Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 14
Continuando, passa a ribattere le testimonianze raccolte contro di lui. I testimoni aveano deposto «che egli voleva ribellarsi appoggiato agli aiuti de' turchi, de' banditi e de' predicatori»: ma non lo convincevano intorno a ciò, sia perchè egli non poteva ambire l'impossibile ed era amico degli spagnuoli, come avea già provato, sia perchè que' testimoni o parlavano per detto altrui, o erano complici ed uomini scelleratissimi, ed anche aveano fatte confessioni estorte per forza e per inimicizie. Tutti aveano detto che egli metteva innanzi le mutazioni, laonde non vi era intenzione di ribellarsi ma di difendersi da' nemici del Re e del Papa; quanto essi aveano aggiunto proveniva o da cattiva intelligenza, o da inimicizia, o da malvagità, e nelle cose aggiunte a lui sfavorevoli erano «varii», e nella cosa principale a lui favorevole, cioè la profezia, erano uniformi, onde risultavano a discarico più che a carico. D'altronde la profezia di una mutazione è sempre apparsa così vicina alla ribellione medesima, che tutti i Profeti, come Michea, Geremia, Amos e del pari gli Apostoli e Cristo Signor nostro, furono incolpati di tale delitto; qual meraviglia che lo sia stato lui poveretto? Ma egli non si appoggiò mai all'aiuto de' turchi; nessuno lo disse se non per detto altrui, e lo stesso Maurizio che parlò co' turchi non disse che vi era stato mandato da fra Tommaso, ma che vi era andato spontaneamente; e ciò quantunque gli fosse nemico. Gli era nemico, perchè dubitò che esso fra Tommaso, il quale lo rimproverò pel salvacondotto stabilito co' turchi, lo rivelasse; inoltre perchè esso fra Tommaso, mediante una domestica, avvertì Giulio Contestabile che Maurizio si era nascosto nella piazza di Stilo per ucciderlo, e questo non succedendogli, nello stesso giorno Maurizio si portò a S. Maria di Titi per uccidere fra Tommaso e lo perseguitò per 7 miglia. E però Maurizio risultava degno di fede quando negava di essere stato mandato presso i turchi da lui, non già quando deponeva contro di lui per inimicizia; poichè era testimone unico, nemico, e facinoroso, che aveva ucciso più persone e volle vendicarsi di ciò che esso fra Tommaso avea deposto in iscritto contro di lui in Castelvetere, come rilevavasi dal processo. Allorchè esso fra Tommaso lasciò Davoli e Maurizio, trovandosi insieme con fra Domenico, veduti in mare i turchi li sfuggì, malgrado avesse visto il salvacondotto dato da essi a Maurizio; e però non avea confidenza ne' turchi, sebbene avesse detto doversi essi dividere sotto due Re secondo la profezia di Arquato astrologo, ed uno di costoro dover venire alla fede ed alla repubblica; ma Maurizio faceva queste cose perchè fosse temuto ed avesse danaro dagli amici, servendosi male de' detti di esso fra Tommaso, al pari degli scellerati ed eretici i quali abusano anche dei detti degli Apostoli. E poi Maurizio ridotto agli estremi ebbe speranza di salvarsi, deponendogli contro; giacchè glie lo persuase un certo fiscale in abito di confratello, promettendogli la vita sotto la parola Regia, come in sèguito udì dalla bocca di lui esso fra Tommaso, e vi erano per testimoni sacerdoti e persone dabbene che l'affermavano. «Nè esso fra Tommaso volle servirsi de' banditi come nemici del Re, ma come uomini armati, volgendoli al bene: perocchè propose di servirsi anche di uomini probi non banditi, come rilevasi dal processo. A' Principi amici poi egli dichiara non aver rivelato nulla, non perchè fosse cosa cattiva, ma perchè agli uomini felici ogni presagio di mutazione rincresce». Quanto a Claudio Crispo, costui rivelò per orribili tormenti non scritti in processo; ed era bandito, omicida e nemico di esso fra Tommaso, il quale non avea voluto trattarne il matrimonio ed avea detto al Pizzoni che avvertisse il Signore del luogo che Claudio voleva ammazzarlo, onde si rifiutò di recarsi a Davoli quando egli ve lo chiamò per mezzo del Petrolo; adunque non meritava fede. Quanto al Caccia, al pari del Pisano, era stato esaminato in foro non ecclesiastico, ed era bandito ed omicida, nemico egualmente di esso fra Tommaso, il quale ricettò nella sua cella Marcantonio Contestabile quando egli voleva ucciderlo per averne avuto un colpo di archibugio; ed avea detto di aver parlato con fra Tommaso nel giugno, mentre aveagli parlato nella settimana santa, e poi sul punto di morte si era ritrattato. Quanto al Pisano e a Gio. Battista Vitale, oltrechè erano scelleratissimi, non aveano mai parlato con fra Tommaso; e nel carcere di Castelvetere non si parlò di quello che disse il Pisano, come lo provavano la sconvenienza della cosa e le testimonianze del Bitonto e di fra Dionisio; il Vitale poi sul punto di morte si era ritrattato. Quanto al Pizzoni, esso era scandaloso, scellerato ed infame (e qui nota ad una ad una tutte le colpe di lui minutissimamente ed anche ingenerosamente, con un odio manifesto); avea promesso di ritrattarsi nelle cartoline scritte entro il Breviario, e si era una volta ritrattato, e poi era tornato alle prime dichiarazioni, onde dovea dirsi bilingue, detestato da Dio nell'ecclesiastico, e qual fede potea fare? Il Lauriana era falsario, come lo provavano le sue lettere mandate a fra Dionisio ed a' fratelli Ponzii, e varie altre circostanze rilevate nel processo; era infame, come lo provava la sua vita anteriore; ed esso fra Tommaso nella sua confessione non lo nominò, poichè essendo infame non aveagli mai parlato, ed anzi si rifiutò di farlo accogliere nel convento di Stilo, onde gli divenne nemico. Fra Domenico Petrolo poi nemmeno meritava fede, perchè si lasciò persuadere dal Lauriana mentre era nella medesima fossa, nella quale scrisse esservi stato posto perchè dicesse il falso; inoltre in Lombardia aveva avuto penitenze come manesco.
Dopo di aver combattuto i testimoni, il Campanella combatte i primi giudici, accenna all'imputazione di eresia, discute le quistioni di dritto, e formola la sua conclusione. Fra Marco di Marcianise era vecchio nemico di fra Dionisio per le controversie de' frati Riformati. Fra Cornelio lombardo era egualmente nemico di fra Dionisio per molte cause fratesche, e poi avea preso danaro; 100 ducati da Mesuraca per fare un processo capitale, 50 ducati da' parenti di Cesare Pisano per favorirlo, 100 ducati da fra Vincenzo Rodino e fra Alessandro di S. Giorgio per liberarli dalla carcere. Lo Sciarava, giudice nell'altro foro, era stato giudice e parte, avea magnificata la causa della ribellione per magnificare sè medesimo presso il Re, trovavasi da due anni scomunicato dal Vescovo di Mileto patrono di esso fra Tommaso; avea preteso la ribellione essere fomentata da Prelati e da Principi, ed aveva amministrati tali e tanti tormenti da far dire ad ognuno più di quanto sapesse, mentre anche i calabresi, per natura loro, credono di esonerarsi col dire più di quanto sanno non solo contro i nemici ma anche contro gli amici. E poi soggiunge: «Non deve pregiudicare ciò che falsi testimoni affermano, l'aver lui voluto fondare eresia, poichè questo deve discutersi non già ritenersi in anticipazione, nè egli ne fu mai confesso o convinto, benchè ne sia stato veementemente sospetto; e la sospizione si è verificata anche in persona di Profeti e di Santi, che trovansi condannati come eretici e seduttori. Nè in Calabria è possibile fondare eresia senza le forze de' Principi, siccome egli disputò nel libro della Monarchia, e se avesse avuta questa intenzione sarebbe andato in Germania o a Costantinopoli. Così mostransi riprensibili le parole sue mal comprese, non già la sua vita e i suoi costumi, circa i quali egli chiede di essere inquisito benchè si trovi diffamato. E i suoi travagli passati non lo rendono cattivo, ma forse piuttosto timido, giacchè la cattiva azione fa l'uomo cattivo.... Oramai si è fatto palese che i pensieri di fra Tommaso erano rivolti all'unione de' Cristiani». Soggiunge ancora: le pruove testimoniali dicono tutto al più aver lui voluto ribellare solamente di seconda intenzione, cioè nel caso in cui fossero avvenute mutazioni. Ma bisogna distinguere il reato commesso e il reato semplicemente voluto, e quello contro la persona del Re e quello contro il Regno. Chi l'abbia commesso merita la morte e non può darglisi di più; chi l'abbia solamente voluto merita qualche cosa di meno; chi l'abbia voluto di seconda intenzione merita anche meno di chi l'abbia voluto di prima intenzione; e chi non è suddito merita meno del suddito, e il frate meno del clerico secolare, poichè la Religione Domenicana dipende immediatamente dal Papa; chi poi dice bene del Re merita anche meno. Inoltre non ci fu mai un concerto, ma ci furono colloquii accidentali. Così nella casa di Gio. Jacopo Sabinis esso fra Tommaso andò a far la pace tra' Contestabili e Carnevali; erano presenti Maurizio e Gio. Gregorio Prestinace suo compare venuti per la pacificazione, e cadde il discorso sulle mutazioni, ma nessuno intervenne per la ribellione, che nessuno di loro avea mai ideata. A Pizzoni esso fra Tommaso andò sollecitato tre volte da fra Gio. Battista, e comunque vi fossero altre persone, il colloquio si tenne solamente tra lui, fra Gio. Battista e Claudio Crispo: non erano presenti fra Dionisio e gli altri, e però non ci fu concerto; esso fra Tommaso parlò al Crispo dietro istanza di fra Gio. Battista per trattenerlo nella difesa di lui, non già per la ribellione, e andò pure a vedere una fabbrica di carta, ed aveva compagni perchè la strada non era sicura. A Davoli neanche vi fu concerto, poichè il Rania e Maurizio non furono presenti al colloquio che esso fra Tommaso ebbe con Gio. Paolo di Cordova e Gio. Tommaso di Franza, «onde riesce chiaro non esservi stato da parte di fra Tommaso fermo consiglio, se fatalmente le mutazioni non avessero fornita l'occasione». Egli non merita pena, avendo solo razionalmente dubitato pe' segni o per le profezie; nè è responsabile dell'essere molti morti per questa causa, poichè tutti erano omicidi, e Dio permise che morissero per avere abusato de' detti di fra Tommaso e per gli altri loro peccati. Anche le predicazioni degli Apostoli e de' Profeti eccitarono molti rumori, ma la predicazione di fra Tommaso fu a vantaggio della repubblica sì del Re che del Papa. I socii di Catilina convinti e confessi di congiura per mettere a fuoco la patria e distruggere il Senato, avendo giurato col bere sangue misto con vino, perchè non giunsero a consumare la loro scelleraggine, trovarono una parte di Senatori che con Cesare disse non doversi dare loro la morte: e non troverà misericordia presso cristiani fra Tommaso, che non commise scelleraggine, non si ricinse di armi, non mosse a sedizione,... nè è suddito, nè Principe o potente da cui possa temersi qualche cosa? I Dottori dicono, che è in facoltà del giudice consegnare o no un clerico alla Curia secolare, vista la condizione della persona: la condizione deve intendersi relativamente all'atto in quistione non già relativamente ad ogni altra cosa, e qui c'è difetto di condizione spettante alla sostanza dell'atto, poichè essendo fra Tommaso inabile a ribellare e per natura, e per fortuna, e per professione, non deve credersi che abbia cercato di ribellare, anche quando fosse un cattivo soggetto. Oltracciò il Papa nel suo Breve dice che si consegnino alla Curia secolare coloro i quali sono legittimamente convinti, e fra Tommaso non è convinto, sia perchè manca il corpo del delitto, sia perchè i testimoni sono complici, nemici e scellerati, ed anche varii intorno alla cosa, al modo, al luogo e al tempo. E la convinzione deve intendersi nel senso del reato commesso, non già soltanto voluto, e se la convinzione manca, la condanna deve pronunziarsi secondo il dritto canonico, non secondo il dritto civile: nè la ragione politica lo consiglia, poichè è odioso lo spargere il sangue di un sacerdote, massime pel motivo di profezia; e il popolo lo loderebbe quando avvenisse qualche sciagura. Tutti i testimoni ne' tormenti negano di essersi accordati con fra Tommaso intorno alla repubblica; adunque fra Tommaso fu solo a volerla, ciò che è impossibile, e così essi lo assolvono, e «mostrano fra Tommaso aver detto questo nella sua confessione pel minor male, sotto l'impressione del tormento, macerato dal carcere, dalla fossa e dall'inedia».
Ed ecco la conclusione: «Meglio è che sia messo in custodia fino al tempo della predizione sua, sì che il popolo ne vegga la falsità, ovvero si penta acciò non accadano i mali quando siano veri; come avvisava Geremia... Che se avvenga danno al Regno, egli si offre di risarcirlo al doppio; poichè della morte sua il Regno non rimane edificato ma scandalizzato, laddove si verifichi qualche sciagura, come apparisce dalla perdita delle navi sofferta[129]. La morte è una cautela di mali futuri, non già de' passati: a ciò meglio provvede il carcere in materia di predizioni e novità». E ripigliando le sue considerazioni sul processo aggiunge di non dover morire, perchè non è ribelle nè di 1^a nè di 2^a intenzione, perchè non è convinto, perchè seguendo il fato predisse e desiderò preparare un bene da un male; e le inimicizie, tra tutti quelli che volevano ciò, mostrano non esservi stato tra loro alcun proposito di ribellare, poichè la cospirazione esige l'unione degli animi e molta confidenza, e tra loro non ve ne fu; vi fu abuso delle predizioni da parte di taluno. La ribellione non venne dimostrata con qualche atto, ma solo concepita nell'intenzione; null'altro il fisco può provare dal processo, ma non si può provarlo nemmeno dalle parole di fra Tommaso agli altri, poichè egli poteva altro dire ed altro intendere; ma dalle parole sue nel tormento non si prova l'intenzione di ribellare, bensì il contrario, e però contro di lui non c'è nulla. Finisce chiedendo i suoi libri e la facoltà di essere esaminato, e dimostrando che non si deve seguire il Palermitano, il quale dice che nel caso di delitto di ribellione il clerico ha da essere consegnato alla Curia secolare, poichè le teoriche di costui non sono soltanto erronee ma perfino eretiche[130].
La «2^a Delineatio» è rappresentata dagli Articoli profetali. Sono 15 articoli ne' quali il Campanella mostra la necessità di occuparsi de' segni e delle profezie, espone e giustifica quanto avea raccolto in tale materia, ed infine ricorda anche i segni speciali visti in Calabria, onde era stato condotto a determinare l'inizio delle imminenti mutazioni nel 1600 e nel primo settenario del nuovo secolo. Andremmo troppo in lungo nel volerne dar conto; e trattandosi di cose le quali riescono a chiarire il punto di partenza della sua azione, ma non propriamente la sua azione ne' fatti della congiura, crediamo bene potercene dispensare. Egli li scrisse in aggiunta alla sua 1^a Difesa, per dimostrare «che non si era infinto allo scopo di covrire un male», come appunto ivi dichiarò; non rappresentavano quindi propriamente una difesa, ma un allegato della difesa, e questo si rileva anche dalla loro intestazione. Il Campanella si proponeva di svolgerli innanzi a' Giudici coll'aiuto del libro sulla Monarchia de' Cristiani e del libro sul Regime della Chiesa, l'uno in potere del Card.^l S. Giorgio, l'altro lasciato in Stilo; e chiedeva questi libri, e si protestava della nullità degli atti se i libri non fossero dati, come si legge appunto nella fine degli articoli.
Dobbiamo ora fare qualche commento su queste Difese, e segnatamente sulla 1^a di esse. Lasciando da parte la forma, notiamo che varii tentennamenti appariscono ne' concetti medesimi esposti dal Campanella, ed in ultima analisi non è assolutamente negato il fatto di un disegno partecipato con sollecitazioni a diversi aderenti, banditi e non banditi, di un concerto per far la repubblica nei monti, avvalendosi di mutazioni in vista ed aiutandosi con le armi e le prediche; ma questo fatto è semplicemente attenuato e fornito di spiegazioni, il cui valore doveva senza dubbio riuscire quistionabile assai nella mente de' Giudici. D'altronde non si vede efficacemente combattuto il cumulo di testimonianze raccolte contro di lui, ma anch'esso appena attenuato e fornito di spiegazioni non sempre felici; sicchè non è pienamente negata la reità, ma solo rimpiccolita al punto da respingere per essa la pena di morte ed ammettere la pena del carcere indefinito. Mentre si propone di sostenere che non abbia cospirato, comincia col dimostrare che «non fu mosso a cospirare nè dall'ambizione nè dalla malevolenza, ma guidato dalla profezia»; intende di provare non esservi stato concerto, e frattanto parla di «coloro i quali aderirono a lui con retta intenzione», e spiega che «volle servirsi de' banditi non come nemici del Re, ma come uomini armati convertendoli al bene, e propose di servirsi anche di uomini probi non banditi»; ed è superfluo insistere sul buio fitto della natura delle mutazioni, della condizione della repubblica da fondarsi, del Regno sacerdotale unico «utile al Re prima che al Papa», dell'essersi mosso a preparare la repubblica «per istinto divino e perchè spettava a' Domenicani il prepararla», e parimente degli scopi singolari affibbiati a tale repubblica. Non riesce poi certamente a combattere i testimoni dicendoli «complici e scelleratissimi», giacchè l'esistenza del reato veniva con ciò tristamente ribadita, e per la giurisprudenza del tempo nel reato di Maestà anche i complici valevano a convincere; nè riesce esatto dicendo che «tutti ne' tormenti aveano negato di essersi accordati con fra Tommaso intorno alla repubblica» e però fra Tommaso sarebbe stato il solo a volerla, mentre invece taluni erano risultati confessi di avervi direttamente o indirettamente aderito. E guardando alle obiezioni avverso ciascun testimone, debolissime riescono p. es. quelle fatte al Petrolo, e quanto al Pizzoni, niente di serio prova l'enumerazione delle sue scelleraggini ed infamie passate, le quali non aveano mai impedito che fosse corsa tra lui e il Campanella una grande intimità; nè prova molto la ritrattazione da lui fatta ma non mantenuta, e l'essere stato bilingue prova tutt'al più che gli avea mancato di fede, denunziandolo in un reato nel quale erano complici, ma non che il reato era stato da lui inventato. Quanto al Caccìa ed al Crispo, non riescono facilmente ammissibili le spiegazioni date per mostrare la loro inimicizia verso di lui, mentre egli si era mantenuto in istretta relazione con loro, e massime con l'ultimo avea tenuto una corrispondenza scritta, assai compromettente e caduta nelle mani del fisco; quanto al Pisano ed al Vitale, è vero che costoro non aveano mai parlato con lui, ma aveano pur troppo parlato co' due suoi più attivi compagni, fra Dionisio e Maurizio, l'uno lasciato dal Campanella assolutamente nell'ombra, l'altro posto sotto una luce orribile; d'altronde, circa le ritrattazioni avvenute per taluni di costoro in punto di morte, esse a quel tempo nemmeno godevano molto credito, sapendosi che erano troppo spesso dovute alle istanze de' superstiti, e alla credenza che fosse opera cristiana e meritoria l'aiutarli. Quanto a Maurizio, l'inimicizia di costui non riesce concepibile, mentre in tanti tormenti sofferti non aveva mai nominato il Campanella, e le storie postume di tale inimicizia, come il movente delle ultime rivelazioni da lui fatte, appariscono asserzioni inventate pe' bisogni della causa: sul fatto medesimo dell'avere Maurizio deposto che il Campanella non avea voluto il soccorso de' turchi, fatto ripetuto costantemente dal Campanella, c'era un po' di equivoco, giacchè Maurizio avea con lealtà deposto di essere spontaneamente andato presso i turchi, non già che il Campanella fosse propriamente contrario alla dimanda di questo soccorso, mentre invece egli appunto ne avea fatto sorgere il pensiero. Ma del resto lasciando anche da parte tutte le testimonianze di questi «complici e scelleratissimi», c'era la testimonianza dello stesso Campanella, la Dichiarazione scritta in Castelvetere, suggellata dalla confessione orale in tortura; e il Campanella nella sua Difesa accenna appena a questa confessione, la quale era sempre della più alta importanza, giacchè, pur quando avesse potuto dimostrare di non essere stato convinto, gli rimaneva ancora a dimostrare di non essere stato confesso; egli si limita a dire, col solito tentennamento, una volta che «dalla sua confessione si provava solo che non avrebbe fatta la repubblica se non quando fosse avvenuta mutazione», ed un'altra volta che «dalle sue parole nel tormento non si provava l'intenzione di ribellare, bensì il contrario», laonde questo lato importantissimo della difesa apparisce deficiente. Infine torna anche inutile per lui ricordare che i primi Giudici erano nemici e venali, quando le imputazioni risultavano confermate innanzi a' successivi; inutile far notare che lo Sciarava si era servito di tormenti gravissimi, quando la giurisprudenza concedeva di potersene servire nel caso di lesa Maestà; inutile distinguere il reato commesso e il reato semplicemente voluto quando la giurisprudenza nel caso di lesa Maestà assegnava la pena medesima all'uno ed all'altro; inutile discutere le condizioni in cui si poteva consegnare il Clerico alla Curia secolare, quando il Breve Papale aveva conceduto che le si consegnassero quelli «legittimamente convinti o confessi». In conclusione le Difese del Campanella non avrebbero potuto distruggere l'imputazione fattagli, perchè la sua causa disgraziatamente era insostenibile con efficacia. Gli Articoli profetali da lui scritti, senza contare quello serbato in petto concernente la Monarchia a lui profetizzata dall'astrologo, valevano bene a dimostrare che egli penetrato di certi principii superiori aveva agito in conseguenza di essi: ma non era stata per anco fatta a que' tempi la grandiosa scoperta della _forza irresistibile_, e l'opera sua, comunque ricinta di certe condizioni, non era e non poteva essere che una congiura, un disegno di ribellione, e i Giudici non avrebbero potuto profferire altra sentenza che quella di consegna alla Curia secolare. Egli medesimo si contentava allora di ciò che lo rese scontento in sèguito, quando il caso glie lo fece ottenere, di esser messo in custodia fino all'avveramento della predizione sua; e si sa che il tempo ne era definito sino ad un certo punto, lasciando un margine più che largo, come rilevasi chiaramente dalla stessa edizione posteriore de' suoi Articoli profetali. Dopo tutto ciò può ognuno formarsi un criterio intorno alla colpabilità del Campanella nel delitto appostogli; a noi essa apparisce manifesta.