Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 19

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Il 17 giugno furono esaminati nuovamente il Lauriana, il Petrolo, fra Pietro di Stilo; il 20 giugno fu esaminato per la 4^a volta il Pizzoni. Stretto dalle dimande, il Lauriana confermò che quando il Campanella si fece a parlare di eresie c'era anche fra Dionisio oltre il Pizzoni (ed in ciò per lo meno la memoria non l'assisteva bene). Citò due occasioni per le quali il Campanella avea manifestato eresie: l'una, l'essere stata condotta dal Casale di Vazzano a Pizzoni una donna spiritata, e il Campanella la giudicò pazza, e nel dopo pranzo disse, «mi portano innanzi queste donne spiritate e matte, et io non tengo che ci siano ne spiriti, ne diaboli, ne inferno, e ne paradiso»; l'altra, l'avere il Campanella letto un capitolo di Plinio in cui parlavasi della natura, onde disse che Dio era la natura con tutte le altre proposizioni altra volta deposte (singolare raffronto con ciò che avea pure già dichiarato il Caccia, ma attribuendolo al Pizzoni). Disse che fra Dionisio gli avea solamente parlato contro l'eucaristia, ma presente il Campanella e il Pizzoni; e che il Pizzoni non avea mostrato di credere all'eresie, ma di approvare alcune opinioni scritte dal Campanella in un suo libro, aggiungendo che in quel libro trattavasi di opinioni contro S. Tommaso.--Il Petrolo poi dovè rispondere ancora una volta intorno a' complici del Campanella; e continuò a dire che non ne conosceva, e che il Campanella non avea manifestato mai eresie formali in presenza di altri, sibbene si esprimeva per motti, de' quali fornì qualche esempio.--Infine fra Pietro di Stilo dovè dare chiarimenti intorno a ciò che il Campanella avea detto della elezione del Papa e de' miracoli; e fattosi leggere il primo esame cercò di attenuarne la misura, dolendosi anche di fra Cornelio che scriveva troppo diffusamente, ma conchiuse che confermava quanto nell'esame trovavasi scritto.--Ben più lungo fu l'esame del Pizzoni, che di nuovo occupò l'intera seduta. Sempre dietro dimande, dovè dichiarare in qual luogo fosse stato ammalato negli ultimi tre anni, e se in Stilo (che egli aveva taciuto nella sua rassegna) avesse avuto stanza anche il Campanella al tempo della sua malattia. Dovè dichiarare di nuovo se in Pizzoni, quando il Campanella parlò di eresie, fosse stato presente fra Dionisio; e dettogli che un testimone suo amico affermava che fra Dionisio c'era, fu costretto a smentirlo definitivamente, dicendo che quel testimone (il Lauriana) sapeva di tali cose quanto il muro della stanza, che quel testimone, alla presenza di quasi tutti i frati ed altri secolari, aveva in Monteleone confessato che non sapeva addirittura nulla nè di ribellione nè di cose di eresia, e che avea parlato per paura e per subornazione del Visitatore, di fra Cornelio ed anche di D. Carlo Ruffo, con la speranza di essere subito liberato anzi premiato, e la paura era stata tale che avrebbe deposto perfino contro suo padre; che quanto avea deposto eragli noto solamente per la lettera al P.^e Generale scritta di sua mano sotto la dettatura di esso Pizzoni. Intorno a tutte le altre citazioni di deposizioni testimoniali contrarie (riferibili segnatamente al Caccìa, senza che il nome di lui fosse pronunziato), egli dichiarò che doveano provenire da persone infami e bugiarde, o inimiche, o sedotte, ovvero anche da falsità di scrittura, dando per sospetto il Visitatore e fra Cornelio, ed affermando che in Monteleone il Pisano e il Caccìa se n'erano lamentati con gli altri prigioni, perchè gli aveano carpiti 100 scudi per uno ed altri donativi, con la promessa di sottrarli alla Corte secolare, e così gli aveano fatto dire quello che aveano voluto; inoltre il Caccìa avea dimandato perdono ad esso Pizzoni, per aver deposto dietro insinuazione di que' due frati, che gli dicevano essersi avute deposizioni del Pizzoni contro di lui, e poi anche dietro gli atroci tormenti sofferti mentre era travagliato dalla febbre. Negò di nuovo la cifra; confermò che il Lauriana gli avea detto essere rimasto scandalizzato, perchè il Campanella in una predica in Stilo aveva esclamato, «oh si mi fusse lecito estendermi in questa materia», parlando del governo de' Principi e Prelati, non già di eresia; infine ripudiò ad una ad una tutte le eresie che gli erano state addebitate.

L'indomani, 21 giugno, fu esaminato di nuovo il Bitonto, e poi, per la prima volta, fra Dionisio[172]. Il Bitonto dovè dar conto di ciascuno di que' molti fatti che avea deposti il Pisano, e che direttamente o indirettamente lo riguardavano (senza che il nome del Pisano fosse mai pronunziato): ed egli rispose costantemente «non ho mai inteso tal cosa», qualche volta anche «l'ho inteso da che son qua carcerato», ovvero «l'ho inteso quando so stato esaminato dalli giudici et in particolare in hierace», aggiungendo che quivi fu esaminato dal Vescovo e dal Visitatore, essendo presente anche Carlo Spinelli; e conchiuse che tutte quelle cose avevano dovuto esser deposte da qualche infame o nemico suo.--Si passò quindi a fra Dionisio. Costui, sempre dietro dimande, disse di aver saputo dal Sances e dal carceriere che era stato imputato in cose di S.^{to} Officio insieme col Campanella, e negò con la più grande energia di aver peccato nella fede. Diè una lunga lista de' suoi nemici, a cominciare da' Polistina e dagl'inquisiti per la morte dello zio M.^o Pietro, e venendo sino a fra Pietro di Stilo che disse creatura del Polistina, al Pizzoni finto amico nelle sue liti col Polistina e ladro di molti suoi scritti predicabili onde dovè infamarlo, al Lauriana partecipe del furto degli scritti ed incaricato della vendita di essi, oltrechè legato in nefande relazioni col nipote del Pizzoni, fra Fabio, e col Pizzoni medesimo, onde dovè scacciarlo dal convento di Nicastro dove esso fra Dionisio trovavasi Priore. Negò di aver mai trattato con qualche ebreo in Cosenza, dichiarando spontaneamente che a tempo di quell'ebreo, allorchè venne eletto il P.^e Generale Beccaria (cioè nel 1588), egli trovavasi in Napoli, nel convento di S.^{ta} Caterina a formello, e che seppe in Napoli da una lettera di suo zio M.^o Pietro avere il Campanella avuto conversazione con quell'ebreo di cattiva fama in Cosenza, essere fuggito in compagnia di lui da Calabria ed avere arrecato questa fuga grande scandalo, onde gl'ingiungeva di non avere più relazione col Campanella; dichiarò anche, dietro dimande, di non avere mai più avuta notizia di quell'ebreo, nè occasione di parlare col Campanella, che non vide più per 7 od 8 anni dopo quel tempo. Negò assolutamente di avere mai avuto scandalo dal Campanella per cose di fede, mentre pure avea cercato di chiarirsene, poichè dicevasi che avea diavoli, comandava diavoli e credeva poco: aggiunse di aver saputo da lui che era stato inquisito nel S.^{to} Officio per un Sonetto bruttissimo contro la fede e contro Cristo, quale Sonetto gli recitò, che l'accusatore era stato condannato in galera ed esso Campanella liberato senza abiura, non avendo mai voluto accettare di avere abiurato, mentre di poi in Napoli ebbe a sapere che l'abiura c'era stata (onde dovrebbe dirsi che pure tra loro amici intimi si manteneva l'equivoco, confondendo l'esito di processi diversi). Tale fu la prima deposizione di fra Dionisio, che egli non potè sottoscrivere per la tortura avuta nel tribunale della congiura, e che crocesegnò tenendo la penna stretta tra' denti.

Fu poi fra Dionisio esaminato di nuovo tre altre volte successivamente, il 20 e 28 giugno, ed il 13 luglio, continuando sempre ad intervenire agli esami non il Nunzio, ma l'Auditore di lui Antonio Peri. Il 26 giugno fra Dionisio cominciò dal dire spontaneamente che avea ricevute dal Lauriana due lettere, con le quali gli narrava l'esame sostenuto in Calabria e gli chiedeva perdono, avendolo a torto accusato di proposizioni eretiche contro l'eucaristia, a suggestione del Pizzoni e per uscire dalle mani de' secolari; che queste lettere gli erano state tolte da' carcerieri, ed egli riteneva dovessero trovarsi nell'altro processo; che da esse rilevavasi essere stato deposto dal Lauriana di avere udite le eresie in un discorso tenuto dal Campanella in Pizzoni con lui, fra Dionisio, e con fra Gio. Battista di Pizzoni, e tale fatto era la più grande menzogna, non essendosi lui fra Dionisio mai trovato in Pizzoni contemporaneamente al Campanella (il fatto era fondamentale, e il vederlo a notizia di fra Dionisio mostrava che le lettere c'erano state, salva la quistione di sapere se in esse si parlava realmente di accuse ingiuste e di domanda di perdono). Narrò poi, interrogato, le circostanze della sua cattura e di quanto gli era avvenuto ne' giorni consecutivi (ciò che fu da noi esposto a suo tempo). Fornì spiegazioni sulla sua lettera trovata presso fra Vincenzo Rodino, sulla sua conoscenza col Pisano, sull'andata con costui a Messina e sull'andata successiva col Campanella e col Bitonto a Castelvetere, dove il Pisano trovavasi carcerato pel furto di una giumenta del Principe, riconoscendo di aver voluto aiutarne la liberazione, ma semplicemente per l'onore della famiglia di esso. Fornì spiegazioni sul fatto dell'inglese che in Roma avea dato un pugno all'ostia consacrata, dicendo di averlo veramente narrato perfino dal pulpito «etiam cum lachrimis», per dimostrare la gran bontà e tolleranza di Dio: dichiarò di non aver mai conosciuto l'avvenimento del prete annegatosi con l'ostia, e ripudiò assolutamente il fatto osceno commesso con l'ostia, facendone rilevare l'inverosimiglianza. Infine negò di aver mai parlato in dispregio dell'eucaristia, e disse che le precise parole, con le quali gli si faceva tale dimanda, si trovavano nelle lettere del Lauriana (altra prova che tali lettere c'erano state); notando che in Pizzoni egli non potea dire tali cose, poichè c'erano soltanto suoi nemici e un vigliacco fuoruscito (certamente il Caccìa), il quale poi si disdisse nell'atto di essere giustiziato.--Il 28 giugno, esaminato per la 3^a volta, fra Dionisio negò ad una ad una tutte le eresie e tutte le accuse che gli erano state apposte (dal Soldaniero, dal Lauriana, dal Pisano etc.) e che i Giudici gli vennero successivamente formolando, non senza dare qualche spiegazione in sua difesa. Così, a proposito del pugno da lui dato a un'immagine del crocifisso in Soriano, dichiarò che il Priore e Lettore di quel convento erano suoi nemici, che vi si trovava anche un gran fuoruscito a nome Giulio Soldaniero stato per tutta la quaresima in relazione con fra Gio. Battista di Polistina, ed egli avea temuto di essere ucciso o almeno bastonato da lui, e gli avea parlato sempre in pubblico. A proposito di altre eresie che si era deposto aver lui udite dal Campanella e lodate ed insinuate ad altri, dichiarò che il Petrolo, già da circa un mese, passando innanzi alla sua prigione si era avvicinato alla finestrina di essa e gli avea dimandato perdono, facendogli sapere che avea deposto essere stato detto dal Campanella, in presenza di lui fra Dionisio, che non c'era purgatorio nè inferno; onde temeva che questo potesse nuocergli, sebbene avesse pure aggiunto alla deposizione che il Campanella prima diceva le eresie a lui e poi le diceva anche agli altri, ma in modo che esso Petrolo non sapeva se gli altri le intendessero (e questo mostrava che veramente il Petrolo avea dovuto parlargliene). Infine negò di aver mai saputo che il Campanella si fosse proposto di predicare, e che egli medesimo dovesse predicare contro la Chiesa.--Il 13 luglio, esaminato per la 4^a volta, dovè dar conto di altre eresie ed accuse, sulle quali non era stato ancora interrogato (quelle deposte da Maurizio per propria scienza o per detto del Vitale, come pure quelle raccolte nel processo di Squillace). Ed egli negò egualmente ogni cosa; ed a proposito del fatto dell'ostia che pretendevasi avere una volta consacrata e poi gettata a terra, disse di aver saputo da Maurizio, nel venire a Napoli, che tale fatto era stato deposto da Gio. Battista Vitale «credendosi schifare la morte almeno per alcuno giorno», e fece rilevare che il Vitale prima di essere squartato avea revocata quella deposizione (c'era quindi stato ad ogni modo un colloquio con Maurizio su tale fatto, salva rimanendo la quistione di sapere se Maurizio avesse realmente attribuito il motivo suddetto alla deposizione, ed anzi se vi fosse stata realmente una deposizione del fatto innanzi a' Giudici da parte del Vitale). Potè poi questa volta dopo cinque mesi, stando meglio co' suoi polsi, sottoscrivere il processo verbale dell'esame sostenuto.

Dobbiamo aggiungere che nella seduta medesima fu esaminato ancora Giulio Contestabile, qualificato non solo teste, ma anche principale, senza dubbio per avere troppo conversato col Campanella[173]. Egli disse di conoscere il Campanella e fra Dionisio, e di stimarli uomini tristi mentre erano inquisiti di cose triste; disse di sapere che il Campanella ora stato già prima processato per eresia, ma non sapere altro, e di avere due volte sole parlato col Campanella in Stilo, in casa sua, per la conchiusione della pace tra la famiglia sua e quella de' Carnevali; ma Geronimo suo fratello scrisse da Napoli che non volea si trattasse con persona già processata per eresia, ed avendo lui divulgata la lettera, il Campanella gli divenne nemico. Dichiarò di non aver mai udito il Campanella parlare di Cristo nè di Mosè, e fece rilevare che in Stilo c'era un altro Giulio Contestabile figlio di Lucio, Maestro della confraternita del Rosario e perciò molto assiduo nel convento dei Domenicani (il fatto era vero[174], ma rappresentava una scusa grossolana).

Il 1^o luglio fu interrogato Giulio Soldaniero, testimone importante, che si dovè far venire dalla Provincia. Il Carteggio del Nunzio ci mostra che egli non trovavasi più in Calabria, ma in terra d'Otranto, e che lo si fece venire per mezzo del Vescovo di Nardò; parrebbe pure dall'esame suo che fosse stato tenuto in prigione fin dal marzo, sicuramente ad istanza del S.^{to} Officio. Lo stesso Carteggio ci mostra che appunto per lui la trattazione della causa soffrì un ritardo nelle prime settimane di luglio; poichè alla sua venuta era stato rinchiuso in Castel dell'ovo, e quando si volle esaminarlo, si trovò il solito intoppo del non esserci ordine alcuno del Vicerè, onde il Nunzio ebbe a fare istanza che o si desse quest'ordine o si conducesse il prigione in Castel nuovo[175]. Vedremo in sèguito che si fece venire anche il suo fido Valerio Bruno, ed entrambi furono rinchiusi in Castel nuovo insieme co' frati inquisiti. Il Soldaniero, dietro dimande, disse che era stato esaminato da fra Cornelio, e successivamente dal Vescovo di Gerace, dopo di aver mandato il Priore di Soriano al Visitatore per rivelare le cose dettegli da fra Dionisio; e ripetè talune di queste cose, affermando che quando vennero dette o fatte, era presente e consenziente il Pizzoni, e tutto proveniva dal Campanella. Invitato ad esporre ciò che fra Dionisio gli avea detto di provenienza del Campanella, non seppe dire più nulla e si richiamò all'esame precedente, poichè non se ne poteva ricordare. Aggiunse di aver visto in sèguito fra Pietro di Stilo, che gli raccomandò di non dir nulla di quanto gli avea detto fra Dionisio, ma egli già avea raccontato tutto al Priore e Lettore di Soriano: non potè ricordarsi se fra Pietro gli avesse parlato di eresie, ma negò di aver ricevuto lettere del Campanella. Disse che avea raccontato pure ogni cosa a fra Domenico e fra Gio. Battista di Polistina e costoro se ne maravigliarono, che vide fra Dionisio una sola volta (prima avea detto due volte), e parlò al Priore ed al Lettore perchè lo cacciassero dal convento[176].

Ma il fatto più importante della seduta del 18 luglio fu il tormento della corda dato al Campanella per un'ora, fatto ricordato poi da lui medesimo nella sua Narrazione, là dove dice: «el Campanella sendo impazzito hebbe un'hora di corda, e restò per pazzo quando era il Tragagliola». Già fin dal 12 maggio, dietro la richiesta del vescovo di Termoli, il Card.^l di S.^{ta} Severina avea scritto: «quanto al particolare che ella avvisa, che fra Tomaso Campanella si finge pazzo, et non vuol giurare ne rispondere à quello, che se gli domanda, le dico che S. S.^{tà} rimette all'arbitrio di Monsignor Nuntio e di V. S., e del Generale Vicario Archiepiscopale di dargli la corda per havere da lui la precisa risposta, con avvertire di non interrogarlo de' capi del negotio principale per non debilitare le ragioni del Fisco». Adunque, dopo il Soldaniero, venne introdotto il Campanella[177], e questa volta egli toccò il libro su cui fu invitato a giurare, ma fin dalla prima dimanda che gli venne diretta rispose in modo strano ed incoerente. «Volsero pigliare fratimo, et poi si concitorno tutti contra di me, et mi hanno spogliato, et mi ritrovo in questo modo, et hò fatto tanti libri, et poi me li hanno cambiati» etc. Era sempre vestito da secolare, col suo cappello nero tra mano, e diceva: «questo cappello è tutto stracciato, et tutte queste veste che hò sopra sono stracciate»; e volle coprirsi il capo ma l'aguzzino glie lo scoprì, onde egli si rizzò contro l'aguzzino dicendo, «guarda costui che mi vuol levare il cappello», e soggiunse «bisogna che venghi il Papa et sbroglia queste cose» etc. Fu quindi fatto condurre alla stanza del tormento e là venne spogliato e ligato alla corda, con le proteste che il S.^{ta} Severina avea raccomandate: ed elevato in alto cominciò a dire «hoimè che moro, ah traditori, figlioli di cornuti, bagascie, mi hanno ammazzato, madonna santissima aiutami». Rinunziamo a continuare questa atroce rassegna di dolori, che d'altronde i lettori troveranno nel relativo Documento: solo diremo che il povero Campanella, talvolta furioso, talvolta abbattuto, ingiuriava o invece blandiva chiedendo pietà, e spesso invocava il Papa o a lui si appellava, nota dominante per tutto il tempo della sua pazzia; allorchè si rivolse a qualcuno de' Giudici in particolare, per muoverlo a misericordia, si rivolse sempre al «frate», cioè al Vescovo di Termoli. Tra le svariate dimande fattegli vanno notate le seguenti: quanto tempo fu carcerato in Roma, se era stato visitato da qualche medico nelle carceri, come si chiamava il Commissario del S.^{to} Officio in Roma al tempo in cui fu carcerato, ed anche, con ludibrio indegno, cosa avrebbe avuto di buono a pranzo, e dopo di avergli due volte minacciato il polledro, che dimandasse qualche grazia. E il Campanella, obbligato allora appunto a soddisfare a' suoi bisogni naturali stando sospeso alla corda, replicò all'ultima domanda che lo lasciassero... fare; nè rispose mai a proposito, e tra' diversi suoi detti incoerenti nominò il Marchese d'Arena, dicendo che «se havesse fatto (_sic_), non pateria questo», nominò Paolo Campanella, che avea disegnato una figura di S. Rocco, nominò Cicco Vono, qualificandolo suo nemico. Infine, scorsa un'ora, venne definitivamente deposto e sciolto, e secondo l'uso gli aguzzini gli ricomposero le braccia, quindi lo rivestirono e lo ricondussero nella sua carcere.

Subito dopo furono esaminati Geronimo padre e Gio. Pietro fratello del Campanella[178]. Geronimo si dichiarò di Stignano, dell'età di circa 65 anni, e dovè rispondere intorno alla causa della carcerazione di suo figlio, intorno a un libro che costui avea scritto ed egli avea lodato come superiore anche a quello degli Apostoli, intorno alle divinazioni fattegli sull'avvenire degli altri figli, intorno al rifiuto di predicare espressogli da fra Tommaso e motivato col non voler fare l'ufficio di saltimbanco, intorno al pranzo di Stignano in casa Grillo, dove egli avea fornite vivande ed avea dovuto udire eresie da fra Dionisio. Il povero vecchio disse di sapere solamente che suo figlio era stato carcerato da Carlo Spinelli, o per detto d'altri che avea scritto un libro in Napoli, mentre quanto a sè egli non sapea leggere nè scrivere, soggiungendo, «alhora tutti mi dicevano beato et hora tutti mi dicono sfortunato». Quanto alle divinazioni, disse che suo figlio era stato quattordici anni fuori di Calabria, ed al ritorno appena lo riconosceva per padre, trattando solo con Principi e Signori, come il Principe della Roccella e il Marchese di Arena; quanto poi al rifiuto della predicazione, disse che veramente avea pregato fra Tommaso di accettare l'offerta fattane da que' di Stilo col compenso di 200 ducati, «per aiutare alcune figlie femine che hò è sono pezzenti», ma fra Tommaso non volle, dicendogli che sapeva quel che si faceva. Accettò di aver visitato fra Dionisio in casa Grillo, ma negò di aver fornite vivande, aggiungendo, «non hò per me, et hò nove tra figlie et nipote femine»; negò pure energicamente di avere udito discorsi eretici, ed aggiunse, «si fra Dominico (Petrolo) lo dice, fatime mettere un chiappo al collo et impendere». Da ultimo s'inginocchiò innanzi a' Giudici e disse, «Signori, siamo tutti spersi per povero regno, et si questi monaci hanno fatto male, vi prego, castigateli per amore di Dio»: con ciò, s'intende, egli volea dire che facessero presto, perchè così sarebbe presto tornato a casa sua ove l'attendeva una frotta di giovani donne rimaste nell'abbandono e nella miseria; e il suo desiderio era naturalissimo, ma faceva dimenticargli che tra' monaci i quali avrebbero dovuto essere gastigati, e non lievemente, c'era anche il migliore de' suoi figliuoli.--Molto più breve fu l'esame di Gio. Pietro Campanella, che si dichiarò di 28 anni in circa e di mestiere calzolaio. Gli chiesero se avesse mai udito suo fratello fra Tommaso parlare di rivoluzioni da dover accadere nel 1600; ed egli rispose che poche volte gli avea parlato e non mai di tali cose. Al pari di suo padre, non sapendo scrivere, segnò con una croce il processo verbale dell'esame.

Il 20 luglio venne il Campanella ricondotto innanzi a' Giudici, e continuò a mostrarsi pazzo[179]. Non voleva rimanere nella sala di udienza, si tirava indietro, e poi cominciò a baciare certe figure disegnate nel foglio del Calendario. Gli si fecero dimande strane; quante sorelle aveva, dove trovavasi il suo padre carnale e da quanto tempo non l'aveva veduto, se possedeva il breviario etc. poi lo si avvertì di cessare dal fingersi pazzo. Ed egli nominò più sorelle, Costanza che era Badessa, Emilia maritata, Giulia da doversi maritare con Michele Castellano; parlò del padre in modo incoerente, ricordò che gli aveano presi tutti i suoi libri, accennò ad una «Signora grande», a soldati che l'aveano perseguitato, ad una sua fuga di 20 miglia. Lamentavasi per avere le braccia addolorate in sèguito della tortura, e da ultimo disse, «dammi da bere frate, quattro confortini (confortatori) negri negri vengono ogni sera et mi ammazzano...». Dal processo verbale si rileva che avrebbe sottoscritto l'esame, se non avesse avuto le braccia debilitate.