Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 55
Nell'agosto o forse nel settembre 1607 lo Scioppio partiva per la Germania fermandosi un poco in Venezia: l'Epistolario romano ha una sua lettera da Venezia in data del 22 settembre d.^{to} anno, e poi ne ha anche un'altra posteriore da Ratisbona, in cui egli dice aver portato dall'Italia una malattia dell'intestino retto cagionatagli dall'aver mangiato troppo melloni ed altre frutta in Roma; da ciò si desume chiaramente che partì da Roma al cadere dell'està. In Venezia egli affermò aver patito fastidii dal Magistrato de' Dieci avendo portato nella sua valigia le opere del Campanella, e più volte poi ripetè di averle _tutte_ date al libraio Gio. Battista Ciotti per farle stampare, senza che costui avesse voluto più nè stamparle nè restituirle, sicchè dovè poi reclamarle per mezzo dell'Ambasciatore Cesareo, nè potè ricuperarle che dopo molto tempo[478]; ed inutilmente anche reclamò gli _Antiveneti_, e dovè esserne inviata da Napoli un'altra copia, e il Governo Veneto fece proposte volendo acquistar l'opera acciò non si stampasse. Ma su questi fatti, asserti dallo Scioppio e rilevati dal Berti ne' documenti dell'Epistolario romano, accade di dover fare qualche osservazione. È notissimo che in Venezia lo Scioppio fu imprigionato per due giorni ed obbligato a sfrattare, sia perchè tentò di sedurre o spaventare fra Paolo Sarpi, sia perchè venne accusato di essere l'autore di un libello a favore del Papa contro Venezia intitolato «Nicodemi Macri Romani cum Nicolao Crasso Veneto disputatio», siccome leggesi in una Vita di lui pubblicata da lui medesimo col nome di Oporino Grabinio[479]: ponendo in rapporto tale avvenimento co' fastidii avuti per le opere del Campanella, c'è da sostenere che lo Scioppio abbia compromesse queste opere, assai più che queste opere abbiano compromesso lui. Nè riesce facile intendere il suo desiderio di dare alle stampe le opere del Campanella appunto in Venezia e la sua determinazione di lasciarle lì, mentre si era impegnato di mostrarle all'Imperatore e agli Arciduchi, e il Campanella ne avea fatta menzione nelle sue lettere a questi personaggi. Finchè altri documenti non chiariranno tutte queste cose, avremo sempre il dritto di dire che il Campanella aveva ben capito lo Scioppio, e non a torto si doleva di lui, avendolo in sospetto circa le opere consegnategli.--Intanto nell'ottobre il Fugger avea mandato in Italia Daniele Stefano di Augusta, perchè cercasse di far liberare o far evadere da S. Elmo il Campanella a qualunque spesa. Il Fugger dovea professare l'opinione dell'onnipotenza del danaro, e in ciò questa volta s'ingannava. Lo Scioppio, meglio avveduto, stimava che siffatti tentativi avrebbero potuto nuocere, e in realtà il Governo Vicereale non era composto di dormienti; esso aveva le sue informazioni a tempo e luogo, nè sarebbe arrischiato lo spiegare il tanto protratto rigore di custodia del Campanella per qualche sentore di maneggi di altrettali Papalini accaniti. Ma giova conoscere ciò che lo Scioppio avrebbe preferito: come ci narra il Berti, egli «proponeva che venissero espugnati i segretari col denaro, facendo forza sul loro animo affinchè lo assolvessero, od anche, se non volessero venire fino all'assoluzione, lo proscrivessero dal Regno, purchè finita la causa non fosse poi consegnato all'Inquisizione». Da ciò si vede che lo Scioppio avea già saputo essere stato il Campanella condannato nel tribunale dell'Inquisizione, ma non avea punto capito da chi dovesse venir sentenziato nel tribunale di Stato; poichè non i Segretarii Vicereali avrebbero dovuto sentenziarlo, ma il Nunzio e il Consigliere Baldovieto, nè il Nunzio avrebbe poi lasciato andare il Campanella altrove che nelle carceri dell'Inquisizione di Roma.
In Germania lo Scioppio potè presentare all'Imperatore le lettere del Campanella ma non le opere, per la semplice ragione che non le aveva; poi disse che pure avendole non gli sarebbe stato possibile presentarle, per le proposizioni che contenevano; ma veramente le proposizioni, che a lui parevano compromettenti, si trovavano nelle lettere più che nelle opere. Ad ogni modo dovè persuadersi che l'Imperatore era informato di cose gravi intorno al Campanella, e però egli scrisse da Ratisbona il 19 10bre 1607, e ripetè il 27 febbraio 1608, che poco o nulla doveva attendersi da quel lato. Forse l'Imperatore avea avuto notizia dell'esservi stato certamente un disegno di ribellione coll'aiuto del Turco; e secondo lo Scioppio, gl'italiani medesimi residenti in Praga gli aveano dato cattive informazioni sul Campanella (miseria, come si vede, non nuova). Andò poi ad Oetingen e presentò la lettera del Campanella all'Arciduca Massimiliano, il quale scrisse una commendatizia al Vicerè; e non potendo ancora recarsi a Grätz, mandò là la lettera del Campanella all'Arciduca Ferdinando, il quale dapprima si negò, ma otto giorni dopo scrisse anche lui una commendatizia al Vicerè. Questo affermò lo Scioppio, ed affermò pure di aver mandata la lettera al Re, facendola presentare alla Regina insieme coll'opera della Monarchia di Spagna. Ma si dolse che le promesse fatte in quelle lettere toglievano credito al Campanella, parendo favolose, e se non bugiarde, almeno dettate dalla tetraggine del carcere; nè mancò di rammentare che egli le avea sconsigliate. Maggior fiducia mostrò di avere nelle commendatizie dell'Arciduca Ferdinando, che diceva «suo patrono»; ma conchiuse che non dovesse concepire speranze, che non dovesse confidare, come soleva, più nell'aiuto umano che nel divino; se Dio non voleva esaudirlo, si uniformasse e gli dimandasse la morte! Queste cose lo Scioppio scrisse al Campanella in data del 27 febbraio 1608, e ci sembra veramente che a siffatta lettera abbia dovuto seguire quella del Campanella al Fabre da noi pubblicata, che comincia con le parole, «Mi scrisse il mio Angelo Scioppio ch'io attendessi all'oratione, che più devo sperar in Dio che negli huomini...; ho fatto a Dio questa oratione, che le mie peccata non sieno impedimento all'attioni Scioppiane» etc.[480]; ci sembra pure che ad una lettera del Fabre allo Scioppio, esprimente il dolore e il timore del Campanella per le dette parole, abbia dovuto seguire quella dello Scioppio al Fabre pubblicata or ora dal Berti, che evidentemente è del marzo 1608 e non 1607, leggendovisi tra le altre cose, «Quod meum officium, quo ut ad mortem aequo animo subeundam se compararet monui, sic interpetratur quasi qui charitatem et opem ei praecidere ac negare voluerim, suo more facit». Lo Scioppio, nella lettera di cui parliamo si mostra ristucco del Campanella e de' suoi sospetti, perocchè il Campanella tornava a dolersi del non essere state le sue opere nè date alle stampe nè presentate all'Imperatore (la qual cosa pur troppo era vera); e ripete ciò che egli ha fatto, e manifesta che il suo patrono Ferdinando ha scritto più efficacemente di quanto era lecito sperare, avendo chiesto al Vicerè non il trasferimento ma la libertà del Campanella. Aggiunge per altro che l'invio della lettera è stato ritardato; che tutti dubitano se sia bene farlo mettere in libertà, essendo lui andato tanto innanzi con la sua pazzia, da credersi un nuovo legislatore del mondo e perfino da anteporsi a Cristo, «perocchè Cristo ebbe soli 5 pianeti ascendenti ed egli ne ha 6; queste cose son ventilate dagli amici suoi nelle aule medesime de' Principi, e non può dirsi quanto abbiano alienato da lui gli animi loro». Infine non dispera, e vuole che sieno trascritte compiutamente le opere della Metafisica e de' Profetali, acciò possano mandarsi quanto prima al suo patrono, in cui ecciterà il desiderio di vederle, proponendosi intanto di presentargli la Consultazione per aumentare i tributi del Regno, che egli, lo Scioppio, ha gustato molto.--Ognuno avrà qui notata la proposizione de' pianeti ascendenti favorevoli, e si sarà rammentato di fra Pietro di Stilo, che deponeva averlo il Campanella saputo da un astrologo delle parti di Germania, conosciuto nel S.^{to} Officio di Roma: la cosa riesce quindi confermata, ma risulta anche chiarito che il Campanella l'aveva invece detto lui a quel tale astrologo (Gio. Battista Clario), forse dopo di essere stato messo sulla via di farne la scoperta dall'astrologo Abramo in Cosenza ed Altomonte. Gio. Battista Clario era tuttavia il Protomedico della Stiria, residente in Grätz presso Ferdinando come si rileva dal libro de' suoi Dialoghi, stampato nel 1606; riesce quindi naturalissimo ammettere che costui principalmente tra gli amici del Campanella abbia manifestate le dette cose nell'aula del Principe, e che molto abbia agito egli pure nel determinare Ferdinando a scrivere in favore del Campanella, mentre conosciamo che alle prime istanze dello Scioppio Ferdinando si era già negato. Sarebbe puerile il credere che costui, il quale attendeva egualmente la sua stella per ascendere al soglio Imperiale, abbia davvero provato disgusto pel Campanella tanto protetto da' pianeti, e non invece curiosità di fargli indagare anche i pianeti Arciducali: vedremo tra poco lo Scioppio raccomandare al Campanella di volergli manifestare qualcuno dei segreti suoi utili a Ferdinando, perchè questo avrebbe giovato non poco alla sua liberazione, e vedremo anche Ferdinando stesso scrivere al Vicerè di farsi dire dal Campanella questi segreti; era dunque stato tutt'altro che balordo il Campanella a far tante promesse, come lo Scioppio diceva. D'altronde gli Arciduchi solevano annettere molta importanza ai frati predicanti nelle guerre contro i Maomettani, ed anche in questi ultimi mesi, a proposito della canonizzazione del P.^e Lorenzo da Brindisi, ci venne rammentato che costui, fondatore de' conventi cappuccini in Praga, Vienna e Grätz, predicò nell'esercito guidato dall'Arciduca Massimiliano contro i turchi, e nella sua lettera agli Arciduchi il Campanella non mancò di dire, «jam paro libellum ad Pannoniae filios contra Macomethum». Aggiungasi che in Grätz gli eretici aveano pure dato molto da fare a Ferdinando, sicchè egualmente da questo lato il Campanella poteva essergli utile come e quanto il Fugger stimava che sarebbe riuscito utile a tutta la Germania; e da un brano di una delle lettere dello Scioppio al Campanella, per verità non molto chiaro, si avrebbe motivo di ritenere che Giorgio Fugger temesse di non poter avere con sè il Campanella qualora fosse stato liberato da Ferdinando[481]. In somma un'idea di tornaconto non mancava in tutti questi protettori, e il Campanella l'avea calcolato con la sua solita avvedutezza, come avea pure previsto che durando a lungo il gioco sarebbe sfumato; ciò forse aumentava la sua impazienza anche più del giusto.
La 1^a lettera dell'Arciduca Ferdinando al Vicerè, almeno finoggi, non ci è nota testualmente: sappiamo solo che l'Arciduca scrisse nel principio dell'anno 1608 da Ratisbona, avendolo ricordato egli stesso nella 2^a lettera, e che dimandò la liberazione del Campanella, ma l'invio della lettera fu ritardato da un tale che non conosciamo. Tutto induce a credere che in conseguenza di essa, o forse meglio in attesa di essa per prevenire le sollecitazioni, il Campanella sia uscito dalla fossa, rimanendo per altro sempre in S. Elmo. Una lettera dello Scioppio al Campanella senza indicazione di luogo nè di tempo, ma evidentemente riferibile all'aprile o maggio 1608 come vedremo, comincia col dire, «Godo che le tue cose vadano un pochino meglio», ciò che indica essere avvenuto un cambiamento nelle condizioni del prigioniero in febbraio o marzo. Continua poi col suggerire che scriva particolarmente all'Arciduca Ferdinando, rendendo grazie dell'aver cominciato a gustare il frutto delle sue commendatizie, pregando di richiederlo in ceppi al Re di Spagna, con la promessa di restituirlo quando e dove al Re piacerebbe, e dichiarando che in tre mesi avrebbe fatto molte e così grandi cose a vantaggio dell'Arciduca e di casa d'Austria, da dover confessare che a niun altro egli era tanto debitore quanto allo Scioppio che glie l'avea raccomandato. Aggiunge inoltre voler essere spiegate due opinioni sue che venivano censurate: come mai il Peripateticismo, che avea messo tanta radice nella Chiesa, poteva dirsi empio al punto da ritenere Aristotile precursore dell'Anticristo; perchè mai bisognava affaticarsi a propagare la Monarchia Austriaca, se l'Anticristo era prossimo, e per opinione di molti, poggiata sopra alcune parole di Daniele, appena 45 giorni doveano passare tra la morte dell'Anticristo e il giudizio universale. Aggiunge da ultimo che assai avrebbe giovato comunicargli qualcuno de' segreti che egli possiede in beneficio dell'Arciduca. Come ben si scorge, lo Scioppio riconosceva finalmente che le grandi promesse non alienavano niente affatto gli animi de' Principi, ed anzi, furbo com'era, si disponeva a gustarne lui pure i frutti, espilando sempre; coglieva al tempo stesso destramente l'occasione per essere illuminato sulle maggiori quistioni relative all'Anticristo, suo tentativo continuo di espilazione. In fondo poi, il consiglio che dava al Campanella, circa il modo di scrivere all'Arciduca Ferdinando, era identico a quello che il Campanella aveva posto in atto presso l'Imperatore; non avea potuto riuscire presso l'Imperatore, ma conveniva tentarlo presso Ferdinando.--A questa lettera dello Scioppio dovè certamente seguire quella che reca la data del 13 giugno senza l'anno, e poi ancora l'altra in data del 7 novembre egualmente senza l'anno, entrambe da noi pubblicate[482]; giacchè vi si trovano riprodotte intere frasi dello Scioppio, vi si parla del doversi ricorrere del tutto all'aiuto del patrono Ferdinando, vi si risponde a' quesiti proposti. Nella 1^a lettera il Campanella dà la spiegazione de' tempi dell'Anticristo e del Peripateticismo che considera come uno de' capi dell'Anticristo medesimo, distinguendo in questo 7 capi, 7 corna, ed anche una coda rappresentata da Gog e Magog, con molte altre particolarità atte a solleticare maggiormente la curiosità dello Scioppio: ma non si occupa della quistione de' 45 giorni, che interessava personalmente il suo interrogante come si vide in sèguito e come egli avea capito fin da principio; si duole del resto di non aver potuto mandare i Profetali, facendone nascere sempre più vivo il desiderio, e cerca infine qualche sussidio per gli alimenti e la trascrizione de' libri. Ma l'importante per noi è che riconosce doversi riporre ogni speranza in Ferdinando, per opera del quale solamente vede farsi sempre più sereno, mentre da niun altro c'è da sperare; e ripete che deve ottenersi da Ferdinando il suo trasferimento in ceppi presso di lui per tre mesi, manifestando che il Papa non aveva potuto ottenere nè il trasferimento suo a Roma nè la terminazione della causa _de jure_ in Napoli (la quale notizia non saprebbe dirsi donde gli fosse venuta). Nell'altra lettura poi si rileva qualche cosa di più. Lo Scioppio, irritato, non rispondeva già a molte lettere del Campanella, principalmente perchè il filosofo sospettava sempre che egli volesse farsi bello con le opere sue; ma gli premeva di sapere come dovesse interpetrarsi la faccenda de' 45 giorni successivi alla morte dell'Anticristo, poichè il Re d'Inghilterra lo aveva confutato e deriso circa tale fatto; si era quindi rivolto a fra Serafino di Nocera perchè procurasse una risposta dal Campanella, dicendo con furberia che la confutazione cadeva meno sopra di sè che sopra lo Squilla, il quale ammetteva doversi verificare dopo l'Anticristo la Monarchia de' Santi, e però, laddove non producesse argomenti capaci di sodisfare, egli ne avrebbe deriso i Profetali (è manifesto che i Profetali gli aveano toccato il cuore). Questa lettera a fra Serafino era stata scritta il 23 ottobre e giunse nelle mani del Campanella il 7 novembre, d'onde si potrebbe desumere che lo Scioppio si trovasse pur sempre in Germania; ma forse qualche circostanza estranea impedì un sollecito arrivo della lettera, essendo ad ogni modo indubitabile, per notizia tratta da una lettera dello stesso Scioppio scritta assai più tardi a Cassiano del Pozzo e da noi pubblicata, che il 1608 egli tornò a Roma in qualità di Ambasciatore Cesareo per menare innanzi la lega Cattolica, e siffatta circostanza non deve sfuggire. Il Campanella, nella sua risposta, si duole della freddezza dell'amico, e soggiunge, «abbastanza in addietro hai fatto per me, se non vuoi far altro, nessuno ti costringerà»; ma avendo lo Scioppio affermato essere facilissimo e spontaneamente offerto dal suo patrono il trasferimento «ad urbem», dice che lo gradirebbe assai, amando meglio morire in grembo alla Chiesa che essere ben nudrito in mano di nemici, e soggiunge, «non dire di non poterlo fare, poichè altrimenti riterrò essere stato uno scherzo quanto hai professato di aver fatto per me» (forse si alludeva al trasferimento da S. Elmo nella città di Napoli, ma piuttosto a quello da Napoli a Roma, essendo oramai certo che lo Scioppio non credeva utile quest'ultima maniera di trasferimento, perchè il Campanella sarebbe stato rinchiuso nelle carceri del S.^{to} Officio, e ne sarebbe rimasto contrariato il Fugger che lo voleva presso di sè). Del resto, quanto alla Curia Romana, il Campanella dice con disdegno ed alterigia, «cessino di augurarmi il peggio in Roma; la terra tollera più facilmente un Sole che due» (parrebbe che in Roma avessero conosciuto gli sforzi che si facevano in Germania per averlo colà, ma non li avessero punto approvati, e il Campanella avea dovuto persuadersi non esservi per lui alcuna simpatia nella Curia, ma invece una decisa avversione). Chiarisce poi la quistione de' 45 giorni successivi alla morte dell'Anticristo, ed accenna che per lui questo tempo è di molti secoli, facendo avvertire la necessità di distinguere i capi e la coda dell'Anticristo, la necessità di bene interpetrare i tipi e i postipi, il trigono nel tetragono, i fini latenti negli esordii (un mucchio di particolarità astruse); ed aggiunge, «i Profetali potrebbero ora servire, dì al Papa che comandi si portino a lui, e forse io pure sarò trasferito con essi»; quindi cerca di rabbonirlo e dice, «ti aspetto fra breve ed avrai ciò che desideri da me» (le quali circostanze menerebbero tutte a far ritenere che lo Scioppio già si trovasse in Roma), ed infine chiede che gli mandi il libro del Re d'Inghilterra, perchè risponderebbe egli medesimo, e questo forse gli profitterebbe di più (ma non manda niente affatto i Profetali).
Non conosciamo finoggi altre lettere del Campanella allo Scioppio, comunque apparisca possibile che ve ne siano state ancora. Aggiungiamo poi che nell'intervallo scorso tra gl'invii delle due lettere suddette, nell'autunno 1608, dovè accadere la venuta del Fabre a Napoli, nella quale egli «lasciò» al Campanella un quesito _Sul Pieno e sul Vacuo_; e il Campanella vi rispose, e in fine della sua risposta, che fu da noi pubblicata, disse che stava «più stretto di prima quanto allo scrivere» e che sperava venisse una lettera da Ferdinando, per la quale potesse andare presso di lui; tale circostanza fa determinare con esattezza la data che nella risposta manca, e giova tener presente che a tale data i rigori verso il Campanella non erano del tutto cessati[483]. Bisogna anche dire, secondo le notizie tratte dall'Epistolario romano, che tanto lo Scioppio in Germania quanto il Fabre in Roma aveano cominciato ad occuparsi della traduzione delle opere del Campanella: il Fabre faceva tradurre in latino e in tedesco il _Dialogo contro i Luterani_, e lo Scioppio, che ne sollecitava l'invio al Fugger, faceva tradurre in latino i _Discorsi a' Principi d'Italia_ ed anche il primo libro degli Antiveneti; ma di tutte queste traduzioni non si vide mai la fine. Del pari non si vide mai la conchiusione della mossa del Campanella presso Ferdinando così come era stata concertata con lo Scioppio, vale a dire che Ferdinando scrivesse al Re di Spagna di lasciar venire il Campanella in ceppi presso la persona sua per tre mesi: invece se ne ha una lettera al Vicerè in data di Grätz 3 ottobre 1608, con la quale, accennando all'altra sua precedente inviata nel principio dell'anno, dice che, sebbene non gli sia nota la causa della continuazione della prigionia del Campanella, essendo informato che questo soggetto «per la sua rara dottrina può far gran profitto nella religione Cattolica, sì come massime in questi tempi simili persone sono molto necessarie», prega S. E. «di fare gratia al nominato Campanella, liberandolo quanto prima della sua ritentione», ciò che sarà a lui «et a' principali altri, che fanno la medesima instanza, di molto gusto». Come mai Ferdinando desistè dal chiedere il trasferimento del Campanella presso la persona sua? Forse egli seppe che questo non piaceva punto a Roma, dove per lo meno si dovea pretendere che il prigioniero venisse a scontare nel S.^{to} Officio la condanna riportata, onde il Campanella ebbe poi a dire «cessino di augurarmi il peggio in Roma»; forse anche il progetto di far dimandare quel trasferimento fu un semplice artificio dello Scioppio per indurre il Campanella a rivelargli qualcuno de' segreti, de' quali avea dapprima biasimata la promessa. Forse vi fu l'una e l'altra cosa insieme, ma privi della lettura di tutti i documenti noi non siamo in grado di tentarne l'interpetrazione: solo possiamo dire che il Berti assicura essersi dalla lettera ottenuto il semplice trasferimento del Campanella dal Castel S. Elmo al Castel nuovo. Dobbiamo poi aggiungere che vi fu ancora un'altra lettera di Ferdinando al Vicerè, scritta ad istigazione di Giorgio Fugger in data di Grätz 10 maggio 1609, e in questa non si parlò più di liberazione del Campanella, ma invece di due altre cose ben diverse, che meritano di fermare l'attenzione. Ferdinando pregò S. E. in questi termini: «di dar ordine et procurare affine che detto Campanella finisca senza impedimento e dimora i suoi libri della Matematica, d'Articoli profetali et anco della Metafisica. E tanto maggiore sarebbe l'appiacere se mi fossero mandati essi libri, come spero non l' sarà contrario. E poichè molti degni di fede rendono testimonianza et affermano che l'istesso Campanella habbi per il rarissimo suo ingegno et sottil intelletto molte cose di palesare che ridondano in utile et beneficio della M.^{tà} Cat.^{ca} mio sig. cognato, e della nostra casa d'Austria, sarebbe ben fatto che V. Ecc.^{za} lo facesse venir avanti di sè, et intendesse quelli suoi secreti; si come la prego a farlo per amor mio, et comunicarmi poi quel tanto che l' parerà necessario». A questa lettera il Vicerè avrebbe risposto «che non era in sua facoltà di far uscire il Campanella»: come ognuno vede, tale risposta non ha alcuna relazione con la proposta, e potrebbe intendersi meglio in relazione con la lettera antecedente. Ma ad ogni modo, con l'ultima lettera, a che riducevasi infine la protezione accordata da tutti questi Signori al Campanella? Ad una pura e semplice espilazione e su tutta la linea, col riconoscimento di qualità superiori nell'uomo di cui s'intendeva carpire le opere e i consigli; e ciò forma il più grande elogio del Campanella, e dovrebbero riflettervi coloro i quali trovano in lui tanti difetti, e cercano sparger dubbî perfino sulla sua capacità e sulla sua dottrina. Con tanti difetti, con tanto poca capacità e dottrina, per sì lungo tempo e con sì grande ardore egli fu stimato in Germania quasi indispensabile per tener fronte agli eretici di quell'età: non è a nostra notizia che parecchi individui siano stati stimati altrettanto[484].