Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 54

Chapter 543,191 wordsPublic domain

Come dicevamo, rimane tuttora ignoto se in Napoli lo Scioppio abbia visto il Campanella; ma non sarebbe meraviglia che non avesse potuto vederlo, mentre era tanto rigorosamente guardato, e le premure di un noto faccendiere della Curia Romana doveano piuttosto riuscire a farlo guardare maggiormente. Forse in tale occasione, se pure la cosa non sia accaduta un po' prima per via epistolare, lo Scioppio ebbe le copie delle lettere già dirette dal Campanella al Papa ed a' due Cardinali nell'agosto 1606, acciò rimanesse informato de' passi fatti, ed ebbe poi quella lettera al Papa da noi pubblicata; la quale mostra bene di essere del 1607, dicendovisi il Campanella carcerato da otto anni, ed oltrechè attesta l'invio delle lettere antecedenti con le parole «scrivo tremando et altre lettere mandai», accenna pure in modo manifesto allo Scioppio che si era offerto a favorirlo con le parole abbastanza notevoli, «et mò io stava piangendo com'Helia sotto il Junipero, dimandando la morte, et ecco venir quest'Angelo Samaritano, dopò che mi sprezzaro li Leviti e li Sacerdoti, e _me tradiderunt in manus tribulantium et in animam inimicorum meorum_, questo dico mosso da spirito di Sapienza... _et vult alligare vulnera mea_». Tutta la lettera rappresenta un 2^o appello al Papa, come è attestato fin dalle prime parole, «Io di novo appello la causa mia al Tribunal proprio di V. B.» etc.; e del resto vi si trovano ripetute le solite cose, essersi in procinto di veder le meraviglie, avendo parlato di segni e profezie essere stato ritenuto ribelle, aver sofferto tormenti e malanni gravissimi, voler essere ascoltato nel tribunale romano, poter mostrare cose mirabili, aver visto e toccato ne' suoi guai i misteri della fede e le cose celesti[470]. Ma ancora in data del 7 aprile 1607, non sapremmo dirne il motivo, scrisse quella lettera latina solenne al Papa ed a tutto il Senato de' Cardinali che fu pubblicata dal Centofanti, e in essa, tra umili supplicazioni e audaci rampogne, si dolse che non aveano voluto ascoltarlo, mentre «spesso li avea avvertiti di voler mostrare innanzi a' Principi del suo popolo ed alle tribù d'Israele secondo le sacre decretali, mercè le autorità della Scrittura come Giovanni Battista, e con miracoli da non potere essere imitati dal diavolo, come quelli di Mosè alla presenza di Faraone, che per volontà di Dio egli era chiamato alla salute de' popoli»; e dicendo che «se era pazzo lo liberassero» (proposizione degna di esser notata), ricordando le imputazioni ingiustamente sofferte per l'addietro e poi quelle degli ultimi tempi, accennando alle opere che avea composte, esponendo i segni della prossima fine del mondo e le relative profezie, difendendosi dalle accuse, mostrò la necessità di esser tradotto a Roma, citò i casi analoghi ne' quali si era fatto lo stesso, si dolse di non vedere esaltata la giustizia. Lo Scioppio avrebbe dovuto presentare questa lettera, ma da' documenti che finora possediamo emerge essersi rifiutato a presentarla, consigliando che non si parlasse di miracoli e si facessero semplici supplicazioni, al quale consiglio il Campanella non si piegò; e forse apparve per questo uno stravagante, come del resto apparve anche a parecchi in sèguito, mentre i tanti garbugli prodotti in sua difesa, le scene non brevi di simulazione di pazzia, gli sforzi continui per farsi credere ispirato, e le vicende tutte di una così lunga prigionia doverono fargli acquistare un portamento tale da rendere plausibile un giudizio di quella fatta. Ma si converrà che specialmente presso Paolo V, il quale negli ultimi tempi del suo Cardinalato avea tenuto il suggello dell'Inquisizione, e presso il Card.^l S. Giorgio, il quale avea tenuto il suggello dello Stato, e però buoni conoscitori entrambi degli avvenimenti di Calabria e relativi processi, il Campanella nel 1606 non avrebbe potuto sperar nulla senza prendere un atteggiamento straordinario; e naturalmente presolo una volta, egli non si poteva più smentire senza suo danno, e doveva ad ogni costo mantenersi nella condizione d'ispirato. Lo Scioppio non poteva capacitarsene, perchè in realtà non conosceva ancora, o meglio conosceva solamente in parte lo stato vero delle cose del Campanella: per altro continuò a mostrargli stima grandissima, si attendeva di poter apprendere molto da lui in poco tempo, oltrechè di ottenere la spiegazione delle cose più recondite intorno all'Anticristo, nè cessò mai di dirigergli di tratto in tratto quesiti, perfino dopo che avvenne qualche cosa per la quale lo vedremo essersi ritenuto offeso: e il Campanella prometteva che gli avrebbe insegnate tutte le scienze durante un solo anno, si offriva a fargli la natività, ne secondava ed ampliava i disegni di voler convertire i Protestanti e i Gentili, dava sollecite risposte a' quesiti di lui non appena gli pervenivano, affaticandosi anche a menare a termine l'_Ateismo_ e que' _Profetali_ che erano sommamente desiderati da lui. L'Epistolario napoletano ci mostra tutte queste cose, e ci mostra pure che lo Scioppio inviava al Campanella qualche sussidio, o del suo o del danaro de' Fuggers, per gli alimenti e per la trascrizione delle opere, la quale, come abbiamo dimostrato con l'esame delle copie pervenute fino a noi, venne fatta da un amanuense non napoletano.

Secondo una notizia tratta dall'Epistolario romano, il Fabre avrebbe accompagnato lo Scioppio o meglio sarebbe venuto poco dopo lo Scioppio in Napoli, e, nientemeno, avrebbe ottenuta l'uscita del Campanella dalla fossa di S. Elmo! Egli lo fece sapere a Marco Velsero, e costui, in data del 9 maggio 1607 gli scriveva, «grand'obbligo debbe tener il Campanella a V. S. di essere stato trasferito et accomodato come lei dice». Siamo tentati di credere che per lo meno debba esservi qui un errore di data, parendoci molto strano che il Fabre abbia potuto far credere una cosa simile, mentre non solo sappiamo che il Campanella il 26 giugno e l'8 luglio 1607 (nella sua lettera sulla peste di Colonia e nell'altra a Mons.^r Querengo) disse trovarsi ancora nella fossa in ceppi, ma sappiamo pure dal medesimo Epistolario romano che vi fu bisogno di far scrivere al Vicerè dall'Arciduca Ferdinando, nel gennaio 1608, che volesse far trasferire il Campanella «dalla fossa di S. Elmo, dove giaceva, nel Castel Nuovo» (così si esprime il Berti). Vi fu poi un'altra venuta del Fabre abbastanza più tardi, dopo che avea pubblicata la disputa «De Nardo et Epithimo» e coll'occasione di dover raccogliere piante per l'Orto Vaticano: queste due circostanze si trovano ricordate da Giulio Cesare Capaccio che vide il Fabre in Napoli[471], e ci fanno comprendere lo scopo della venuta ed anche la data di essa; poichè basta guardare la disputa anzidetta, per vedere che questa fu diretta allo Scioppio in data del 1^o febbraio, ma fu dedicata all'Archiatro Pontificio Vittorio Merolli in data del 1^o agosto 1607. Vedremo che la venuta di cui parliamo si deve riportare propriamente all'anno 1608. Notiamo pertanto non essere dimostrato davvero che il Fabre e lo stesso Scioppio, venendo a Napoli, si siano adoperati in favore del Campanella nel senso di avere direttamente procurato dal Vicerè mitigazione di custodia, miglioramento di vitto, e tanto meno avviamento alla libertà: in obbedienza alle premure di Giorgio Fugger essi doverono recar sussidii e procurare facilitazioni per questa via; ma finoggi possiamo affermare che realmente il solo fra Serafino, il meno nominato, si presentò una volta al Vicerè per parlargli del Campanella.

Assai più del Fabre, per quanto sappiamo, lo Scioppio diresse quesiti al Campanella. Ve ne furono _Sul modo di evitare il freddo_, come pure _Sulla sordità e l'ernia_, a' quali il Campanella rispose prima che agli altri, secondochè rilevasi dal _Syntagma_ e in parte anche da qualcuna delle risposte a' quesiti successivi; ma le risposte a' detti quesiti non sono pervenute fino a noi. Ve ne fu un altro _Sul modo di far cessare la peste in Colonia_, trasmesso mediante fra Serafino, e il Campanella vi rispose il 24 giugno 1607: un esemplare della risposta si trova anche nella Magliabechiana, ma scorrettissimo e senza data; quello che fu da noi pubblicato è sodisfacente, e dobbiamo notarvi la premura del Campanella anche presso i Coloniesi per essere chiamato colà a curarvi la peste, offrendosi perfino ad essere lapidato nel caso d'insuccesso! Ancora ve ne fu un altro _Sul modo di evitare il calore estivo_, e la risposta, da noi pubblicata, fu fatta l'8 luglio 1607: in essa si notano anche varie precauzioni da doversi adottare durante il viaggio, accennandosi abbastanza al viaggio che lo Scioppio dovea intraprendere, ed oltracciò si parla di lettere commendatizie avute e di altre aspettate, a cura dello Scioppio; ci riserbiamo di dirne i particolari più sotto, limitandoci qui a stabilirne la data. Altri quesiti, come quello _Sul Peripateticismo_ che il Campanella condannava, l'altro _Sul tempo successivo alla morte dell'Anticristo_, che si riteneva dover essere di soli 45 giorni, così pure un altro _Sul Pieno e sul Vacuo_ nell'interesse del Fabre, parrebbe che veramente fossero stati diretti al Campanella nell'anno 1608: noi abbiamo pubblicate le risposte, che recano la data del 13 giugno e del 7 novembre senza indicazione di anno, e vediamo ora tra i nuovi documenti del Berti una lettera dello Scioppio, senza indicazione nè di luogo nè di tempo, che rappresenta indubitatamente la proposta de' quesiti suddetti; ma alludendosi in essa ad una lettera che il Campanella avrebbe dovuto scrivere particolarmente all'Arciduca Ferdinando, bisogna riferirla al 1608 e con ogni probabilità alla fine di maggio di tale anno.--Dobbiamo intanto dire, che terminata oramai la trascrizione delle opere, potè farsene l'invio allo Scioppio con quella lettera notevolissima anche pel ricordo delle persecuzioni sofferte, posta qual Proemio all'_Ateismo_ e pubblicata dallo Struvio con la data del 1^o giugno; se non che trovandosi nella lettera citate come già mandate le risposte circa il freddo, il calore e la peste di Colonia, è evidente che la data di essa, quale fu letta dallo Struvio, riesce errata, e invece del 1^o giugno si dovrebbe forse leggere p. es. 10 luglio 1607[472]. Ecco l'elenco delle opere trasmesse allo Scioppio in tale data, essendogli stata la _Consultazione per aumentare i tribuni_ consegnata separatamente: la _Monarchia di Spagna_, i _Discorsi a' Principi d'Italia_, il _Dialogo contro i Luterani_, l'opera _Del Senso delle cose_, l'_Epilogo magno di Fisiologia_ seguito dagli _Aforismi politici_ e dalla _Città del Sole_, la _Monarchia del Messia_ col discorso _De' dritti del Re di Spagna_ etc., il libro _De Regimine Ecclesiae_, gli _Antiveneti_, e la _Recognitio verae Religionis_ detta poi _Atheismus triumphatus_: possiamo aggiungere ancora che talune copie furono dal Campanella corrette ed altre no, come si rileva da quelle pervenuteci, l'una degli _Aforismi politici_ fornita di correzioni autografe, l'altra della _Città del Sole_ rimasta senza correzioni. All'_Ateismo_ il Campanella diede la massima importanza, evidentemente per le sue condizioni infelicissime: lo dichiarò «suo monumento», lo dedicò allo Scioppio, mostrò desiderio che egli lo traducesse in tedesco insieme col _Dialogo contro i Luterani_. Si dolse pure di non poter mandare la _Metafisica_, perchè «un certo Marchese discepolo ingrato la riteneva ad istigazione di Satana», alludendo senza dubbio a Francesco del Tufo successo al padre Gio. Geronimo, che le scritture dell'Archivio di Stato, da noi ricercate appositamente, ci mostrano defunto il 17 luglio 1606. E dobbiamo dire che a torto egli credè effetto d'ingratitudine il non aver avuta la Metafisica, poichè essa, morto il Marchese Gio. Geronimo, era stata rubata da un domestico cognominato Gallo e venduta a Gio. Battista Eredio Pisano di Puglia, come il Campanella medesimo dovè sapere più tardi onde se ne trova il ricordo nel _Syntagma_; dobbiamo dire inoltre che verosimilmente reclamò l'opera sua quando seppe l'accaduto, alcuni anni dopo, e così essa potè capitare nelle mani del Reggente della Vicaria e del Vicerè, secondochè risulta da un documento che abbiamo rinvenuto del pari nell'Archivio di Stato[473]. Ma non mandò gli _Articoli Profetali_ e disse che li avrebbe mandati in sèguito: forse non aveva potuto compierli, o invece volle tenerli in serbo (e difatti non li mandò neanche quando poi disse di averli già pronti), acciò lo Scioppio, rimanendo nell'aspettativa, non cessasse dal favorirlo. Egli se ne attendeva l'adempimento delle promesse, cioè «essere suo liberatore presso i Principi del Cristianesimo, e dargli modo di essere suo commilitone contro le eresie de' figli di Abaddon». Questo gli ricordò nella sua lettera, e fatta la rassegna delle opere che gl'inviava soggiunse: «vedi, ho consegnato tutto nelle tue mani; poichè mi prevenisti co' tuoi beneficii, non volli apparire ingrato». Ma inoltre lo avvertì che molti, ricevute le opere, trascrivevano da esse le proprie, e gli raccomandò di badare a non cadere con gli altri, «poichè questo furto è peggiore di quello della fortuna e dell'onore e di ogni altro delitto, venendo sottratti i figli non del corpo ma dell'anima, e figli perenni....», ed allora potrebbe «volerlo estinto, e il diavolo subito gli direbbe nel cuore bastare quanto avea fatto intorno a ciò che avea promesso con giuramento, bastare averlo tentato, essendo impossibile procurare la salvezza del Campanella... di cui ogni male gli parrebbe provenire dalla giustizia di Dio». E finiva dicendo: «Tibique commendo libros, sicut me Deus tibi, si forte non simulas, ut coeteri»! Pare impossibile che un uomo come lo Scioppio non sia rimasto offeso da simili parole; ma sappiamo con certezza che se ne mostrò irritato in sèguito allorchè il Campanella, non vedendo pubblicare le sue opere, gli fece intendere di nuovo la sua preoccupazione che egli volesse servirsene, e non gli mandò i Profetali che egli desiderava sempre più. Per altro c'è motivo di ritenere che lo Scioppio siasi mostrato tollerante verso il Campanella molto al di là del solito suo, per deferenza a' potenti Fuggers, che non cessavano di proteggerlo accanitamente.

Abbiamo visto che il Campanella, nell'inviare le opere, diceva di farlo per non sembrare ingrato. Egli ritenevasi obbligato allo Scioppio, perchè era condisceso a favorirlo e si era impegnato a patrocinare la sua causa: d'altronde sappiamo avergli lo Scioppio procurato alcune lettere commendatizie dirette al figlio del Vicerè, altre averne sollecitate mediante Mons.^r Querengo dal Card.^l Borghese dirette egualmente al figlio del Vicerè, che le cronache ci dicono essersi recato a Roma insieme coll'altro suo fratello non appena eletto Paolo V, e però doveva essere stato conosciuto da molti della Curia; forse lo Scioppio medesimo sollecitò le lettere dell'Ambasciatore Cattolico e dell'Ambasciatore Cesareo, che il Campanella nella lettera dell'8 luglio 1607 diceva di attendere. Ma nessuna sollecitudine egli mostrò presso il Papa; e non deve nemmeno sfuggire che egualmente Mons.^r Querengo non si adoperò presso il Papa, mentre non solo era suo Prelato domestico assai ben veduto, ma anche, secondo l'Eritreo, precettore ed aio del nipote di lui Gio. Battista Vittorio. Sicuramente al Papa non dovea piacere di udire a parlare del Campanella, e niuno osò affrontarne il disgusto; ma è chiaro che vennero grandemente ridotte le promesse di aiuto fatte dallo Scioppio, per le quali il Campanella era condisceso a dargli nelle mani tutte le opere sue. Poniamo qui che ad occasione delle commendatizie promesse dal Querengo dietro le istanze dello Scioppio, il Campanella scrisse al Querengo una lettera di ringraziamento notevolissima, con molti cenni della sua vita passata, de' suoi studii e del suo modo di filosofare: verso il tempo medesimo scrisse una lettera non meno notevole a Cristoforo Pflugh, per rimoverlo da una tresca lasciva alla quale si era abbandonato in Siena, ed eccitarlo ad andarsene con lo Scioppio che preparavasi a partire per la Germania[474].--Ma importantissime riescono per la nostra narrazione le lettere che in questo periodo il Campanella scrisse al Re di Spagna, all'Imperatore, agli Arciduchi d'Austria, e che lo Scioppio dovea far ricapitare o presentare personalmente. Esse vennero scritte senza dubbio nel 1607, come risulta dal vedere che il Campanella vi si dichiara sempre carcerato «da 8 anni»; e può dirsi anche essere state scritte tra il giugno e il luglio, poichè quella diretta al Re, scritta prima delle altre, reca nell'elenco delle opere «La esamina di tutte le sètte» etc. ossia l'_Ateismo debellato_ allora appunto condotto a termine. La lettera al Re fu scritta prima, giacchè trovasi menzionata nelle altre. Prendendo sempre le mosse da' futuri eventi, lusingando con la Monarchia universale che dovea verificarsi, rifacendo come altre volte la storia delle cose di Calabria, non negando ed anzi giustificando la simulazione della pazzia, dichiarando di trovarsi aggravato dai vassalli di S. M.^{tà} che non volevano nè udirlo nè consegnarlo al Papa, perchè «temevano che lo liberasse subito», si appellava a S. M.^{tà}, e per la solenne occasione della nascita del felicissimo Principe (_intend._ della futura nascita del Principe che accadde in ottobre, venendo alla luce l'Infante Ferdinando che fu poi il Card.^{le} Infante) chiedeva la grazia di essere ascoltato secondo la legge. Ricordava di avere scritto la _Monarchia di Spagna_, i _Discorsi ai Principi d'Italia_, la _Tragedia della Regina di Scozia_, annunziava di avere autorità come S. Giovanni e miracoli più grandi di quelli di Mosè; pregava quindi che lo facesse venire innanzi a lui e al suo Consiglio, terminando con l'elenco delle promesse anche accresciute, come pure con l'elenco delle opere che avea composte, ed aggiungendo che lo lasciasse dar prove celesti degli avvisi celesti almeno in Roma[475]. Poi dovè scrivere ancora le due lettere latine all'Imperatore e agli Arciduchi di Austria, che lo Scioppio avrebbe presentate mostrando in pari tempo le opere da lui avute, non che le copie della lettera scritta al Re e di quella scritta al Papa e a tutti i Cardinali, «da doversi consegnare, se il timore non trattenga pure l'Angelo suo» (non aveva mai cessato di sperare che lo Scioppio l'avrebbe consegnata, smettendo il «timore» che lo tratteneva). In entrambe queste lettere egli press'a poco ripeteva le cose stesse tante volte dette, i segni da lui studiati, le opere composte per tale circostanza, le imputazioni avute di «volere usurpare il Regno» e di essere eretico, l'aver trovato salvezza con la pazzia, l'essere stato posto in una fossa, l'avere scritto cose mirabili e il doverne dire a voce molte di più. In ultima analisi poi, all'Imperatore chiedeva che lo facesse venire in ceppi innanzi a lui, dannandosi al fuoco se si fosse trovato mendace, ovvero procurasse di farlo andare presso il Papa o almeno presso il Re Cattolico; agli Arciduchi chiedeva di adoperarsi presso il Re, perchè volesse udirlo o farlo udire dal Papa o dall'Imperatore, sempre dannandosi al fuoco se fosse trovato mendace, ed additando lo Scioppio che avrebbe mostrato le opere e le lettere da lui scritte, e molte altre cose avrebbe esposte a voce. Ognuno avrà notato, che dalla prima all'ultima sua mossa la dimanda continua del Campanella fu sempre quella di essere ascoltato: anche dopo di avere scritto tante opere che potevano farlo ben conoscere nel senso in cui voleva essere conosciuto, egli non rifinì dal voler essere ascoltato; e perfino in una delle sue lettere allo Scioppio[476], dopo di avergli detto che i proprii libri di Metafisica gli sarebbero parsi scritti da un Angelo e non da un uomo, essendo superiori a tutti gli altri «che aveva già ricevuti», soggiungeva, «ma quando mi udrai faccia a faccia, terrai a vile anche gli stessi miei libri di Metafisica» (ciò che prova pure non aver mai avuto lo Scioppio tale occasione). Per intenderlo, bisogna ricordarsi della prepotente efficacia del suo discorso, attestata in ogni tempo e dalle persone più diverse, a cominciare dal povero Maurizio, che lo provò in Calabria e disse, «quando parla, ritira ognuno dove vuole», a finire a Vincenzo Baronio, che lo conobbe negli ultimi anni in Parigi e scrisse, «maior fuit impetu ingenii, quod in conversationibus eminebat, et in libris obscurum est et pene extinctum»[477].