Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 24

Chapter 242,974 wordsPublic domain

Le eccezioni od articoli, che fra Dionisio definitivamente presentò in sua difesa, ascesero nientemeno al numero di 58; e noi pur troppo non possiamo dispensarci dal darne conto, tanto più che in sostanza vi si comprendono le difese di tutti gli altri frati all'infuori del Pizzoni e del Lauriana, non escluso il Campanella che per la pazzia rimaneva ecclissato[201]. Con le sue eccezioni fra Dionisio affermò i suoi titoli di onore, cominciando dalla tenera età e passando a' tempi della vita monastica, ricordando pure l'andata presso Clemente VIII come procuratore della città di Nicastro per la faccenda dell'interdetto, e la premura spiegata per «manifestar l'innocenza del sangue del P.^e M.^o Pietro Pontio suo zio ucciso proditoriamente da alcuni monaci», come potea rilevarsi dagli Atti esistenti nella Corte del Nunzio, onde si acquistò le inimicizie di tutti gl'inquisiti e loro parenti, e massime de' due Polistina. Affermò che costoro, d'accordo col Priore di Soriano eccitarono il Soldaniero contro di lui, e fecero circondare di birri il convento per costringere il Soldaniero ad accettare l'indulto offertogli da fra Cornelio altro suo nemico, e così poteva intendersi l'inverosimiglianza dell'avere esso fra Dionisio confidate a un tratto tante gravissime cose al Soldaniero. Che costui era di pessima vita e cattivo cristiano al punto di persistere tuttora nella scomunica inflittagli in Calabria, teneva per servitore Valerio Bruno nelle carceri di Napoli e dichiarava di non aver mai parlato, ed avea più volte cercato perdono ad esso fra Dionisio narrandogli i particolari del fatto di Soriano; che mentre era impossibile accordare la cacciata di esso fra Dionisio da Soriano e la predica contemporaneamente permessagli dal Priore, dovea notarsi aver lui deposto dopo il Pizzoni, quando da fra Cornelio gli fu detto che il Pizzoni l'aveva nominato come uno de' capi della congiura. Che esso fra Dionisio avea nella predica di Soriano, a santo e pio fine, parlato di qualche fatto esecrabile commesso contro il SS.^{mo} Sacramento, per mostrare l'infinita pazienza di Dio; che lo stesso Valerio Bruno avea con più persone lodata la predica di lui in Soriano, dicendo che era riuscita a farlo piangere, la qual cosa non gli era mai accaduta; che se il Priore e il Lettore di Soriano avessero deposto di aver cacciato esso fra Dionisio dal convento, risulterebbero mendaci, poichè gli aveano permesso di predicare e non aveano partecipato nulla a' superiori. Che il Pizzoni gli era nemico, atteso il furto degli scritti per lo quale esso fra Dionisio l'aveva svergognato; che era sempre stato amico de' nemici di lui, ed avea fatto fuggire il Polistina, procurando che fra Pietro di Stilo l'avvertisse, quando esso fra Dionisio cercava di farlo carcerare; che era sempre stato di pessima vita, soggetto a penitenze per molti furti (citato uno per uno), affetto da mal francese etc., scappato in pianelle, senza cappello e senza cappa dal Capitolo di Catanzaro per fuggire la prigionia, obbligato a circondarsi di fuorusciti per salvarsi dalle vendette di coloro che aveva offeso con le sue disonestà. Che nella causa della congiura, negando dapprima l'esame di Calabria, il Pizzoni aveva espressamente affermato di aver detto anche in materia di eresia molti mendacii, amplificati ed accresciuti da fra Cornelio e dal Visitatore, e nella fossa in cui fu posto avea pure scritto sul muro di esservi stato posto perchè si volea che dicesse bugie, come tuttora potea vedersi, ma poi persuaso dal Lauriana confermò di nuovo il primo esame. Che aveva scritto al Campanella, entro il suo breviario, essere state da lui deposte le eresie per eccitare gelosie di giurisdizione tra il Papa e il Re, ma essere risoluto di ritrattarle, e due cartoline di questo genere furono prese dal Sances sul Campanella, quando costui fu tormentato. Che veramente il Pizzoni avea praticato col Campanella più lungamente di esso fra Dionisio, ed avrebbe potuto piuttosto il Pizzoni dire a lui, che lui al Pizzoni, le cose del Campanella; e poi a molti avea dichiarato essergli state da fra Dionisio dette le eresie non assertive ma _recitative tantum_; e poi nel vespro di quel giorno di luglio in cui parlarono tra loro in Pizzoni, esso fra Dionisio fu visto parlargli sdegnato e bravarlo, poichè gli dimandava conto del furto degli scritti (lato questo il più debole della difesa per essere stato troppo spinto). Che il Lauriana gli era nemico perchè creatura del Pizzoni, perseguitato fin dal P.^e Pietro Ponzio pe' suoi vizii e disonestà, complice del furto degli scritti che cercò di vendere al P.^e Perugino, scacciato da esso fra Dionisio dal convento di Nicastro per le turpi relazioni con fra Fabio nipote del Pizzoni; che avea scritto due lettere ad esso fra Dionisio chiedendogli perdono, come l'avea pure chiesto a voce a traverso un foro esistente tra le carceri rispettive, ed inoltre l'avea chiesto anche a Ferrante Ponzio per lettere delle quali esibiva una in data 10 ottobre 99. Che nelle carceri aveva tenuta corrispondenza col Pizzoni ed animatolo a star saldo sulle cose deposte, perchè si trovassero uniformi nelle falsità, come fu provato durante il processo, rimanendo anche convinto di averlo falsamente negato; che avea fatto sapere a molti essere stato costretto a deporre il falso da fra Cornelio e dal Visitatore; che sopratutto avea falsamente deposto essersi trovati in Pizzoni al tempo medesimo esso fra Dionisio e il Campanella, mentre esso fra Dionisio vi era stato molti giorni prima; che avea detto a molti volersi ritrattare, cercando anche perdono a fra Pietro Ponzio, e poi consigliato da un Domenico Monaco non l'avea fatto ed aveva indotto il Pizzoni a non farlo; che n'era stato rimproverato da molti, ed era ritenuto falso testimone e deriso nel dir le litanie; che avea chiesto anche negli ultimi giorni perdono ad esso fra Dionisio infermo (come negli altri articoli già dati precedentemente). Che il Visitatore gli era stato sempre nemico, perchè esso fra Dionisio avea dovuto presentare al Papa memoriali contro di lui nelle quistioni de' Riformati e poi nel tempo de' torbidi di S. Domenico di Napoli; che aveva in Calabria forzato i testimoni a deporre contro esso fra Dionisio, e l'aveva condannato a gravi penitenze negandosi sempre a perdonarlo. Che fra Cornelio gli era nemico per fatti personali occorsi tra loro (già narrati altrove); che si era perciò unito a' Polistina, insieme co' quali avea sedotto e forzato il Soldaniero a deporre come avea deposto, procurandogli l'indulto. Che il Petrolo gli era nemico, perchè riteneva derivati da esso fra Dionisio tutti i suoi travagli, e perciò, come si era espresso con molti, l'aveva conciato a dovere ne' suoi costituti[202]; oltracciò nell'altro tribunale si era dapprima disdetto, dichiarando che il Campanella l'aveva indotto ad imitare il Pizzoni nell'esporre eresie per sottrarsi alla furia secolare; che poi, al pari del Pizzoni, non era rimasto saldo in tali assertive, ed entrambi rimproverati per questo da molti carcerati aveano detto esservisi determinati pe' maltrattamenti del fisco e le visibili propensioni de' Giudici. Che fra Pietro di Stilo gli era egualmente nemico, perchè creatura del Polistina, che si diè premura di far fuggire quando esso fra Dionisio cercava di farlo carcerare; nè avea voluto andare al convento di Nicastro dove era stato assegnato quando esso fra Dionisio vi si trovava Priore. Che infine per tutto il tempo, in cui esso fra Dionisio era stato carcerato, ognuno avea dovuto persuadersi esser lui vittima di falsità fatte deporre dal Visitatore, da fra Cornelio e dallo Sciarava, ed essere cosa impossibile in lui la colpa specialmente di eresia.

In prova di così numerose affermazioni, fra Dionisio diè testimoni non meno numerosi, oltre 60 individui, secolari ed ecclesiastici[203]. Alcuni tra loro erano individui liberi dimoranti in Napoli, ed altri già carcerati e rimasti in Napoli, come p. es. Tommaso d'Assaro, Pietrantonio Tirotta, Cesare Forte[204]; altri già carcerati e tornati in Calabria, come D. Marco Petrolo, D. Minico Pulerà, Gio. Francesco Paterno e Geronimo Marra, su' quali ultimi abbiamo così la data precisa della liberazione; altri tuttora carcerati, sia per le cause presenti, sia per cause diverse come vedremo più sotto. Vi erano poi egualmente tra' testimoni frati disseminati in tutti i conventi di Napoli, come pure dimoranti in Calabria e in altre provincie, perfino in Siena e in Venezia. Ognuno de' testimoni era indicato per la prova di determinati articoli; ed oltracciò erano prodotti diversi documenti, e date le indicazioni per averne altri de' quali gli articoli facevano menzione. Così troviamo inserte nel processo, al sèguito delle difese di fra Dionisio: la procura originale in pergamena fattagli dalla città di Nicastro per trattare anche presso il Papa la faccenda dell'interdetto; la lettera del 10 ottobre 99 scritta dal Lauriana a Ferrante Ponzio, per iscusarsi delle falsità deposte insieme col Pizzoni contro fra Dionisio, e pregarlo che trovasse modo di farlo venire a nuovo esame per ritrattarsi; e poi una fede dell'Università di Fiumefreddo sulle eccellenti predicazioni ed opere di carità fatte da fra Dionisio in quella terra; inoltre le fedi di Gio. Luca de Crescenzio de' P.^i Ministri degl'infermi e di D. Eligio Marti Cappellano della galera S.^{ta} Maria, già confortatori di Gio. Battista Vitale e Gio. Tommaso Caccia sul punto di essere giustiziati, attestanti che da costoro si era dichiarato aver deposto il falso per forza de' tormenti dati dallo Sciarava[205]. A questi documenti si aggiunsero poi quelli che il Vescovo di Termoli, sulle indicazioni date da fra Dionisio, venne procurando sopratutto dall'altro tribunale; ma allora si era già agli esami difensivi, e di essi conviene oramai occuparci.

Naturalmente non tutti i testimoni dati da fra Dionisio furono chiamati all'esame, ma soltanto i frati inquisiti (all'infuori del Pizzoni e del Lauriana), parecchi carcerati per la causa della ribellione, tra' quali il Contestabile, il Di Francesco, Geronimo padre del Campanella e il Barone di Cropani, dippiù quattro carcerati per altre cause, e con tutti costoro il carceriere. Su' quattro carcerati per altre cause ci crediamo in dovere di dare qualche notizia speciale; troveremo due di loro celebrati dal Campanella nelle sue poesie, da doversi considerare come suoi amici ed anche benefattori, e per parte nostra non avverrà mai che un amico e benefattore del povero filosofo rimanga in alcun modo trascurato; d'altronde importa pure conoscere un po' addentro le qualità de' testimoni, per essere in grado di valutare la fede che le loro testimonianze possono meritare. Essi furono: Cesare Spinola, D. Francesco Castiglia, fra Antonio Capece cav. Gerosolimitano, Domenico Giustiniano marinaro. Cesare Spinola nel suo esame si dichiarò genovese, dell'età di 30 anni in circa, celibe, benestante tale da potere spendere 100 scudi al mese: senza dubbio egli era uno di que' numerosi Spinola, che al pari di moltissimi altri Liguri ammassavano ricchezze con le loro speculazioni e facevano continui acquisti di rendite in Napoli. Di altrettali Spinola l'Archivio di Stato fornisce una serie infinita al cadere del secolo 16.^o, anche con frequenti omonimi; ma per fortuna col nome di Cesare se ne trova solamente uno detto «q.^m Stephani q.^m Bartholomaei», e varii documenti lo mostrano abitante dapprima in Genova, dove stava anche una sua sorella a nome Antonia, monaca in S. Silvestro de Pisis, possidente del pari di varie rendite acquistate dal padre, massime sulla gabella della seta ma anche sopra altri cespiti. Da uno de' documenti raccolti Cesare apparisce inoltre parente, forse cugino, del Marchese Ambrogio Spinola, essendo insieme col Marchese erede di una parte delle facoltà di Lorenzo Spinola; da altri documenti apparisce sotto la tutela di alcuni suoi parenti nel 1588, ed abitante già in Napoli nel 1602, circostanze tutte che rispondono a quelle notate nel processo[206]. Ci rimane tuttora ignoto il motivo della sua prigionia: ma sappiamo che nel 1599 un Cesare Spinola trovavasi affittatore del feudo di S. Nicola, e con ogni probabilità era appunto il Cesare del quale si è discorso, avendo sempre avuto i genovesi di ogni ceto il lodevole costume di lanciarsi nelle speculazioni[207]; nè è difficile intendere che per quistioni insorte, col metodo spiccio di quel tempo, egli fosse stato imprigionato. Vedremo che di poi il Campanella in un suo Sonetto, fra mille lodi, lo ringraziò anche della difesa che di lui avea fatta. Quanto a D. Francesco di Castiglia, era costui uno de' tanti spagnuoli che facevano la loro carriera nelle provincie napolitane, ma era nato a Verona, ed avea già i suoi 40 anni: ne' Registri _Officiorum Viceregum_ lo troviamo nominato Capitano di Rossano pel 1594, poi Capitano di Ostuni pel 1598[208]; e mentre era al governo di Ostuni fu carcerato in Lecce e tradotto nel Castel nuovo di Napoli; il Campanella lo lodò non solo come un alto personaggio, ciò che era quasi di obbligo con uno spagnuolo, ma perfino come poeta, cantore delle Donne sante e de' suoi cocenti amori, della vinta Antiochia e dell'abominio che si meritavano le Corti false e bugiarde (dopo di averne persa la protezione). Quanto a fra Antonio Capece, la sua storia è molto brutta: il suo esame ne dice poco o nulla, ma ce l'insegnano ampiamente moltissime Lettere esistenti nel Carteggio del Nunzio, ed anche qualche documento de' Registri Curiae dell'Archivio napoletano. Era uno de' tanti Cavalieri di Malta, che profittando delle guarentigie giurisdizionali cominciavano per fare i prepotenti, e poi ben presto finivano per fare gli assassini di strada insieme co' compagni a' quali erano costretti ad appoggiarsi. Di nobile famiglia napoletana, dimorante nel vicino paesello di Melito, aveva appena 26 anni e già fin dal 9 marzo 1595 trovavasi carcerato in Castel nuovo perchè le carceri del Nunzio erano malsicure per lui, essendosi distinto per molti e gravi delitti, omicidii, scarcerazione violenta di detenuti, svaligiamento del procaccio di Puglia, ricatti, furti ed assassinii al passo tra Melito ed Aversa, furto e ricatto di notte nella stessa città di Napoli in casa di Ascanio Palmieri fuori la porta del pertuso (quella che fu poi detta porta Medina e non ha guari è stata diroccata): fuggito una volta dalle galere mentre lo traducevano a Malta per esservi giudicato, nel 1598 era riuscito a fuggire anche dal Castel nuovo con un altro carcerato del Nunzio, Cesare d'Assero clerico, ma semplicemente «perchè il carceriere havea lassata la porta aperta et egli voleva buttarsi alli piedi di S. S.^{tà}», siccome scrisse a Roma quando fu ripreso in Gaeta e ricondotto in Castel nuovo; e poichè tutti i suoi compagni nelle scelleraggini, i quali aveano testificato contro di lui, erano stati prontamente appiccati dalla Corte Regia e non potevano più farsi gli esami ripetitivi per convincerlo, il Nunzio lo teneva così in carcere senza sapere cosa dovesse farne[209]. Ci affrettiamo a dire che la Musa del Campanella non si mosse per lui. Finalmente quanto a Domenico Giustiniano, sappiamo dal processo che era un povero marinaro di Scio, preso da' turchi all'età di 7 od 8 anni e divenuto così maomettano, poi tornato in grembo alla madre Chiesa, ed in espiazione della colpa di rinnegato già da 10 anni in carcere, con otto grani al giorno pel vitto: il suo contegno ce lo mostra un uomo semplice ed ingenuo, senza ombra di fiele, e sì che egli poteva ben raccontare quanto fosse dura la via del paradiso; dimenticato nel carcere, quivi morì il 28 marzo 1607, come si legge ne' libri parrocchiali del Castello.

Il 6 novembre si tenne la prima seduta, ed ecco le deposizioni che si raccolsero[210]. D. Francesco di Castiglia disse correr voce tra i carcerati in generale che i frati si accusavano l'un l'altro; avere udito che Valerio Bruno teneva pratica col Soldaniero ma non averlo visto; aver saputo direttamente dal Soldaniero che era stato assediato nel convento di Soriano e forzato a dire ciò che gli era stato domandato.--Di poi fu interrogato Giulio Contestabile, che riuscì un testimone di grande importanza. Egli disse avere udito da molti, e li nominò, che il Lauriana avea lasciato intendere di essersi esaminato contro il Campanella e fra Dionisio per istigazione del Pizzoni e per timore di D. Carlo Ruffo, Carlo Spinelli, Sciarava, fra Cornelio; aver lui medesimo veduto in Calabria, mentre fra Cornelio esaminava, que' secolari assistere con molta distinzione alle sedute e interrogare; avere più tardi saputo che il Lauriana volea ritrattarsi in Napoli, e non l'avea fatto per consiglio di un dottore; esser vero che tutti lo ritenevano testimonio falso e che arrossiva quando nelle litanie si diceva _a falsis testibus_; aver veduto lui stesso il Lauriana entrare nella camera di fra Dionisio, e così pure il Soldaniero più volte, avendogli costui inviato anche regali e fatto fare il pranzo da Valerio Bruno che lo serviva sempre, come ben sapeva perchè era compagno di stanza del Soldaniero. Aggiunse essere stato presente, quando Cesare Spinola disse al Soldaniero non dover procurare tanta rovina a que' frati, e il Soldaniero si scusò raccontando come era stato costretto di deporre contro fra Dionisio dopochè fu circondato il convento in cui stava per opera de' Polistina e del Priore; avere lui stesso udito il Soldaniero lamentarsi, perchè i frati l'aveano ridotto nelle mani del diavolo e non poteva ritrattarsi senza essere appiccato; aver veduto l'indulto concesso al Soldaniero da Carlo Spinelli coll'intercessione di fra Cornelio, e sapere che trovavasi depositato alla banca di Barrese. Aggiunse aver saputo in Napoli direttamente tanto dal Pizzoni quanto dal Petrolo, che in Calabria fra Cornelio diceva loro doversi dare soddisfazione a' Giudici laici, che essi aveano dovuto deporre eresie per isfuggire da' secolari e tentare di esser chiamati a Roma, e che «per verità tutto era stato inventione»; aver saputo anche dal Di Francesco suo cognato, carcerato insieme col Pizzoni in Gerace, che fra Cornelio «con bravate, e con bone parole lo suggerì ad esaminarsi contra non so chi frati». Conchiuse aver dovuto giudicare, dietro le cose sapute dal Soldaniero, dal Pizzoni e dal Petrolo, che erano state dette molte falsità (e vede ognuno di qual peso riusciva una simile testimonianza da parte del Contestabile, convertito oramai in deciso difensore de' frati).