Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 27
Il 15 novembre si venne agli esami di tutti gli altri testimoni. E dapprima fu esaminato fra Pietro di Stilo, il quale, come sempre, ebbe di mira principalmente la difesa del Campanella, sicchè il Pizzoni non potè punto giovarsene. Egli disse aver conosciuto il Pizzoni da otto anni, averlo avuto a lettore in Briatico, essergli amico, essere rimasto con lui una volta che gli altri scolari gli si ribellarono; sapere che era buon lettore e buon predicatore, ma di vita scandalosa. Confermò di avere udito da alcuni preti in Gerace che a fra Cornelio erano stati dati danari da Misuraca, perchè aggravasse la condizione de' frati e così egli guadagnasse la taglia; si diffuse sull'argomento de' premii e quindi della falsità del processo, dicendo, «chi pretendeva per questa causa di voler essere vescovo, chi cardinale, chi conte, chi una cosa, et chi un'altra, et comunemente fra Cornelio et il visitatore si tenevano vescovi, et quelli preti dissero con pietà, la causa di questi monaci non può andare bene perchè li istessi monaci li cacciano, et altro non mi racordo per ora, Et poi si il processo sia falso, dico che frà Gio. Battista da Pizzone et frà Silvestro de Lauriana separatamente l'uno dall'altro mi hanno detto che hanno detto la falsità, et per questo bisogna che il processo sia falso, quanto poi alli Giudici ciò e, Visitatore, et compagno, facevano, è dicevano tante cose, come saria pigliavano me, è mi conducevano avanti li giudici secolari, et dicevano, ve lo consegno per tre hore, facciati quel che vi piace, è se partivano..., di più dicevano si tu confessi non morirai, è sarai libero, et haverai premio, et altre parole simili, et l'istesso anco mi è stato fatto da don Carlo Ruffo è da quello di casa guagliardo (_intend._ Ottavio Gagliardo) à Monteleone...; fra Cornelio si monstrava non amico, mà servitore deli giudici secolari, et l'istesso visitatore pareva che dependesse da frà Cornelio, et per tutte queste cose, et altre, hò anco sospetto che per mali modi tenuti dal visitatore, è compagno che il processo sia falso». Disse poi non sapere che si leggessero prima a' testimoni gli esami raccolti contro di loro, ma saper bene che i giudici «fingevano et dicevano parecchie cose contra il Campanella, frà Dionisio, et il Mauritio, che erano tristi, et scelerati, et heretici, è che fra thomaso Campanella havea predicato publicamente le heresie, Et io facendo instantia di vedere le cose che mi dicevano non me le volevano monstrare, è poi mi dicevano hor su tu vuoi morire...». Ed inoltre: «fra Cornelio con belle parole, è lusinghe mi voleva persuadere à dire quel che lui voleva, ciò e, che io accettasse l'esamina deli altri, dicendomi tu solo non puoi portare il carro et si tu solo sarai pertinace, tu solo morirai, monstrando certe pietà, è forfanterie con me, et ultimamente sempre mi lassava con bravarie... Facevano gran cose per fare confessare, e massime frà Cornelio, il quale mi minacciava la morte, et io risposi pacientia, più presto la morte che offendere Dio». Dichiarò non conoscere che il Caccia avesse fatta una carta di ritrattazione, ma conoscere che fu tormentato mentre avea la febbre senza essere informato se v'intervenisse o no il Visitatore ovvero fra Cornelio; poter poi attestare, avendolo udito dal Caccia medesimo, che si lamentava di fra Cornelio perchè l'avea sedotto a dire la falsità con l'assicurazione che avrebbe così evitata la corda, onde diceva aver deposto la falsità per la corda (evidente ripiego per profittare in qualche modo di un articolo scioccamente redatto). Disse di sapere che il Soldaniero si era lamentato di fra Dionisio (anche di fra Dionisio), del Pizzoni e del Lauriana, perchè ospitavano Eusebio fuoruscito suo nemico; sapere per detto di fra Paolo che il Soldaniero si era concertato col Polistina in questa faccenda, e che a lui parea vero, mentre il Polistina avea tentato di sedurre lui medesimo perchè deponesse contro fra Dionisio (ma non si pronunziò sulla inimicizia sorta tra il Pizzoni e i Polistina). Dichiarò non potere esser vero che fra Dionisio avesse dette eresie al Pizzoni, mentre nel principio di luglio, essendo in Stilo e sapendo che vi era venuto il Pizzoni, corse a prendere un candeliere dall'altar maggiore per ucciderlo, a motivo di certi scritti rubatigli da lui; ed esso testimone col Campanella doverono quietarli, promettendo il Pizzoni che avrebbe restituiti gli scritti e mandatili ad Arena (mezzo di difesa venuto in campo negli ultimi tempi). Dichiarò non sapere che il Pizzoni avesse accusato fra Dionisio a' superiori; potere invece attestare, che il Pizzoni voleva persuadere esso testimone a dire che avea veduta una lettera da lui scritta allo Sciarava e che costui glie l'avea mostrata, la qual cosa era «bugia tremendissima»; potere attestare ancora che il Lauriana avea detto ad esso testimone non esser vero che avesse portato alla posta una lettera del Pizzoni al P.^e Generale (troppe confidenze ricevute). Quanto a fra Domenico Petrolo, dichiarò non sapere che costui avesse avuto terrori da fra Cornelio perchè deponesse contro il Pizzoni, ma avere udito dal Petrolo medesimo che aveva avuto terrori per deporre contro il Campanella e fra Dionisio (sempre confidenze da tutti costoro, che pure lo conoscevano amico intimo del Campanella). Quanto al non avere più il Pizzoni trattato col Campanella dopo di averlo cacciato dal suo convento, dichiarò constargli il contrario, mentre essendo il Campanella in Pizzoni verso la fine di luglio, fu pregato di volervi rimanere ulteriormente, e vi rimase tre giorni più di quanto si era proposto; aver sempre il Pizzoni pregato il Campanella che si recasse al convento di Pizzoni, averlo anche in Arena pregato in tal senso, sicchè per queste falsità non avrebbe dovuto farlo esaminare come testimone! Esser vero che quando il Pizzoni venne a Stilo portò certi danari a M.^o Marcello Basile, come «ne portò anche al speciale che li curò il mal francese»! Sapere che fra Gio. Battista di Polistina l'avea processato per i suoi delitti; sapere che in Pizzoni vi erano banditi, ma non sapere che vi fossero prima che ci andasse per Vicario il Pizzoni (altro che difesa; il Pizzoni amico infedele, doveva essere trattato come un deciso nemico, oltrechè dimostrato testimonio falso per le seduzioni e il terrore incussogli da fra Cornelio).--Venne di poi il Bitonto, il quale disse aver conosciuto il Pizzoni da dodici anni, averlo saputo di mala vita, essere stato tenuto per scandaloso e maligno. Avere udito da Fabio Pisano la faccenda de' danari e regali dati a fra Cornelio per far liberare il figlio dalla morte, e da' carcerati la faccenda de' danari pagati allo stesso fra Cornelio dal Mesuraca, per far processare mortalmente il Petrolo e il Campanella. Avere fra Cornelio detto a lui medesimo che il Pizzoni gli si era esaminato contro, eccitandolo così a deporre contro il Pizzoni; e dicendo lui che non sapeva nulla, avere avuto da fra Cornelio minaccia di consegna a' Giudici secolari. Sui cattivi modi di esame, e sulle speranze de' premii da parte de' Giudici e persecutori, disse: «usorno milli stracie verso di noi il fra Cornelio, et l'Avocato fiscale, et Carlo Spinello, acciò per le stracie dicessimo quello che volevano loro..., quello che pigliò à me pretendeva di acquistare una baronia, è don Carlo Ruffo, pretendeva essere Prencipe de Stilo, è frà Cornelio per quanto disse l'Avocato fiscale se li saria procurato un vescovato, et io udì quando che il fiscale disse questo in risposta che diceva non haveria mancato di fare tutto quello che havesse possuto in servitio del Re Catholico al quale era devoto». Intorno al Caccìa disse sapere che gli fu data la corda mentre aveva la febbre e che in particolare gli fu dimandato del Pizzoni, ma non sapere chi ci fosse presente e se vi fosse intervenuto il Commissario e compagno. Intorno alle relazioni tra il Pizzoni e il Polistina, disse sapere che il Pizzoni era andato a Roma per mostrare che l'elezione del Polistina al Provincialato non era valida. Confermò che il libro del Campanella era scritto contro un certo Marta napoletano (egli solo tra' testi si trovò in possesso di tale notizia). Confermò che il Petrolo era stato eccitato da fra Cornelio a deporre il falso contro il Pizzoni, dicendo averlo saputo dallo stesso Petrolo ed aggiungendo essere stato lui medesimo presente alle bravate di fra Cornelio verso il Petrolo. Su molti altri articoli, sulla condotta del Soldaniero messosi di accordo co' Polistina, su' fatti del convento di Soriano, sulle relazioni del Pizzoni con fra Dionisio e il Campanella disse non saper nulla; sulla presenza di banditi nel convento di Pizzoni disse aver saputo dal Lauriana che c'erano già prima che il Pizzoni ci andasse per Vicario (e ben si vede che le testimonianze del Bitonto furono pel Pizzoni assai migliori di quanto si poteva attendere).
Nella stessa seduta furono esaminati i rimanenti testimoni, chiamati a deporre sopra determinati articoli.--Cesare Spinola disse di conoscere un frate chiamato fra Gio. Battista di Pizzoni ma non avergli mai parlato; non sapere che il Soldaniero si fosse messo d'accordo co' Polistina contro il Pizzoni; sapere bensì che Valerio Bruno passava per servitore del Soldaniero.--Giulio Contestabile disse aver conosciuto il Pizzoni nelle carceri; poter attestare che il Caccìa avea deposto contro esso testimone e al momento dell'estremo supplizio si era ritrattato, onde egli se ne avea procurata dai confortatori una fede che aveva presentata in giudizio a sua difesa; non conoscere i Polistina e non sapere che si fossero concertati col Soldaniero a danno del Pizzoni, sapere che Valerio Bruno era da tutti tenuto per servitore del Soldaniero.--D. Francesco di Castiglia disse non conoscere il Pizzoni personalmente, non saper nulla del concerto del Soldaniero co' Polistina, sapere che Valerio Bruno era servitore del Soldaniero.--Infine Geronimo di Francesco disse aver conosciuto il Pizzoni solamente nelle carceri di Gerace, dove stava con lui in una medesima camera, ed aggiunse: «essendo priggione con frà Gio. Battista di Pizzoni, venne un frate rossetto, di bassa statura, e giovane quale lo chiamavano il compagno del visitatore, e per nome intendo si chiama frà Cornelio, et parlando con fra Gio. Battista udii che disse: Padre frà Gio. Battista mio bisogna per sutterfuger lo giudicio temporale che deponestivo in materia dal Santo Officio, et confermassi l'esamina fatta, et à questo modo si daria satisfatione à questi Signori, ciò e, al Advocato fiscale di Calabria, et saressi forzato di andare in Roma per ordine del Santo officio, Et questo detto si appartorno un poco da me che io non potesse udire et raggionorno quasi mezza hora secretamente che non udii, mà dopò frà Gio. Battista mi disse che il Compagno non havea parlato solamente come da se, mà mandato dal Padre visitatore à posta per persuaderlo à quanto hò ditto di sopra». Ed interrogato d'ufficio dichiarò ancora: «frà Gio. Battista disse così confusamente per che io non volsi sapere quel che havea deposto, che esso si era esaminato avanti don Carlo Ruffo, et che era molto attimorato, è mi giurò sopra li ordini che lui tiene, che delle cose che lui havea deposto, non ne sapeva niente, et che si Dio li faceva gratia di venire in buona sanità, che alhora havea certi discensi molto fastidiosi nelle braccia, voleva morire in una corda per mantenere la verità, essendo che quello che haveva detto non era la verità, et à questo niuno altro fù presente perche noi doi soli eravamo in quello carcere» (troppe confidenze). Intorno alle sevizie da parte del Visitatore e compagno dichiarò, che al Petrolo esaminato da fra Cornelio, «perche non disse come voleva esso, li levò il ferrarolo, et il cappello essendo alhora in habito secolare nel quale era stato preso, et lo fece tornare alla carcere che pareva un pescatore, et io lo viddi senza cappello, e senza ferrarolo, per il che mi mossi à dimandarli perche non havea il cappello, et il ferrarolo, et esso mi racontò quanto hò ditto». Intorno al Caccìa, disse che «fu tormentato à tempo che havea la febre, et l'Avocato fiscale fece venire un medico, il quale dubitando di non essere carcerato, disse per quanto si è inteso che si li poteva dare la corda». Dichiarò per altro non sapere che il Visitatore e compagno vi fossero intervenuti, ed aggiunse: «quando questo Gio. Thomaso Caccìa et Gio. Battista Vitale furono giustitiati io mi trovai presente su le galere, et questi doi publicamente dissero, havendo anco chiamato prima l'Avocato fiscale, è li padri dela Crocella, et Maestro Cesare Pergola franciscano che era passiggiero, che quanto havevano detto contra di loro nelli tormenti, poiche non voleva credere detto fiscale che fusse mentita, è falsità, e perciò si contentavano di morire; mà in quello che toccava li altri dichiaravano che quanto havevano detto tanto in materia di ribellione come del Santo officio tutto era falsità, è fecero instantia che ne facesse fare atto publico, mà esso non volse» (dichiarazioni evidentemente troppo larghe, estese anche alla congiura, della quale lo stesso Di Francesco era stato almeno persecutore; in quanto al Pizzoni poi testimonianze di accusa, non di difesa). E così ebbero termine gli esami difensivi pel Pizzoni.
Ecco ora gli esami informativi sulla pazzia del Campanella, che si fecero contemporaneamente agli anzidetti, in due sedute, il 6 e il 15 novembre, ad istanza del suo procuratore. Senza dubbio vi erano state da parte de' Giudici sollecitazioni per procedere alle difese del Campanella, poichè il Dello Grugno era entrato in funzione non prima del 31 ottobre, e ben presto fu presentata una comparsa scritta chiedendo un'informazione sulla pazzia; onde con appena sei giorni d'intervallo le si diè principio[221]. La comparsa, che trovasi inserta nel processo, non reca il nome di chi la scrisse, ed è redatta in latino ne' seguenti termini che diamo tradotti: «Innanzi agl'Ill.^{mi} e Rev.^{mi} Signori giudici delegati dal Santiss.^{mo} S.^r N.^o nella causa di fra Tommaso Campanella dell'ordine dei predicatori carcerato nelle carceri del Castel nuovo, comparisce il procuratore dello stesso e dice, che il detto frate, da alcuni mesi in quà, è stato ed è in manifesta demenza, è stato ed è privo totalmente d'intelletto, siccome è apparso ed evidentemente apparisce dalle sue parole e da' suoi gesti, poichè a modo dei matti sempre ha detto e continuamente dice parole risibili, non a proposito, stravaganti; e però che non si possono fare per lui difese intorno alle cose delle quali trovasi inquisito, mentre a volerle fare bisognerebbe cavarle dalla bocca sua. Laonde chiede gli si conceda un termine conveniente per provare la predetta demenza, e frattanto si sospenda ogni cosa, premessa la protesta di non decorrenza del termine concesso per le difese...» etc. I Giudici diedero immediatamente corso alla dimanda, e cominciando dal carceriere esaminarono dieci testimoni, de' quali poterono aver notizia da' primi esaminati. Dobbiamo anche dire che nella prima seduta intervennero il Vescovo di Termoli, il Vicario Arcivescovile di Napoli e l'Auditore Antonio Peri (il Nunzio era pur sempre occupato in altre faccende), e nella seconda seduta raccolse gli esami il solo Notaro e Mastrodatti Prezioso per mandato dei Giudici. Daremo con tutta la larghezza possibile le cose raccolte, poichè esse non solo addimostrano la vita, almeno la vita apparente, del povero filosofo, ma anche rivelano le sue vedute e le sue tendenze in questo periodo molto importante della sua prigionia.
Il 6 novembre Alonso Martinez, carceriere, esaminato disse avere più volte parlato al Campanella, che gli avea risposto sempre «spropositatamente», e narrò come l'avea trovato la prima volta pazzo nel giorno di Pasqua, col letto bruciato e la prigione piena di fumo, giacente a terra e poco dopo furioso al punto da esserglisi avventato contro per morderlo; tutte le circostanze già da noi dette altrove (ved. pag. 86). Interrogato se credesse che simulava la pazzia per isfuggire le pene forse dovutegli, rispose, «à giudicio mio il Campanella è pazzo». Indicò lo Spinola, il Castiglia, il Contestabile, il Grillo, tra coloro che potevano essere esaminati sull'incidente.--Giuseppe Grillo disse non avere parlato al Campanella, ma averlo visto quando il carceriere andava a dargli da mangiare; narrò che «diceva parole spropositate, è che voleva faro la bibbia, è la Cruciata, et pigliava le scarpe, è quando altra cosa, et faceva cose da pazzo». Indicò come contesti il Salerno, il Ricciuto, il Marrapodi, lo Stanganella, il Tirotta: interrogato se credesse che era finto pazzo, rispose crederlo «pazzo vero, perche la fintione in tanto tempo saria scoperta».--Cesare Spinola disse: «io hò visto et parlato col Campanella molte volte, secondo l'occasioni, et sempre hà parlato spropositatissimamente, et io alle volte ci hò posto pensiero particolare per vedere si era cosa finta ò reale questa sua pazzia, et in somma à mio giudicio è pazzo per le cose che l'hò sentito à dire, è dice che aspetta il Papa, et l'indulgentia per la cruciata, che bisogna che il Papa sia Monarcha, et à me diceva che mi voleva fare Confaloniero della Cruciata, mà con patto che io dovesse digiunare quaranta giorni, et quaranta notti»! (non poteva riuscire più esplicito).--Giulio Contestabile disse: «dicono che frà Thomaso Campanella sia pazzo, è così quando il carceriero li porta da mangiare sono andato à vederlo et sentire li spropositi che lui diceva, non che io l'habbia parlato in secreto ne di cose particolari»; inoltre, «dalle cose che lui ha ditto è fatto io lo giudico per pazzo, e potrebbe essere che lui simulasse, mà però dagli effetti lo giudico pazzo» (sempre riservato e cinto di cautele; era compatriotta del Campanella e clerico).--Marcello Salerno disse: «sempre dice parole al sproposito, et hier sera cercando del pane da noi altri carcerati, et non havendo, esso Campanella disse, questi diavoli di soldati che hò mandato alla Cruciata tutto se lo mangiano...; subito cominciato una cosa passa in un'altra...; io per quello che hò visto lo giudico pazzo».--D. Francesco di Castiglia disse: «io hò udito frà Thomaso Campanella parlare dalla porta della priggione, quando si li dava da mangiare, et anco dala finestra, è li raggionamenti suoi sono stati sempre mai spropositati, et io hò posto particolar cura per farlo parlare alcuna cosa à proposito in materia di filosofia, ò in altra cosa curiosa, et esso sempre risponde, di fare la Cruciata, et che spetta (_intend._ aspetta) sua Santità, è dalla fenestra cominciò à dimandare il populo che andava à vedere ad impiccar uno, è diceva che li voleva dare il confalone dela cruciata che faceva, è milli altri spropositi...; l'animo suo non lo posso giudicare, ma dico bene che le parole sue, et atti sono da pazzo, ne mai l'hò potuto cavare da bocca cosa al proposito, et quando ultimamente li fù data la corda si lamentava che li forausciti l'havevano robbato trenta carlini, et l'havevano battuto assai in milli modi, senza dir parola che li fosse stata data la corda per ordine delle Signorie Vostre».
Il 15 novembre furono dal Prezioso esaminati i rimanenti testimoni. Gio. Angelo Marrapodi disse: «molte volte io hò udito à parlare fra thomase Campanella dentro le carceri dove stà, et il parlare suo è al sproposito dicendo delle parole spropositate, et parla pazzescamente, perche comincia a dire una cosa, et lassa quel parlare, et entra in altre parole...; lo tengo per pazzo come è tenuto dali altri...»--Gio. Battista Ricciuto disse: «da che si è ditto che frà thomaso Campanella sia pazzo, io con curiosità più volte lhò parlato, et anco inteso quando altri li hanno parlato, à tempo che il carceriero hà aperto la porta dela carcere dove stà per darli da mangiare, et ogni volta che hà parlato con altri hà parlato molto spropositatamente come soleno parlare li pazzi, et quando io, ò altri lhavemo dimandato qualche cosa non ha risposto à proposito, uscendo à diversi raggionamenti, che non ci era proposito, et hò visto che quando parla fà atti di pazzo, non stà fermo in un loco dela carcere, mà passeggia, è si hà soluto affacciare alla fenestra dela sua carcere, è chiamare dicendo ò Jaconi del convento, che si fà, venete quà che ci mancano cavalli, è dice che vole fare lo confaloniero, et che vole fare la cruciata, et chi vole fare capitano, è chi alfieri, è sargente maggiore, et che il Papa lhave scritto che metta in ordine li cavalli, e li soldati, tal che sempre lhò inteso parlare al sproposito, e fuori di raggione come soleno parlare li pazzi, et dicontinuo dice di simili cose, et quando parla fa molti segni con la bocca, è con li occhi, et con le mani, et alle volte piglia lo terreno dall'astraco dela carcere, è la butta in faccia di quelli che li parlano, et quando piglia li suoi scarponi che porta in piedi, è con quelli dà, et sequita quelli che sono ne la sua carcere...; da tutti quà in castello è tenuto per pazzo... et à giudicio mio dico che è pazzo, che si non fusse tale qualche volta parlaria al proposito».--Marco Antonio Stanganella, oltre le solite cose, disse: «alle volte salta, alle volte gioca di mano ad alcuno, e con li suoi scarpuni dà à quelli che li parlano, e li tira mò ad uno, et mò ad un altro, et alle volte hà detto che aspetta il Papa, e che voleva far confaloniero il Sig.^r Cesare, et alle volte si accosta ala fenestra dela sua carcere, è gridando, dice ò Jaconi Jaconi del convento mettetivi in ordine che viene il Papa, e così sempre io lhò visto fare atti al sproposito, è parlare al sproposito...; è tenuto da tutti li carcerati per pazzo, ed anco da altri che vengono in castello che lo sentono parlare, et io lo tengo per pazzo».--Da ultimo Tommaso Tirotta disse: «sempre vole parlar esso, et hà udito che ha detto parole al sproposito, et dice che vole fare la Cruciata, et che aspetta il Papa, et diceva ò là scopati bene, acconciati le stantie per il Papa, et che have tanta migliara di cavalli, et vole fare soldati, et che vole fare confaloniero il Sig.^r Cesare Spinola che stà quà carcerato, et à me disse una volta che mi voleva fare artiglieri, che havesse cura dell'artegliarie, et chiama li Jaconi del convento, et per nome sole chiamare frà Giovannello, e fra luca, e fra nicodemo, e sole chiamare Scannaribecco[222], e così di continuo hà parlato, e sole menare à quelli che li parlano terreno in faccia, li scarpuni che porta in piedi, et và saltando per le carceri, e fà altri atti al sproposito, et parla spropositatamente, giusto come li pazzi, et quando ebbe la corda quà ultimamente, non si lamentava dela corda, ma diceva solo che li forasciti lhavevano tirato delle archabusciate, e dato delle bastonate, e che ne voleva scrivere al Papa, et mai hà parlato ne risposto à proposito, et hieri per ultimo lo viddi e fece il medesimo...; a giudicio mio lo tengo per pazzo, et così è tenuto dalli altri, et in quanto à me non lo posso passare per sapio, mentre parla al sproposito e risponde al sproposito, e fatti atti (_sic_) spropositatamente, come ho ditto».--Adunque tutti e dieci i testimoni affermarono che il Campanella era realmente pazzo; quasi tutti poi affermarono la sua mira verso il Papa, che doveva essere Monarca secondo la testimonianza dello Spinola, che doveva fare la Crociata secondo la testimonianza della massima parte; e si conosce che questo disegno della Crociata era una delle idee fisse di Clemente VIII, e si comprende che essa conveniva molto al Campanella accusato di connivenza col Turco. I carcerati accorrevano presso di lui quando il carceriere ne apriva la prigione, e così pure coloro i quali solevano venire a visitare i carcerati, per la curiosità di vedere il pazzo.