Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 25

Chapter 253,168 wordsPublic domain

Il 7 novembre s'iniziò la seconda seduta col cavaliere fra Antonio Capece[211], il quale disse aver veduto una volta un frate rossetto, compagno del Visitatore di Calabria, venire a visitare il Lauriana nel carcere, e costui ricordargli che avea deposto quanto egli avea voluto, e dimandargli qualche somma de' danari che erano stati contribuiti da' conventi di Calabria, ricevendone buone parole e nove carlini; aver poi saputo dallo stesso Lauriana che era sicuro di aver la corda, ma non se ne curava per amore del Pizzoni suo maestro, che lui veramente non conosceva nulla di quanto avea deposto, ma l'avea deposto per liberarsi dalla Corte temporale e non essere «inforcato et fatto in pezzi», e si voleva veramente ritrattare; essersi ritenuto pubblicamente che si sarebbe ritrattato, ma non lo avea fatto dietro consiglio dato dal dot.^r Monaco, presente Domenico Giustiniano; essere state una sera omesse da lui nella litania le parole _a falsis testibus_, ed avergli fra Pietro di Stilo detto «che non si vergognasse ma che le dicesse» (vigile ed accorto sempre quel fra Pietro); essere corsa pubblicamente la voce che avea chiesto perdono a fra Dionisio per le deposizioni fatte contro di lui. Aggiunse aver veduto il Soldaniero visitare e servire fra Dionisio ammalato, presenti anche il Contestabile, fra Pietro Ponzio e il carceriere. Inoltre aver veduto una lettera che fra Pietro Ponzio diceva scritta al Pizzoni dal Lauriana; avere udito lui stesso il Pizzoni da una fossa parlare al Lauriana in latino e perciò non averlo capito; aver saputo dal Pizzoni medesimo, che andava in quella fossa per non aver voluto confermare l'esame di Calabria fatto per uscire dalle mani de' laici e tutto falso; aver saputo dal Pizzoni e dal Lauriana che il Visitatore e fra Cornelio li avevano esortati a confessare per dar soddisfazione a' Giudici secolari, «che poi passata quella furia sarebbero andati in Roma per il S.^{to} officio è llà si saria accomodato ogni cosa» (testimonianze per certo troppo esplicite, e troppe volte poggiate su notizie raccolte direttamente).--Di poi Cesare Forte di Nicastro, conciatore di pelli, carcerato per la congiura[212], confermò avere udito tra i carcerati che il Lauriana si voleva ritrattare ma un Domenico Monaco lo sconsigliò; essere ritenuto testimonio falso, rifiutandosi a dire le parole _a falsis testibus_, onde i carcerati ne mormoravano; su tutto il resto disse non saper nulla.--In sèguito Cesare Spinola[213] attestò aver veduto un giorno fra Dionisio e il Lauriana in alterco, aver domandato allora al Lauriana come mai nel Castello «non c'era cane nè gatto che lo potesse vedere, et alhora fra Silvestro rispose Dio perdoni à chi n'è causa», e dietro le sue insistenze gli palesò esserne stato causa il Pizzoni che gli avea fatto deporre quanto avea deposto. Aggiunse di sapere che il Soldaniero aveva parlato a fra Dionisio quando costui era ammalato, e che aveva a' suoi servigi Valerio Bruno; di avere una volta veduto il Soldaniero tornare dall'esame col viso infuocato, ed avergli detto «non più contra questi poveri frati, che tante cose? et esso rispose, che voi che io faccia? per Dio che non posso far di manco per trovarmi haver detto contra di essi monaci», e raccontò il fatto dell'essere stato circondato in un convento ed obbligato da un monaco a deporre contro fra Dionisio per non essere consegnato alla Corte; ond'egli, lo Spinola, volgendosi al Contestabile che era presente, ebbe a dirgli in disparte «mira che anima negra». Aggiunse di conoscere che il Soldaniero aveva avuto l'indulto da Carlo Spinelli, ma non conoscere ad istanza di chi (testimonianze tutte gravi anche per la loro provenienza da un uomo non volgare).--Venne quindi la volta di Domenico Giustiniano, il quale dichiarò avergli un giorno il Lauriana dimandato consiglio, dicendo «che non havea faccia di comparere avanti di fra Thomaso Campanella perche si havea esaminato falsamente contra di lui, e detto milli falsità»; avergli lui risposto essere in obbligo di dire la verità, ma temendo il Lauriana che avrebbe la corda, essersi deciso consultare qualche letterato; «e così chiamassemo un giovane nominato Gio. Vincenzo mezzo monaco il quale non si volse impacciare, chiamassemo poi Domenico Monaco Dottore, et fra Silvestro li proposse il caso, et il dottore li disse, Io te hò ditto più volte che tu debbi star saldo alla prima esamina che altramente sarrebbe andato in una galera». Confermò avergli il Lauriana detto che i suoi superiori l'aveano forzato a deporre in quel modo, essere da tutti ritenuto falso testimone, avere una volta nelle litanie omesse le parole _a falsis testibus_, onde fra Pietro di Stilo lo rimproverò e tutti ne risero. Aggiunse di sapere che il Pizzoni e il Lauriana erano stati più mesi insieme nella carcere civile, ma non sapere che si fossero concertati o no fra loro (testimonianze rese ancora più gravi dall'ingenuità della persona).--Infine Giuseppe Grillo, che già conosciamo, dichiarò essere stato presente allorchè nelle carceri di Gerace il Lauriana si scusò con fra Pietro Ponzio perchè non si era ritrattato, dicendo che «esso era andato con animo di disdirsi pensando di trovare solo la Corte spirituale, mà che ci era anco presente Carlo Spinello et l'Avvocato fiscale Regio, è che lo spaventavano solamente à guardarlo». Confermò tutto il resto intorno allo stesso Lauriana, ma solamente per detto di altri. Confermò che il Lauriana e così pure il Soldaniero e Valerio Bruno aveano parlato con fra Dionisio, ciò che avea visto egli medesimo.

L'8 novembre fu dapprima interrogato, senza il formulario solito, il carceriere Alonso Martines di Medina del Seco[214], il quale disse: «frà Dionisio Pontio stette male à morte, et il sig.^r Don Giovanni Sanges mi ordinò che io li dovesse dare un compagno, et che dovesse lassar aperta la porta dela priggione nella quale era il detto frà Dionisio»: e quindi vi entrò più volte il Soldaniero, che con le proprie mani imboccava fra Dionisio quando mangiava, e diceva di farlo per carità; vi entrò pure Valerio Bruno, che portò a fra Dionisio da parte del Soldaniero «qualche regalillo di frutta», ed anche il Lauriana, che una volta rimase a parlare con fra Dionisio per un'ora. Egli vide tutto ciò, e quando erano partiti il Soldaniero e il Lauriana, fra Dionisio gli disse, «guarda costoro, si sono esaminati contra di me, et adesso mi vengono à dire che non si erano essaminati contro... niente» (non disse dunque che gli avessero dimandato perdono, ma d'altro canto perchè il Soldaniero specialmente negava con tanta ostinazione la visita fatta?).--Nardo Rampano di Catanzaro, sarto, carcerato per la congiura, disse essere stato sempre compagno del Lauriana nelle carceri di Squillace e poi anche in quelle di Napoli, avere udito più volte fra Pietro di Stilo in Squillace dare del falsario al Lauriana, che «piangeva e diceva che lo lassasse stare con li guai suoi»; aver veduto ancora in Napoli venire alle mani il Lauriana ed il Petrolo, il quale anche dava del falsario al Lauriana. Confermò tutto il resto circa il Lauriana, ed aggiunse inoltre di avere lui stesso udito il Pizzoni parlare dalla fossa col Lauriana «per un pertuso che risponde fuori, et parlavano latinamente» e dopo tre giorni il Pizzoni fu tolto dalla fossa e rimase da basso per più di due mesi in compagnia del Lauriana che lo governava; (senza mettere in dubbio l'orribile condotta del Lauriana, bisogna pur dire che tutti i frati d'ogni colore, eccetto il Pizzoni, seppero organizzare una vera crociata contro di lui).--Di poi Marcello Salerno di Guardavalle, sarto, carcerato egualmente per la congiura, confermò di avere udito tutte le voci che correvano su' fatti del Lauriana, tra le altre «che un certo dottore chiamato Dominico era stato la salute di frà Silvestro et la ruina dela causa». Aggiunse di aver udito prima fra Dionisio e il Lauriana quistionare e gridare tra loro e poi quietamente parlare insieme; aver veduto anche il Soldaniero visitare fra Dionisio. Non potè pertanto attestare di aver veduto in Squillace il Lauriana dimandare perdono a fra Pietro Ponzio per le falsità dette contro fra Dionisio, perchè allora esso Marcello aveva avuta la corda e stava male; attestò solamente di averlo udito dire da altri carcerati, come pure di aver udito che il Lauriana era stato sedotto a deporre in quel modo da un frate chiamato fra Cornelio. Aggiunse che veramente il Lauriana e il Pizzoni erano stati in un medesimo carcere più mesi; (nulla di nuovo, ma una concordanza notevole).--Quindi Cesare Bianco di Nicastro, domestico, carcerato come sopra, confermò le voci che correvano intorno al Lauriana, che tutti lo dicevano falsario, aggiungendo prudentemente, «quanto à me lo tengo per religioso da messa di S. Domenico». Attestò di aver veduto lui medesimo il Soldaniero ed anche Valerio Bruno parlare con fra Dionisio; ricordò di avere già deposto circa la lettera che il Lauriana avea mandata al Pizzoni; negò di avere udito il Lauriana dire che ci era tempo ad accomodare la coscienza, avendolo invece saputo per detto di altri carcerati; conchiuse dicendo, «fra Dionisio publicamente si tiene per homo da bene come lo tengo io, è per buon religioso, è predicatore, et publicamente si è ditto, è si dice particolarmente tra li carcerati che le cose che li sono state apposte sono state falsità»; (una testimonianza simile da un uomo piuttosto prudente merita di essere considerata).--Venne poi esaminato Geronimo padre del Campanella[215], che questa volta si disse di Stilo, calzolaio, costretto a vivere col carlino al giorno che a lui dava la Corte (come agli altri compagni poveri), e dichiarò di non saper nulla su quasi tutte le dimande che gli furono fatte. Attestò che dicevasi il Lauriana essere falsario, aggiungendo «et esso se lo sape». Attestò che avea veduto il Lauriana visitare fra Dionisio e parlargli, come pure il Soldaniero, non così Valerio Bruno, il quale serviva di cucina il Soldaniero; (il povero vecchio era sempre di molto cattivo umore).--Successivamente venne esaminato Gio. Battista Ricciuto di Monteleone, orefice, che dichiarò del pari non saper nulla su quasi tutti i punti e volle barcamenarsi. Disse il Lauriana ritenuto «appresso di alcuni per buono et appresso di alcuni altri non»; aver recitato la litania «giusta», ma lui, Gio. Battista, non saper «lettera»; non sapere se il Lauriana avesse visitato o no fra Dionisio, ma la camera di costui essere rimasta aperta a tutti. Quanto al Soldaniero fu più esplicito; l'avea veduto in camera di fra Dionisio, avea veduto Valerio Bruno servirlo, avea saputo da costui l'indulto accordatogli.--Finalmente Tommaso Tirotta, già servitore del povero Maurizio e carcerato e tormentato per questo, dovè rispondere solo intorno al Soldaniero e a Valerio Bruno: e disse aver conosciuto l'uno e l'altro fin da quando stavano ritirati nel convento di Soriano, sapere che il Bruno serviva il Soldaniero anche nel Castello, sapere che il Soldaniero avea visitato fra Dionisio, non sapere che il Bruno l'avesse egualmente visitato ed anche servito, poter attestare aver lui medesimo, Tirotta, cucinato due polli per fra Dionisio nel focolare del Soldaniero col consenso di costui (testimonianza insignificante per questa causa).

Il giorno seguente, 9 novembre, si cominciò ad interrogare i frati[216]. E dapprima fra Paolo confermò che il Lauriana da tutti era stimato falsario, ricordando specialmente che così l'avea chiamato pure il Petrolo nel venire alle mani tra loro. Disse aver udito in Gerace perfino da' birri, ma non dal Lauriana, che costui avea detto volersi ritrattare e poi non l'avea fatto per timore, aggiungendo, a dimanda d'ufficio, che lo Spinelli e lo Sciarava erano presenti agli esami e minacciavano, ed il Capitano di campagna era anche presente e insolentiva, come avea provato egli stesso e parimente il Petrolo. Confermò aver udito in Gerace e in Monteleone che il Lauriana non conosceva nulla di quanto avea deposto, ma l'avea deposto per timore di fra Marco e del suo compagno, i quali dicevano volerlo consegnare alla Corte secolare se non confessava. Dichiarò aver veduto nella carcere di fra Dionisio, in colloquio con costui, il Lauriana, e così pure altra volta il Soldaniero; d'avervi veduto egualmente Valerio Bruno, che era servitore del Soldaniero, tanto che pur in que' giorni, essendo il Soldaniero passato al Castello dell'ovo, gli preparava il pranzo e glie lo mandava aggiungendo che da Valerio era stato detto di aver udito quanto avea deposto non da fra Dionisio ma dal Soldaniero. Attestò che trovandosi in Pizzoni, vide fra Dionisio venuto per ricuperare certi scritti dal Pizzoni e sdegnato verso costui uscire dalla Chiesa dove gli avea parlato (testimonianza troppo tardiva e quindi sospetta). Attestò le cattive qualità del Pizzoni, i furti, il mal francese, le disonestà che gli erano addebitate. Disse di sapere che in Pizzoni, quando vi fu fra Dionisio, non c'era il Campanella; confermò che fra Pietro di Stilo non era amico di fra Dionisio, ed invece lo era del Polistina; (così fra Paolo si mostrava ben diverso da quello di prima, ma perciò appunto non poteva conciliarsi molta fede).--Successivamente fu interrogato fra Pietro di Stilo, che abbondò moltissimo ne' particolari, profittando della circostanza per far entrare nelle difese in un modo anche più largo la persona del Campanella, sicchè la sua deposizione riesce di una importanza straordinaria. Dichiarò aver saputo direttamente dal Lauriana, in Squillace e in Monteleone, che avea deposto «tutto buggie ad instantia di frà Cornelio, è di frà Gio. Battista de Pizzoni», ed espose l'occasione a questo modo: «io dissi à fra Silvestro, come è possibile che tu che sei inimico di frà Dionisio perche ti persequitò per conto di frà fabio in Nicastro.... et tù sempre sei stato lontano da frà Thomaso, che essi ti habbiano communicato queste cose à te, et à me che ero amico di fra Thomaso, e paesano, non habbia ditto niente, Et fra Silvestro alhora mi disse, non per Dio, io mai seppi queste cose, mà me l'ha fatto dire il maledetto frà Gio. Battista da Pizzoni, in servitio del quale hò posto l'onore, è molte volte in pericolo la vita, Et io dissi come è possibile che si hai deposto contra frà Dionisio, et il Campanella ad instantia di frà Gio. Battista, che tu poi habbi accusato fra Gio. Battista, esso mi rispose che quelli doi ciò è il Campanella, è frà Dionisio li dovesse nominare come in effetto li nominai, et io da me aggionsi fra Gio. Battista per terzo, massime che frà Gio. Battista mi havea ditto di haver udito heresie dal Campanella, è da frà Dionisio» (rivelazioni molto sottili). Attestò che pure alla presenza di molti di Catanzaro il Lauriana disse di aver deposte falsità, ed esso fra Pietro glie ne fece rimprovero. Attestò di aver saputo dal Dottore Monaco il consiglio dimandatogli dal Lauriana; disse che uguale consiglio fu dimandato al Giustiniano e poi ad esso fra Pietro medesimo, onde ebbe a rispondere, «che si havea detto la verità stasse saldo, et moressero li tristi, è si havea detto la falsità mirasse a sè, è che li testimonii falsi condennorno il figliolo di Dio alla morte». Confermò che il Lauriana era falsario, anche perchè avea deposto di avere udito eresie da fra Dionisio, dal Campanella e dal Pizzoni, «e non dimeno, egli disse, frà Dionisio non è stato mai in Pizzoni con frà Thomaso Campanella, perche io era in Pizzoni in questo tempo, et l'haveria saputo si ci fusse stato», indicando testimoni, per sapere la verità, fra Paolo e il Pizzoni medesimo. Confermò aver fatto un appunto al Lauriana durante le litanie, quando si giunse alle parole _a falsis testibus_, poichè «parve che à fra Silvestro s'ingroppasse, è non potesse dire». Attestò che un giorno fra Dionisio e il Lauriana vennero a briga tra loro per le falsità, e poi la sera li vide discorrere insieme, come il Lauriana medesimo gli disse l'indomani. Attestò aver veduto più volte il Soldaniero parlare con fra Dionisio; quanto a Valerio Bruno, aver saputo lo stesso da carcerati. Dichiarò aver saputo da Giulio Contestabile che il Soldaniero gli avea detto essere stato da fra Cornelio forzato a deporre, ma attestò averlo poi saputo anche direttamente ed ecco in quale occasione: «al Soldaniero dissi che frà Gio. Battista di Pizzone se li raccomandava per amore di Dio, et Giulio rispose che non li volea perdonare, mà roinarlo, perche esso fù il primo che accusò il Soldaniero che con trenta persone voleva uscire in campagna per la ribellione, et che li rencresceva bene di haver detto contra frà Dionisio, perche la sospittione che havea contra frà Dionisio che se la tenesse con Eusepio suo inimico non era stata vera, è disse di haver fatto il debito suo verso frà Dionisio in camera di frà Dionisio, ma che al Pizzone lo voleva convincere col detto di valerio bruno suo servitore _de loco, et tempore_, perche da quello servitore faceva dire quel che lui voleva, è questo sarà il servitio che voglio fare à fra Gio. Battista, Et dopò questo biastemò San Gio. Battista, S. Giovanni evangelista, è Santo Cornelio, Et soggionse se venessero persone che havessero questi nomi io non li crederia mai, ne tan poco voglio credere à questi Santi per tali nomi, perche questi, ciò è frà Cornelio del Monte, e Maestro Gio. Battista Polistina, sono stati causa, che hò perso l'anima, la robba, e dubbito che perderò la vita, Et poi cacciò una carta reale, è disse questa mi costa un'anima, è tre mila docati, et confortandolo io che saria remesso, mi rispose questo è l'indulto, et maledicì quando mai fu indultato, et che era meglio per esso che fosse stato alli passi» (rivelazioni sempre più sottili ed anche abbastanza teatrali, un pochino inverosimili trattandosi non di un uomo semplice ma di un capo di fuorusciti qual era il Soldaniero). Dichiarò inoltre avergli lo stesso Soldaniero affermato, che i fatti esecrabili commessi contro l'ostia consacrata erano stati narrati da fra Dionisio nella predica di Soriano a pio fine (unico testimone fra Pietro su questo articolo tanto scabroso); avergli dippiù Valerio Bruno lodato grandemente quella predica. Accettò di aver fatto molto opportunamente fuggire il Polistina quando era perseguitato da fra Dionisio (con che si accreditava come testimone a favore di costui), e confermò ad una ad una le accuse di furto, malattie e «cose di donne» addebitate al Pizzoni, mostrandosi personalmente informato di tutto. Riconobbe che il Campanella avea trattato molto col Pizzoni, ma disse di non poter entrare a giudicare se dovesse ritenersi più probabile che il Pizzoni avesse manifestate a fra Dionisio opinioni del Campanella, o invece il contrario. Affermò di avere tanto lui quanto il Petrolo saputo dal Pizzoni che fra Dionisio avea parlato di eresie disputativamente, e soggiunse essergli stato detto dal Pizzoni, nelle carceri di Monteleone, che volea ritrattarsi di quanto avea deposto contro fra Dionisio e il Campanella, allegando «molte raggioni per le quali esso havea confessato la prima volta, è fra l'altre... il timore della morte, e la speranza di libertà, l'odio che havea con frà Dionisio, et l'occasione dela soversione delle cose, che alhora pareva che il mondo tutto andasse sotto sopra» (non si poteva dir meglio); al quale proposito ritornò sulle minacce fatte da D. Carlo Ruffo, da fra Cornelio, dal Visitatore, da Ottavio Gagliardo, e ricordò quello che costoro aveano fatto contro lui medesimo. Ma la lunghezza di questo esame obbligò i Giudici a rimandarne il sèguito ad altra seduta.