Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 44

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Ben lungo e circostanziato fu il Riassunto degl'indizii, scritto interamente dal Vescovo di Caserta, contro fra Dionisio: e poichè esso da tanti lati riguarda anche la persona del Campanella, contro cui non abbiamo un'analoga scrittura, lo riporteremo per quanto è possibile minutamente, accompagnandolo pure con qualche appunto; del resto raccomandiamo di consultare il documento originale[364]. Rammentavasi contro fra Dionisio la 1^a deposizione del Pizzoni in Calabria ed anche la ripetizione del medesimo in Napoli; la deposizione del Lauriana, e quelle del Soldaniero, del Pisano, del Conia; la sua fuga dal convento di Pizzoni mentre procedevasi all'arresto del Pizzoni, e la sua cattura avvenuta in Monopoli mentre cercava mettersi in salvo con Maurizio; la sua amicizia strettissima e piena confidenza col Campanella, durata anche dopo che lo zio P.^e Pietro Ponzio glie l'aveva inibita sotto pena di maledizione; la sua lettera al P.^e Vincenzo Rodino, in cui parlava di molti segreti che non conveniva affidare alla penna, la sua qualità e i suoi costumi di poco buono odore, le vanterie di brutti peccati commessi, l'irrequietezza e il continuo vagare per la provincia anche «in compagnia de' giovanetti Cesare Pisano e Alfonso Grillo» (evidentemente il Vescovo aveva una speciale tendenza a vedere certi vizii da per tutto); infine l'ultima rivelazione di Maurizio, che non avendo mai confessato nulla con 70 ore di tortura, volle poi sgravare la sua coscienza, e «comportandosi abbastanza sobriamente, disse soltanto ciò che avea saputo dal suo cognato Gio. Battista Vitale» (era proprio certo che dovesse saperne di più). Allegavasi poi e combattevasi ciò che fra Dionisio si era sforzato di dimostrare nelle sue difese contro le persone e i detti de' testimoni a suo carico. E circa il Pizzoni, notavasi che gli era stato nemico e gli avea rubati alcuni scritti, ma osservavasi che già si erano riconciliati tra loro onde conversavano sempre insieme e si trovarono riuniti anche nel momento dell'arresto del Pizzoni; notavasi che il Pizzoni avea pessimi costumi, ma con una classica frase osservavasi che in ciò «nulla avea da dire Catilina a Cetego»; notavasi che era stato vario in certi fatti ed avea osservato molte cose essere state inserte falsamente negli esami da fra Cornelio, ma osservavasi che si erano avute «correzioni piuttosto che varianti», e si dovea credere a quel testimone tanto più, perchè in fondo avea sempre persistito nella prima deposizione malgrado i tanti esami fatti e rifatti dal Vescovo di Termoli (e qui un calcio d'asino al suo predecessore); nè doveasi prestar fede all'ultima assertiva di ritrattazione scritta dal Pizzoni in punto di morte e consegnata al suo confessore, poichè questa non s'era trovata e il confessore P.^e Pietro Peres (forse Gonzales) non era di buoni costumi ed avea confessato di nascosto, senza il permesso de' Commissarii e del Curato, e poi per comune sentenza de' dottori non si dovea tener conto delle dichiarazioni de' morenti, estorte da confessori e confortatori, non essendo neanche ogni morente un S. Giovanni Battista (ma in tutti i modi, lasciando in pace S. Giovanni Battista, bisognava cercarla quella confessione e non essere verso i costumi del confessore più severo che verso quelli del Pizzoni, del Lauriana e del Soldaniero). Circa il Lauriana notavasi esserne stata messa in mostra l'intima amicizia col Pizzoni, la mala vita, l'opinione acquistata di testimone falso; ma osservavasi che queste ragioni erano frivole, e bisognava tener conto della diffamazione procuratagli da' Ponzii medesimi e dagli altri frati; che anzi le sue deposizioni erano assai verosimili, mentre già da un pezzo prima, quando non vi era sospetto d'inquisizione, per iscrupolo egli aveva attestato qualche cosa contro fra Dionisio, e poi non risparmiò neanche il suo maestro Pizzoni, e catturato con lui all'improvviso, senza precedente concerto, si trovò d'accordo con lui, nè cedè alle minacce de' Ponzii, «i più furbi ed astuti tra' calabresi» (e le suggestioni di fra Cornelio provate per tante vie? e le incertezze posteriori e i mendaci provati dallo stesso Pizzoni?). Circa il Soldaniero notavasi essere stata allegata la seduzione per parte de' Polistina, sotto promessa dell'indulto che poi gli fu concesso dallo Spinelli, le sue molte varianti con sè medesimo e con Valerio Bruno suo domestico, il mendacio provato con le deposizioni del priore e lettore di Soriano sulla circostanza dell'aver fatto cacciare fra Dionisio e il Pizzoni dal convento: ma osservavasi che nulla constava della pretesa seduzione (pertanto il nome di fra Cornelio figurava nell'indulto), e il Soldaniero era stato dichiarato dal Pizzoni già anteriormente consapevole di tutto, per comunicazione fattagli dal Campanella mediante fra Dionisio, ciò che era del pari provato dal priore e lettore di Soriano, e poi il Campanella medesimo gli avea mandato per fra Pietro di Stilo una lettera, come era confessato da fra Pietro ed attestato dal priore e dal lettore che la videro (ma la lettera non parlava di eresia, e si trovano qui sempre studiatamente confuse l'eresia e la congiura); nè le differenze tra lui e Valerio Bruno erano sostanziali, e Valerio, scorso un anno, avea potuto dimenticare qualche cosa ed anche mentirla, sussistendo non di meno una conformità tra il Soldaniero ed altri testimoni non sospetti. Circa il Pisano, si era allegata un'antica inimicizia per la parte da lui presa nella causa di fra Dionisio contro i Polistina, e la deposizione del Bitonto e del Petrolo, come pure di Giuseppe Grillo, attestanti non essersi fatti discorsi di eresia nella casa del Grillo: ma l'inimicizia era senza dubbio estinta, mentre fra Dionisio era andato col Pisano fino a Messina, e più tardi, insieme col Campanella, era andato a visitarlo nelle carceri di Castelvetere, per procurarne la liberazione, come aveva anche scritto al P.^e Rodino; nè poteva tenersi conto delle deposizioni negative del Bitonto e del Petrolo, essendo costoro complici e socii nel delitto, nè di quella del Grillo, essendo inverosimile che i frati avrebbero parlato di cose tanto gravi in presenza di persone non sicure, e d'altronde la deposizione del Pisano era stata convalidata pure in punto di morte e ratificata in tortura. Circa il ì, si era allegata una fede del Cappellano della galera su cui fu confortato a ben morire, attestante aver dichiarato false le cose da lui deposte contro monaci, in materia di ribellione e di eresia, essendogli state estorte con le torture dategli dallo Sciarava: ma questa fede non aveva alcun valore, perchè non rappresentava una deposizione giurata, perchè citava come contesti i P.^i Ministri degl'infermi ed uno di essi nella sua fede parlò del Vitale e non del Caccìa, perchè riguardava le deposizioni fatte innanzi allo Sciarava e non quelle fatte spontaneamente innanzi al Vescovo di Gerace etc. Aggiungevasi che erano state pure prodotte fedi di alcune università che attestavano avervi fra Dionisio predicato con edificazione dottrine cattoliche, ma, naturalmente, ciò non bastava. E ricordata una quistione trattata dal Pegna nelle sue aggiunte all'Eimerico, che cioè essendo i testimoni legittimi e degni di fede, ma diversi per luogo e per tempo, non si aveva una convinzione piena e tale da fare assegnare la pena ordinaria per l'eretico negativo ed impenitente (vale a dire la degradazione e la morte), ricordata d'altro lato la gravità degl'indizii, presunzioni e congetture, segnatamente la circostanza del trovarsi «pienamente convinto nella connessa causa della ribellione», si veniva a' voti. Ed uniformemente tutti e tre i Giudici votarono la doppia tortura, seguita dall'abiura per veemente sospetto di eresia, aggiungendovi la relegazione, dopo scontata la pena per la causa della ribellione che doveva ancora essere spedita, in un convento fuori la provincia, a scelta de' Sig.^{ri} Cardinali supremi inquisitori, con l'obbligo di alcune penitenze salutari vita durante.

Gli appunti sparsamente fatti nell'esporre questo Riassunto ci dispensano da ogni ulteriore commento sopra di esso. Principalmente fra Dionisio era più che colpevole in eresia, ma il Vescovo di Caserta spiegava contro di lui insinuazioni su tutto e su tutti, equivoci volontarii, interpetrazioni doppie, giudizii benignissimi sui testimoni a carico e severissimi su' testimoni a discarico, premura nel trovare la colpa più che la verità, indifferenza per gli odii ferocissimi delle fazioni fratesche e per la nequizia de' primi inquisitori, che avevano tanto influito nella formazione del processo: insomma, l'abbiamo detto altra volta, i frati erano colpevoli, ma meritavano migliori Giudici; un solo ne ebbero veramente buono, il Vescovo di Termoli, e fu tolto loro dalla morte, e il Vescovo di Caserta non risparmiò le insinuazioni nemmeno verso di lui. Giova conoscere testualmente ciò che egli ne disse: «ognuno che si faccia a guardare rettamente il modo tenuto dal predetto Vescovo nel ripetere tante volte i testimoni del processo offensivo, benchè debba piamente credere che il Vescovo l'abbia usato per investigare e ricercare la verità, pure vi trova non saprebbe dirsi quale umano desiderio di voler cogliere in falso i testimoni del fisco e distruggere il processo di Calabria». Non era umano ma divino desiderio quello di legger chiaro in un processo nato sotto tanti maligni influssi e brutto per tante irregolarità; il Vescovo di Caserta, scrivendo a quel modo, mostrava bene che il senso della giustizia non era in lui molto sviluppato. Il Campanella, nella sua Narrazione, come deplorò la morte del Vescovo di Termoli così giudicò il Vescovo di Caserta, e disse che costui «con dar tormenti et esser troppo fiscale non provò altro»: la qualità di «troppo fiscale» era il meno che potesse dire, e bisogna tener presente che nelle sue condizioni il Campanella dovea mostrare i più grandi riguardi alle persone e alle cose di S.^{ta} Chiesa.

Esaurite le discussioni e le votazioni, doverono mandarsi a Roma i Riassunti degl'indizii co' voti de' Giudici, ed una copia, con le relative bozze, ne rimase presso il Vescovo, ed è quella a noi pervenuta: ma dobbiamo notare che il Riassunto contro fra Dionisio vi si trova solamente in bozza, non ricopiato, donde si desumerebbe che tutto questo lavoro durò fin oltre il 16 ottobre, e che il Riassunto contro fra Dionisio forse non fu mandato, come non dovè essere mandato nemmeno quello contro il Bitonto, poichè costoro a quella data riuscirono a mettersi in salvo.--Intanto deve notarsi che nel processo fu registrata la decisione presa su fra Dionisio con la data de' 24 settembre: questo fatto riesce singolare, poichè i voti de' Giudici servivano solamente per proposte da sottomettersi alla Sacra Congregazione Romana de' Cardinali Inquisitori, dalla quale poi veniva presa la risoluzione che doveva essere seguita da' Giudici nella spedizione della causa. Noi crediamo assai verosimile che la decisione su fra Dionisio sia stata inserta nel processo molto più tardi, quando tutto fu esaurito, per far trovare un ricordo e non lasciare addirittura senza conclusione la causa di un soggetto principalissimo, su cui si aggirava la più gran parte del voluminoso processo.

Come dicevamo, fra Dionisio ed il Bitonto riuscirono a mettersi in salvo il 16 ottobre; essi fuggirono dal Castello insieme col carceriere, e senza dubbio tale fuga dovè essere preceduta da lunghi concerti, pe' quali probabilmente occorsero tutte quelle tergiversazioni, tutti quegl'incidenti fatti nascere da fra Dionisio negli ultimi tempi, non esclusa forse la rissa medesima con tutte le sue conseguenze prevedute e calcolate. Il Nunzio, il Vescovo di Caserta, e parimente il Card.^l Gesualdo Arcivescovo di Napoli, tutti mandarono a Roma la notizia della fuga, che appunto dal Carteggio del Nunzio si rileva nella sua data e qualità precisa. In Roma se n'ebbe dispiacere, come si rileva da una lettera del Card.^l Borghese in risposta a quella del Nunzio, al quale fu raccomandato caldamente di adoperarsi per riavere nelle mani i frati fuggiaschi[365]. In Napoli se n'ebbe «universale meraviglia», come si rileva da una lettera del Residente Veneto Anton Maria Vincenti[366]; e sicuramente il Vicerè dovè ordinare un'apposita inchiesta, ma di tale ordine non c'è riuscito trovare alcuna traccia. Abbiamo bensì trovato ordini vigorosi in questo senso, venuti da Madrid non appena vi giunse la notizia della fuga, e con essi menzionata una carta di avvertenze da doversi tener presenti, la quale carta per altro non fu trasmessa all'Archivio di Stato: con ogni probabilità le avvertenze principali riflettevano la convenienza e la maniera di conoscere se Roma avesse tenuto mano in tale faccenda. Abbiamo trovato inoltre che lo Xarava, recatosi a Madrid per sollecitare la sua nomina a Consigliere, profittò dell'avvenimento per offrirsi ad «impinguare», come allora si diceva, l'inchiesta, e finqui la cosa riesce naturale: ma ciò che riesce strano si è l'essersi offerto pure nientemeno che a procedere nella causa di eresia tanto di fra Dionisio quanto del Campanella, siccome bene informato di tutti i loro disegni, e l'essersi da Madrid ordinato al Vicerè di vedere cosa convenisse fare circa l'intervento dello Xarava; decisamente la fuga di fra Dionisio avea fatto volgere la più viva attenzione verso Roma. Questo si può argomentare da due Lettere Regie esistenti nell'Archivio di Stato[367]; ma anche senza di esse, si comprende che, dopo le lungaggini verificatesi nello svolgimento della causa, il Governo Vicereale dovè rimanerne tanto più diffidente e sospettoso. Nulla poi conosciamo intorno a' particolari della fuga, la quale del resto non era un fatto assolutamente straordinario; basta ricordare che ne abbiamo già citato un altro esempio in persona del cav.^{re} gerosolomitano fra Antonio Capece. Non potremmo nemmeno dire con certezza chi fosse stato il carceriere che se ne andò co' fuggiaschi. Senza dubbio non fu il Martines, che avea già da un pezzo perduto l'ufficio; ma tutto induce a credere che sia stato Antonio de Torres detto «sotto-carceriero» nella denunzia e ricorso di Camillo Adimari contro fra Pietro Ponzio, e successo interinalmente al Martines, perchè ne' libri parrocchiali della Chiesa del Castel nuovo, dopo di aver figurato più volte a motivo di paternità dal 7 8bre 1587 al 4 7bre 1601, egli scomparisce affatto senza lasciare alcuna traccia di sè, e d'altra parte Onofrio Martorel, che dovrebb'essere l'Onofrio sotto-carceriere citato nel processo e nella Narrazione del Campanella, dopo di avervi figurato del pari assai sovente fin dal 1583, è registrato nell'elenco de' morti in data del 14 gennaio 1605; aggiungiamo poi che nel processo, fin da' primi giorni del 1603, poco dopo la data di cui qui si tratta, incontrasi il nome di un nuovo carceriere, Martino Sances. Conosciamo per altro che fra Dionisio se ne andò a Costantinopoli e quivi abbracciò la fede Maomettana: ma le ricerche da noi istituite nell'Archivio Veneto, rovistando il grandioso Carteggio de' Baili, ci han fatto sapere che egli giunse a Costantinopoli nel maggio dell'anno seguente, essendosi trattenuto segretamente sulle galere di Malta, ed avendole lasciate nel trambusto di una fazione vittoriosa di quelle galere contro il castello di Lepanto. Avremo campo di parlarne più in là: per ora notiamo che questo incidente faceva peggiorare moltissimo la causa del Campanella.

Apparve allora un ordine di cattura «a' cursori, aguzzini ed inservienti di qualsivoglia Curia, tanto ecclesiastica quanto secolare, in qualsivoglia luogo, ecclesiastico, secolare, regolare ed anche di Monache comunque dotato di esenzione, non ostante qualunque privilegio», venendo dal tribunale accordate le veci e le voci proprie, ed inculcato a tutti e singoli, ecclesiastici e secolari, di dare aiuto, consiglio e favore necessario ed opportuno all'effetto predetto[368]. Quest'ordine si trova in processo senza data, ma non è dubbio che dovè essere emanato propriamente il 17 ottobre; poichè vi si rileva questa circostanza, che al momento in cui fu scritto, vi si parlò solamente della cattura di fra Dionisio fuggito, e poi, con una postilla in margine, vi si aggiunse anche il Bitonto; e non ci manca nemmeno un documento fuori il processo, che attesta essere dapprima venuta al Vescovo di Caserta la notizia della fuga del solo fra Dionisio[369]. Un'altra circostanza dobbiamo notare nell'ordine suddetto. Esso fu emanato a nome del Nunzio, del Vescovo di Caserta e del Vicario Alessandro Graziano: era costui il nuovo Vicario generale successo al Vaccari, e da questo momento in poi trovasi in quasi tutti gli Atti co' quali ebbe termine il processo principale.

Ma finalmente con lettera del 29 novembre il Card.^l Borghese partecipava la risoluzione della Sacra Congregazione de' Cardinali[370], ed ecco quanto alla presenza di S. S.^{tà} si era risoluto. Pel Campanella, «che sia condannato alle carceri di questo santo Uffitio (_int._ di Roma) ove perpetuamente sia ritenuto senza speranza alcuna di esserne liberato»; pel Lauriana e fra Pietro di Stilo, «che si dia loro la corda moderatamente... et non sopravenendo cosa che gli aggravi, si facciano abiurare come leggiermente sospetti di heresia, con impor loro alcune penitenze salutari»; pel Petrolo, «che se gli dia la corda più acremente... et non risultando altro, si faccia abiurare come sospetto vehementemente di heresia con imporgli alcune penitenze salutari»; e si aggiungeva per questi ultimi tre frati «l'essilio da tutto cotesto Regno» e l'assegnazione «da' loro superiori» in conventi ne' quali si vivesse con maggiore osservanza, notando essere «mente di N. S.^{re} che per le dette pene... non si pregiudichi nè si ritardi la speditione della causa della pretensa ribellione da farsi da' giudici sopra ciò deputati da S. S.^{tà}». Quanto a fra Paolo, si era risoluto: «che sia rilasciato con imporgli alcune penitenze salutari»; e quanto a fra Pietro Ponzio, «che sia rilasciato liberamente dalle carceri per quello che spetta al santo Uffitio».