Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 52
Possiamo oramai venire al racconto de' particolari di ciò che il Campanella imprese per uscire dalla fossa di Castel S. Elmo e riacquistare la libertà: egli medesimo ne parlò segnatamente nelle lettere che scrisse più tardi, in agosto 1606, al Papa Paolo V e al Card.^l Farnese; e da questi fonti possiamo attingere le principali notizie ed anche argomentare le date approssimative degli avvenimenti, alle quali siamo sempre usi di annettere molta importanza[454]. «Dopo 5 mesi di stento» (così egli si espresse) propose al Vicerè di fare in servizio del Re cose mirabili, che importavano più che tre regni con aver parole del cielo, ma il Principe non volle ascoltarlo nè cavarlo da quella fossa orrenda, nè dargli agio di scrivere quelle cose nè di difendersi; «dopo 6 mesi» ottenne con arte di parlare al Nunzio e al Vescovo di Caserta, dicendo che si voleva accusare (vedremo tra poco in qual maniera si accusò e quali risposte ne ebbe), ed erano scorsi già «10 mesi» senza che potesse trovar credito (tale è il significato della espressione volgare da lui adoperata, «aver udienza»). Fermandoci dapprima alle date, ammesso il trasporto del Campanella a S. Elmo nel luglio 1604, abbiamo che egli si sarebbe rivolto al Vicerè nel gennaio 1605, e poi avrebbe ottenuto di poter parlare al Nunzio e al Vescovo di Caserta nel luglio dello stesso anno; così il 13 agosto 1606 erano scorsi all'incirca dieci mesi, e diciamo «all'incirca» perchè vi sarebbe una differenza di poco oltre due mesi, i quali del resto avrebbero potuto essere scorsi dalla data dell'assentimento ad una visita alla data della visita fatta; tenuto conto della stagione la cosa riuscirebbe naturalissima, ed allora il colloquio dovrebbe dirsi avvenuto in settembre od ottobre 1605. D'altronde non deve sfuggire che se si ammettesse il trasporto a S. Elmo avanti il luglio 1604, il conto non potrebbe tornare in alcun modo, e però le date anzidette sono le approssimative unicamente possibili. In qual modo il Campanella abbia fatte le sue proposte al Vicerè, emerge precipuamente da ciò che sappiamo intorno a' suoi opuscoli _Del Governo del Regno_, e _Consultazione sopra l'aumento delle entrate_. Dovè presentarsi fra Serafino di Nocera, esporre principalmente i rimedii escogitati intorno all'annona, che tanto teneva occupato il Conte di Benavente, poi anche quelli intorno alla moneta scadente e alla pena di morte nel senso di far guadagnare altri 200 mila ducati, ed indicare la provenienza di ciò che aveva esposto mettendo fuori il nome del Campanella, capace di queste e di molte altre cose mirabili; ma non dovè trovare buona accoglienza, e così il Campanella potè poi dire che il Principe non volle ascoltarlo. Parrebbe che fra Serafino avesse anche sollecitato pel Campanella, ed inutilmente, il permesso di porre in iscritto le sue idee; ma se così passarono realmente le cose, non potrebbe trarsene la conseguenza che il Campanella non avesse già scritti questi rimedii intorno alle entrate, ed anche altri libri, poichè conveniva tenere tale fatto nascosto. Le sue «cose mirabili» furono ricordate egualmente nelle lettere del 1606 ai Cardinali, nella lettera del 1607 al Re, e tanto più tardi ancora nel Memoriale del 1611 al Papa che pubblicò il Baldacchini, non senza un qualche miglioramento ed accrescimento ulteriore: a capo di esse nel 1606-1607 troviamo sempre, e sotto pena della mutilazione di una mano nel caso di menzogna, il far aumentare le rendite nel Regno di 100 mila scudi oltre l'ordinario, appunto ciò che si legge ne' primi versi della _Consultazione_; poi vengono altre promesse, far guadagnare per una volta 500 mila scudi per una impresa importantissima a tutti i negozii d'Europa, fare un libro ove si mostri venuto il tempo di riunire tutte le genti sotto una sola legge ed un principato felicissimo etc., fare un altro libro segreto al Re ove si mostri il modo di arrivare a questa monarchia, e così tante altre cose atte ad eccitare l'estro del soprannaturale e l'ingordigia terrena[455]. Molte di queste cose erano evidentemente «parole di cielo», e del resto la _Consultazione_ medesima si vede saper tanto di cielo che è un piacere. Malgrado ciò, non fu possibile piegare l'animo del Vicerè, come non fu possibile nemmeno di piegar l'animo del Papa in sèguito. Intanto il Campanella mostrava che la sua pazzia era finita; e siamo in grado di esporre l'esito finale delle dette pratiche, poichè dagli ultimi brani di ciascun Discorso della _Consultazione_, aggiunti come poscritti più tardi, se ne può rilevare qualche notizia. Solamente dopo alcuni anni l'opuscolo venne accolto in Palazzo, ove fu portato dal P.^e Pegna (un P.^e Gaspare Pegna forse Domenicano, del quale non ci è riuscito finora saper altro), e il Segretario Torres, che lo lesse, approvò taluni mezzi in esso suggeriti, contro altri fece varie obiezioni alle quali il Campanella rispose. In particolare circa l'annona il Torres comandò che l'autore scrivesse sopra un altro punto: ma il Campanella fece sapere che ne avea scritto nella _Monarchia_ già mandata al Re, appellandosi al Vescovo di Monopoli il quale l'avea letta, e si rifiutò di scriverne ancora volendo essere «inteso a bocca» da S. E., costante desiderio che non fu mai esaudito. L'appello al Vescovo di Monopoli ci mostra che tutto ciò dovè accadere non prima del 1608, quando già al Campanella erano state procurate molte commendatizie presso il Vicerè, come sappiamo da altri fonti, e il Vescovo di Monopoli P.^e Gio. Lopez Domenicano, rinunziata la sua Chiesa per grave età, e giunto in Napoli, vi era trattenuto dal Vicerè qual suo Consigliere intimo, sino a che gli fu concesso di ritirarsi a Valladolid sua patria[456].
Fermandoci alle mosse del Campanella nel 1605, riuscita inutile quella fatta in gennaio presso il Vicerè, dicevamo che in luglio ne fece un'altra presso il Nunzio e il Vescovo di Caserta: e qui innanzi tutto dobbiamo avvertire che Nunzio era ancora l'Aldobrandini, ma Vescovo di Caserta era fra Diodato Gentile, successo già al Tragagliolo nel Commissariato generale del S.^{to} Officio in Roma, e poi successo al Mandina defunto nel Vescovato di Caserta, con _exequatur_ del 24 luglio 1604, occupando del pari la carica di Ministro della S.^{ta} Inquisizione nel Regno. Senza dubbio per far uscire il Nunzio dalla sua apatia verso di lui, il Campanella disse di volersi accusare, onde il Vescovo di Caserta fu chiamato ad intervenire egli pure; e così il Campanella potè anche dire di averli chiamati «con arte». Naturalmente, più o meno presto, essi doverono recarsi a S. Elmo, ed ivi in qualche sala ascoltare il Campanella, ma non videro la sua prigione: questo leggesi in un altro brano della lettera a Paolo V, ove il Campanella racconta che Mons.^r Nunzio vide il carcere di fuori, e per non avere a contradire al Vicerè non entrò nè mandò a vederlo, e disse che era buono, «nel modo ch'ogni sepoltura par buona di fuori». Ecco ora il discorso del Campanella e le osservazioni de' due Vescovi; sarà meglio far parlare il Campanella medesimo: «M'accusai come, per mancanza dello spirito, che trovai tra' Cristiani molto difformi dell'antichità e profession nostra, mi risolsi ad esaminar la fede con la filosofia Pitagorica, Stoica, Epicurea, Peripatetica, Platonica, Telesiana e di tutte sètte antiche e moderne, et con la legge delle genti antiche e d'Ebrei, Turchi, Persiani, Mori, Chinesi, Cataini, Giaponesi, Bracmani, Peruani, Messicani, Abissini, Tartari, et com'ho con tutte le scienze finalmente humane e divine assicurato me stesso et gli altri che la pura legge della natura è quella di Christo, a cui solo li Sacramenti son aggiunti per aiutar la natura a ben operare con la gratia di chi l'ha dati; et che son pur simboli naturali et credibili: et vidi come Dio lasciò tante sètte caminare, e la mancanza dello spirito in noi, e lo scompiglio della natura e suo fine. Onde son fatto possente a difensar con tutto il mondo il Christianesmo; che fui sentinella fin mò dell'opere di Dio. E come la divina Maestà disegna in questo tempo far una greggia et un Pastore, e 'l giudicio dell'errore di tante nationi, e quel che soprastà al Christianesmo: e li sintomi celesti et terrestri del mondo morituro per fuoco, contra li filosofi con S. Pietro et Heraclito. La difficoltà del mondo nuovo, e dell'incarnatione et altri articuli difficultosi, l'esamina delle profetie e miracoli veri e falsi d'ogni setta. Et com'io et altri fummo ingannati dal diavolo aspettando scienza e libertà da lui, credendoci che fosse Angelo, e poi Dio, secondo si fingeva; e come, dopo lunga dieta, Dio benigno condescese al mio desiderio, che mai non fu maligno, se fu erroneo: e presentai memoriale di questa, e molti capi di cose faciende ad utile del Christianesmo. Nondimeno Monsignore Nuntio rispose ch'io era poco humile. Non so se l'ha fatto per provarmi: perchè ben so ch'è scritto nella Sapienza: _Qui intuetur illam permanebit confidens_: et che l'humiltà è magnanima et non vile, et io certo so che mai non ho bramato dignità nè honori, et a tutti vilissimi servitii ho posto mani. _Sed neque me ipsum judico_. Monsignor di Caserta fece conseguenza, ch'havendo io vagato per tante sètte, e cercato li miracoli veri e falsi, e le profetie e la novità del secolo, com'egli lesse nel mio processo in Roma, non havevo cattivato _me ad ossequium Christi_: e che mò voglio far miracoli falsi per scampare o allungar la vita. Ben fanno a non creder subbito; ma negarmi l'esperienza, o scriver a V. B. che «non la voglia vedere, è un negar lo spirito di Dio, che _ubi vult spirat_, et seguir lo spirito degli huomini: _Venite cogitemus adversus Jeremiam_» etc. Così il Campanella mostrava anche da questo lato che la sua pazzia era finita e già da qualche tempo, tanto che avea visto anche con altri il diavolo, e poi, dopo lungo aspettare in penitenza, Dio l'aveva esaudito ed oramai si sentiva in grado di far cose mirabili ad utile del Cristianesimo. Quali abbiano dovuto essere queste cose, delle quali diè «molti capi», si può comprenderlo dagli elenchi più volte indicati, estraendo da essi i capi relativi appunto all'utile del Cristianesimo: dovè quindi promettere di far il libro in dimostrazione della prossima fine del mondo coll'unione di tutte le genti costituendo una gregge ed un solo pastore, far il libro contro i politici e Machiavellisti, un libro per convertire i Gentili delle Indie orientali, un libro contro i Luterani, ed andare in Germania ottenendovi la conversione di due Principi protestanti e il discredito completo di Calvino, fare al ritorno 50 discepoli contro gli eretici etc. etc. Di certo egli dovè promettere anche di far miracoli, come non cessò poi di prometterli più o meno esplicitamente fino al 1611; ed anche nella sua prima lettera al Papa e in una lettera posteriore allo Scioppio, pubblicate entrambe dal Centofanti, si dolse che il Nunzio e il Vescovo di Caserta avessero chiamato finzioni, delirii od astuzie, per uscire dal carcere, i suoi presagi, i suoi segni nel sole, luna e stelle, e i miracoli che avrebbe fatto per costringere ogni anima a riconoscere il Vangelo. Questo d'altronde emerge dalle osservazioni medesime fatte da costoro, quali il Campanella le narrò al Papa, da doversi dire in verità rispondenti a quanto sappiamo del carattere dell'Aldobrandini, che ci è abbastanza noto, e del Gentile, che parecchi documenti ci mostrano spietato ed esorbitante non meno del Mandina[457]. Secondo il nuovo Vescovo di Caserta, il Campanella voleva «far miracoli falsi per scampare od allungar la vita»; sicchè, nel concetto di questo Vescovo, pel disgraziato filosofo si trattava sempre di avere a perdere la vita più o meno presto. Dobbiamo intanto dire che il Vescovo di Caserta, per parte sua, ebbe a scrivere qualche cosa a Roma intorno a tale colloquio, ma il Nunzio non scrisse certamente nulla, come ci mostra il suo Carteggio del 1605, ultimo anno di ufficio per lui: che anzi in una sua lettera del 24 agosto 1605 al Card.^l Valenti, tenuto allora provvisoriamente da Papa Paolo «nel luogo che si sogliono adoperare i proprii nipoti», passando a rassegna, per sua giustificazione, i casi di torto giurisdizionale da lui trattati, egli non citò punto il caso del Campanella, e quindi dalla parte del Nunzio, non meno che dalla parte di Roma, rimaneva non curato il torto ricevuto in persona del povero filosofo, contentandosi che la sua causa non fosse spedita. Dalla parte del Campanella poi ognuno avrà notato come, tanto presso il Vicerè, quanto presso il Nunzio, egli non fece la menoma richiesta che la sua causa fosse spedita; nè veramente espresse mai più un desiderio simile per lungo tempo, se non sotto certe condizioni.
Scorsero non meno di 10 mesi dal detto colloquio, e il 13 agosto 1606 il Campanella si spinse a rivolgersi direttamente al Papa, moltiplicando anche questa volta i reclami e le lettere in più sensi e non trovando requie per molto tempo. Sicuramente tanto ritardo non provenne dall'essersi rassegnato, e lo dimostrano i gridi di dolore che sovente erompono nelle dette lettere; ma bisogna dire che egli non nutriva alcuna speranza di essere ascoltato, e però non si mosse di nuovo se non quando avvenne un fatto tale da tenere in agitazione vivissima l'animo del Papa; fu questo l'interdetto scagliato a Venezia, seguito dalla superba resistenza del Governo Veneto, e dall'abbandono del Papa in una pessima condizione da parte di coloro medesimi che gli aveano offerto aiuto. Allora appunto il Campanella tentò di profittare dell'occasione e scrisse la sua lettera, nella quale comincia col giustificarsi degli stratagemmi usati durante la causa (e certamente del principale tra essi che era stato la pazzia, come risulta dal veder citata l'autorità di S. Geronimo), si appella mostrando la necessità di venir tradotto a Roma e l'impossibilità di consentire che il giudizio della congiura ed anche dell'eresia termini in Napoli, fa un racconto delle cose di Calabria e degli avvenimenti posteriori come può farlo un giudicabile, riconosce commessa da lui la colpevole imprudenza di aver servito alla «revelation presente» ed esservi stato un «voluto, non fatto, eccesso», chiede per giudici il Bellarmino e il Baronio ma non in Napoli, coll'affermare che ha cose grandi, parole di cielo, da dire al Papa e alla Chiesa, ed aggiunge un poscritto in cui dichiara avere avuto nuova delle cose di Venezia, occorrere una guerra spirituale e la chiamata di tutte le persone sante a Roma, per parte sua obbligarsi a mostrare con miracoli stupendi la verità del Vangelo ed allungare le profezie laddove sia necessario. Questo poscritto apparisce l'occasione vera della lettera, la quale è seguita poi da un'altra, o, se piace meglio, da un allegato, in cui pel fatto di Venezia insiste sempre più sulla necessità di venir tradotto a Roma, narra le rivelazioni avute dal diavolo fintosi angelo tre anni prima, e per esse la caduta di Venezia nel 1607 con la perdita di gran parte dell'autorità del Papa, la caduta della dignità Pontificale e del Senato Cardinalizio dietro uno scisma dopo il 1625; narra poi la comparsa successiva di altri diavoli che l'afflissero, e in sèguito, dietro preghiere a Dio, le rivelazioni vere che ebbe con gli avvertimenti da dover dare a S. S.^{tà}, e suggerisce consigli, e cita profezie, e dichiara di voler parlare a S. S.^{tà} e poi morire etc. etc.
Importa commentare quest'altra mossa del Campanella, sempre più degna di attenzione comunque rimasta senza il menomo effetto. Non a torto dovè sembrargli molto opportuna l'occasione per rivolgersi al Papa. Fin da' primordii del suo Pontificato Paolo V si era mostrato assolutamente deciso a far rispettare ad ogni costo l'immunità ecclesiastica, e dopo di aver fatta e facilmente vinta una quistione con Lucca e poi con Genova in condizioni davvero esorbitanti, avea voluto farne un'altra anche con Venezia, che non si era mai adattata a riconoscere l'immunità ecclesiastica negli Stati suoi[458]. Annunziato dapprima con un Breve fin dal dicembre dell'anno precedente, emanato dappoi nel solenne Concistoro del 17 aprile 1606 il gran Monitorio, che dichiarava incorsi nelle scomuniche il Doge e il Senato Veneto per essersi rifiutati a consegnare al Nunzio due scellerati malfattori, il Canonico Saracino e il Conte Brandolino Abate di Narvese, Venezia si era mostrata inflessibile, si che il Papa avea stimato opportuno radunare un grosso esercito, e Venezia avea dovuto fare altrettanto. Napoli, così vicina, non poteva rimanersi indifferente, e dal Carteggio del Residente Veneto Agostin Dolce si rilevano, con le rispettive date, i fatti avvenuti allora nella città. I Gesuiti, irritati anche per essere stati espulsi da Venezia i frati del loro ordine insieme co' Teatini e Cappuccini ossequenti al Papa, gridavano nelle scuole contro Venezia e diffondevano per la città alcuni presagi tratti specialmente dal libro di M.^o Antonio Arquato medico (in ciò i Gesuiti s'incontravano col Campanella). Il Nunzio Mons.^r Guglielmo Bastoni Vescovo di Pavia, successo all'Aldobrandini fin dal dicembre passato, benediceva pubblicamente la capitana delle galere che partivano sotto il comando del Marchese di S.^{ta} Croce per fare una dimostrazione ostile a Venezia, mentre un inviato, Ugo de Moncada, andava a Roma per dichiarare il Vicerè pronto a vendicare con la persona e col Regno le offese che fossero fatte a S.^{ta} Chiesa, emulando le offerte del Conte di Fuentes Governatore di Milano e de' Duchi di Modena e di Urbino. Ma appunto a' primi di agosto si venne a sapere che il Marchese di S.^{ta} Croce si era limitato a veleggiare nelle acque di Brindisi, ciò che in realtà non era tollerato da' Veneziani, ma avea finito poi col rivolgersi contro i pirati di Durazzo ed espugnare questa città; che per armare le galere si era preso il danaro de' privati dal Banco di S. Eligio; che bisognava pensare a provvedersi di grano poichè quello promesso, da doversi estrarre dalla Marca d'Ancona, non sarebbe più venuto; che mancando il danaro, ed essendo le gabelle divenute insopportabili, già si pensava di sospendere il pagamento degli interessi agli assegnatarii (creditori dello Stato) come poi si verificò; che per tutte queste ragioni non si sarebbe passato alle armi, e in ultima analisi da Spagna erano venuti anche ordini di non passare alle armi[459]. Naturalmente il Campanella dovè giudicare che oramai poteva provarsi presso un Papa tanto attaccato all'immunità da pretenderla anche là dove non c'era mai stata, e tanto poco avveduto da compromettere a quel modo l'autorità Pontificia, riducendosi poi a supplicare almeno l'invio da Napoli di un'Ambasciata a Venezia per trattare la pace, ciò che fu commesso a D. Francesco de Castro accompagnato dal Duca di Vietri, due nostre vecchie conoscenze.
Egli credè pertanto necessario rannodare la sua mossa alle precedenti, dare alla sua lettera l'impronta di un «appello», che secondo lui dovea render nullo il giudizio compiuto, siccome disse tanti anni dopo nella sua Narrazione, e credè anche necessario rifare la storia delle cose di Calabria, spingendosi ad affermazioni che crediamo inutile dimostrare insussistenti dopo tutto ciò che abbiamo visto nel corso della narrazione nostra. Basterà citar quelle, che l'eresia fu trovata da' frati, che il negozio de' turchi fu inventato da lui per non morire, che furono appiccati sul molo uomini per altra causa, che fecero confessare a Maurizio _sub verbo regio_ mille bugie, che tutti morendo si ritrattarono. Ma gioverà notare due cose: l'una, il bisogno che sentì sempre di non essere messo a fascio con fra Dionisio divenuto maomettano, «di cane fatto lupo pe' gridi di mali pastori»; l'altra il nessun desiderio ed anzi il rifiuto di vedere spedita la sua causa in Napoli. Su quest'ultimo punto egli si espresse recisamente: non consentirebbe in Napoli a giudizio alcuno, perchè era odiatissimo, perchè non vi erano _aequa jura_, perchè avrebbero detto al Nunzio che era finita la causa e lo condannasse senza ascoltarlo (così difatti avrebbe dovuto accadere). Nè si trattenne dallo scrivere: «questi giudici anche ecclesiastici più tosto mi vorrebber trovar nocente che innocente, perchè... non si fidano nè ponno difensarmi la innocenza, se in me la trovano, come Nicodemo non difese Christo; ma sendo colpevole senza briga ponno starsi e gratificarsi con questi Signori», mentre «non hanno alcuna autorità se non di farmi male, perchè son ligati al farmi bene». In somma la sua causa era straordinaria e dovea trattarsi in Roma, annullando, s'intende, ciò che si era fatto sin allora, ed egli volea che si dimandasse la persona sua, anche con l'obbligo di restituirla a Napoli qualora fosse trovata in falso. Più tardi poi disse che non aveano potuto conchiudere la causa della congiura in Napoli, perchè non aveano in che condannarlo: questa contradizione non ha bisogno di commento.