.
[419] Ved. Doc. cit. pag. 589.
[420] Sarà bene ad ogni modo rammentare le parole testuali che si leggono nella _Città del Sole_, riferibili alle deposizioni fatte dal Gagliardo. «Studiarono (i solari) aver propizie le quattro costellazioni di ciascuno de' quattro angoli del mondo (ediz. d'Ancona pag. 267). Al mattino... rivolgendosi verso oriente recitano breve orazione (ibid.). Ogni volta che fanno orazione si rivolgono a' quattro angoli del mondo; al mattino guardano prima all'oriente, poi all'occidente, indi al mezzodì (274). Onorano, non adorano il sole, le stelle, siccome cose viventi, statue e tempii di Dio ed altari animati del cielo... Nel sole contemplano l'immagine di Dio e lo nominano eccelso volto dell'Onnipotente, statua viva, fonte d'ogni luce e calore, vita e felicità d'ogni cosa...; in lui i sacerdoti adorano Dio, e raffigurano nel cielo un tempio, nelle stelle altari, ed anche case viventi di angeli buoni nostri intercessori appresso Dio (275). Adorano Dio nella trinità e ciò fa meraviglia, ma dicono che Dio è somma Potenza dalla quale procede la somma Sapienza che è pure Dio, e da ambedue poi l'Amore, che è Potenza e Sapienza...; non hanno però distinte nozioni delle tre nominate persone come i Cristiani, non avendo essi avuto rivelazione» (277).--Rammenteremo inoltre ciò che si legge nelle _Poesie_, a proposito dell'orazione a Dio nella «Canzone 3^a in Salmodia metafisicale»:
«Poi ti prego, ti supplico e scongiuro per l'influenze magne necessità, fato, armonia, che 'l regno dell'universo mantengon sicuro . . . . . . . . . . . . . . . , pe 'l tempo, e per le statue tue viventi stelle, uomini ed armenti»; etc.;
e a proposito dell'orazione al Sole nell'«Elegia al Sole»
«Tempio vivo sei, statua, e venerabile volto del verace Dio, pompa e suprema face. Padre di Natura, e de gli astri rege beato vita, anima e senso d'ogni seconda cosa» etc. etc.,
aggiuntovi in nota che «il Sole è insegna della semblea d'esso autore». Circa la preghiera alle stelle e agli angelici spiriti in esse abitanti, se ne trova un saggio perfino nella «Canzone di pentimento»:
«Aria, tu vivo ciel, voi sacre stelle, e voi spirti vaganti dentro a loro ch'hor m'ascoltate ed io non veggio voi, mirate al mio martoro, di voi sicuri pregate per noi».
[421] Ved. Informazione contro fra Pietro di Calabria Domenicano carcerato in Castel nuovo, depos. suddetta, nella nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 2.^o fol. 273-1/2.
[422] Ved. la nostra Cop. ms. tom. 2^o, fol. 125-1/2.
[423] Aggiungiamo che la data del luglio o agosto 1603, come quella dell'entrata in una fossa venne sempre mantenuta dal Campanella anche in altre lettere, come p. es. in quella opuscolare sulla peste di Colonia e quella a Mons.^r Querengo, da noi pubblicate, dove in data 24 giugno e 8 luglio 1607, afferma trovarsi nella fossa già _da 4 anni_ (ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 54 e 60). Ma in altre lettere e p. es. in quella al Papa da noi pubblicata, nell'altra latina al Papa ed a' Cardinali, e nelle altre al Re di Spagna, all'Imperatore, agli Arciduchi di Austria pubblicate dal Centofanti, tutte sicuramente del 1607, egli dicesi _da 8 anni_ nella fossa, vale a dire fin dal momento in cui venne tradotto a Napoli, ciò che riesce assolutamente inesatto: laonde bisogna ammettere che egli abbia parlato di fossa, ogni qual volta intese dire di essere stato posto in carceri dure.
[424] Ved Doc. 155, pag. 81.
[425] Ved. Doc. 194, pag. 98.
[426] Ved. Doc. 518, pag. 583.
[427] Ved. Berti, Nuovi documenti su Tommaso Campanella, Roma 9bre 1881, pag. 22.
[428] Il Carteggio de' Residenti Pietro Bartoli ed Agostino Dolce, non solo col Serenis.^{mo} Principe ma anche con gl'Ill.^{mi} et Ecc.^{mi} Sig.^{ri} Capi del Consiglio de' Dieci, offre spesso notizie di questo genere e talvolta assai curiose: notiamo tra le altre quelle di certe palle di foco per incendiare l'arsenale di Costantinopoli, od anche di certe macchine per dar morte al Gran Signore, costituite da scatole dorate con sapone muschiato, che nascondevano archibugetti forniti di micce la cui preparazione veniva accuratamente descritta. Il Vicerè, per una scala segreta, andò nel Castello a vedere queste sottili invenzioni di Pietro Lanza, e parimente si occupò sempre con molta cura de' disegni dei Greci, accogliendoli con favore (ved. i Carteggi sud.^{ti} e segnatamente quello co' _Capi del Consiglio dei Dieci_, Busta n.^o 19, fasc. 2.^o an. 1608).
[429] Ved. Doc. 156, pag. 82.
[430] Ved. Doc. 157, pag. 82.
[431] Ved. Doc. 158, pag. 83.
[432] Ved. Doc. 267, pag. 186.
[433] Ved. Doc. 241, pag. 127.
[434] Il Toppi (De Origine omnium Tribunalium vol. 2.^o p. 425 e seg.) fa figurare D. Giovanni Ruiz nel Sacro Regio Consiglio dall'anno 1604-1605 fino al 1610: ma ne' Registri _Sigillorum_, vol. 39, an. 1602, si legge in data del 19 giugno l'esecutoria del Privilegio che assegna al Ruiz «la piazza de Consigliero che vaca per morte de Ximenes». La cronologia del Toppi avrebbe potuto far pensare che il Ruiz fosse stato nominato pe' bisogni del processo del Campanella.
[435] Vedi Nicodemo, Addizioni copiose alla Biblioteca Napoletana del Toppi, Nap. 1683, e Cyprianus, Vita Th. Campanellae, Traiecti ad Rhenum 1741, pag. 69. Il memoriale nella raccolta Magliabechiana trovavasi intitolato «Epistola sociorum et parentum Fr. Thom. Campan.^{la} J. Aldobrandino Nuntio Neapolitano» (nel Nicodemo leggesi malamente stampato «S. Aldobrandino» ma nel Cipriano leggesi esattamente). Riscontrando il Codice Magliabechiano menzionato anche altre volte (Campanellae et aliorum Op. varia Class. VIII, 6) alla fine del fol. 509, sotto l'ultimo verso si trova la parola «Epistola» per richiamo al principio del fol. seguente; ma, come si rileva appunto dalla numerazione e dalle tracce de' guasti avvenuti, furono quivi strappate ed involate molte carte, nelle quali, secondo la nota del Magliabechi pubblicata dal Nicodemo e dal Cipriano, erano compresi anche i «Concetti metodici o ammaestramenti politici di Fr. Tom. Campanella». Noi abbiamo potuto verificare che il furto avvenne in tempo molto rimoto; perchè sapendo esservi in quella Biblioteca il _Catalogo a classi_ compilato dal medico Giovanni Targioni-Tozzetti fin dalla metà del secolo passato, ci siamo data la pena di consultarlo, e non vi abbiamo rinvenuta alcuna menzione nè dell'Epistola nè de' Concetti metodici. Avendo poi conosciuto che il D'Ancona avea trovato questi Concetti metodici in un Miscellaneo dell'Archivio Mediceo (Filza VIII, 6) siamo corsi a farne richiesta, nella speranza di trovare con essi anche l'«Epistola»: ma la speranza è riuscita vana, perocchè la detta Filza è stata scomposta, e i Concetti metodici si trovano staccati, senza alcuna traccia dell'«Epistola». Abbiamo potuto intanto verificare che la numerazione delle carte nelle quali si contengono questi Concetti metodici va dal fol. 519 al 537, e tornando al Codice Magliabechiano abbiamo trovato che dopo il fol. 509 si ha un fol. 517 che è tutto bianco, quindi il fol. 538 che reca i «Discorsi a' Principi d'Italia» etc. Adunque l'«Epistola», cominciando dal fol. 510, andava con ogni probabilità fino al 516 ed occupava _7 folii_, circostanza da doverne far deplorare la perdita tanto maggiormente.
[436] Ved. la nostra Copia ms. de' proc. eccl. tom. 2.^o, fol. 255 a 265. In questa Informazione, presa per conto del Nunzio, il Vicario generale Abate Achille Cittadino attesta che fra Pietro aveva un grande partito favorevole in Nicastro, e un testimone, incidentalmente, afferma che egli è fratello di fra Dionisio, il quale, fuggito in Turchia e rinnegato, dicevasi già morto in quel tempo. Il Capaccio (nel Forastiero, Nap. 1634 pag. 503) dice che fra Dionisio pagò la pena del suo peccato, perchè «un giorno quistionando con un Giannizzero fu ucciso». Ma bisogna accogliere con riserva altrettali dicerie, non raramente sorte pel desiderio di mostrare la punizione del peccato.--Degli altri frati non abbiamo notizia. Aggiungiamo solamente, circa fra Pietro di Stilo, qualche fatto singolare che risulta da un'Informazione presa contro di lui dal S.^{to} Officio in data dell'11 luglio 1605 (ved. la cop. sud.^{ta} tom. 2.^o fol. 269 a 280). Un Lelio Macro di Pietrafitta, studente di legge condannato a morte, nelle sue ultime deposizioni prescrittele dal confessore affermò di essere stato in novembre 1604 per 22 giorni nel torrione del Castel nuovo, avervi conosciuto un fra Pietro Domenicano, aver saputo da lui che il Campanella era stato tradotto a S. Elmo e che col tempo sarebbe riuscito legislatore, aggiungendo che bisognava adorare il sole, la luna, le stelle, donde si aveva bene e male, suggerendogli anche le formole delle orazioni, e poi le solite storie sulla Trinità, sulla persona di Cristo, su Maria, su' luoghi di premio e di pena, su' sacramenti etc. Il Macro nominò pure altri individui che avrebbero dovuto conoscere fra Pietro e le sue opinioni, tra essi Ciommo dell'Erario e i due Baldini di Stilo (ad uno de' quali fra Pietro disse aver commesso di far ricopiare le difese del Campanella): nessuno de' nominati attestò cosa alcuna contro fra Pietro, e veramente, per quanto sappiamo almeno della sua avvedutezza, la cosa riesce incredibile; tuttavia come potrebbero spiegarsi le tante particolarità esposte da Lelio Macro, che hanno tanti riscontri? Si sarebbero forse alquanto diffuse tra' carcerati di quel tempo le notizie del processo dell'eresia e le orazioni a' pianeti?
[437] Queste ultime particolarità si leggono nella lettera a Mons.^r Querengo da noi pubblicata (ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 60); di tutte le altre riboccano le poesie e i libri, non che le altre lettere del tempo, segnatamente quelle pubblicate dal Centofanti.
[438] Così si espresse nella lettera al Re pubblicata dal Centofanti (pag. 91). Il ritorno di D. Garzia al comando in S. Elmo accadde nel luglio 1603; ved. Reg. _Curiae_ vol. 55, an. 1603-1604 fol. 16, dove si legge la Commissione data al successore Marchese di Laino (D. Carlo de Cardines) Governatore di Calabria ultra «all'estirpatione de forasciti et annettare (sic) la detta provintia de quelli». La Commissione di sopraintendere alla fabbrica in Porto Longone fu data nell'aprile 1605; ved. Carteggio Veneto Napoli 1605, Resid. Pietro Bartoli, lett. del 26 aprile e seg.^{ti} che rivelano anche i modi affatto selvaggi adoperati per procurare i lavoratori.
[439] Ved. vol. 1^o pag. 91.
[440] Ved. le Poesie, ed. D'Ancona, pag. 105.
[441] Ibid. pag. 106-108.
[442] Ibid. pag. 138.
[443] Ibid. pag. 110 e 124.
[444] Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 42.
[445] Abbiamo dato questo brano nel vol. 1.^o pag. 41 in nota.
[446] Ved. Lettere inedite di T. Campanella e Catalogo de' suoi scritti, Roma 1878 pag. 73.
[447] Possiamo dire che il Codice della Bibl. nazionale di Napoli sia stato scritto da un amanuense non napoletano ed anche ignorantissimo: difatti nel lib. 1.^o cap. 3, vi si legge, «l'esperienza di quei che girano il mondo doppo la scoperta del Palombo», in vece di dire «del Colombo», e nel lib. 2.^o cap. 26 si leggono le parole «coquiglie, ostraghe, incini», con dicitura non napoletana; ma tutto il contesto e mille altre parole sentono anche troppo del napoletano e mostrano l'originaria ricomposizione dell'opera. Il Codice della Casanatense in taluni punti ha miglior lezione, ma in generale è più scorretto: basti citare p. es. che là dove il Cod. nap. dice «el cavallo Montedoro di Mario dello Tuffo» etc., il Cod. rom. dice, «e il cavallo del Monte d'oro di Mario del Tufonico» etc. Potremmo riferire varie differenze non prive d'interesse; ma almeno due vogliamo notarne. La 1.^a è, che nel Cod. rom. parecchie note marginali rimandano ad altre opere dell'autore; la 2.^a è, che mentre il Cod. nap. nella fine dell'opera dice, «La quale (universale sapienza) sia pregata che me et te N. mio alzi alla sua dignità et cognoscenza, Amen», il Cod. rom. dice, «La qual sia pregata che me et Berillo mio alzi alla sua dignità et conoscenza et mandi presto il mio liberatore». Si sa dalle Poesie (Canzone di pentimento, senza alcun dubbio del 1613) che Berillo era D. Brigo di Pavia amico dell'autore, con ogni probabilità Cappellano del Castello dell'uovo, e si sa che nel 1613 l'opera era stata pur allora tradotta in latino: può dunque al Cod. rom. assegnarsi la data del 1610-1612, e su questa base possono valutarsi le altre piccole differenze tra' due Codici. Veniamo ora alla giustificazione delle cose notate sopra. I luoghi, ne' quali non si trovano le citazioni dell'Antimachiavellismo e de' Machiavellisti, come si trovano nella versione latina, sarebbero i cap. 24 e 25 del lib. 2.^o: anche nel cap. 18 dello stesso libro si trova non citata l'autorità del Papa e qualche altra variante; nel resto non ci sono differenze contemplabili, e le citazioni della Metafisica e dell'Astronomia, si trovano egualmente nel lib. 1.^o cap. 3, 6, 7, 13, e nel lib. 3.^o cap. 2.--Pel ricordo di fra Pietro ved. il lib. 2.^o cap. 20 e 21, e il lib. 3.^o cap. 10; quivi c'è nome e cognome, «Pietro Prestera». Pel ricordo di D. Lelio Orsini, ved. il lib. 3.^o cap. 9 e il lib. 4.^o cap. 17; per quello riferibile a' Ponzii, il lib. 2.^o cap. 21.--Pel ricordo dello stato di prigionia e delle altre circostanze personali dell'autore ved. lib. 1.^o cap. 8, lib. 4.^o cap. 17, lib. 4.^o cap. 1.--Per l'argomento degli angeli e dei diavoli ved. lib. 1.^o cap. 6 in fine, lib. 2.^o cap. 25, lib. 3.^o cap. 4 e 5, lib. 4.^o cap. 1 e 2; segnatamente nel lib. 2.^o cap. 25 si hanno le notizie delle apparizioni del diavolo e delle sue rivelazioni con tutte le conseguenze in persona del Campanella.
[448] Ved. Il Codice delle lettere etc. pag. 47.
[449] Le parole dello Scioppio son queste: «Consultatio de reditibus regni... 300 augendis mire mihi placuit»; ved. Berti, Nuovi Documenti etc. Rom. 1881 pag. 30. I Discorsi che pubblichiamo si leggono nel nostro Doc. 519, pag. 591.
[450] Anche allo Scioppio, prima che gli mandasse l'_Ateismo_, il Campanella avea scritto in termini aperti e chiari di aver visto non solo diavoli ma anche angeli (ved. il brano di lettera del 6 maggio 1607, pubblicato dal Centofanti nell'Archivio storico italiano 1866, pag. 86). Nell' _Ateismo_ si limita a dire che si era accertato dell'esservi angeli e diavoli in sèguito de' mentovati esperimenti (ved. cap. 13.^o in fine).
[451] Abbiamo detto già in altri luoghi che ve n'è una copia nella Bibl. nazionale di Napoli, un'altra nella Casanatense, ed un'altra anche nella Bibl. nacional di Madrid (L, 101): quest'ultima è mancante delle prime 14 carte ed ha per titolo, scritto in margine da altra mano, «Questiones filosoficas y astrologicas». L'«Appendix ad anticum» già esposta altrove (pag. 111) riusciva opportunissima ne' tempi a' quali siamo pervenuti: merita bene di essere considerata egualmente l'occasione in cui fu riprodotta.
[452] Le copie manoscritte di quest'opera, tuttora esistenti nelle diverse Biblioteche, offrono una variante nella distribuzione della materia e quindi nel numero de' Discorsi, oltre non poche varianti nella materia medesima. La Bibl. Brancacciana di Napoli ne ha due copie, una in italiano, l'altra tradotta in spagnuolo; la Nazionale ne ha una in spagnuolo; quella de' PP. Gerolamini una in italiano. Dippiù, sempre in italiano, ce n'è una copia nella Magliabechiana, ma scorrettissima; un'altra in Lucca, un'altra in Torino. Ancora un'altra se ne conserva in Parigi (Bibl. naz. num. nuov. Ital. 986). Si sa che nell'originale italiano i Discorsi furono già pubblicati dal Garzilli (Nap. 1848), poi anche dal D'Ancona (Torino 1854).
[453] Avvertiamo intanto che tra le nostre Illustrazioni i lettori potranno trovare raccolto in un Catalogo quanto finora abbiamo sparsamente detto circa le opere del Campanella; ved. Illustraz. VII, pag. 663.
[454] Ved. Arch. storico italiano an. 1866; Let. a Paolo V, pag. 22 e 24; e Let. al Card.^l Farnese pag. 66.
[455] Si comprende pertanto che delle molte promesse e cose mirabili, delle quali si trova l'elenco ne' documenti suddetti, una parte solamente sia stata messa innanzi nel tempo di cui discorriamo. P. es. non vi potè figurare ancora il fare un volume contro i Machiavellisti, che il Campanella meditò e cominciò a scrivere più tardi, onde si trova poi menzionato nell'elenco di agosto 1606 insieme con diverse altre promesse in vantaggio della Chiesa che vennero fatte consecutivamente.
[456] Il P.^e Giovanni Lopez noto per le sue opere (Epitome SS.^m Patrum etc. vol. 3, Rom. 1596), già Vescovo di Cotrone sin dal 1595, fu trasferto al Vescovato di Monopoli il 25 9bre 1598; ma non prima del 1608 abbandonò la sua Chiesa e se ne venne in Napoli; si sa che morì poi a Valladolid dell'età di 108 anni (ved. Fontana, Sacrum Theatrum Dominicanorum, Rom. 1666, pag. 181 e 239).
[457] Ci basterà qui dire che il Gentile si mostrò avverso al Campanella anche dopo il tempo del quale trattiamo. Fu lui il Nunzio che nel 1611 ordinò la perquisizione e il sequestro delle opere del Campanella dentro il Castello dell'uovo, come si legge nel _Syntagma_ in termini curiosamente ridotti. Ebbe il carico di Nunzio con exequatur del 14 aprile 1610, succedendo a fra Valeriano Muti Vescovo di Castelli, e lasciando il carico di Ministro dell'Inquisizione a fra Stefano de Vicariis Vescovo di Nocera (ved. nell'Arch. di Stato i Registri _Comune_ vol. 31, fol. 75 t.^o, e Parrino, Teatro etc. Vicerè D. Pietro Fernandez de Castro).
[458] Per comodo di qualche lettore che non lo tenga presente, ricordiamo che Lucca avea proibito il commercio epistolare tra' cittadini e que' parenti di essi i quali abbracciata la Riforma aveano emigrato, e Roma approvò il fatto ma biasimò che fosse stato compiuto dalle autorità laiche, dovendo compierlo lei. Genova poi sciolse una congregazione gesuitica, alla quale i Gesuiti aveano fatto giurare di non dar voti per magistrati se non agl'individui appartenenti alla congregazione, oltrechè punì taluni amministratori di confraternite che si avevano appropriato il danaro di esse; e Roma, per la solita ragione, volle che la congregazione fosse ripristinata e gli amministratori ladri fossero rilasciati.