Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 43
[360] La cosa è di un'importanza capitale per l'argomento che trattiamo, e ci si permetterà di riprodurre qui taluni confronti già notati nella 1.^a nostra pubblicazione sul Campanella (Il Codice delle lettere etc.) esprimenti certe differenze contemplabili, nella forma e nella sostanza, tra la composizione originaria del libro fatta nel 1602 e rappresentata da' codici napoletani, la versione latina fatta nel 1613 e pubblicata dall'Adami in Frankfort, la 2^a edizione della versione latina preparata dopo il 1629 e pubblicata dall'autore in Parigi; quest'ultima veramente differisce dalla penultima quasi sempre per qualche aggiunzione, e volgarizzata a cura di un editore Luganese fu poi riprodotta dal D'Ancona, sicchè possiamo citare l'edizione D'Ancona nell'esporre i confronti, anche perchè essa è più diffusa e popolare.--Circa la forma, si direbbe che con la magniloquenza latina fosse apparso necessario magnificare perfino gl'interlocutori del dialogo, i quali nella composizione originaria del libro erano «Hospitalario, Genovese marinaro», col latino furono promossi ad «Hospitalarius magnus, et Nautarum Gubernator Genuensis hospes», e col volgarizzamento divennero «Il Gran Maestro degli Ospitalieri ed un Ammiraglio Genovese di lui ospite». Oltracciò il Capo Supremo della Repubblica, che dapprima era semplicemente O (con o senza un punto nel mezzo, cioè a dire il _Sole_, come si mantenne nell'esemplare latino dell'Adami) divenne in sèguito _Hoh_. Naturalmente anche la dicitura italiana primitiva, convertita in latino e poi ritornata italiana, si vede trasformata di molto. P. es.: (cod. nap.) «S'io havesse tenuto à mente e non havesse pressa e paura, io te sfondacaria gran cose, ma perdo la nave se non mi parto»; (ediz. D'Anc.) «Oh! se mi ricordassi d'ogni cosa e non mi stesse a cuore la partenza, e più se nulla temessi, ti direi altro e ben più sorprendente, ma perdo la nave se non mi affretto a prendere il largo». Ancora: (cod. nap.) «Nulla femina si sottopone à maschio se non arriva a' 19 anni, ne il maschio si mette à generatione innanzi il 21»; (ed. D'Anc.) «Alcuna donna prima del decimonono anno non può consacrarsi à questo ministerio, e gli uomini debbono aver passato il ventesimo primo». Così la forma venne ingentilita, ma cessò di esser caratteristica, e ciò che è peggio non sempre riuscì a serbare la precisione. P. es.: (cod. nap.) «Una fiata mangiano carne, una pesce, et una herbe, e poi tornano alla carne per circolo»; (ed. D'Anc.) «Dapprima mangiano carni, poi pesci, infine erbaggi. Ricominciano poscia con le carni,»--etc. Ma ciò che maggiormente interessa è la diversità nella sostanza in più luoghi. Da una parte le cose relative a filosofia e religione sono più spinte nella 1^a maniera e più attenuate nelle posteriori. P. es. (cod. nap.) «Son nemici di Aristotile, l'appellano pedante»; (ed. D'Anc.) «Sprezzano l'opinione di Aristotile, che chiamano logico non filosofo». Ancora: (cod. nap.) «trovai Moisè, Osiri, Giove Mercurio Macometto et altri assai, et in luoco assai onorato era Giesù Christo et li 12 Apostoli, che ne tengono gran conto. Ond'io ammirato come sapeano quelle historie» etc.; (ed. D'Anc. con molto maggiori distinzioni e qualificazioni) «ho veduto Mosè, Osiride, Giove, Mercurio, Licurgo, Pompilio, Pitagora, Zamolxi..... e moltissimi altri. Che più? Hanno dipinto lo stesso Maometto che però reputano fallace ed inonesto legislatore. Ma vidi l'immagine di Gesù Cristo essere stata collocata in un posto eminentissimo, assieme a quelle dei dodici Apostoli da essi altamente venerati e creduti siccome superiori agli uomini. Sotto i portici esterni osservai dipinti Cesare, Alessandro, Pirro, Annibale ed altri sommi la maggior parte cittadini romani.... Ed avendo con maraviglia chiesto come essi conoscessero le nostre istorie» etc. Inoltre: (cod. nap.) «tengono per cosa certa l'immortalità dell'anima et che s'accompagni morendo con spiriti buoni o rei secondo il merito; ma li luochi delle pene e premii non l'hanno per tanto certo (_sic_) ma assai ragionevole, pare che sia il cielo et i luochi sotterranei. Stanno anche molto curiosi di sapere se queste pene sono eterne ò nò. Di più son certi che ci siano angeli buoni e tristi come avviene tra gli huomini; ma quel che sarà di loro aspettano aviso dal cielo. Stanno in dubbio, se ci siano altri mondi fuori di questo»; (ed. D'Anc.) «credono all'immortalità dell'anime, ed alla loro associazione dopo la sortita del corpo cogli angeli buoni o cattivi secondo le azioni della presente vita, e questo perchè le cose simili amano i loro simili. Differente della nostra è la loro opinione intorno ai luoghi delle pene e de' premii. Dubitano se esistano altri mondi fuori del nostro». Come si vede, la prima composizione era ben cruda e molto più spinta, e le attenuazioni venute in sèguito non furono lievi. D'altro lato poi per un fatto risguardante la persona dell'autore troviamo tutta la riserva possibile nella prima composizione, e l'abbandono di ogni riserva in sèguito: 1^o (cod. nap.) «dicono che se in 40 hore di tormento un huomo non si lascia dire quel che si risolve tacere, manco le stelle che inclinano con modi lontani ponno sforzare» etc.; 2^o (ed. D'Anc.), «dicono che se un sommo filosofo per quaranta ore venne crudelmente tormentato da' suoi nemici senza mai potergli strappare di bocca una parola su quanto essi domandavano, perchè nel fondo dell'animo avea determinato di tacere, così nemmeno le stelle che movonsi in distanza e con lentezza non possono costringerci» etc. Adunque scrivendo il libro nel 1602 non palesò la faccenda della sua pazzia simulata, la palesò invece nel 1613, quando diede il libro tradotto all'Adami; e per verità sarebbe stata una pazzia vera il farlo prima. V'introdusse poi varie aggiunzioni mano mano, ed anche, quando preparò l'edizione di Parigi. Così, mentre nell'esemplare primitivo si trova notata soltanto l'invenzione del volare (che nel libro de _Sensu rerum et Magia_ è riconosciuta in un calabrese), in quello latino dato all'Adami si trova notata anche l'invenzione degli strumenti oculari per vedere le occulte stelle (riconoscimento delle cose del Galileo sulle quali egli già cominciava a riflettere), e degl'istrumenti auricolari per udire le armonie de' cieli (presagi del telefono ad un'altezza non ancora raggiunta): ma è singolare che non vi si trovi l'invenzione sua, attribuendola agli abitanti della città del Sole, del modo di navigare senza vele e senza remi, ciò che pure avea già promesso con le lettere del 1606-1607 a' Cardinali e al Re di Spagna. Invece essa si trova nella 2^a ed ultima edizione della versione latina, dove è registrata pure la scoperta del modo di _evitare il fato sidereo_, attribuita sempre agli abitanti della città del Sole, da doversi riferire al libro da lui composto _De fato siderali vitando_; ed in pari tempo è registrata la proibizione dell'Astrologia da parte del Papa, ciò che prima egli non reputava ben fatto e poi si credè in obbligo di accettare e difendere col suo opuscolo _An Bullae Sixti V.^i et Urbani VIII.^i contra judiciarios calumniam in aliquo patiantur_. Per le quali ultime circostanze abbiamo detto che la 2^a edizione del libro dovè essere preparata dopo il 1629; giacchè dal _Syntagma_ sappiamo con certezza che il libro _De fato siderali_ etc. fu scritto nel S. Ufficio di Roma dopo la liberazione dal lunghissimo carcere di Napoli, vale a dire tra il 1626 e il 1629. Non è arrischiato l'ammettere che le modificazioni successive introdotte dall'autore nel modo di esprimere le sue opinioni circa Gesù, e circa i premii e le pene e l'eternità di esse, rappresentino pure e semplici attenuazioni _pro bono pacis_: e merita di essere considerata la sua persistenza in altrettali opinioni fino agli ultimi anni della sua vita, benchè abbia contemporaneamente abbondato nella composizione di libri di assolute credenze Cristiane Cattoliche.
[361] Ved. Poesie, ed. D'Ancona, p. 95.
CAP. VI.
ESITI DE' DUE PROCESSI, FINE DELLA PAZZIA E CONCHIUSIONE. (dal settembre 1602 al novembre 1604 e seg.^{ti})
I. Nel settembre 1602, ritornando a Napoli, il Vescovo di Caserta giusta gli ordini avuti dovè riunirsi col Nunzio e col Vicario Palumbo, procedere con loro a' voti su ciascuno de' frati, e poi partecipare questi voti a Roma. Egli avea fatto redigere un completo «Sommario del processo», sulla base di quello formato in Roma dal Monterenzio con l'aggiunta delle cose raccolte posteriormente, ed anche un «Riassunto degl'indizii» per ciascuno degl'inquisiti, in fine del quale si registrò di poi il voto di ciascun Giudice. Queste scritture, composte quasi tutte dal Segretario del Vescovo D. Manno Brundusio, insieme con le bozze e con le copie de' Riassunti fornite di numerose postille di carattere del Vescovo, sono pervenute in mano nostra: esse non fanno parte del processo propriamente detto, ma ne compiono molto bene la conoscenza[362]. Il Vescovo medesimo scrisse di suo pugno un elenco de' giudicabili in testa delle Copie de' Riassunti, e segnò queste con un numero progressivo in corrispondenza dell'elenco suddetto: naturalmente dobbiamo credere che nell'ordine medesimo si procedè alle votazioni; e siccome troviamo in primo luogo fra Pietro Ponzio, sul quale certamente nella 2^a metà di agosto non si era votato ancora (ved. pag. 282), possiamo desumere che le votazioni cominciarono al più presto in settembre, verosimilmente nella 2^a metà di settembre.
Si votò dunque dapprima su fra Pietro Ponzio. Il Riassunto contro costui recava: non essere stato nominato nel processo di Calabria ma carcerato d'ordine del Visitatore e per detto di D. Carlo Ruffo come germano di fra Dionisio: essere stato più volte accusato dal Pizzoni di minacce fatte nelle carceri da parte del Campanella, perchè esso Pizzoni si ritrattasse, ma avere ciò negato fra Paolo citato per conteste; essere stato sorpreso in colloquio notturno col Campanella che fingevasi pazzo, dal quale colloquio risultava «non lieve sospetto di familiarità lasciva e disonestissima tra di loro, sebbene fra Pietro fosse innanzi negli anni, rilevandosi dalla sua deposizione, e dall'aspetto, di maggiore età, di anni trenta»; infine non essere stato nè reputato nè esaminato come reo dal Vescovo di Termoli e da' colleghi (si sarebbe dunque potuto e dovuto lasciarlo in pace da molto tempo). Il Nunzio, il Vescovo medesimo ed il Vicario Palumbo, a voti uniformi giudicarono dover essere rilasciato per ciò che spettava al S.^{to} Officio, ma con fideiussione, potendo forse risultare qualche cosa contro di lui nel progresso delle cause del Campanella e fra Dionisio.--Da questo primo Riassunto può già rilevarsi l'animo e l'andamento del Vescovo di Caserta; preciso nella esposizione de' fatti, come del rimanente ci consta per tutti i Giudici di S.^{to} Officio la cui opera abbiamo potuto studiare, ma feroce e senz'ombra di carità nella valutazione ed interpetrazione de' fatti esposti, ad un grado che ben raramente ci è accaduto d'incontrare. I lettori conoscono il colloquio notturno del Campanella e fra Pietro che il Vescovo citava (ved. pag. 88); come mai costui potè dargli quella brutale interpetrazione? È la cosa che più ci offende da parte di questo Vescovo, e che mostrerebbe veramente in lui un'anima abietta al maggior segno: si può solo perdonargli, conoscendo come fra tutte le grandi soddisfazioni, che altrettali soggetti possono godere, è del tutto negata loro quella di una tenera e sentita amicizia, onde debbono finire col perderne assolutamente ogni senso.
Si venne poi a fra Paolo della Grotteria. Recavasi contro di lui essergli stato trovato un libercolo di segreti e sortilegi, scritto non di sua mano, pel quale avea prodotto scuse varie e non mai accertate; essere stato nominato tra' complici del Campanella dal Pizzoni, dal Soldaniero, dal Petrolo, ma da una parte averlo poi fra Dionisio negato, e d'altra parte avere il Pizzoni chiarito che non dovea dirsi complice ma familiare, ed anche avere il Petrolo chiarito che lo conosceva amico del Campanella solo per detto altrui. Considerando che il libercolo, per relazione del P.^e Cherubino, conteneva semplici superstizioni soltanto, e per diretta ispezione, appena due volte mostrava abuso di parole sacre, tutti e tre i Giudici, a voti uniformi, decisero doversi fra Paolo rilasciare con fideiussione, pel medesimo motivo detto innanzi, valutando qual pena il carcere sofferto.--Così verso questo frate de' più fangosi, e già galeotto, il tribunale fu piuttosto benigno, tanto che vedremo la Sacra Congregazione di Roma giudicare necessaria per lui qualche pena spirituale.
E si passò al Bitonto. Ricordavasi per costui la sua amicizia intrinseca col Campanella e fra Dionisio attestata da diversi, la visita da lui fatta al Campanella, la dichiarazione del Pizzoni di essere complice del Campanella; inoltre l'essere stato preso in abito secolare, l'avere conversato con secolari di pessima vita, tra gli altri con Cesare Pisano; principalmente poi venivano messe in mostra le ripetute deposizioni del Pisano, il viaggio fatto con lui a Messina e le molte eresie formali dette in tale occasione, rilevate anche nell'altro foro innanzi allo Sciarava, senza sapersi con quale autorità raccolte da costui, confermate poi in punto di morte, ratificate col tormento, e non invalidate da una deposizione di Giuseppe Grillo. I Giudici, del pari a voti uniformi, decisero doversi al Bitonto amministrare la tortura per un'ora, e non risultando altro doversi rilasciare con fideiussione.--Venne poi notato, dopo la discussione sul Bitonto, che gl'indizii medesimi constavano tutti anche per fra Giuseppe di Jatrinoli, contro cui non erasi mai proceduto ad Atto alcuno, forse perchè non si trovava preso, ignorandosi anche se ne fosse stata mai ordinata la cattura o la citazione; e però i Giudici emisero il voto che fosse carcerato e si procedesse contro di lui.
Contro fra Pietro di Stilo rammentavasi la sua familiarità ed amicizia intrinseca col Campanella fin dalla puerizia; la testimonianza del Lauriana, che il Campanella ne faceva gran capitale e parlava con lui delle eresie; la testimonianza del Soldaniero che fra Pietro era venuto presso di lui a sollecitarlo perchè andasse a visitare il Campanella; l'aver lui portata una lettera al detto Soldaniero, ciò che lo dimostrava consapevole de' segreti del Campanella. Inoltre il non aver denunziato il Campanella, mentre ne conosceva alcune eresie, e come religioso e come Vicario del convento era strettamente obbligato a denunciarlo e a fuggirlo; averlo invece continuato a commendare per uomo dotto e sapiente, ed essersi poi negato a deporre, nel 1^o processo, ciò che egli ne conosceva. E qui, accennate le divergenti opinioni de' dottori intorno al doversi o no ritenere veementemente sospetto di eresia lo sciente e non rivelante, concludevasi per l'affermativa, aggiungendo che tale veemente sospetto di eresia veniva comprovato dall'avere fra Pietro più volte dichiarato di volere ammogliarsi, benchè si fosse poi scusato allegando di averlo detto in via di scherzo. E però il Vescovo di Caserta emetteva il voto che gli si dovesse amministrare la tortura per purgare gl'indizii: ma il Vicario Palumbo opinò che dovesse prima sottostare ad un nuovo interrogatorio più diligente e poi darglisi una lieve tortura, e non risultando nulla, dovesse abiurare come lievemente sospetto di eresia ed essere rilasciato, ma col bando dalla Calabria; il Nunzio, da parte sua, si uniformò al voto del Palumbo.--Così questa volta la maggioranza del tribunale non seguì la foga del Vescovo di Caserta, il quale evidentemente potea riuscire tollerabile come accusatore ma non come Giudice. Egli confondeva nel più basso modo curialesco i fatti concernenti la ribellione con quelli concernenti l'eresia, non teneva conto dell'essere stato il Lauriana dimostrato falso testimone, non teneva conto dell'essere stato il Soldaniero dimostrato di pessime qualità e forzato da fra Cornelio a dire quel che disse, non teneva conto degli esecrabili procedimenti di fra Cornelio, onde fra Pietro non avea creduto di dover rispondere nell'esame al quale costui l'avea chiamato. I Sommarii de' processi offrivano capitoli speciali contro il Lauriana, contro il Soldaniero, contro fra Cornelio e lo stesso Visitatore, ma questi capitoli pel Vescovo di Caserta rimanevano inavvertiti. Eseguita poi la votazione, il Vescovo aggiungeva che le lettere di fra Pietro ultimamente scoverte (le lettere alle Sig.^{re} Prestinaci etc.) aumentavano i sospetti contro di lui (quasi che quelle lettere alludessero ad eresie)! Poteva e doveva fra Pietro ritenersi colpevole, ma molti degli argomenti addotti dal Vescovo potevano e dovevano tralasciarsi.
Contro il Petrolo allegavasi l'amicizia, conversazione intrinseca e confidenza col Campanella, di cui era discepolo; la fuga insieme presa in abito secolare; la comunicazione fattagli dal Campanella di più e diverse eresie oltrechè del segreto della ribellione, come esso Petrolo avea confessato, senza mai allontanarsene e senza denunziarlo, avendo appena deposto tali cose sotto le minacce e i terrori da parte del Visitatore. Inoltre la confessione ultima di Cesare Pisano ratificata in tortura, che rivelava molte eresie dette da fra Dionisio essere state confermate dal Petrolo; la testimonianza del Lauriana che egli fosse complice nella ribellione; la sua stessa condotta variabile tenuta nell'affermare, nel ritrattarsi, nel dichiarare falsa la sua ritrattazione. Laonde il Vescovo di Caserta opinava che gli si dovesse amministrare due volte la tortura, e non risultando altro, si dovesse farlo abiurare come veementemente sospetto di eresia e bandirlo dalla Calabria rilasciandolo sotto fideiussione; il Nunzio si uniformò a questo voto, ma il Vicario Palumbo votò per una tortura sola bensì gagliarda, accettando tutto il resto.--Come si vede, erano sempre messe in fascio la ribellione e l'eresia; e quantunque ciò accadesse ora in un campo più generale e più comportabile, non si può non riconoscere che il tribunale sconfinava, ed ammetteva un fatto, il quale non gli constava direttamente, e non era nemmeno passato ancora in cosa giudicata nelle persone de' frati. D'altronde pel Petrolo bastavano le proprie confessioni, rivedute e corrette con quelle del Pisano, ma il Vescovo di Caserta si credeva in obbligo di raccogliere tutto il peggio possibile, senza curarsi troppo di farne la scelta.
Contro il Lauriana ponderavasi la sua qualità di discepolo e confidente del Pizzoni «indiziato e quasi convinto delle eresie e degli altri delitti del Campanella»; la testimonianza del Soldaniero, che fosse uno degli eletti a predicare; l'avere udite eresie dal Campanella e dallo stesso Pizzoni senza averle rivelate; l'aver suonato la campana all'armi quando si andò a carcerarlo, con che mostrava «aver avuto coscienza e partecipazione de' delitti del Campanella». Inoltre il non aver deposto in giudizio se non dopo di essergli state comminate pene più gravi; e poi l'aver variato nelle deposizioni, l'aver cercato per lettere intorno ad esse consigli al Pizzoni e scuse a Ferrante Ponzio, negando in sèguito questi fatti e rimanendo convinto di mendacio; l'aver menato vita criminosa con costumi riprensibili etc. E però il Vescovo di Caserta espresse anche per lui il voto che gli si dovesse dare due volte la tortura, e non risultando nulla, dovesse abiurare come veementemente sospetto di eresia ed essere rilasciato con fideiussione: il Nunzio acconsentì a questo voto, ma il Vicario Palumbo votò per una tortura sola e per l'abiura come lievemente sospetto.--Senza dubbio contro questo abietto frate si sarebbe stato assai più nel vero procedendo per falsa testimonianza; ma non si usava, senza evidentissime ragioni, passar sopra alla quistione dell'eresia.
Con la votazione sul Lauriana chiudevasi la discussione sui frati i quali aveano rinunziato alle difese, e per tutti costoro i Giudici concordemente emisero pure il voto, che dovessero essere esiliati da entrambe le provincie di Calabria, e tenuti in monasteri ne' quali i loro Superiori potessero osservarne la vita e i procedimenti. Notiamo qui che non ci è pervenuta alcuna notizia di votazione fatta intorno al Campanella, e che verosimilmente non ce ne fu, a motivo della sua pazzia legalmente accertata, la quale facea sospendere ogni Atto ulteriore contro di lui. Ma non deve sfuggire che ne' Riassunti degl'indizii sopra riferiti, e basta guardare quello del Lauriana, trovasi espresso in termini non equivoci il giudizio di colpabilità sul Campanella, e così pure sul Pizzoni defunto. Notiamo ancora che in tutte le votazioni fatte il Nunzio non mostrò mai un'opinione propria, mentre pure egli che sedeva al tempo stesso nel tribunale della congiura, e conosceva intimamente molte e molte cose estragiudiziali, avrebbe potuto e dovuto tenerla; ma indubitatamente egli non avea studiato nè seguito con premura lo svolgimento del processo, fu quindi obbligato a rimettersene a' colleghi, e pur troppo preferì quasi sempre uniformarsi al voto del collega peggiore. Invece il Vicario Palumbo mostrò sovente un'opinione propria: i motivi da lui addotti per sostenerla non furono registrati, ma possono intendersi agevolmente da quanto sappiamo intorno al processo, e bisogna dire che questa opinione riuscì molto più giusta; vedremo che la Sacra Congregazione di Roma la preferì costantemente.
Non rimaneva che procedere alla discussione e votazione su fra Dionisio. Il 20 settembre i Giudici emisero l'ordine di citarne l'Avvocato D. Attilio Cracco, perchè l'indomani comparisse nelle case loro a dire ed allegare quanto volesse, a voce ed in iscritto, avvertendolo che avrebbero spedita la causa anche senza la sua comparsa. E subito dopo doverono imprendere la discussione de' meriti della causa, poichè nel Riassunto degl'indizii troviamo affermato essersi i Giudici più volte riuniti a tale oggetto, e nel processo troviamo registrata la loro decisione in data del 24 settembre[363].