Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 4

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A due cose attese il Campanella assiduamente fin da' primi tempi della sua prigionia in Napoli, sollecitare la ritrattazione da coloro i quali aveano rivelato, dare animo a coloro i quali si erano mantenuti negativi o in qualunque modo gli si mostravano tuttora amici. Come già in Calabria, così in Napoli, egli rivolse le sollecitazioni particolarmente al Pizzoni e al Petrolo; non occorse che sollecitasse il Lauriana, perchè anzi costui in Gerace gli avea scritta egli medesimo una lettera, nella quale, gli comunicava l'esame di Monteleone, gli prometteva con giuramento che si sarebbe ritrattato, e finiva per dimandargli il modo di potersi ritrattare. Nè stentiamo a credere che talvolta le sollecitazioni del Campanella non sieno state espresse in forma di preghiere, onde i sollecitati poterono dire di avere avuto da lui «minacce»; se non che i pochi documenti che ne sono rimasti non lo confermano, e d'altronde vi furono tanti motivi di asserire e di smentire a vicenda queste cose, da non poterne facilmente assodare la verità. Al Petrolo, come dicemmo a tempo e luogo, avea fatte alcune sollecitazioni per via, tra Squillace e Gerace, direttamente; altre glie ne potè fare mediante Cesare Pisano in Monteleone, e poi ancora altre in Napoli ne fece di persona dalla finestra. Così gli avrebbe detto che bisognava ritrattarsi o altrimenti capiterebbe male, che era caduto in irregolarità avendo deposto in causa capitale contro particolari etc.; ma vedremo ulteriormente, che quando si pose a scrivere Poesie gli scrisse anche un Sonetto al medesimo scopo, ed in esso non si leggono minacce bensì le maggiori lusinghe. Al Pizzoni poi avea pure fatte sollecitazioni mediante fra Pietro Ponzio in Gerace, ed altre glie ne fece in Napoli per lo stesso mezzo, giacchè vedremo con certezza aver lui potuto parlare con fra Pietro dalla finestra; ma poi gli riuscì di mettersi in comunicazione diretta col Pizzoni mediante lo scambio di un Breviario, e ciò che se ne disse in sèguito mostra che nemmeno vi furono minacce; ecco pertanto come il fatto venne riferito[30]. Si trovavano ciascuno in una segreta. Il Campanella dimandò al carceriere Alonso Martines un Breviario, e il carceriere gli portò quello del Pizzoni. Nel Breviario «fra Gio. Battista pose molti signacoli di carta larghi, fatti à posta di certi modelli di musica rigati con le note, et d'una lettera nella quale si vedea che li fosse stato dato avviso, che la Causa era già stata rimessa al sig.^r Nuntio et à Don Pietro di Vera, et in detti signaculi scriveva ch'esso fra Gio. Battista havea detto à frà Silvestro che insieme seco deponesse cose di santo officio per scampar quella gran furia, perchè in quel muodo la Corte secolare à viva forza l'harebbe punito per l'heresie, e Ribellione, il che non harebbe fatto per la sola ribellione, ma di fatto l'harebbe appiccati, già che quelli di Catanzaro, che la revelorno, dissero, ch'il Papa la favoriva» etc. Dimandava anche il Pizzoni, in quelle cartoline, chi fosse stato quel frate che, secondo la cronaca di S. Domenico, ebbe dalla B.^{ta} Vergine la rivelazione che mai monaco di S. Domenico sarebbe stato eretico, se molto tempo innanzi non avesse deposto l'abito, e diceva di confidare che avrebbe potuto facilmente ritrattarsi, e ricordava diverse autorità, come il Cipolla Veronese, che permetteva dir cose di eresia a' condannati a morte per essere protetti dal S.^{to} Officio, e S. Girolamo che concedeva il mendacio ad _evadendam mortem_. E il Campanella, conservando presso di sè alcune cartoline più importanti, scrisse sulle altre «che havea fatto molto bene, et che frà Domenico Petrolo à sua persuasione havea seguitato l'esempio d'esso frà Gio. battista, con l'istesso intento di ritrattarsi, et che quel frate della revelatione ut supra fù Reginaldo si ben si ricordava etc., et li diede esso Campanella molte altre authoritati per tal difesa». Ma passato e ripassato tra loro questo Breviario, ed esaurite le cartoline, cominciarono a scrivere sul Breviario medesimo, ove poteasi vedere di mano del Campanella scritto «bene et fideliter... ut lacrimas emiserim prae laetitia», ed inoltre «Micheas propter timorem mortis prophetavit falsum, et adiuratus se se retractavit, 3.^o Reg. 24». E il Campanella si diè anche premura di far sapere queste cose a fra Dionisio che stava in un'altra segreta; ed avendogli mandata scritta «dentro un pasticcio una cartella di simili andamenti, entrati in sospetto li carcerieri, aprirono il pasticcio, et trovata la cartella quella presentarono al Vice Rè, come anco per veder così scritto et scacacciato il Breviario, quello anco presentorono al medesimo Vice Rè, et si disse, che furono da lui rimandate al fiscale». Siffatte cose, verificatesi durante un certo periodo di tempo, furono poi riferite da fra Dionisio; e potrebb' essere che vi sia stata qualche esagerazione da parte del relatore, ma bisogna convenire che nulla vi s'incontra d'inverosimile, salva sempre la quistione della serietà delle cose che si comunicavano i due scrittori nelle cartoline e nel Breviario. Poichè all'uno ed all'altro, sotto tutti gli aspetti, conveniva scrivere in quel senso; ma si può dubitare che esprimesse la verità il Pizzoni, il quale infatti non fece di poi nulla di ciò che scrisse, e si deve dubitare che esprimesse la verità il Campanella, il quale, mentre dicevasi allietato fino alle lagrime, ad ogni buon fine metteva in tasca qualcuna delle cartoline scritte dal Pizzoni, che egli oramai avea potuto ravvisare «bilingue». Vedremo infatti che al momento in cui il Campanella fu spogliato per essere sottoposto alla tortura, gli fu trovata una delle dette cartoline, ed anche un sunto dell'esame del Lauriana certamente scrittogli da costui, il quale soltanto può dirsi avere agito in buona fede, ma sotto l'impero di una stringente necessità; poichè evidentemente, spinto dal Pizzoni, si era posto in un brutto garbuglio, da cui non sapeva in qual modo districarsi, e temeva molto che ritrattandosi sarebbe capitato male.--Dobbiamo aggiungere che pure con Maurizio il Campanella si mantenne in relazione, e, a quanto sembra, dalla finestra, verbalmente, profittando del trovarsi le rispettive carceri l'una sopra l'altra; ma non dovè di certo sollecitarne la ritrattazione, ed invece si dovè forse scusare presso di lui. Come si seppe in sèguito, continuò a dirgli qualche particolare sugli uomini e sulle cose della ribellione disegnata e tanto acerbamente prevenuta: ma una volta Maurizio, abbandonata ogni illusione, gli disse che in que' travagli loro «era tempo di riconoscere Iddio, e che stava scandalizzato di quella parola che havea detto in Stilo, che Giesu christo era un'huomo da bene», immaginandosi esser lui «in opinione che christo non fusse vero figliolo di Dio»; e il Campanella gli rispose che lui, Maurizio, «non intendeva bene li negotii» nè si curò di fornirgli spiegazioni.

D'altra parte, dicevamo, il Campanella attese a dare animo agli amici: questo fece componendo Poesie, siccome troviamo ricordato dal _Syntagma_, dove per altro se ne parla con una completa confusione di tempi. Per fortuna, la raccolta che noi pubblichiamo, essendo stata fatta in un periodo ben determinato e relativamente breve, ci mette in grado di potere fino ad un certo punto assegnare alle diverse poesie la propria data, oltrechè ci fornisce precisamente quelle composte fin da principio e con lo scopo di rinforzare l'animo degli amici, rimaste poi naturalmente inedite perchè compromettenti. Ma è facile intendere che pochissime potrebbero riferirsi ad un periodo anteriore al cominciamento de' processi, perocchè a questi si pose mano con sollecitudine, e il maggior numero si collega con le vicende del processo della congiura così de' laici come degli ecclesiastici; laonde, per non scindere di troppo l'esposizione di queste poesie, gioverà dapprima narrare ciò che sappiamo del processo della congiura, e in sèguito ricercare le poesie da doversi dire composte nel periodo in cui il detto processo fu istituito e svolto.

II. Veniamo dunque al processo della congiura pe' laici[31]. Dicemmo che la commissione Vicereale fu data il 15 novembre a Marco Antonio d'Aponte e a D. Giovanni Sanchez o Sances, con l'ordine di riconoscere le informazioni e gli atti di Calabria, procedere sommariamente _sine strepitu et forma Judicii_, e non ritardare la buona e breve amministrazione della giustizia, servendosi di Giuliano Canale per Mastrodatti. Vedemmo pure avere il Vicerè provveduto che lo Xarava aiutasse il Sances, e scritto a Madrid, il 30 novembre, che si andava già procedendo contro i laici, e il 13 dicembre, che si sarebbe cominciato a far giustizia di alcuni. Gli ordini del Vicerè furono eseguiti puntualmente, ed è chiaro che non si perdè tempo; solo dobbiamo notare che a Giuliano Canale venne sostituito Marcello Barrese, il quale servì da Mastrodatti egualmente nella causa della congiura per gli ecclesiastici, e di tale sostituzione ci rimane tuttora ignoto il motivo.

Secondo il costume del tempo, si procedeva separatamente e successivamente per un determinato individuo o per un determinato gruppo d'individui, e si sentenziava a misura che si compivano gli atti ad essi relativi: così vi furono condanne ed esecuzioni in Calabria, e poi in Napoli, ed analogamente vi furono altre condanne od invece assoluzioni di tempo in tempo. Trovandosi due già condannati a morte in Calabria, Maurizio de Rinaldis e Cesare Pisano, sopra di essi appunto cominciò a svolgersi l'opera del tribunale, certamente per averne, se fosse stato possibile, rivelazioni in danno anche degli altri, al quale scopo si era giudicato meglio tenerli ancora in vita; con gli atti relativi a costoro ebbe ad iniziarsi il 3.^o volume del processo, al sèguito di quelli compiuti in Calabria. Maurizio non avea confessato nulla malgrado gli orribili tormenti avuti; ricominciarono per lui in Napoli gli esami e ricominciarono i tormenti non meno crudeli. Il Campanella medesimo cantò che Maurizio il primo avea vinto i tormenti antichi e sprezzato i nuovi, che avea sofferto tormenti inusitati per trecento ore[32]. È facile qui vedere una esagerazione poetica, ma, come abbiamo già avuta occasione di dire altrove, Mons.^r Mandina, il quale fu più tardi Giudice dell'eresia e potè saperlo in modo autentico, affermò che era stato tormentato per settanta ore, alludendo con ogni probabilità a' soli tormenti avuti in Napoli. Per quanto possiamo giudicarne, egli dovè soffrire due volte, a breve intervallo, il tormento della veglia, ne' modi e forme che vedremo con tutti i loro particolari in persona del Campanella, il quale lo soffrì in sèguito, per una volta sola, nella causa dell'eresia. Comunque il tormento della veglia dovesse durare quaranta ore, pe' modi enormemente aspri con cui si amministrava sopratutto in Roma e in Napoli, quasi mai si giungeva a siffatto termine, senza che il paziente cadesse in tale prostrazione da far cessare la prova innanzi tempo, tanto più che il Giudice era tenuto a rispondere della morte di lui se avesse soccombuto nel tormento; e la prostrazione, quando gl'individui erano di buona tempra, ordinariamente si verificava fra le trenta e le trentacinque ore, ed ecco le settanta ore di tormento affermate dal Mandina. Nè rappresenta una difficoltà il leggersi «tormenti inusitati», poichè appunto tra questi era annoverata la veglia, e vi si ricorreva soltanto per casi straordinarii, mentre poi d'altra parte i Giudici di professione, a differenza de' «Capitani a guerra», doveano pure contenersi in quelle categorie di tormenti, che erano ammesse da' Giuristi e dalle consuetudini di ciascun paese[33]. Ad ogni modo le prove furono terribili, eppure vennero nobilmente superate da Maurizio: il fortissimo uomo non fece la menoma rivelazione, soffocando qualunque rancore, mentre già conosceva di essere stato nominato fin troppo nella Dichiarazione del Campanella! Ma durante i tormenti venne senza dubbio fatta la protesta che lo s'interrogava «citra prejudicium probatorum»; e poi, benchè non confesso, era pur sempre convinto, e gli si potè confermare la sentenza di morte, condannandolo ad essere appiccato e squartato certamente con la formola del tempo, «suspendatur in furcis adeo quod anima a corpore segregetur, eiusque cadaver in quatuor frustra dividatur». È superfluo poi dire che la sua casa doveva essere demolita ed aspersa di sale, e i suoi beni dovevano essere confiscati: «domus propria diruatur funditus, et solo aequata, in ea sale asperso, destruatur; singula eius bona publicentur, et fisci commodis applicentur». Vi fu dunque la conferma della sentenza di morte già pubblicata in Calabria, e non poteva essere altrimenti; deve dirsi inoltre che vi fu una mitigazione nella specie del supplizio, in paragone di quello tanto spaventoso sentenziato dallo Spinelli forse a proposta dello Xarava, ed anche da questo lato non poteva essere altrimenti, perocchè il tribunale non era come il precedente «ad modum belli». Dopo ciò è facile giudicare quanto il Campanella scrisse molto più tardi, nella sua Narrazione, circa l'influenza che avrebbe avuta nella condanna di Maurizio l'amicizia e la parentela del Sances col Morano, il quale desiderava la morte di Maurizio per ereditarne un feudo e stringere una nuova parentela col Sances mediante un matrimonio. Con un po' di confusione di tempo e di circostanze, mostrato già in corso e bene avviato il processo degli ecclesiastici che invece non era cominciato ancora, il Campanella scrisse: «Sendo stato fatto fiscale in luoco di Xarava D. Gio. Sances, la cui sorella havea per marito il Baron di Gagliato, fratel di Giovan Geronimo Morano, il cui figlio per dispensa venuta del Papa stava per pigliar la figlia unica del Barone, nepote del Sances, e perchè detto Morano havea scorso il regno e preso Mauritio e F. Dionisio carcerati con molto vantaggio e sperava dal Rè un Marchesato, come si vantava publicamente, e di più desiderava la morte di Mauritio, perchè morendo senza herede mascolo esso Mauritio, il Morano hereditava di quello un feudo, come poi l'hereditò. Per questo il Sances oltra le sue pretendenze et amicitia delli processanti non cercò s'era vera la ribellione ma si sforzò verificarla, e far morir Mauritio». La parentela del Sances col Morano è fuori contestazione, ma è un fatto che il Sances non poteva non trovar vera la ribellione, e che Maurizio non poteva in alcun modo scansare la morte, come nemmeno la scansò quando più tardi fece sotto il patibolo una spontanea confessione di ogni cosa. E dobbiamo aggiungere che alla mano della figlia unica del Barone di Gagliato, D.^a Camilla Morano, a quel tempo di soli dodici anni, aspirava il cugino del Fiscale, un altro D. Giovanni Sances, figlio di D. Giulio, che difatti la sposò più tardi, nel novembre 1605, avendone in dote la terra di Gagliato e il rinomato feudo di Burgorusso in tenimento di Stilo, e fu lui che divenne poi Marchese di Gagliato. Non sarebbe veramente difficile che vi avesse aspirato anche il figlio di Gio. Geronimo Morano, giacchè abbiamo nel Grande Archivio documenti i quali mostrano la gran cura del Governo nel far tenere D.^a Camilla in Monastero, secondo i principii dell'ingerenza governativa ne' matrimonii de' nobili a' tempi feudali[34]. Ma è evidente che in un simile conflitto di rivali non avrebbe potuto esservi nemmeno amicizia tra il Sances e Gio. Geronimo. Vedremo poi come finirono i beni di Maurizio, il quale forse potè essere semplicemente subfeudatario di una parte di Borgorusso, mentre le ricerche più ostinate su tale punto non ci hanno fatto sinora scovrire alcun feudo speciale di quella regione da lui posseduto. Nella detta ipotesi la morte di Maurizio nemmeno avrebbe profittato a Gio. Geronimo, ma a D.^a Camilla; ad ogni modo quanto era già avvenuto, anche prima che la causa si agitasse in Napoli, mostra nel modo più chiaro che il Sances non poteva che dimandare ed ottenere la condanna di morte per Maurizio[35].

Intorno a Cesare Pisano, che il Nunzio aveva nella sua lista qual clerico, e il Governo riteneva doversi continuare a trattare qual laico, non sappiamo come si sia veramente proceduto nel tribunale di Napoli: sappiamo solo ciò che ne disse il Nunzio quando venne a conoscere l'esito del giudizio, scrivendone una lettera di lagnanza al Vicerè, nella quale lo avvertiva aver inteso che contro del Pisano «si procede con tanto rigore per il capo della ribellione, che senza ammettergli ne anche la probanza del Clericato è stato condannato à morte». Forse il tribunale stimò che avesse confessato abbastanza, e che invece di far nascere la quistione giurisdizionale col rumore di nuovi esami e nuovi tormenti, fosse preferibile dare un saggio di vigore confermando la condanna ed eseguendola senza curarsi d'altro. Lo argomentiamo dal conoscere la prolissa maniera di rispondere, che il Pisano era solito di usare ne' suoi interrogatorii, onde non sarebbe mancata poi la citazione di qualche notizia tratta da un nuovo interrogatorio, laddove questo ci fosse stato.

La condanna di Maurizio, e così pure quella analoga del Pisano, doverono pronunziarsi o almeno decidersi nel Consiglio Collaterale il 10 o 12 dicembre, poichè il 13 già si trasmetteva a Madrid la notizia di prossime esecuzioni. Difatti pel giorno 20 si allestiva certamente l'esecuzione di Maurizio, e molto probabilmente anche quella del Pisano, onde il Nunzio nel giorno 19 potè conoscere che costui era stato condannato a morte, e potè scriverne in fretta al Vicerè, facendogli notare, che non solo come clerico il Pisano avrebbe dovuto essere giudicato pure da lui «secondo l'appuntamento fatto con S. S.^{tà}», ma anche come molto informato dell'eresie suscitate dal Campanella, «e forse della medesima setta», dovea essere riserbato; «non per campargli la vita, egli scriveva, se merita perderla per il capo della ribellione, ma per riscontro et castigo di quel che appartenesse al S.^{to} Officio», supplicandolo di «non permettere che la causa della ribellione humana si solleciti tanto che pregiudichi à quella della ribellione divina, perchè si sarà in tempo di castigar l'una et l'altra»[36]. Il Vicerè sospese allora la faccenda in quanto al Pisano, per farla sopire e darle poi corso più tardi a modo suo, di sorpresa. Rispose al Nunzio in termini generali, che in tutto ciò che si poteva servirlo, stesse certo, che lo si farebbe, e sarebbero liberati coloro che non paressero colpevoli in delitti così gravi, etc.[37]; non prese quindi alcuno impegno determinato, ed egualmente fece allorchè più tardi il Nunzio glie ne parlò, dimostrandogli che bisognava sempre mantener vivo il Pisano per riscontro delle cose del S.^{to} Officio, anche quando i suoi Ministri non lo ritenessero clerico, come non lo ritenevano perchè non avea nemmeno indossato l'abito clericale «non ostante che mostrasse di haver preso gli anni passati gli ordini minori»[38]. Il Vicerè non lasciò intendere la sua opinione, e frattanto, con molta unzione, si diè premura d'intercedere a Roma, perchè fosse assoluto il Principe di Scilla, già scomunicato per l'affare di Marco Antonio Capito dal Vescovo di Mileto.