Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 9
Le circostanze che menarono il Campanella a Napoli, la sua così detta «fuga dal convento di Cosenza» coll'indignazione dei superiori, parrebbero un grave argomento per escludere che egli fosse andato ad abitare il convento di S. Domenico; ma per verità l'argomento non è grave, attesochè il sistema de' tempi era rappresentato da una singolare alternativa di debolezza e di violenza grandissima, ed i frati specialmente Domenicani vivevano più che in libertà, in licenza sconfinata. Invece più grave argomento è quello della difficoltà che i Domenicani calabresi avventizii incontravano ad avere una stanza ne' conventi di Napoli. Esistevano nella città non meno di 9 grandi conventi di detta Religione, quattro ordinarî e cinque riformati, ma i così detti «fuochi» di Domenicani nella città e nei borghi si elevavano a non meno di 16, con 682 «anime», la più alta cifra dopo quella de' Francescani e de' Benedettini[65]: veramente, oltre i frati del Regno e gli spagnuoli, si trovavano fra loro anche parecchi lombardi come del resto parecchi del Regno si trovavano ne' conventi di Lombardia, essendovi relazioni molto frequenti fra le due regioni dominate dalla stessa potenza spagnuola; pertanto i frati calabresi, venendo in Napoli, non potevano avere facile accesso in questi conventi, al punto che dovè più tardi pensarsi a fabbricarne uno espressamente per loro. È noto infatti che fu perciò fabbricato nel 1606 il convento di S. Maria della salute, detto poi di S. Domenico de' calabresi o di S. Domenico Soriano nella piazza fuori porta Regale (oggi piazza Dante) per opera di fra Tommaso Vesti Domenicano calabrese reduce da Algieri, co' danari ricevuti da Sara Ruffo di Misuraca sua compagna di schiavitù nello stesso posto. È verosimile dunque che il Campanella abbia dovuto fin dal suo arrivo rimanere fuori convento, e forse fin d'allora divenire ospite de' Signori del Tufo, co' quali abbiamo già notata la conoscenza probabilmente avvenuta a' tempi della sua dimora in S. Giorgio. — Non si creda pertanto che con ciò il Campanella cadesse in grave colpa, allontanandosi dall'austerità della vita religiosa e dagli obblighi della regola di S. Domenico: in Napoli, tra' Domenicani di que' tempi, non v'era nè austerità nè regola, e se mai, in conferma di quanto diciamo, non si volessero accettare i racconti e i giudizî delle cronache napoletane, si dovranno certamente accettare le relazioni e i giudizî del Nunzio Aldobrandini, che si rilevano dal suo Carteggio esistente nell'Archivio di Firenze. Egli fin da' primi mesi della sua venuta in Napoli, nel 1592, scriveva a Roma contro la vita licenziosa de' frati in generale e dimandava poteri per rimediarvi[66]; ma pe' Domenicani in ispecie non cessò mai di fare le più alte lagnanze. Si sforzò anche troppo d'introdurre la vita più austera de' Riformati in S. Domenico, ed ottenuti gli ordini del Papa, nel 1595, fece sloggiarne tutti coloro che l'abitavano ed introdurvi 60 frati Riformati presi dal convento della Sanità: ma ebbe a vedere, otto giorni dopo, i frati scacciati venire armati di pistole, coltelli e bastoni, e coll'aiuto di quelli di S. Pietro Martire prendere d'assalto il convento, scacciarne i nuovi abitatori, introdurvi munizioni per 6 mesi, fortificarsi, elevar trincee alle porte, guarnire di sassi le finestre, suonare le campane a martello, eccitando il popolo e parte della nobiltà in loro favore, destando forte commozione nel Vicerè; e durarono così tre buoni mesi in aperta ribellione, da' primi di aprile a' 22 di giugno, quando aprirono finalmente le porte vincendo la partita in barba al Nunzio ed allo stesso Papa. Il Papa concedeva che mandassero due de' loro in Roma per esporre le proprie ragioni, ma esigeva che frattanto facessero l'ubbidienza ed uscissero dal convento di S. Domenico cedendo il posto a' frati che stavano ne' conventi di S. Severo, di Gesù e Maria, di S. Caterina a formello, con l'avvertenza di farvi entrare «quelli che fossero lombardi» probabilmente credendo di disinteressare così il popolo napoletano nella quistione: ma i frati di S. Domenico non ne vollero far nulla, ed il Vicerè ebbe timore di accordare il braccio secolare per costringerli all'ubbidienza verso il Papa[67]. Abbondano poi i casi particolari di Domenicani inquisiti e processati durante tutto il periodo della Nunziatura dell'Aldobrandini, e fino al termine del suo ufficio egli se ne lagnò spesso: così scrivendo al Card.^l S. Giorgio diceva, «voglio che sappia che non è Religione in questo Regno più relassata di questa, et che si sentino maggiori enormità et d'ogni sorta» (e qui registrava una lunga filza di queste enormità), come pure scrivendo al Padre Generale de' Domenicani diceva, «si sanno i molti delitti gravi che seguono nella Religione senza che pur ci si pensi»[68]. Il Campanella dunque non avrebbe nulla guadagnato se fosse rimasto tra siffatti frati: eppure ebbe poi perfino a risentire indirettamente il danno de' dissensi e de' tumulti frateschi, avvenuti quando egli era da un pezzo già partito da Napoli; poichè, come abbiamo avuta occasione di accennare più sopra, trovavasi in questa città fra Dionisio Ponzio, il quale non era uomo da stare in disparte fra quelle baruffe, e gli odii che n'ebbe a riportare ricaddero anche sull'amico suo. Venuto a stare nel convento di S. Caterina a formello, egli passò in seguito appunto a quello di S. Pietro Martire come «studente formale»: un fra Marco da Marcianise, del quale avremo ad occuparci più tardi anche troppo, ed un fra Ambrogio di Napoli, che fu poi del piccol numero di frati lettori pubblici di filosofia (1613-23) e in sèguito Vescovo di Tropea, fecero sì che gli studenti non napoletani fossero privati di voce attiva, ed ecco sdegnati questi studenti mandare un loro procuratore a Roma presso Innocenzo IX, e il procuratore prescelto fu appunto fra Dionisio, che dovè scrivere memoriali e suppliche contro fra Marco. A tempo de' tumulti poi egli trovavasi in Roma, per provocare il processo contro i frati calabresi che avevano ucciso suo zio il Provinciale Pietro Ponzio: fra Marco di Marcianise, era appunto Superiore dei frati della Sanità che si è detto sopra avere occupato il convento di S. Domenico, e fra Dionisio, prendendo le parti de' frati di S. Domenico, agì e trattò contro i Riformati e contro fra Marco[69]. È superfluo dire quanto odio ne nascesse, e fra Marco fu appunto il Commissario che istituì poi i processi in Calabria nel 1599.
Ma dunque, da principio o più tardi, il Campanella venuto in Napoli se ne andò a dimorare nella casa de' Signori del Tufo Marchesi di Lavello, e poichè essi furono lungamente protettori ed amici di fra Tommaso, al punto che taluni si trovarono poi nominati nella faccenda della congiura, ed uno ne fu carcerato contemporaneamente, un altro consecutivamente, è giusto darne notizia con qualche larghezza. Figuravano questi Signori tra le famiglie primarie nella nobiltà: vantavano la loro origine da uno de' primi Normanni venuti con Guglielmo Ferrabuc, Ercole Monoboij, che poi prese il suo cognome dalla terra del Tufo nella Provincia di Principato Ultra, avuta con altri doni in premio del suo valore; vantavano un Roberto del Tufo Signore di Montefredano presso Avellino, registrato nell'elenco de' Baroni che seguirono Goffredo di Buglione alla conquista di Terra Santa. A' tempi de' quali trattiamo, abitavano nella contrada che oggi si dice di S. M.ª di Costantinopoli, nelle case appartenute già a' Castriota Scanderbeg, e poi divise fra loro e i Signori Marciani, cui faceva sèguito il palazzo del Reggente David, divenuto poi più tardi, nel 1610, la Chiesa ed il Monastero di S. Giovanniello; il palazzo de' del Tufo era quello oggi segnato col n.º 102, provisto, come gli altri contigui, di un giardino che avea per parapetto il muro della città durato fino a' giorni nostri. Quivi il Campanella trovò agio e conforto, e ben può dirsi questo il solo luogo di cui potè ricordarsi con piena soddisfazione durante tutta la sua vita. Ecco gl'individui di casa del Tufo che principalmente c'interessano per la nostra narrazione.
1.º Gio. Geronimo del Tufo, che era 2º Marchese di Lavello: già capitano di cavalli nella guerra del Tronto, poi Governatore e Commissario generale in entrambe le Calabrie, Reggente della Vicaria, Membro del supremo Consiglio Collaterale; padre di Giovanni, avuto da Isabella di Guevara sua 1.ª moglie (già morto nel tempo del quale trattiamo) e di Mario, avuto da Antonia Carafa della Spina sua 2.ª moglie, che sposò il 1547 e che gli diede pure molti altri figliuoli[70]. Egli rappresentava la casa al tempo in cui il Campanella venne a Napoli: ed era molto innanzi negli anni e morì nel 1591.
2.º Mario del Tufo, secondogenito di Gio. Geronimo predetto: coll'aver tolto in moglie Fulvia Persona era divenuto Barone di Matina in terra d'Otranto; più tardi comprò anche Minervino e qualche altro feudo, onde s'intitolò anche Barone di Minervino; ed ebbe dalla sua Fulvia Ascanio e diversi altri figliuoli. Egli propriamente ospitava il Campanella, come fu specificato in una deposizione che si ebbe nel processo di eresia dibattuto in Napoli, mentre nel _Syntagma_ è accennato confusamente là dove si parla di alcune opere scritte «in casa del Marchese di Lavello, e col favore del figliuolo Mario del Tufo»[71]. Vedremo che a lui il Campanella dedicò la sua filosofia, con lui rimase sempre in corrispondenza dirigendogli pure altre opere scritte altrove più tardi, ed egli propriamente si trovò poi nominato qual complice nella congiura.
3.º Gio. Geronimo del Tufo, che fu 4º Marchese di Lavello, e Signore di Montemilone, nipote di Mario predetto, figlio di Giovanni del Tufo 3º Marchese di Lavello e di Caterina Caracciolo sorella del Duca d'Airola: costui fu Doganiere della Dogana di Puglia e poi scrivano di razione, ma molto più tardi; aveva già nel 1588 sposato Beatrice di Sangro figlia di Fabrizio Duca di Vietri[72]. Di questo Fabrizio di Sangro avremo ancora a parlare ulteriormente, giacchè egli pure fu creduto aderente alla congiura, come il Marchese Gio. Geronimo, che vedremo anche carcerato più tardi, sempre perchè amico e protettore del Campanella. E si avverta che costui propriamente era il Marchese di Lavello di cui si faceva parola a' tempi della congiura, essendo successo all'avo nel 1591, come si scorge da' Registri delle _Significatorie de' Relevii_, che mostrano quella a lui spedita il 18 9bre di detto anno.
4.º Francesco o Ciccio del Tufo 5º Marchese di Lavello, figlio di Gio. Geronimo: al tempo nel quale ci troviamo era giovanetto; successe al padre nel 1607, come si scorge parimenti da' Registri delle _Significatorie de' Relevii_, che mostrano quella a lui spedita il 28 9bre di tale anno. Avendo sposata Costanza Pappacoda figlia del Marchese di Capurso, ne ebbe Giovanni 6º Marchese di Lavello; ma la sua salute si alterò presto, e finì per essere dichiarato inabile ad amministrare, mentre la sua moglie se ne viveva ritirata nel monastero di Regina coeli «more nobilium» (14 genn.º 1629). Lo vedremo menzionato in qualcuna delle lettere e delle opere del Campanella, implicato anche in una circostanza della vita del filosofo non priva d'interesse, onde tutte le date suddette, da noi laboriosamente raccolte, non debbono punto credersi un vano lusso di erudizione.
5.º Geronimo del Tufo. Era figlio di Fabrizio del Tufo e Porzia Muscettola, e sposò Costanza del Tufo sorella di Gio. Geronimo sopranotato; non deve quindi confondersi con Gio. Geronimo. Fabrizio suo padre discendeva da Paolo secondogenito di Giovanni Signore di Lavello (non ancora era sorto il Marchesato), e tenne l'ufficio di Governatore della provincia di Bari nel 1587-88, poi della provincia di Calabria ultra con lettere patenti di Capitano a guerra nel 1595-96[73]. Vedremo Geronimo in carriera di Capitano di città precisamente nelle Calabrie, e non solo nominato, ma carcerato qual complice della congiura.
6.º Marcantonio del Tufo Vescovo di Mileto. Era figlio di Alfonso del ramo de' Baroni di Frignano maggiore, e di Aurelia del Tufo sorella di Fabrizio predetto, zio quindi di Geronimo del Tufo per parte di madre. Fu creato Vescovo di S. Marco il 5 aprile 1585, e poi passò a Mileto, in Calabria, il 21 8bre dello stesso anno: morì nel 1606. Al Campanella non dovè riuscir difficile far la conoscenza di questo Vescovo, che nella Narrazione pubblicata dal Capialbi chiamò suo «patrono». Egli era superlativamente battagliero nelle quistioni giurisdizionali, e naturalmente anche per tale motivo si trovò nominato nella congiura[74].
Questi Signori del Tufo, come generalmente tutti i Signori di un tempo, senza essere persone distinte per cultura aveano tuttavia in molto pregio i buoni studii. Nella dedica della sua Filosofia a Mario del Tufo il Campanella ci lasciò scritta questa circostanza degna di menzione, che Bernardino Telesio fu «devotissimo» di Mario e dell'inclito padre di lui; attestò inoltre l'ingegno fecondo del Marchese Gio. Geronimo nella filosofia e nella poesia. Non può quindi far meraviglia l'ottima accoglienza incontrata presso costoro dal Campanella, il quale aveva già scritto in difesa del Telesio con un ardore e una baldanza giovanile notevolissima, imprendeva allora a compiere o a comporre altre opere filosofiche, e palesava la sua dottrina già matura nelle dispute pubbliche e private. Per altro abbiamo motivo di ritenere che in casa Del Tufo egli avesse l'ufficio di precettore di qualche figliuolo di Mario, oltrechè del giovanetto Francesco futuro Marchese. Mario era già sposo da un pezzo e più volte padre in questo tempo: attendeva alla coltivazione delle difese di Montemilone e di altri territorii; si portava frequentemente fuori Napoli, anche per vegliare alla sua razza di cavalli, i quali avremo occasione di vedere che molto spesso si godeva il Gran Duca di Toscana[75]. Nel corso di questa narrazione c'imbatteremo in un caso in cui il Campanella erroneamente si dolse di «un Marchese discepolo ingrato», che fu senza dubbio Francesco del Tufo figlio di Gio. Geronimo, e tutto induce a far credere che appunto in questo tempo l'abbia avuto a discepolo.
Frattanto, per l'estesa parentela de' Del Tufo, il Campanella venne a procurarsi ben presto la conoscenza anche di altri nobili molto reputati. Abbiamo già avuta occasione di menzionare Fabrizio di Sangro Duca di Vietri: non pare dubbio che egualmente in questo tempo egli abbia conosciuto D. Lelio Orsini fratello di Ferdinando Duca di Gravina, il quale D. Lelio divenne amico e protettore del Campanella non meno de' Signori Del Tufo suoi parenti. Questa parentela era abbastanza stretta, poichè lo zio di D. Lelio a nome Flaminio Orsini, Signore di Solofra e Sorbo e Conte di Muro, avea sposato Lucrezia del Tufo, e l'altro zio a nome Ostilio Orsini, il quale fu poi Signore di Pomarico e Montescaglioso, sposò in seconde nozze Diana del Tufo, entrambe figlie di Paolo del Tufo fratello del vecchio Marchese di Lavello Gio. Geronimo, e lo stesso D. Lelio sposò Beatrice Orsini figliuola del detto zio Flaminio e Lucrezia del Tufo. Avremo campo di discorrere partitamente di ciascun di questi Signori: ma per ora interessa piuttosto di fermarci sopra un'altra conoscenza non meno importante fatta in questo tempo dal Campanella, vogliamo dire quella del celebre Gio. Battista Della Porta, che influì abbastanza sull'animo del filosofo, ispirandogli anche l'opera _De Sensu rerum et Magia_; nella quale occasione ci conviene dir qualche cosa egualmente del fratello di lui Gio. Vincenzo Della Porta, giacchè tutto induce a far ritenere che il Campanella abbia conosciuto anche costui, e che costui abbia avuta la sua parte d'influenza sul Campanella. Profitteremo qui di diverse notizie rilevate da qualche scrittore meno consultato ed anche da scritti rimasti finoggi inediti, massime intorno a Gio. Vincenzo, poichè intorno a Gio. Battista abbiamo oramai una monografia del prof. Fiorentino che ci dispensa dall'occuparcene a lungo[76].
Erano tre i fratelli Della Porta, di antico e distinto lignaggio e di cultura ed erudizione maravigliose, Gio. Vincenzo, Gio. Battista e Gio. Ferrante; parrebbe che un altro loro fratello a nome Francesco, primogenito, fosse morto giovanotto. Figli di Nard'Antonio, dal 1541 Regio Scrivano degli atti delle cause civili della Vicaria, creati tutt'insieme, unitamente al padre ed agli zii Francesco, Bartolomeo e Gonnisalvo, familiari e domestici del Re di Spagna nel 1548, abitavano alla piazza della Carità, in quella casa posta a sinistra della Chiesa, dove da lungo tempo oramai si vede un albergo[77]. Tutti e tre i fratelli erano amantissimi di lettere, e forse perchè Pitagorici pregiavano grandemente la musica, fino ad aver tenuto a lungo in casa loro Filippo di Monte, a que' tempi celebrato scrittore di musica; ma gli amici notavano maliziosamente che nessuno di loro avea potuto mai acquistare una buona intonazione nel canto. La loro casa fu sempre il luogo di ritrovo dei letterati napoletani e forestieri, e mano mano che ciascun fratello v'istituì qualche collezione, può dirsi che dall'intera Italia, come dalla Francia, dalla Spagna, dal Belgio, dalla Germania, dalla Polonia, non venivano uomini culti che non si dessero premura di visitare Pozzuoli e di essere ricevuti in casa Della Porta, non solo per le collezioni che vi si ammiravano, ma principalmente per l'erudizione che vi si apprendeva; giacchè possedevano una Biblioteca molto ricca, e non per semplice lusso, non essendovi volume che non avessero percorso, ritenendone ogni parte con una prontezza che facea stordire, sicchè erano gli arbitri di ogni quistione erudita. Gio. Ferrante non visse a lungo: tra le cose curiose, che lasciò, vi fu una notevole collezione di cristalli antichi, che passò in altre mani, giacchè in fondo i Della Porta non erano molto ricchi, e nelle curiosità, ne' libri e nelle ricerche, spendevano moltissimo. Gio. Vincenzo, primo de' fratelli, additato per la sua magrezza, era scrivano di mandamento, di una integrità del tutto eccezionale a que' tempi, aborrendo da' così detti «guanti e paraguanti», parole che esprimevano in modo civile un basso profitto: infaticabile nello studio, dottissimo nelle lettere greche e latine, nella filosofia e matematica, nella botanica, alchimia e medicina, era passionato cultore in ispecie dell'antiquaria e dell'astrologia. Nell'antiquaria aveva sceltissime collezioni di marmi e di medaglie, ed a questo titolo teneva corrispondenza principalmente con Fulvio Orsini di Roma, avea continue richieste di pareri e consigli, e riceveva frequentissime visite dagli amatori, segnatamente dal Reggente Marthos di Gorostiola che se ne dilettava moltissimo. Nell'astrologia era stato discepolo di Giovanni da Bagnolo, pregiava assai Matteo de Solizio, ed era amicissimo di Gio. Paolo Vernalione che lo visitava frequentemente: la sua riputazione in tal genere di cose era colossale, molto superiore a quella del fratello Gio. Battista, avendo composte infinite natività di uomini illustri, e fatte predizioni che formavano la meraviglia universale; il Principe di Stigliano, Vincenzo Luigi Carafa, che lo stimava e lo ricercava sempre, onorandolo pure con molti donativi, conservava nella sua Biblioteca un grosso volume delle natività da lui scritte. Del rimanente era uomo modestissimo quanto religiosissimo, e motteggiava suo fratello Gio. Battista, perchè era così facile a comporre libri e a stamparli. Egli scrisse sulle antichità di Pozzuoli e vicinanze, e si vuole che di questo scritto si sia servito Scipione Mazzella nella composizione del libro suo: scrisse pure _Commentarii_ sopra l'Almagesto e il Quadripartito di Tolomeo che non si sa qual sorte abbiano avuta, un libro _De emendatione temporum_ che essendosi trovato conforme a quanto avea detto lo Scaligero fu da lui disfatto, un altro libro della _Emendazione del Calendario_ che non fu finito in tempo per essere inviato a Roma e quindi fu condannato alla stessa sorte. Morì nel 1606. — È del tutto verosimile che il Campanella abbia frequentato le conversazioni di Gio. Vincenzo, non meno che quelle di Gio. Battista, e con Gio. Vincenzo siasi più direttamente inteso circa l'astrologia pratica, le predizioni, le compilazioni delle genesi e natività allora tanto ricercate, e tanto dal Campanella amate. Oramai le lettere sue scoperte dal Berti ci hanno insegnato che perfino nel carcere di Napoli, e poi in quello del S.^to Officio di Roma, il Campanella siasi occupato di genesi e natività, e i documenti da noi scoperti mostreranno che ne era richiesto perfino nel periodo della sua pazzia; nè sarà mai approfondito abbastanza siffatto suo gusto, che fu tanta cagione delle sue sventure. Forse anche presso Gio. Vincenzo egli conobbe il Marthos Gorostiola, dal quale poi affermò essere stato eccitato a scrivere intorno alla Monarchia spagnuola, come pure Gio. Paolo Vernalione, col quale vedremo che conferì poco prima del tempo della congiura.
Quanto a Gio. Battista Della Porta, tutti sanno che egli si spinse assai più in alto. Studiò presso Gio. Antonio Pisano medico e filosofo riputatissimo, e gli si mostrò grato dedicando una delle sue opere al figliuolo di lui: fu ricercatore infaticabile, e all'amore per le buone lettere e per la drammaturgia unì la cultura della matematica, della fisica, dell'alchimia, di tutte le scienze naturali; fu anche vaghissimo della medicina, ed amante oltremodo della magia, dell'astrologia, delle scienze divinatorie in genere, ma combattendo la magia demoniaca e fondando la così detta da lui magia naturale[78]. Tutti sanno che per lo meno contribuì potentemente all'invenzione del cannocchiale e della camera oscura, notando anche varii fenomeni fisici di alta importanza, che investigò e raccolse da ogni lato, percorrendo anche tutta l'Italia, la Francia, la Spagna, ma sempre con una tendenza verso il maraviglioso e lo strano, che veramente fa gran torto a lui e gran pena a chi si fa a leggere i suoi numerosi libri. Eppure è indubitato che precisamente per questo richiamò sulla persona sua l'attenzione e la stima universale de' contemporanei, rimanendone pregiudicata quella de' posteri. Così il Card.^l Luigi d'Este lo volle presso di sè per qualche tempo; il Gran Duca di Toscana gli mandò il suo medico Punta per averne secreti; il Duca di Mantova Vincenzo Gonzaga si trattenne un pezzo in Napoli e ne frequentò sempre la casa; infine Rodolfo II Imperatore (nel 1604) gli scrisse e gli mandò il suo cappellano Cristiano Harmio per sollecitarlo che gli spedisse qualche suo discepolo pratico dell'arte. Ed egli allora, dopo di avere pubblicate tante opere ed avendone pure altre fra mano, si decise ancora a scrivere quel libro della Taumatologia etc. rimasto incompiuto e inedito, ora esistente in Montpellier, nel quale, in grazia certamente dell'Imperatore, diè prova di una grande smania pe' segreti comunque mostruosi, mentre già da molti anni se ne era abbastanza corretto. Ci asteniamo dal parlare delle sue opere, della sua Accademia de' Segreti, della sua partecipazione all'Accademia de' Lincei di Roma. Appena menzioneremo che egli ebbe un processo di S.^to Ufficio, procuratogli certamente dall'astrologia giudiziaria ed esercizio de' pronostici: un documento autentico capitato nelle nostre mani ci rivela essere state fatte per lui le «ripetizioni» de' testimoni avanti il 1580, reggendo il S.^to Officio in Napoli Mons.^r Carlo Baldini Arcivescovo di Sorrento, e trovandosi Maestro d'atti Francesco Joele; il processo quindi è di data diversa dalla proibizione di stampare, che gli venne inflitta nel 1592, che durò fino al 1598, ma che pure impedì consecutivamente la pubblicazione della Taumatologia e della Chiromanzia[79].