Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 17
[137] Ved. i _Reg. Litterarum S. M.^{tis}_ vol. 12, (an. 1602-1610) fol. 545. Re Filippo dice al Vicerè che approva la transazione proposta dal Principe, ed aggiunge: «y por obligar le mas, he tenido por bien de le honrrar y hazer merced de una plaça del Conseio Collateral de que se le embiara su Titulo como se lo dereis de mi parte, y que en lo de la Compania de gente de armas que pide, en las ocasiones que se offroscieren se tenra con su persona y meritos la cuenta que es razon para hazer le la merced que huviere lugar». La lettera è in data del 12 luglio 1606.
[138] Ved. Doc. 232, pag. 121.
[139] Ved. i Reg. _Privilegiorum_ vol. 125 (an. 1602) fol. 13. t.^o; e confr. i Reg. _Officiorum Suae Maj.^{tis}_ vol. 1.^o fol. 202.
[140] Reg. _Privilegiorum_ vol. 123 (an. 1602-1603) fol. 128.
[141] Ved. Doc. 233, pag. 122.
[142] Ved. Doc. 235, pag. 123. Il suo viaggio a Madrid è ricordato in una delle sue lettere al Gran Duca di Toscana, che abbiamo già citata altrove; ved. vol. 1.^o pag. 127 in nota.
[143] Ved. i Reg. _Mercedum_, vol. 2^o, fol. 203. La pensione dicesi data pe' «multa grataque obsequia... per spacium triginta quatuor annorum singulari fide, vigilantia et integritate tam in dicto Consilio quam in officio Advocati fiscalis nostri Provintiae Calabriae ac interim in rebus magni ponderis nobis praestita».
[144] Ved. nell'Arch. di Stato in Torino _Lettere Ministri Due Sicilie_, maz. 2.^o, let. del 4 e del 14 giugno 1613, dell'8 novembre 1616 e 6 gennaio 1617; inoltre _Lettere Ministri Roma_ maz. 27, fasc. 2^o, let. del 26 novembre 1616.
[145] Per le esecutorie di entrambi i Privilegi successivamente avuti, ved. i Registri _Sigillorum_ vol. 38 e 39 alle date suddette. Pel Privilegio della nomina a Consigliere, ved. i Reg.^i _Privilegiorum_ vol. 123 fol. 168: quivi i meriti della sua persona sono espressi ne' seguenti termini, «cuius nobis et eruditio ac diligentia, et quidem probitas atque prudentia probantur, quandiu hactenus officium Advocati fiscalis nostrae Magnae Curiae Vicariae et alia munia cum laude exercuisti». Per la comunicazione fattane al Consiglio, ved. i Reg.^i _Notamentorum_ _S. R. C._ ab anno 1599 usque et per totum annum 1609, data suddetta.
CAP. V.
SÈGUITO DE' PROCESSI DI NAPOLI E DELLA PAZZIA DEL CAMPANELLA.
B.--Processo dell'eresia (maggio 1600 a settembre 1602).
I. Rammentiamo innanzi tutto, circa l'eresia, che dapprima il Papa avea manifestato di volere a Roma gl'incriminati o sospetti in tale materia finita la causa della congiura (4 10bre 1599); ma in sèguito, vista senza dubbio l'impossibilità della cosa, giacchè il Governo Vicereale non si sarebbe lasciato trarre di mano i frati che il processo della congiura mostrava colpevoli, avea spedito ordine mediante il Card.^l di S.^{ta} Severina che se ne occupasse il Nunzio, con ogni probabilità perchè il Vescovo di Caserta Ministro della S.^{ta} Inquisizione Romana nel Regno trovavasi assente, in compagnia del Vicario Arcivescovile della Curia napoletana, il quale presedeva il tribunale diocesano di S.^{to} Officio (4 febbraio 1600)[146]; il Nunzio poi, che molto volentieri ne avrebbe fatto di meno, vista la profonda dottrina del Campanella, il quale sviluppava tante profezie e produceva tante citazioni in suo favore, scrisse subito al Card.^l S. Giorgio, ed anche al Card.^l di S.^{ta} Severina, che «se pur tal negotio dovea spedirsi qua» in Napoli, reputava necessario l'intervento di qualche persona pratica e buon Teologo (11 febbraio). Così scorse ancora un certo tempo, sino a che non fu disponibile l'uomo capace di stare a fronte del Campanella secondo le preoccupazioni del Nunzio, e solo verso la fine di aprile si potè costituire il tribunale per l'eresia, associando a' due Giudici prima designati il Vescovo di Termoli. Era costui quel fra Alberto Tragagliolo da Firenzuola Domenicano, che abbiamo già visto Commissario generale del S.^{to} Officio sin dall'ottobre 1592 e durante i processi avuti in Roma dal Campanella nel 1594-1595, divenuto molto benevolo verso il filosofo in tale occasione e senza dubbio assai competente ed opportuno nel caso attuale. Malamente designato dal Fontana col nome di «frater Albertus Tragnolus» e poi anche con quello di fra Alberto Drago[147], così ritenuto dall'Ughelli e dopo di lui anche da Quétif ed Echard[148], malamente creduto Firenzuola e non Tragagliolo dal Capialbi[149], egli cognominavasi Tragagliolo ed era nativo di Firenzuola nel Piacentino: avea già funzionato da Commissario del S.^{to} Officio in Faenza, in Genova, in Milano, quando venne chiamato Commissario generale in Roma da Clemente VIII; poi dietro la morte di Mons.^r Francesco Scoto fu promosso al Vescovato di Termoli, secondo il Fontana e l'Ughelli il 29 novembre 1599, ma certamente provvisto di _exequatur_ soltanto all'ultimo di febbraio 1600, con esecutoria in data degli 8 marzo, come risulta dalle scritture esistenti nell'Archivio di Napoli[150]. Può dirsi con sicurezza che si pensò a lui per la causa del Campanella più che all'ultima ora, essendogli stata mandata a Napoli la nomina di Commissario della causa dopo la sua partenza da Roma; ond'egli assai probabilmente non giunse nemmeno a vedere la sua Chiesa, obbligato ad un lavoro assiduo pel processo di cui andiamo ad occuparci, fino al tempo della sua morte, che avvenne disgraziatamente otto mesi dopo, succedendogli nel carico di giudice D. Benedetto Mandina Vescovo di Caserta. Quanto al Vicario Arcivescovile, abbiamo già avuta occasione di rilevare che teneva detto officio il Rev.^{do} Ercole Vaccari (ved. pag. 44): qui dobbiamo aggiungere che per le molteplici e gravi faccende della Curia Arcivescovile erano allora i carichi distribuiti a più persone in qualità di Vicarii, e nelle scritture del tempo, oltre il Vaccari, designato «Vicarius generalis capitularis et locumtenens in spiritualibus», troviamo il Rev.^{do} Curzio Palumbo, designato «Vicarius generalis Monialium et locumtenens in civilibus»; e vedremo nel processo figurare da giudice o «congiudice» prima il Vaccari con la qualità di Delegato, poi il Palumbo con la qualità di subdelegato, poi ancora il Rev.^{do} Alessandro Graziano successo al Vaccari dopo la morte dell'Arcivescovo Card.^l Gesualdo.
Il 18 aprile 1600, alle istanze del Nunzio, il quale in data del 14 aveva ancora mostrato di non sapere dove S. S.^{tà} volea che si trattassero le materie appartenenti al S.^{to} Officio, il Card.^l di S.^{ta} Severina rispondeva, avere S. S.^{tà} «per satisfare a cotesti Signori et Ministri Regii» risoluto che la causa spettante al S.^{to} Officio si trattasse in Napoli dal Nunzio, dal Vicario Arcivescovile e dal Vescovo di Termoli, il quale da tre giorni era partito per Napoli, onde egli dirigeva al Nunzio medesimo la lettera scritta per lui; e soggiungeva essere intenzione di S. S.^{tà}, che procurassero di terminar presto la causa, ma ne inviassero a Roma un breve Sommario, coll'avviso su' meriti del processo, e col parer loro intorno alla spedizione, prima di dare la sentenza. Analogamente egli scriveva pure al Vescovo di Termoli ed al Vicario Arcivescovile, aggiungendo al Vescovo, che per essere persona «molto ben pratica, et anco informata delle altre cause conosciute in questa santa Inquisitione contra il Campanella, ove abiurò come sospetto vehementemente di heresia l'anno 1591», non gli diceva altro, bensì offriva di mandargliene le scritture se lo reputasse necessario: dalle quali parole risultano chiariti assai bene gli antecedenti così del Vescovo di Termoli come del Campanella, e chiarita la posizione giuridica in cui il Campanella veniva a trovarsi, cioè la posizione di _relapso_, qualora le nuove accuse di eresia fossero state provate. Siffatte lettere leggonsi nel processo di Napoli, 2^o volume dell'intero processo, costituendone i primi atti[151]. Sappiamo poi dal Carteggio del Nunzio che egli vide il Vescovo di Termoli il 5 maggio, e in tale data gli consegnò ad un tempo la lettera del Card.^l di S.^{ta} Severina e il processo di Calabria portato da fra Cornelio fin dal novembre e giacente presso di lui. Così al Vescovo di Termoli veniva in realtà «deferita ogni cosa», come il Nunzio ebbe a dire più tardi, ed egli, presa stanza nel convento di S. Luigi dell'ordine de' Minimi di S. Francesco di Paola, posto presso Palazzo Reale, si diede con molta alacrità a compiere il suo mandato. Gli altri colleghi si occuparono della causa piuttosto con la semplice loro presenza, ed il Nunzio, benchè figurasse come il principale tra' Giudici, nemmeno della presenza sua onorò largamente il tribunale; egli aveva pur allora ottenuto dal Papa di passare la Pasqua rosata nella sua Chiesa di Troia, ove non apparisce che si fosse mai recato fino a quel momento, e nel dichiararsi pronto a trattare la causa, riservavasi di voler andare a Troia per la Pasqua, la quale si celebrava il 22 del mese, come ci mostrano diverse scritture del 1600.
Il 10 maggio, in una camera del Castel nuovo, si diè principio agli esami, continuandoli poscia il 15, il 17, il 19, il 26, il 28; ma fin dalla 3^a seduta, in sostituzione del Nunzio assente intervenne l'Auditore di lui, il Rev.^{do} Antonio Peri fiorentino: come Notaro e Mastrodatti, servì sempre, dal principio alla fine della causa, Gio. Camillo Prezioso, uno de' vecchi Notari della Curia Arcivescovile, che figura nella più gran parte de' processi del tribunale diocesano della fine del 1599 e principio del 1600[152]. Fu esaminato dapprima il Pizzoni. Confermando in termini generali quanto avea deposto innanzi al Visitatore in Calabria, egli aggiunse che era stato più volte da parte del Campanella minacciato di farlo trovare in maggiore intrigo se non si ritrattasse specialmente sulle materie di S.^{to} Officio, una 1^a volta in Gerace mediante fra Pietro Ponzio che avea ricevuta per questo una cartolina da fra Tommaso, una 2^a volta alla presenza di fra Paolo della Grotteria in Bivona, quando erano per imbarcarsi, mediante un soldato del capitano Figueroa, una 3^a volta in Napoli mediante lo stesso fra Pietro Ponzio, che avea ricevuto per questo nuove lettere da fra Tommaso. Aggiunse pure che nell'udire la lettura del suo esame in Napoli (certamente a proposito della congiura), si era avveduto trovarvisi detti _complici_ quelli che egli aveva indicati come _familiari_ del Campanella, verosimilmente consapevoli delle opinioni eretiche di lui, e ripetè che costoro erano fra Pietro di Stilo, il Petrolo, fra Paolo della Grotteria, il Bitonto, il Jatrinoli. Ripetè l'occasione con la quale nel luglio scorso il Campanella aveagli parlato delle sue eresie, e come fra Dionisio, due giorni prima, gli aveva esternato le medesime eresie dicendogli di tenerle per vere. Aggiunse infine, che aveva rimproverato e cacciato il Campanella da Pizzoni, aveva informato di ogni cosa per lettera del 1^o agosto il Generale in Roma, ne aveva anche informato di persona il Visitatore in Soriano il 28 agosto. Tale fu la deposizione del Pizzoni, che egli non potè sottoscrivere e dovè soltanto crocesegnare, trovandosi col braccio offeso dalla tortura avuta nell'altro tribunale[153]. Persistente nelle accuse contro il Campanella, aggravandone la responsabilità col fatto delle minacce, egli cercò di scusare sè medesimo con la cacciata del Campanella da Pizzoni e con gli avvisi datine a' superiori.--Vollero allora i Giudici udire su tale asserzione il Visitatore ed anche fra Cornelio, il quale era già tornato da Roma a Napoli in quel tempo (circostanza probabilmente ignorata dal Pizzoni). Entrambi, l'un dopo l'altro, nella 2^a seduta del tribunale, il 15 maggio, ricordando qualche faccenda trattata col Pizzoni in Soriano, negarono di aver avuta quivi da lui alcuna notizia delle cose del Campanella[154]. Aggiungiamo che poco dopo il Vescovo di Termoli dovè pure interrogare per lettera il P.^e Generale Beccaria, poichè se ne trova nel processo la risposta in data del 12 giugno dal convento di S. Tommaso, vale a dire da Napoli, dove a que' giorni era venuto pel Capitolo generale che vi si tenne, e dove qualche mese dopo, il 3 agosto, morì col compianto de' cittadini e in voce di santità e di miracoli. Non contento delle reminiscenze proprie, il P.^e Generale volle consultare anche quelle del suo P.^e compagno, e venne a dichiarare che non si era mai avuta dal Pizzoni lettera alcuna contenente l'avviso asserto[155]. E per verità così il Visitatore come il Generale, al menomo avviso, non avrebbero potuto mancare di provvedere immediatamente contro il Campanella e fra Dionisio; e già riesce manifesta la pessima via in cui il Pizzoni si era posto e si manteneva.--Frattanto, nella stessa seduta, fu esaminato pure il Petrolo. Costui volle che gli si rileggesse la deposizione fatta in Calabria, e trovò solamente a ridire che non avea deposto con quelle precise parole che erano state scritte. Ripetè ad una ad una le eresie udite dal Campanella, quasi tutte quelle deposte in Calabria, dicendo di averle udite nel passeggiare con lui a' Lanzari presso Stilo, nel mese di maggio, e ripetendo i nomi de' frati e secolari co' quali il Campanella dava segni d'indevozione e parlava delle sue opinioni, ma non tanto apertamente, sicchè a lui non constava che fossero veramente complici; ripeteva pertanto di aver saputo da fra Pietro di Stilo che il Lauriana gli aveva dette certe parole pronunziate da fra Dionisio in dispregio dell'eucaristia. Inoltre si dichiarò egualmente minacciato dal Campanella perchè si ritrattasse, una 1^a volta per via dal Campanella in persona che gli disse «per Deum oportet te retractare alioquin agam ut mecum moriaris», una 2^a volta in Monteleone per mezzo di Cesare Pisano, una 3^a volta in Napoli parimente dal Campanella in persona dalla finestra della carcere[156]. Come ben si vede, anche costui non faceva che aggravare la posizione del Campanella cercando di salvare la propria, e quanto alle minacce avute, noi ci siamo già manifestati nel senso che poterono esservi, dovendo il Campanella sentirsi esasperato contro questi suoi scempiati compagni, i quali avevano dapprima udito benevolmente le sue opinioni, si erano anche impegnati a propagarle, e poi le avevano manifestate a' Giudici rigettandone sopra di lui tutta la responsabilità.
Il 17 maggio, 3^a seduta del tribunale, in cui cominciò ad intervenire l'Auditore Antonio Peri invece del Nunzio, si procedè all'esame del Campanella; ma egli, già mostratosi pazzo innanzi che si desse principio alla causa, continuò a mostrarsi tale. Gli si deferì il solito giuramento, ed egli non diè segno di capire; gli si disse di lasciare le finzioni, poichè altrimenti, per avere la risposta precisa, si sarebbe ricorso a' rimedi opportuni, vale a dire alla tortura, e gli si offerse il Diurno, sul quale avrebbe dovuto giurare toccandolo, ma egli rispose «voletemelo legere» continuando a mostrare di non capire; allora fu rimandato alla sua carcere[157]. E si passò a fra Pietro di Stilo, il quale, con fina ironia, disse che non avrebbe voluto mancare di dire la verità per uomini quali il Campanella e fra Dionisio, mentre dal volgo erano allora chiamati inimici di Dio e del Re; negò di aver mai parlato con alcuno delle opinioni del Campanella, e solo ammise di averlo lodato come sapiente quale era stimato da tutti, affermando che un gran numero di persone di ogni ceto accorreva a vederlo, e ripetendo i nomi de' più particolari amici di lui, il Vua, Marcantonio Contestabile e il Prestinace (tutti già posti in salvo), il Caccia «quale fu squartato dalle galere, et Giulio Contestabile quale veneva più presto per il fratello che per il Campanella» (non più dichiarato intimo amico costui, ora che si trovava in pericolo ed erano già sbolliti i primi rancori). E noverò tra loro anche il Soldaniero, cui egli avea portata una lettera del Campanella, continuando a negare di aver mai saputo ciò che quella lettera contenesse, negando anche di aver saputo mai che fra Dionisio fosse stato in relazione col Soldaniero. Egualmente negò di aver mai persuaso o tentato di persuadere alcuno (cioè il Soldaniero) che non rivelasse le opinioni eretiche di fra Dionisio, che volesse credere alle opinioni di costui, e che andasse dal Campanella. Quanto poi alle opinioni eretiche del Campanella, disse di aver solamente saputo da alcuni birri i quali accompagnavano i prigioni, che il Campanella diceva di esser profeta e negava l'inferno e il paradiso, ma direttamente egli avea da lui udito soltanto che vi era poca differenza tra' peccati di lussuria ritenuti assai diversamente gravi (attenuazione notevole). Sempre dietro dimande, ripetè che il Campanella gli avea due volte detto di dover essere monarca, come gli era stato vaticinato pure da un astrologo; e in quanto a sè, ripetè di aver detto per burla voler prendere moglie, e di non aver mai sognato che avesse a predicare contro la fede[158]. Così, evidentemente, fra Pietro continuava a non negare ciò che riusciva impossibile negare, e difendendo sè stesso si sforzava di difendere in pari tempo il Campanella, attenuando perfino le cose altre volte da lui medesimo deposte.--Si venne allora all'esame anche di fra Silvestro di Lauriana, di fra Paolo della Grotteria, di fra Giuseppe Bitonto. Il Lauriana disse non aver altro a dire se non che pativa continue minacce da parte del Campanella ed egualmente di fra Dionisio perchè si ritrattasse, rivelando che costoro continuamente si scrivevano cartoline, e che qualora si facesse ricerca sulle persone di fra Pietro e di Ferrante Ponzio, forse si troverebbe qualche cosa; onde i Giudici fecero fare immediatamente questa ricerca sulla persona di fra Pietro che era in Castel nuovo, mentre Ferrante era in Castello dell'uovo, ma non si trovò nulla. Inoltre, dietro interrogazioni, il Lauriana affermò di essere andato col Pizzoni presso il Visitatore, per denunciare i fatti del Campanella, dopochè il Campanella era stato nel loro convento; e disse di non sapere propriamente che persona fosse il Pizzoni, non avendolo avuto in pratica, ed attenuò di molto ciò che altra volta avea dichiarato a carico di lui, dicendo che mentre leggevano insieme un libro del Campanella, il Pizzoni, da lui interrogato, avea risposto che alcune cose del Campanella gli piacevano ed altre no (scuse sicuramente concertate tra loro). Fra Paolo poi disse non occorrergli dire altro, e negò di aver mai saputo tentativi di qualche carcerato verso altri carcerati perchè revocassero le deposizioni fatte; negò di aver mai trattato cosa alcuna col Campanella; affermò che quel libretto di cose superstiziose, trovato sulla sua persona, era stato in suo potere due giorni soli, e spiegò che avea avuta la condanna alla galera per aver minacciato il P.^e Provinciale Pietro Ponzio, il quale fu poi ucciso mentre egli già trovavasi alla catena. Finalmente il Bitonto disse che avea bensì visitato due volte il Campanella, di cui era familiare, ma senza avere avuto nemmeno agio di trattenersi con lui; nominò quelli che aveano in sua compagnia visitato il Campanella, e li dichiarò tutti uomini dabbene, all'infuori del Pisano, che era tristo e volle accompagnarlo senza potersene liberare, ed abitò con lui otto giorni (contraddicendo con ciò la sua prima deposizione); disse pure non aver mai udito eresie da alcuno, ma solo nelle carceri avere udito dal Pizzoni e dal Lauriana che il Campanella e fra Dionisio aveano sparse eresie, e fattagli l'osservazione che sapevasi nel tribunale aver lui applaudito a certi discorsi eretici e segnatamente alla proposizione che la Messa si celebrava per bere ancora una volta, egli rispose di non saperne nulla[159].
Dobbiamo qui aggiungere che nella stessa data del 17 maggio venne presentata al Vescovo di Termoli una denunzia contro il Campanella da parte di fra Agostino Cavallo di Cosenza. Sappiamo che costui era Provinciale di Calabria in quell'anno[160], ed avea dovuto venire in qualità di definitore del Capitolo generale che allora celebravasi in Napoli, al pari di fra Giuseppe Dattilo egualmente di Cosenza, stato già Provinciale due altre volte ed appartenente alla fazione del Polistina. Fra Agostino consegnò al Vescovo di Termoli una scritta in cui esponeva che, avendo udito essere stata a lui affidata la causa del Campanella, per disgravio della sua coscienza gli faceva conoscere che il Campanella già da dieci anni in circa, stando in Cosenza, avea stretta amicizia con un ebreo chiamato Abramo, sospetto negromante e possessore di spiriti familiari, amico stretto anche di fra Dionisio; che col detto ebreo erasi il Campanella partito da Calabria, e di tutto ciò poteva aversi notizia anche da fra Giuseppe Dattilo.--L'indomani, d'ordine del Vescovo di Termoli, il Prezioso andò a raccogliere la deposizione di fra Agostino, ed alcuni giorni più tardi raccolse pure quella di fra Giuseppe Dattilo. Fra Agostino confermò la pratica dell'ebreo col Campanella in Cosenza, in Montalto, in Altomonte (_sic_), di dove poi essi se ne andarono insieme a Napoli, con tutte quelle particolarità da noi già esposte a tempo debito in questa narrazione: confermò pure la pratica dell'ebreo con fra Dionisio in Catanzaro, notando che era corsa voce essere stato poi quell'ebreo giustiziato in Napoli come spia del turco, ed aggiungendo che allora dicevasi aver lui vaticinato al Campanella la Monarchia del mondo e che era stato lui, l'ebreo, la rovina del Campanella. Fra Giuseppe Dattilo fu meno esplicito: attribuì la scoverta di ogni cosa a fra Domenico di Polistina, e disse che a relazione di costui rimproverò in quel tempo il Campanella, perchè volea svestirsi dell'abito religioso, ciò che poi non fece, ma solamente se ne andò con l'ebreo a Napoli; disse che non si ricordava bene se fosse partito con sua licenza o no, e che in Calabria era corsa voce essere stato l'ebreo «brugiato in Roma per ordine del Santo officio». Quanto alla pratica dell'ebreo con fra Dionisio, non ne fece parola (e veramente il fatto era più che dubbio). I lettori troveranno ne' Documenti la denuncia e le deposizioni dei due frati[161], e leggendole sentiranno forse, come noi lo sentiamo, il sospetto che a quelle rivelazioni tardive potè dare la spinta fra Domenico di Polistina più volte in esso citato, tanto più che dalle parole e da' concetti di que' frati, comunque pezzi grossi dell'ordine, si rileva manifesta la loro melensaggine, della quale i nemici del Campanella, e ancor più di fra Dionisio, aveano tutto l'interesse di profittare. È difficile intendere che fra Agostino, così tenero della sua coscienza, avesse aspettato dieci anni a sgravarsela, e che fra Giuseppe Dattilo, così smemorato, avesse potuto ricordare la voce corsa che l'ebreo era stato bruciato dal S.^{to} Officio, senza che qualcuno si fosse data la premura di eccitarne gli scrupoli e ravvivarne la memoria: del resto c'è anche da sospettare che costoro si mostrassero melensi per progetto, trovandosi ascritti alla fazione del Polistina, e volendo farsi credere ingenui.