Fra Tommaso Campanella, Vol. 2 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 12

Chapter 123,682 wordsPublic domain

Non appena ebbe notizia dell'incidente, il Sances ordinò che si spiassero gli andamenti del Campanella, per conoscere se la pazzia fosse vera o simulata; e fin dal 4 aprile alcuni scrivani andarono nelle ore della notte ad appiattarsi presso il carcere del Campanella per raccogliere ciò che avrebbero udito. Ebbe così due relazioni, che esponevano due colloquii notturni tra il Campanella e fra Pietro Ponzio rinchiusi in due carceri vicine, in data l'una del 10 e l'altra del 14 aprile: queste relazioni furono più tardi trasmesse in copia a' Giudici dell'eresia, i quali le inserirono nel loro processo, e in tal guisa ci è venuto tra mano non solo un documento importantissimo per intendere le cose del Campanella e la condotta del Governo Vicereale verso di lui, ma anche il racconto di uno de' più drammatici episodii del tempo de' processi[110]. Una delle relazioni scritta da Marcello de Andreanis, scrivano fiscale ordinario della Banca di Marcello Barrese, dice che essendosi insieme con Francesco Tartaglia, scrivano straordinario della medesima Banca, recato per ordine del Sances nelle carceri del Castello, e propriamente in un corridoio vicino alle carceri del Campanella e di fra Pietro Ponzio, accostatisi pian piano nel detto corridoio, il 10 aprile, a tre ore di notte, udirono il seguente dialogo. Il Campanella dimandava: che n'è di mio fratello e di mio padre? E fra Pietro rispondeva: stanno nelle carceri del civile con Giuseppe Grillo e Francesco Antonio di Oliviero. Ancora il Campanella: e di tuo fratello che n'è? E fra Pietro: Ferrante sta con quella marmaglia delle carceri del civile. Continuava il Campanella: oh che pietà, che ne sa quel poveretto Francesco Antonio di Oliviero! E fra Pietro: tu vedi! Ripigliava fra Pietro in latino: hai scritto abbastanza oggi? E il Campanella: assaissimo, tutto. Ancora fra Pietro: il Martines è rimasto fuori del Castello ed Onofrio (l'altro carceriere) è stato chiamato dal Capitano; noi possiamo parlare? E il Campanella, in latino: tu non conosci la razza degli spagnuoli; e fra Pietro, in latino: conosco la razza e la scelleratezza degli spagnuoli. Continuando quasi sempre in latino, il Campanella diceva: sai se Tommaso d'Assaro è stato liberato? E fra Pietro: no, dimandane a colui che sta nel carcere superiore (_intend._ superiore a quello di fra Pietro). E il Campanella: non posso; aggiungendo: fa in modo che dimani possa dare una pagina scritta a fra Pietro (certamente fra Pietro di Stilo), perchè non posso parlare e sento un odore di uomo! E fra Pietro: scongiurali, e parla in latino, giacchè sono idioti e non conoscono la lingua latina. Rimasti quindi un poco in silenzio, fra Pietro ricominciò: non ci è nessuno, perchè il vizio li porta via, tu hai lume? E il Campanella: no, affatto; e soggiunse: andiamo a dormire perchè ho visto un lume. E fra Pietro: andiamo a dormire. Fu questo uno de' colloquii. Notiamo che Tommaso d'Assaro trovavasi carcerato e doveva essere vicino ad uscire in libertà, vedendosi il suo nome più tardi nella lista de' testimoni dimoranti in Napoli, dati da fra Dionisio nella causa dell'eresia, per fatti avvenuti nel carcere[111]. Ma ciò che riesce notevolissimo è il sapere che il Campanella scriveva, che aveva in quel giorno scritto «assaissimo, tutto», come pure una pagina da doversi passare a fra Pietro di Stilo, e che fra Pietro Ponzio ne pigliava molto interesse. Cosa scriveva il Campanella? Non mancheremo d'indagarlo più in là.--Veniamo all'altro colloquio. Esso è riferito da Francesco Tartaglia sopra nominato, il quale dice di essersi recato per dodici notti successive nel Castello, dietro ordine del Sances, e più volte ha udito il Campanella discorrere con fra Pietro «de bonissimo modo», e segnatamente la notte del 14 aprile, in compagnia anche de' carcerieri Martines ed Onofrio, udì le seguenti parole. Fra Pietro chiamò quattro volte il Campanella dicendo, o fra Tommaso... non senti no o cor mio? E il Campanella: bona sera, bona sera. E fra Pietro: o cor mio, come stai, che fai, sta di buon animo, perchè domani verrà il Nunzio e sapremo qualche cosa. Ed il Campanella: o fra Pietro, perchè non trovi qualche modo per potere dormire insieme e godere? E fra Pietro: volesse Iddio, anche a dover pagare dieci ducati al carceriere, a te, cor mio, vorrei dare venti baci per ora; ho sparso per tutta Napoli i tuoi Sonetti, li so tutti a memoria e nulla mi dà più gran gusto che il leggere qualche frutto dell'ingegno tuo. E il Campanella: voglio ora comporne uno pel Nunzio. E fra Pietro: sì cor mio, ma ti chiedo in grazia di comporre prima quelli per me o quelli che desidero per mio fratello, e poi comporrai quelli pel Nunzio. E il Campanella: va a riposare, buona sera. Ben si rileva qui la tenera ed irremovibile amicizia di fra Pietro pel Campanella, e il suo ardore per averne le poesie, spinto fino all'indiscrezione di volerne per sè e per suo fratello, mentre il povero filosofo ne meditava qualcuna che riuscisse a rendergli propizii i potenti nella sua terribile condizione; e si rileva al tempo medesimo l'animo depresso del filosofo, e il suo vivo bisogno della compagnia di un amico come fra Pietro. Si vide poi tale affettuoso colloquio dare al Vescovo di Caserta motivo di sospettare nientemeno che dell'onestà delle relazioni tra il Campanella e fra Pietro: evidentemente questi due giudicabili erano assai migliori di alcuni de' loro Giudici! Ma dunque il Campanella componeva Poesie, oltrechè scriveva pagine da doversi trasmettere a fra Pietro di Stilo, e il Sances già ne sapeva qualche cosa: e come mai poteva egli meditare un Sonetto pel Nunzio? Non ne troviamo alcuno con questo indirizzo nella raccolta fattane da fra Pietro, e bisogna dire che o lo scrivano sia caduto in un equivoco, o il Campanella abbia voluto alludere al Sonetto indirizzato al Papa, da doversi per vie trasversali far capitare nelle mani del Nunzio, il quale si sarebbe poi fatto un dovere d'inviarlo al Papa. Si può intanto immaginare quale concetto abbia dovuto formarsi il Sances intorno a questa pazzia, durante la quale il Campanella scriveva Sonetti perfino al Nunzio: evidentemente egli non poteva che chiedere d'urgenza la spedizione della causa.

Ed eccoci condotti a narrare la vita intima del Campanella, considerandola propriamente dal lato delle sue opere d'ingegno, in questo primo periodo della sua prigionia di Napoli, rappresentato dal tempo in cui venne istituito e svolto il processo della congiura così pe' laici come per gli ecclesiastici. Dicemmo già che fin dai primi momenti dell'arrivo egli compose Poesie per dare animo agli amici, che nel _Syntagma_ se ne ha il ricordo ma con una completa confusione di tempi, che la Raccolta fattane da fra Pietro ci mette in grado di potere fino ad un certo punto distinguere ed assegnare alle diverse poesie la propria data. E veramente nel _Syntagma_ si parla delle poesie in questi termini: «Fui condotto a Napoli qual reo di Maestà, ed ivi, mentre si negava l'aiuto de' libri, composi molti versi latini ed italiani, sul primo Senno e prima Possanza, sul primo Amore, sul Bene, sul Bello e simili, che tutti scriveva di nascosto quando ne aveva l'agio. Di essi vennero formati sette libri intitolati La Cantica, de' quali in parte Tobia Adami pubblicò una scelta, fatta secondo il giudizio suo, sotto il nome di Settimontano Squilla, aggiuntavi l'esposizione. Composi parimente Elegie sulle sventure mie e degli amici, inoltre Ritmi profetali ed una quadruplice Salmodia su Dio e su tutte le opere sue, e a questo modo con le poesie diedi anche vigore agli amici acciò non si abbattessero ne' tormenti». Ora tra le poesie raccolte da fra Pietro, alla cui composizione quasi totale possiamo assegnare un tempo certo, compreso tra il 10 novembre 1599 e il 2 agosto 1601, non si trovano le Canzoni, le Elegie, le Salmodie ricordate nel _Syntagma_ e poi pubblicate veramente dall'Adami; nè occorre dire che vi si troverebbero, qualora fossero state composte nel tempo anzidetto. Appena vi si trovano i Ritmi profetali, sicchè bisogna rimandare le poesie sopra ricordate ad un periodo posteriore di molto; nel qual caso, gli amici rinvigoriti con esse ne' tormenti dal Campanella sarebbero i soli pochi frati tormentati per l'eresia, ciò che vedremo accaduto nel gennaio 1603; invece la raccolta fatta da fra Pietro ci presenta le poesie del primo periodo, e tra esse quelle che servirono a rinvigorire gli amici tutti ne' tormenti per la congiura. La detta Raccolta non serba un ordine strettamente cronologico, ed abbiamo già rilevato altrove che contiene pure qualche poesia certamente del tempo della prigionia di Roma, conservataci per reminiscenze comunicate dal Campanella al raccoglitore: ma essa nemmeno procede scompigliata del tutto, e in generale vi si possono molto bene riconoscere due gruppi che indichiamo subito, assegnando al primo il periodo del quale ci siamo finora occupati, vale a dire dal novembre 1599 all'aprile 1600. Questo primo gruppo è rappresentato essenzialmente dalle prime 24 poesie, che mostrano un distacco sensibile dalle rimanenti, tra le quali per altro è capitata ancora qualcuna da doversi riferire al primo gruppo, mentre poi nell'uno e nell'altro gruppo son capitate quelle poche di reminiscenza, già composte ne' tempi anteriori[112]. Il primo Sonetto col quale si apre la Raccolta di fra Pietro, ben conosciuto perchè fu poi pubblicato dall'Adami, è quello «sul presente stato d'Italia» che comincia col verso

«La gran Donna ch'a Cesare comparse»:

in verità noi lo crederemmo scritto piuttosto ne' giorni de' preparativi, in Calabria, contemplandosi in esso che per la patria infelice, dominata da stranieri, non c'era più da sperare nè nel Principato nè nel Sacerdozio, ma bisognava tornare a' puri principii del Cristianesimo e della Sapienza greca; ad ogni modo riesce abbastanza interessante il sapere che un Sonetto simile, decorato del sacro nome d'Italia e tutto sollecitudine per le sciagure di essa, sia di vecchia data ed abbia circolato tra le mani de' congiurati o de' perseguitati per la congiura[113]. Più sicuramente appartiene al primissimo tempo della prigionia di Napoli, e forse è stato davvero il primo composto nel Castello nuovo, quello che viene in 2^o luogo «sopra l'istesso stato d'Italia» (titolo verosimilmente dato da fra Pietro), avendo tutta l'impronta dell'attualità, esprimendo la preoccupazione che il Conte di Lemos avesse a menar buoni i tristi processi fatti in Calabria, promettendo in tal caso più grave la rovina profetizzata agli oppressori, ed esalando il dolore del filosofo ancora sotto l'impressione della bieca accoglienza popolare sofferta nel viaggio da Gerace a Bivona:

«Il fato dell'Italia hoggi dipende dall'esser vera ò falsa rebellione questa, ch'à calavresi Carlo impone e Sciarava, ch'el Regno el Rè n'offende. E s'il Conte che regge ancor pretende che lor finte ragion sian vere e buone . . . . . . . . . . . . . . più grave fia l'antevista ruina. . . . . . . . . . . . . Ahi cieca Italia nella tua rapina! sin quando il senno tuo sopito langue? s'io ben ti desiai, che t'ho fatt'io?»

Sarebbe poco ragionevole voler qui trovare una Musa felice e splendida, e lo stesso va detto per tante altre poesie di questa raccolta: il filosofo dovea sentirsi disposto a tutt'altro che a poetare; d'altronde poesie simili bastavano per que' rozzi ma generosi patriotti. Il 3^o Sonetto, intitolato dall'autore «a sè stesso», può ritenersi bene al suo posto, valendo ad ispirare conforto e fiducia a' compagni suoi in un modo generale, e sempre promettendo la vendetta divina:

«Spesso m'han combattuto, io dico anchora, fin dalla giovanezza, ahi troppo spesso, . . . . . . . . . . . . . . ma la spada del ciel per me lavora».

Non così l'altro intitolato anche «a sè stesso», con la giunta dovuta a fra Pietro, e certamente errata, cioè «subito fu preso»: esso venne pubblicato dall'Adami senza questa giunta, che forse potè essere suggerita a fra Pietro dalle parole che si leggono nel 2^o verso, «il fiero stuol confondo»; ma tutte le circostanze, che accompagnano queste parole, le mostrano riferibili a' Giudici, Fiscale e contradittori intervenuti nelle confronte, sicchè il Sonetto risulta precisamente del tempo degli esami e confronte del Campanella, che aveano dovuto sembrargli tali da poterne menar vanto. Passiamo quindi sopra di esso, e del pari sopra il seguente, che gli apparisce collegato e che dinota un grave sconforto succeduto ad una viva fiducia; ci troviamo così in presenza del Sonetto «in lode di carcerati e tormentati», che ci conduce al periodo in cui si pose mano alle torture cominciando da Maurizio.

Siamo dunque alle prime settimane del dicembre 1599, al tempo del massimo fervore nel processo della congiura pe' laici. Maurizio avea sostenuto con fermezza terribili e lunghissimi tormenti, e gli altri avrebbero dovuto imitarne l'esempio; il Campanella lo esalta con entusiasmo, e merita di essere notato che attribuisce allo «ardore di libertà e di ragione» il superare que' tormenti, armi del tiranno:

«Veggio spirti rivolti al Creatore schernir tormenti e morte, del tyranno armi sovrare, e scherzar con l'affanno . . . . . . . . . . . . . . Di libertà e ragion tanto è l'ardore che dolcezza il dolor, ricchezza il danno, seguendo l'orme di color che sanno, stimano, armati di gloria et honore. Rinaldi il primo sei notti e sei giorni vince i tormenti antichi e i nuovi sprezza . . . . . . . . . . . . . . . . esempio a gl'altri d'invitta fermezza»[114].

Ma il poeta dovea sentirsi anche personalmente grato a Maurizio, il quale, non avendo confessato, aveva contribuito assaissimo a farne migliorare la causa; ed ecco quel Madrigale:

«Generoso Rinaldi vera stirpe del syr di Monte Albano» etc.

Nè deve fare impressione qualche concetto come quello di «aver reso il pegno di fedeltà al Re». Bisogna tener presente che stavano entrambi in carcere e sotto un processo capitale; la poesia avrebbe potuto essere sorpresa da' carcerieri e trasmessa al Sances, onde naturalmente non può darsi molto peso a qualche concetto che esprima innocenza, ed invece deve darsene molto a quelli che esprimono sentimenti di libertà.--Ma giunge il 20 dicembre, e Maurizio sotto le forche si decide a confessare per iscrupolo di coscienza: si rivolta allora l'animo del poeta, e scrive quel «Madrigale di Palinodia», che è triste dover ricordare, e che i lettori troveranno dopo il precedente; un passaggio così brusco dalla lode al vituperio stringe veramente il cuore. Conoscendo poi che egli credè, più o meno, all'influenza del Gesuita confessore del Vicerè, il Padre Mendozza, che avrebbe determinato Maurizio alle rivelazioni, ci parrebbe naturale collegare con tale fatto quel Sonetto che potè anche scrivere più tardi, col titolo «contro i G......» ossia «contro i Gesuiti», pubblicato negli anni successivi dall'Adami col titolo più prudente «contro gl'ipocriti»: che esso debba riferirsi a' Gesuiti risulta manifestamente da' primi versi,

«Gli affetti di Pluton portano in core il nome di Giesù segnano in fronte»;

ben doveva il poeta trovarsi in grande eccitamento contro costoro, allorchè accennava alle loro malizie, e non soltanto per aggiustare la rima egli scriveva

«questo veggendo fà ch'io mi dischiome»[115]

Nè scorgiamo altre poesie da doversi con qualche probabilità riferire a' fatti concernenti i laici, fra' quali pel solo Maurizio si vede che il Campanella poetò, mentre da una cancellatura fatta da fra Pietro nella sua raccolta rilevasi che perfino il Sonetto «in lode di carcerati e tormentati» aveva dapprima il titolo di Sonetto «in lode di Mauritio Rinaldo».

Ma nelle prime settimane del gennaio 1600 già si conosceva non lontano il cominciamento del processo della congiura per gli ecclesiastici, e le poesie furono più frequenti. Non è arrischiato l'ammettere che siano stati composti in tale data que' due Sonetti profetali, l'uno ancora inedito che comincia col verso

«Toglie i dì sacri il Tebro e calca Roma»,

e l'altro già pubblicato dall'Adami che comincia col verso

«Veggio in candida roba il Padre Santo».

Questi Sonetti con qualche altro analogo, che trovasi disperso nel 2^o gruppo e che vedremo altrove, sarebbero appunto i Ritmi profetali menzionati nel _Syntagma_; e non debbono sfuggire que' versi del primo rimasto inedito, forse rimasto inedito per essi,

«La giustizia si compra, el verbo santo sotto favole e scisme ogn'hor si vende»[116].

Egualmente è verosimile che siano stati composti in tale data quei tre Sonetti concernenti lo Sciarava, i due primi di maledizione, il terzo, diremmo, d'insinuazione[117]. Il primo che comincia co' versi

«Campanella d'heretici e rubelli Capo in Calavria mai non s'è trovato»

offre anche una discolpa, oltre la maledizione nella quale son compresi tutti i persecutori di alto grado

«Ruffi, Garraffi, Morani, e Spinelli».

Il secondo, che ci sembra abbastanza bello, e che comincia co' versi

«Mentre l'albergo mio non vede esangue e gli spirti poggiar tremanti al cielo»,

offre una maledizione ed anche una preghiera, la quale mostra che l'autore riteneva del tutto imminente la chiamata agli esami,

«Deh Sig.^r forte, in me volgi tua faccia, dà authorità più espressa al mio sermone ond'i ministri di Sathan disfaccia».

Il terzo, che porta veramente il titolo «in lode di spagnuoli», offre una insinuazione contro lo Sciarava e una protesta di devozione a Spagna, la quale certamente nessuno vorrà prendere sul serio: bisognava pure che il poeta si preparasse qualche argomento in suo favore pel caso di una scoperta delle poesie, massime quando avea mostrato tanto poco rispetto verso un funzionario importante del Governo spagnuolo e tuttora deputato ad assistere il Sances durante il processo. Poniamo inoltre qui il «Sonetto di rinfacciamento a Musuraca», senza dubbio mal situato tra le poesie del 2^o gruppo, e sempre capace di eccitare gli amici a rimaner tali anche «a tempo d'infelice stato»[118]. Con tanto maggior ragione poniamo qui anche il «Sonetto fatto a tutti carcerati», che del rimanente potrebbe esser posto anche tra le poche poesie del tempo del processo de' laici[119]: in esso si dice che era negata, oltre la favella e il commercio, benanco la difesa, ciò che si spiega col fatto dell'amministrazione delle torture decretata durante il processo informativo, senza dare anticipatamente la copia degli atti; e tra' varii istrumenti di morte è citata pure la sega, ciò che aggiunge qualche cosa anche alla credibilità dello strano supplizio già destinato a Maurizio in Calabria. Vi brillano poi i concetti elevati e i consigli virili al maggior segno; vi si canta

«.... sol la virtù de' vostri petti l'orgoglio del tyranno affrena e lega»;

vi si esalta il glorioso e bel morire per la libertà, e vi si dice

«Qui dolce libertà l'alma gentile ritrova, e prova il ver, che senza lei sarebbe anchor il paradiso vile».

Ma oltre gli eccitamenti in generale, diretti a' frati rimastigli fedeli, il Campanella diresse anche qualche eccitamento in particolare, p. es. al Petrolo, che sperava poter ricondurre a fedeltà; così dettò quel Sonetto che fra Pietro intitolò «in lode di fra Domenico Petrolo», e che veramente si deve dire di sollecitazione a ritrattarsi:

«Venuto è 'l tempo homai che si discuopra, Petrolo mio, l'industriosa fede che serbasti all'amico, e già si vede ch'à tutte l'altre questa tua và sopra. Mortifera, infedel, empia, ingrata opra far simolasti, ch'a lui vita diede» etc.[120].

Non si sarebbe potuto adoperare modi più insinuanti, facendo ottimo viso a pessimo gioco; s'intende quindi che il Petrolo ne sia rimasto convertito, come mostrò con la sua deposizione del 29 gennaio, ma pur troppo per brevissimo tempo.

Cominciata in sèguito la causa, sostenuto l'esame ed essendo in corso le confronte, precisamente al cadere del gennaio 1600, il Campanella rincorato dovè scrivere quel magnifico Sonetto «a sè stesso», che fu poi pubblicato dall'Adami e che comincia coi noti versi:

«Legato e sciolto, accompagnato e solo chieto, gridando, il fiero stuol confondo, folle all'occhio mortal del basso mondo» etc.[121];

le quali ultime parole dinoterebbero il valore dato da' Giudici alle profezie e presagi, che egli dichiarò averlo guidato a ritenere imminenti grandi mutazioni. Di poi sofferta la dimora nella fossa del miglio e quindi la tortura, fatta in questa la sua confessione, non dovè mantenersi in tanta fiducia, e lo mostrerebbe il Sonetto «alla Beata Ursula napolitana a cui si raccomanda», inserto nella raccolta dopo il precedente[122]: tutto il Sonetto esala lo sconforto del Campanella, che in quel momento sperava soltanto in una protezione superiore;

«Pregoti per l'honor del sacro manto di cui spogliato incorsi in gran ruina, . . . . . . . . . . . . . . E canterò tornando al mio bel nido il fin de' miei travagli» etc.

inutili speranze, desolanti ricordi. Ma non dovè tardare a sentire tanto maggiormente il bisogno di ravvivare la fede ed anche l'affetto de' suoi compagni, e crederemmo che dapprima gli abbia data una buona occasione la fermezza di fra Pietro di Stilo nel respingere le esortazioni di Maurizio a seguire l'esempio suo e a confessare: così alla 2^a metà di febbraio e 1^a di marzo ci parrebbe potersi assegnare i due Sonetti «in lode di fra Pietro di Stilo» seguìti da' tre «in lode del Rev.^{do} P.^e fra Dionisio Pontio»[123]; l'essere stati posti nella Raccolta in ordine inverso ben può spiegarsi con la classificazione della relativa importanza data da fra Pietro Ponzio a' frati compagni del Campanella. Fra Pietro di Stilo, che aveva tanto poco partecipato alle speranze ed a' maneggi della congiura, soffriva tanti disagi e maltrattamenti per l'affetto al Campanella, su cui vegliava assiduamente e senza ritrarsi per qualsivoglia motivo; così ben si spiega tutto il contesto de' due Sonetti, ne' quali si vede pure il Campanella tuttora sconfortato:

«Sino all'inferno un cavalier seguìo l'avventurato amico à grande impresa. . . . . . . . . . . . . . . . Frati, amici, parenti, chi mi nega, chi più ingrato mi trade, e mi maligna (_int. il Pizzoni_) chi non volendo nel mio mal si piega (_int. il Lauriana_). Solo il travaglio e la rabbia maligna titulo in fronte del tuo honor dispiega Rè della fede chi mai non traligna. . . . . . . . . . . . . . . Fedel combattitor, mai non s'estingue più il nome tuo, poiche serbasti solo virtù, religion, patria, et amici».

In tal guisa il Campanella, pieno di gratitudine, onorava fra Pietro Presterà, «Pietro suo», come poi lo disse nell'opera ricomposta Del Senso delle cose: ma per fra Dionisio il caso era abbastanza diverso. «Senza dubbio fra Dionisio avea motivo di dolersi del Campanella, che già prima nella Dichiarazione, ma poi anche peggio nella confessione in tortura, avea rivelato l'esistenza di un concerto per fare la Calabria repubblica compromettendo lui; ed avendo sostenuto il polledro con tanta fermezza, verosimilmente la sua vanità lo conduceva tanto più a sparlare del Campanella, il quale, fin dal 1^o Sonetto, «senza voce, afflitto e lento» ne carezza al maggior segno la vanità:

«Cantai l'altrui virtuti, (_int. di Maurizio_), hor me ne pento Dionigi mio, non havean senno vero» etc.