Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 31

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Come abbiamo accennato, il 5 giugno, 2^o giorno del tormento del Campanella, i Giudici vollero profittare del trovarsi riuniti, per esaminare fra Dionisio intorno alle lettere che avea presentate. Trattavasi di sapere se appartenesse veramente a lui la lettera o memoriale diretto a' Giudici, se appartenesse al Petrolo la lettera inviata con quel memoriale ed in che modo esso fra Dionisio l'avesse ricevuta. Fra Dionisio accertò quanto si volea sapere, dicendo di aver ricevuta la lettera del Petrolo già da otto o nove giorni per mezzo di Felice Gagliardo carcerato per la congiura, il quale glie l'avea data passandola per la fessura superiore della porta del carcere, in cui si trovava egli solo e sempre chiuso. E i Giudici non se ne brigarono ulteriormente, nè chiamarono a nuovo esame il Petrolo come costui dimandava.--Si fecero invece, nella stessa seduta, ad esaminare fra Pietro di Stilo intorno alla sua lettera ed alle scritture, del Campanella con essa inviate, cioè le Difese con gli Articoli profetali[257]. Fra Pietro, sempre dietro dimande, disse che fin dall'anno scorso, nel principio di quaresima, il Campanella gli avea mandate certe carte scritte per mezzo di un figliuolo che serviva nelle carceri ed egli non sapeva dire chi fosse; costui glie le passò per la fessura inferiore della porta a nome del Campanella, dicendogli per ambasciata che le facesse copiare e le tenesse a sua richiesta, perchè erano carte che gl'importavano. Ed egli, nella settimana santa, fece copiare il 1^o fascicolo da fra Pietro Ponzio venuto allora a stare nel suo carcere, e diede l'altro ad un compatriotta, Vincenzo Ubaldini di Stilo, il quale dimorava in Napoli con un suo fratello, presso un Signore che non sapea dire chi fosse e che avea udito essere andato alla guerra, e il detto Ubaldini l'avea fatto copiare da un copista[258]. Aggiunse che gli originali non c'erano più, perchè il copista non volle restituire quello a lui consegnato, dicendo che era cosa curiosa, e l'altro, consegnato a fra Pietro Ponzio perchè lo copiasse, fu dato al Pizzoni insieme con la copia, e costui non volle restituir nulla dicendo che erano cose sospette; quando poi trovò quelle scritture, nel cercare un foglio di carta sotto il materasso del letto in cui era morto il Pizzoni, trovò pure l'originale predetto, ma fatto a pezzi e ridotto in altro uso, e c'erano stati presenti il Bitonto, fra Paolo ed anche il Petrolo ammalato. Aggiunse che aveva bensì lette quelle scritture, ma senza capir nulla dei profetali, e facendosi spiegare da fra Pietro Ponzio qualche cosa del fascicolo che egli copiava: inoltre che il martedì o un altro giorno della settimana santa, il Campanella «che non si era ancora publicato pazzo» mandò a chiedergli le copie fatte e se le tenne dalla mattina alla sera e poi glie le rimandò; ed allora vi appose certe note, che riconobbe essere di mano del Campanella ma scritte con carattere più piccolo del solito. Aggiunse infine che non avea mostrato ad alcun altro quelle scritture, nè sapeva che alcun altro le avesse viste all'infuori de' già nominati, e che non le avea presentate prima perchè non le avea potuto aver prima.--È superfluo dire che molte circostanze di tale racconto erano mentite: lasciamo da parte il non conoscere il figliuolo che a nome del Campanella avea portato gli originali delle scritture (forse Aquilio Marrapodi) e il copista laico che avea trascritto una di esse; lasciamo da parte che quelle scritture erano state sempre nelle mani del Pizzoni, e poi ancora rimaste ignorate sotto il materasso fino a circa tre mesi dopo la morte di lui; ci limitiamo a dire esserci noto con bastante certezza, che il Campanella attendeva a comporre quelle scritture anche quando si era già mostrato pazzo, che di tempo in tempo mandava qualche pagina scritta a fra Pietro di Stilo, e che i frati vi annettevano anch'essi molta importanza, sperandone forse un grande effetto pel buon esito de' loro processi. Abbiamo a tempo opportuno esposto con larghezza la materia di tali scritture, che rappresentavano le Difese del Campanella nella causa della congiura: potrebbe sembrare che il Nunzio, uno de' Giudici in detta causa, avesse dovuto sentir l'obbligo di trasmetterle al tribunale proprio; ma per Verità quella causa era finita pel Campanella, e non rimaneva a' Giudici che mettersi d'accordo sulla sentenza da doversi pronunziare. Un Giudice coscienzioso non avrebbe certamente mancato di occuparsene ad ogni modo, ma tale non era il Nunzio, su cui, ben più che sul Sances, il Campanella avrebbe fatto senza dubbio cadere i suoi risentimenti, se non si fosse trovato nella necessità di parlarne il meno possibile; non farà quindi meraviglia che quelle Difese fossero rimaste inserte nel processo dell'eresia, utili solamente a noi, che abbiamo così potuto avere la comodità di esaminarle. Ma perchè furono esse presentate al tribunale dell'eresia? Evidentemente, nel presentarle, fra Pietro di Stilo non potè aver altro scopo, che quello di fare un tentativo disperato per allontanare almeno temporaneamente l'amministrazione della veglia, senza punto sospettare ch'esse avrebbero potuto andare perdute. E il tentativo non riuscì, ed anche la perdita non influì in alcun modo sull'esito della causa della congiura.

Dopo il tormento della veglia si ebbero le relazioni de' medici periti; il 7 giugno fu scritta quella del magnifico Pietro Vecchione, il 15 quella del magnifico Giulio Jasolino. Costoro appartenevano alla più elevata categoria de' medici allora in voga, e non sarà inutile darne qualche notizia, onde riuscirà manifesto che le ricerche sulla pazzia del Campanella, se vennero condotte con precipitazione, almeno in quanto alle persone de' periti vennero prese certamente sul serio. Pietro Vecchione da Nola, col suo esercizio d'insegnante privato, secondo il costume napoletano, aveasi acquistato tanta riputazione, che giovane ancora, di circa 33 anni, sulla proposta del Cappellano maggiore era stato dal Conte di Lemos il 15 ottobre 1599 nominato lettore della «theorica della medicina ordinaria», cattedra fra le più stimate, alla quale sovente si chiamavano anche i non napoletani, e già occupata da Filippo Ingrassia (insieme con la pratica) dal 1547 al 1553, da Giovanni Argenterio nel 1556, dal Covillas nel 1560, da Gio. Geronimo di Cotrone da Nola (o viceversa) nel 1565, da Salvio Sclano nel 1570, da Innocenzio Canti nel 1577, da Quinzio Buongiovanni nel 1579, da Latino Tancredi in qualità di straordinario nel 1589, tutta una serie di uomini stimati altamente. Esercitava poi la pratica con immenso successo, ma del resto era uno de' molti, anzi troppi, che non avevano scritto mai nulla, facendo parte di quella beata falange degli uomini illustri _inediti_, specialità non napoletana soltanto ma italiana, ancor oggi niente affatto estinta, e prova sciagurata che la sua è la via meno disputabile per ottenere la pubblica stima, le alte cariche, i primi onori: il Vecchione infatti ebbe frequentemente accresciuto il suo stipendio, nel 7 giugno 1612 passò alla lettura di pratica, succedendo al Buongiovanni, morì Protomedico nell'aprile 1619. Quanto a Giulio Jasolino, Jazzolino o Azzolino, calabrese[259], già distinto allievo dell'Ingrassia, era un vecchio cultore di anatomia e chirurgia assai accreditato, e basta dire che fu maestro di Marco Aurelio Severino: non ebbe lettura pubblica essendo allora la cattedra di chirurgia ed anatomia occupata da Giuseppe Perrotta di Fratta, che fu il primo a riunire insieme nel pubblico studio in un modo definitivo queste due branche d'insegnamento; ma scrisse alcuni opuscoli, tuttora pregiati da que' pochissimi che si occupano di cose patrie, ed anche illustrò le acque termominerali d'Ischia. Avea già circa 60 anni al tempo di cui trattiamo, e stando in Ischia dettò la sua relazione sul Campanella; morì vecchissimo nel 1633, e fu sepolto nella Chiesa di S.^{ta} Chiara.--Ecco ora ciò che essi riferivano intorno al Campanella[260]. Pietro Vecchione scrisse, che invitato a visitare più volte fra Tommaso per riconoscere se fosse davvero desipiente e melanconico o simulasse tale malattia, per quanto avea potuto esplorare con la mente, con la conversazione e coll'opera, avea ben rilevato che egli aberrava nell'immaginativa, nel discorso e nella memoria; ma poichè non avea visto alcuno de' sintomi che sogliono trovarsi negl'infermi di tale malattia e v'erano grandi cause per simulare, era venuto nel dubbio che quella pazzia fosse simulata. Aggiunse che ad esplorarla con maggiore certezza occorreva lungo tempo e gran diligenza degli astanti, ciò che non si era potuto eseguire nelle carceri in cui esso Campanella si trovava, ond'egli non poteva affermare nulla di certo; ma conchiuse, «per quanto mi è dato scorgere congetturalmente, giudico che colui simuli la malattia». D'altra parte Giulio Jasolino, con un lungo scritto, venne nella medesima conclusione, ricingendosi di alquanto maggiori riserve, ed appoggiandosi ad un nugolo di citazioni d'Ippocrate e di Galeno. Ciò che fa riuscire notevole per noi questa sua relazione si è qualche notizia che vi si rileva intorno al modo tenuto nell'osservare il povero Campanella, e qualche motivo di congettura che vi si adduce intorno alla persona del filosofo. Il Jasolino osservò fra Tommaso e gli parlò, a quanto pare, una sola volta, ma certamente in presenza del Nunzio, del Vescovo di Caserta e del Vicario napoletano: ne ebbe risposte non a proposito, e lo vide «melancolico» nell'abito del corpo e nel colore; ma dichiarò non potersi giovare di quest'ultimo fatto, non avendo prima conosciuto il Campanella e non sapendo se tale temperamento fosse il suo naturale ovvero «acquistato per il lungo patimento delle carcere et per il gran timore et mestitia» (non si parla di altre specie di sofferenze, e questo mostra che la visita precedè la veglia). Invece notò che «essendo costui persona malitiosa, come si dice, vafer, callidus, et astutus, se hà da dubitare che la sua pazzia sia simulata»: ma aggiunse che intorno a ciò non intendeva affermare nulla di certo, e dichiarò che una lunga osservazione poteva farsi da' custodi, e questa avrebbe voluto, conchiudendo «che cossi si potrà chiarire della verità della fitta, che io stimo ò pure vera pazzia». Adunque, tra il sì e il no, il Jasolino stava egli pure per la pazzia simulata, e il giudizio de' periti in questo senso riusciva uniforme.

Più tardi, il 20 luglio, un'altra circostanza venne a provare a' Giudici che la pazzia doveva essere simulata[261]. L'aguzzino che aveva dato il tormento della veglia al Campanella e l'aveva anche riportato nelle carceri, un Jacovo Ferraro di Trani, fu esaminato dal Vescovo di Caserta ed interrogato sopra le «parole che si lasciò dire fra Thomaso Campanella dopò che fu sceso dal tormento». Ed egli rispose: «essendo io intervenuto come ministro dela gran Corte dela Vicaria à dare lo tormento dela veglia à frà thomaso Campanella predetto, dove io intervenni continuamente, havendomelo posto in collo per consegnarlo allo carceriero delle carceri di detto Castello novo, et cacciatolo cossì in collo dala camera dove hebbe lo tormento fino alla Sala reale, detto fra thomaso Campanella mi disse da sè le formate ò simili parole, che si pensavano che io era co...... (_int._ sciocco) che voleva parlare? et à queste parole non ci fu nessuna persona presente». A voler giudicare la cosa secondo quel che sappiamo della natura del Campanella, bisognerebbe senz'altro ritenerlo del tutto vera; ma l'essersi verificata dopo un tormento di 36 ore, in quello stato descrittoci dall'Atto che ne fu raccolto, riesce sorprendente in modo, da potersi perfino accogliere l'opinione di chi dicesse procurata dal Sances l'assertiva dell'aguzzino; intanto, deposta sotto giuramento da una persona disinteressata, essa aveva ad ogni modo un valore incontrastabile.

Ma non ostante siffatte prove ed indizii, la giurisprudenza del tempo accordava al tormento una forza tale, da annullare tutte le altre prove e «purgare gl'indizii»; e giacchè il tormento era stato gagliardo e non ordinario, tanto più l'inquisito veniva a giovarsi dell'esito avuto, secondo le dottrine de' criminalisti più in voga. Così il Campanella dovea giuridicamente ritenersi pazzo, quantunque tutti fossero persuasi che egli simulasse la pazzia. E la conseguenza nel tribunale di S.^{to} Officio non era indifferente: come «relapso» egli anche pentito avrebbe dovuto essere degradato e consegnato alla Curia secolare, che l'avrebbe fatto morire; essendo pazzo, non poteva più patire condanna, e laddove fosse stato già condannato dovevagli essere risparmiata la pena di morte, sul riflesso che avrebbe potuto un giorno rinsavire e pentirsi[262]. Non occorre dire quanto siffatto principio sia degno di nota, per valutare giustamente la risoluzione che da Roma venne presa più tardi intorno al Campanella.

Le copie di tutti questi Atti processuali erano inviate mano mano a Roma, secondochè mostrano le note di tempo in tempo inserte nel processo dal Notaro Prezioso: ma dopo tanto movimento si ebbe una lunga fermata, sicuramente perchè i forti calori della stagione estiva solevano tenere lontano da Napoli il Vescovo di Caserta, e poi più tardi perchè la malattia la quale afflisse il Vicerè, e finì per trarlo alla tomba, fece mancare un assiduo ed istancabile sollecitatore della causa. Appena un solo altro Atto fu compiuto nel resto dell'anno, e con molta fiacchezza, per un novello incidente sorto in questo tempo.

Il 2 agosto avveniva tra frati e laici carcerati una rissa, della quale non si potrebbero in modo assoluto affermare le particolarità precise, poichè fu seguita da fatti ne' quali dovè intervenire il tribunale, e naturalmente ogni inquisito si fece a narrare le cose a modo suo: ne diremo quanto si potè raccogliere intorno ad essa dalle migliori testimonianze non soltanto degl'inquisiti ma anche degli ufficiali del Castello. Quello spirito irrequieto di Felice Gagliardo era stato dapprima in compagnia di Orazio S.^{ta} Croce nel Castello dell'ovo per 17 mesi, ed ivi, oltre al mantenere corrispondenza co' banditi delle vicinanze di Reggio, che stavano in relazioni col padrigno suo Pietro Veronese, oltre al comporre prose e versi, un po' per bizzarria un po' per bisogno si diede a coltivare la negromanzia: il Castellano D. Melchiorre Mexia de Figueroa, che già l'avea fatto rinchiudere in un criminale, avvertito da' carcerati, e tra questi anche da Jacobo Moretto, che presso di lui si trovavano molte carte di negromanzia e già molte altre dello stesso genere ne avea lacerate, fece egli medesimo una ricerca e prese tutte le carte che trovò, delle quali alcune trasmise a D. Giovanni Sances, altre tenne presso di sè, altre lasciò prendere da Scipione Moccia Auditore del Castello. Tradotto poi nel Castel nuovo, il Gagliardo venne posto in una medesima camera con Orazio S.^{ta} Croce, con fra Paolo della Grotteria, fra Giuseppe Bitonto e Giuseppe Grillo, di poi insieme col S.^{ta} Croce passò a stare col Soldaniero, più tardi fu di nuovo allogato nella camera in cui si trovavano fra Paolo e il Bitonto, e con essi il Petrolo e fra Pietro Ponzio: naturalmente egli si strinse subito in amicizia con fra Paolo, che sappiamo amatore di segreti e sortilegi, e col Bitonto, che già conosceva e che si mostrò egualmente proclive a questo genere di cose; un altro carcerato Cesare d'Azzia napoletano, li aiutò grandemente ne' loro studî, prestando una copia manoscritta della così detta Clavicola di Salomone, ancor oggi tenuta in onore dagl'imbecilli che si occupano di divinazioni segnatamente pel giuoco del lotto, inoltre un libro manoscritto di segreti, ricette, scongiuri ed artifizii magici[263]. Il Gagliardo e il Bitonto si diedero subito a trarre una copia di tali scritture, e s'intesero tra loro al punto, che o per amicizia o piuttosto dietro qualche piccolo compenso, facile ad assumere ogni maniera di responsabilità quasi bravando i rigori del tribunale, il Gagliardo rilasciò al Bitonto una dichiarazione scritta in presenza del Curato del Castello ed altri testimoni; con questa affermava non esser vero quanto in processo leggevasi deposto da lui contro il Bitonto, cioè che costui gli avea detto di stare in ordine perchè presto vedrebbe succeder guerre, ma esservi stato falsamente inserto da quelli che formarono il processo. Tali scritture, con altre ancora, si conservavano in una cassa appartenente al Bitonto, e questa cassa, non molto tempo prima dell'avvenimento che dobbiamo narrare, fu portata dal Bitonto nella camera di fra Dionisio, ritenutane la chiave in poter suo, pel motivo o pel pretesto che nella camera in cui stava erasi verificato qualche furto. Ora appunto il 2 agosto fra Pietro Ponzio disse al carceriere che facesse uscire il Gagliardo dalla camera dove trovavasi in compagnia di loro frati, e gli suggerì di allogarlo in un'altra camera in cui si trovava Camillo Adimari col Marrapodi, Conia, Soldaniero e S.^{ta} Croce. L'Adimari uscito fuori sulla loggetta del corridoio, se ne risentì, perchè già stavano troppi letti in quella camera, e venne alle mani con fra Pietro il quale gli diede uno schiaffo. Accorsero allora i laici da una parte e i frati dall'altra, gli uni in difesa dell'Adimari e gli altri in difesa di fra Pietro: segnatamente il Soldaniero, il S.^{ta} Croce e il Gagliardo, si azzuffarono col Petrolo, col Bitonto ed inoltre con fra Dionisio uscito dalla sua camera per quel rumore, avendo i frati «sarcene alle mani e seggiolelle di paglia» (fascetti di legna da ardere e sedie comuni), e servendosi i laici de' loro cinturoni di cuoio come allora si usavano. I soldati del Castello e il carceriere intervennero e separarono i contendenti, cacciandoli nelle rispettive camere; ma fra Dionisio fu trovato ferito alla fronte, e dapprima disse che l'aveano ferito il S.^{ta} Croce e il Gagliardo, poi, venuto nel Castello l'inframmettente Padre Mendozza, disse a costui che l'avea ferito il Soldaniero.

Nella sera dello stesso giorno, da un lato il Soldaniero si presentò al luogotenente del Castello D. Cristofaro de Moya, d'altro lato il S.^{ta} Croce e nientemeno anche il Gagliardo si presentarono al sergente Francesco Alarcon, dicendo che per servizio di Dio e di S. M.^{tà} facessero fare una ricerca nella camera di fra Dionisio, rovistando tutta la camera ed una cassa che là si trovava, perchè sarebbero venute fuori «scritture e carte triste e prohibite»; e quegli ufficiali, insieme con due soldati e col carceriere Martines, si portarono a fare la ricerca non solo nella camera di fra Dionisio, facendolo stare presente, ma anche nella camera degli altri frati e in quella del Campanella. Presso fra Dionisio fu trovata qualche lettera e segnatamente una lettera di un Sertorio del Buono da Fiumefreddo a lui diretta; fu trovata inoltre la cassa di pioppo bianco ma senza la chiave, e fattala trasportare alla camera del Castellano ed avuta la chiave dal Bitonto, ne furono estratte le «carte di fattocchiarie», la dichiarazione rilasciata dal Gagliardo in favore del Bitonto ed anche le scritture concernenti la persona di fra Dionisio nella causa di eresia, vale a dire gli articoli del fiscale contro di lui, gli articoli suoi in sua difesa, e dippiù una «Consideratione dell'essamina et lettura del processo de pretensa rebellione». Presso fra Pietro Ponzio fu trovato «dentro uno marzapane grande tondo» (canestro tondo di vimini fornito di coverchio) un libretto di Poesie rivestito di pergamena, «con zagarelle di seta pavonazze e rangiate» per fermagli; erano le poesie del Campanella che fra Pietro si occupava di raccogliere e divulgare. Presso gli altri frati la ricerca riuscì infruttuosa, ed unicamente sotto il capezzale del letto del Gagliardo, che stava con loro, furono trovate scritture di magia con circoli e segni; ma più si sarebbe trovato se la ricerca fosse stata condotta con maggior diligenza, e difatti più tardi ne vennero fuora altre carte di sortilegi. Infine presso il Campanella fu trovata qualche altra cosa, e ne lasciamo il racconto al sergente Alarcon che così si espresse quando fu poi esaminato più tardi su tale incidente: «Andassemo ancora à cercare la camera di frà Thomaso Campanella, et non vi trovai altro eccetto che una lettera serrata, non mi ricordo à chi era diretta, et perche lui stava malato in letto, ce stava un suo fratello dentro la camera, non mi ricordo il nome, et il patre stava fuori la camera, et mentre si faceva la cerca, se accorse lo tenente che il fratello di Campanella era stato alla cancella, et entrò suspetto che non havesse buttato alcuna cosa dala fenestra, et quando fummo à basso al reveglino trà le due porte del Castello, trovassemo una scrittura di diece ò dodici fogli in circa scritti, quali anco io pigliai è portai al Sig.^r Castellano»[264]. Vedremo più tardi cosa fosse questo scritto del Campanella: diremo intanto che il Castellano D. Alonso de Mendozza, viste le carte, il giorno dopo ordinò che fossero rinchiusi nel torrione del Castello, in due criminali separati, fra Pietro Ponzio primo motore della rissa e fra Dionisio ritenuto autore delle carte proibite; ordinò inoltre che tutte le carte trovate nella ricerca fatta fossero portate al Vicerè dallo stesso luogotenente De Moya. Con ogni probabilità allora appunto, nell'essere fra Dionisio preso e tradotto al torrione, vennero trovate ancora nella camera di costui quattro lettere di fra Pietro di Stilo, in data del 3 agosto, scritte pochi momenti prima da fra Pietro a persone amiche e parenti di Gio. Gregorio Prestinace. Ecco ora quanto accadde delle carte portate al Vicerè, secondochè narrò il De Moya quando fu poi chiamato a deporre: «Le fici portare... à sua Eccellenza del vicerè di questo Regno, che stava alhora à chiaya alle case è giardino di Don Pietro di toledo, et io proprio in nome di detto Sig.^r Alonso castellano le consegnai al vicerè alla presentia di Don Pietro Castelletta Regente di Cancellaria, è di Don Giovanni sanges de luna, dandoli conto come si erano trovate è dove, et in particolare dissi che alcune di quelle scritture erano state trovate dentro di una cassetta di detto fra Dionisio pontio, et detto Don Pietro et Don Giovanni le veddero è lessero, et alhora medemo il vicerè ordinò fussero date sicome foro date al detto Sig.^r don Giovanni sanges de luna, il quale se le pigliò in suo potere, e ben vero che tre à quattro di quelle carte restorno in potere del vicerè, il quale ordinò che se notassero che scritture fussero, et credo che don Giovanni le notasse, et quali foro quelle che si pigliò il vicerè io non le so, è mi ricordo che io ci viddi una carta nella quale era una mano pinta, ò fatta con la penna et inchiostro, altro in particolare non mi ricordo, è poi io mi licentiai dal vicerè et me n'andai»[265]. Probabilmente le scritture che il Vicerè tenne presso di sè furono quelle di segreti, ricette e sortilegi, le quali destavano curiosità: ad ogni modo doverono certamente destare curiosità sopra tutte le altre quelle della difesa di fra Dionisio nella causa di eresia, per le quali si potè avere una notizia abbastanza precisa di detta causa. Riesce poi notevole che il Vicerè non abbia fatto trasmettere al S.^{to} Officio le carte che cadevano sotto il dominio di quel tribunale: è impossibile ammettere che egli non vi avesse dato importanza, ma si può meglio ritenere che egli non le abbia trasmesse per evitare un motivo di ulteriori lungaggini. Invece se ne diè moltissima cura fra Dionisio, che non quietò, finchè non venne ordinato di pigliare informazione su questa faccenda delle scritture.