Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia
Part 7
Uno degli eruditi calabresi dimorante in Napoli nel principio di questo secolo, Michelangelo Macri citato dal Capialbi, trovò un Giulio Cesare Campanella di Stilo nell'albo de' dottori, laureato il 6 marzo 1585; noi abbiamo trovato nel _Liber juramentorum_ il suo giuramento autografo prestato appunto nel marzo 1585[35]. Riflettendo a questa data, verrebbe in mente che costui non potesse insegnare nell'epoca indicata dal _Syntagma_, cioè a dire verso il 1582, tre anni prima di aver presa la laurea: invece bisogna sapere che per antica consuetudine, in Napoli, coloro i quali volevano aprirsi una carriera, innanzi di laurearsi e mentre erano soltanto licenziati o «professi» come allora si diceva, solevano dimandare ed ottenere annualmente un permesso di fare una determinata lettura, quando non si prendevano tale permesso da loro; poichè non si faceva allora un mistero che il privato insegnamento servisse, come fino ai giorni nostri ha servito, principalmente all'insegnante, per dargli occasione di rifare molto meglio la propria istituzione e procurargli nel medesimo tempo qualche sussidio. E c'è motivo di ritenere che Giulio Campanella abbia dovuto allora leggere le «Instituta juxta textum», non altra materia, e ben inteso nella qualità di privato insegnante, senza essere, come allora si diceva in un linguaggio privo di orpelli, «salariato dalla Regia Corte». Poichè appunto nel 1582, il Cappellano maggiore che presedeva al pubblico studio, e che era D. Gabriele Sanches successo in quell'anno a Fabio Polverino Vescovo d'Ischia, si mostrò severissimo contro i privati insegnanti ed anche contro i lettori pubblici i quali facevano in casa letture che non fossero delle «Instituta», mettendo in istretto vigore un vecchio Bando rimasto sempre inascoltato, e intraprendendo una delle meglio riconoscibili persecuzioni contro gl'insegnanti privati[36]. Giulio Campanella era dunque un insegnante privato e del tutto novizio, evidentemente uno di coloro i quali si sforzavano di uscire dal basso stato della propria famiglia, secondo il tipo dello studente che veniva dalla provincia in Napoli a farsi dottore, tipo espostoci da varii scrittori napoletani pe' quali le cose del tetto natio non hanno perduto le loro attrattive[37]; nè giunse poi a far carriera, non trovandosi più alcuna memoria di lui ne' tempi posteriori.
Circa l'epoca in cui il Campanella vestì l'abito religioso, abbiamo veduto che nel _Syntagma_ si legge essere ciò avvenuto a 14 anni e mezzo della sua età: ma dobbiamo dire che nella _Philosophia sensibus demonstrata_, scritta in un tempo più vicino al fatto, si legge a 14 anni, ed ancora il Campanella medesimo nel processo di eresia avuto in Napoli depose parergli essere entrato nella religione il 1581, vale a dire a 13 anni[38]. La differenza non è molta; può ritenersi per termine medio il 1582, e rimane il fatto che vestì l'abito in giovanissima età, come per altro si costumava allora generalmente, dimostrandolo la più gran parte de' frati che vedremo figurare in questa narrazione. Circa il luogo poi, troviamo da' biografi indicato Stilo e il suo piccolo convento di S. Maria di Gesù; ma le notizie emergenti dal processo dibattuto in Napoli non lo confermano. Il Campanella medesimo allora diceva di aver preso l'abito alla Motta Gioiosa, ma lo diceva mentre mostravasi pazzo, e quindi non può prestarglisi molto credito. Due frati invece deposero che fu dapprima novizio in Placanica, ed anzi uno di loro lo disse esplicitamente «figlio del convento di Placanica», la quale terra trovasi a non più di un miglio e mezzo da Stignano, dove appunto era già domiciliata la famiglia del Campanella. Tre altri frati dissero che fu novizio in S. Giorgio, ed uno di loro aggiunse che vi fu nel 1585 e poi passò studente a Nicastro, volendo forse dire che fu a S. Giorgio fino al 1585, e dopo questa non breve permanenza in S. Giorgio passò a Nicastro, la quale ultima circostanza ci risulta assolutamente ignorata finora[39]. Di certo in un convento egli prese l'abito col nome di Tommaso, e questo dovè essere il convento di Placanica, in un altro fece di poi il suo noviziato, e questo fu indubitatamente il convento di S. Giorgio: tale passaggio da un convento all'altro vedesi accennato anche nel _Syntagma_, col racconto di tutto ciò che il Campanella fece in S. Giorgio, senza per altro alcuna menzione della successiva fermata in Nicastro, che realmente pare essere stato il luogo in cui ebbe a compiere i maggiori suoi studii. Dopo il ricordo che avea voluto far professione nella religione de' Domenicani, ecco come nel _Syntagma_ seguita il racconto delle cose del Campanella. «Mandato dunque di poi nel convento della terra di S. Giorgio per udire le lezioni di logica e di filosofia, venendo il Signore della terra per la prima volta nel suo auspicato dominio, tra un gran concorso di popolo e di gente vicina recitai un'orazione da me composta in verso eroico con un'ode saffica, e molti versi da me dettati veggonsi ancora scolpiti così nella nostra Chiesa come nell'arco trionfale. Inoltre scrissi in forma ristretta e compendiosa le lezioni intorno alla logica, alla fisica ed all'Anima. Di poi essendo inquieto, poichè pareami che nel Peripato campeggiasse non la verità sincera ma piuttosto il falso in luogo del vero, esaminai tutti i commentatori di Aristotile, Greci, Latini ed Arabi, e cominciai ad esitare maggiormente ne' loro dogmi, e però volli indagare se le cose che essi affermavano si leggessero pure nel mondo, il quale dalle dottrine de' sapienti appresi essere il codice vivente di Dio. E non potendo i miei maestri soddisfare agli argomenti che io esternava contro le loro lezioni, stabilii di percorrere io medesimo tutti i libri di Platone, di Plinio, di Galeno, degli Stoici, de' seguaci di Democrito, ma principalmente i libri Telesiani, e compararli col codice primario del mondo, per conoscere, mercè l'originale ed autografo, che cosa le copie contenessero di vero o di falso». — Circa il ricevimento fatto al Signore di S. Giorgio, dobbiamo innanzi tutto rilevare che l'orazione pronunziata dal Campanella consistè in una poesia, verosimilmente italiana perchè riuscisse più o meno intelligibile, e non fu un'orazione latina come parve al d'Ancona[40]; dobbiamo inoltre dire che Signore della terra di S. Giorgio era allora Giacomo Milano, figliuolo di Baldassarre, il quale ne fu poi creato Marchese da Filippo II il 18 febbraio 1593, come ci fece conoscere con la sua abituale diligenza il Baldacchini[41]. Dal canto nostro possiamo aggiungere che ne' Registri delle _Significatorie de' Relevii_ esistenti nel Grande Archivio di Napoli, trovasi indicata la data degli 11 marzo 1585 come quella in cui Giacomo Milano fece l'ultimo pagamento delle tasse qual successore di Baldassarre suo padre, benchè costui fosse morto fin dal gennaio 1573; e però l'epoca probabile della sua visita alla terra di S. Giorgio si riscontra abbastanza esattamente con quella della dimora di fra Tommaso colà. Ma dobbiamo aggiungere ancora, che moglie di questo Signore fu Isabella del Tufo, sorella di Gio. Geronimo 4º Marchese di Lavello, sorella inoltre di Costanza che sposò Geronimo del Tufo figlio di Fabrizio, e tutte e tre queste persone erano nipoti di Mario del Tufo. Vedremo che questi Signori del Tufo, e con essi Marc'Antonio creato Vescovo di Mileto precisamente nel 1585, furono poi in istretti rapporti col Campanella; è del tutto verosimile che tali rapporti abbiano avuto principio appunto con l'orazione di S. Giorgio[42].
Veniamo alla dimora in Nicastro, quanto più passata sotto silenzio tanto più interessante per la nostra narrazione. Verso la fine del 1585 o il principio del 1586 il Campanella fu assegnato al convento dell'Annunziata di questa città, sempre nella qualità di studente, ed ebbe ad assistere alle lezioni di un P.^e di cognome Fiorentino, verosimilmente il P.^e Antonino de Fiorenza che fu poi Provinciale di Calabria nel 1587-88, e forse uno degli antenati del chiaro filosofo odierno prof. Francesco Fiorentino, che ha avuto i suoi natali appunto ne' pressi di Nicastro; giacchè i documenti dell'epoca mostrano abbastanza diffusi in quel territorio i «de fiorensa», i quali mano mano si dissero in seguito «Fiorentino». In Nicastro il Campanella ebbe a condiscepolo fra Dionisio Ponzio della medesima città, e con lui anche fra Gio. Battista Cortese di Pizzoni; vi conobbe egualmente fra Pietro Ponzio germano di fra Dionisio, e con lui l'altro germano Ferrante Ponzio; fin d'allora egli si strinse in molta intimità con costoro, che troveremo poi tutti involti ne' processi pe' fatti di Calabria come principali imputati, e ciò forse spiega che nel _Syntagma_ la dimora in Nicastro non sia stata menzionata. Ne parlò intanto nel processo di eresia non solo il frate citato più sopra ma anche fra Gio. Battista di Pizzoni, il quale ricordò il Fiorentino lettore e fra Dionisio suo condiscepolo col Campanella, aggiungendo una particolarità in questi termini, che fra Tommaso era «contradicente ad ogni cosa et particolarmente alli lettori sui, et un giorno contradicendo al detto Fiorentino hebbi a dirgli, Campanella, Campanella, tu non farai buon fine»; queste cose egli affermò avvenute «da quindici anni incirca». Ugualmente fra Pietro Ponzio, nel medesimo processo, affermò che l'amicizia di fra Dionisio col Campanella datava «da più di 14 anni» e si era sempre mantenuta viva: le quali testimonianze, essendo della fine del 1599, ci menano al 1585 e 1586[43]. Appartenevano i Ponzii a buona famiglia di Nicastro, ed avevano spiriti non meno bollenti di quello del Campanella; perduto il padre in età molto giovane, due di essi nell'anno precedente si erano ascritti all'ordine Domenicano, vestendone l'abito in Catanzaro, l'altro, Ferrante, disponevasi appunto in quell'epoca a recarsi in Napoli per attendere agli studii legali[44]. Non è arrischiato l'ammettere che fin d'allora tra il Campanella e questi giovani si sieno manifestati desiderii e concetti di un migliore avvenire pel paese: anche nel processo di congiura un frate amico del Campanella affermò essergli stata fatta da fra Tommaso la confidenza che «havea tridici anni ch'havea questi pensieri nelo stomaco, et l'havea comunicato dal'hora con fra Dionisio»[45]. — Più certo è che in Nicastro siasi ancora accresciuto nel Campanella quell'atteggiamento battagliero e riottoso che abbiamo già visto apparire in S. Giorgio, onde spingevasi a dispute co' suoi maestri, i quali non potevano soddisfare agli argomenti che egli adduceva contro le cose insegnate da loro. Indubitatamente questo dovè procurargli molte avversioni, essendo tutti i frati seguaci esclusivi delle dottrine Aristoteliche; e a tale fatto, essenzialmente vero, furono di poi attribuite le più gravi conseguenze dal Campanella medesimo e quindi da' suoi biografi, essendosi ad esso ascritte tutte le sue sventure. Nè pare dubbio che veramente in Nicastro il Campanella siasi ingolfato nella lettura de' maggiori filosofi dell'antichità, e che abbia quivi per la prima volta, nel calore de' diverbii, udito nominare Bernardino Telesio, onde s'invogliò di leggerne le opere, che potè avere solamente quando si recò a Cosenza. Ecco come egli ci narra tali cose con maggiore larghezza nella prefazione del suo volume scritto poco dopo, vale a dire la _Philosophia sensibus demonstrata_. «Coloro a' quali comunicava queste mie opinioni le riferivano ad altri maggiori, e però soffriva non poche riprensioni, come colui che solo era contrario alle sentenze de' grandi filosofi (secondochè dicevano), non davano ascolto alle mie ragioni, ma stretti da esse prorompevano in parole niente pacifiche verso di me. Queste cose io ebbi a patire circa il 18º anno ed egualmente prima. Dopo ciò la verità si fece più ardente e poteva meno tenersi ulteriormente dentro, dicendosi che aveva un intelletto depravato e reprobo come l'aveva un certo Bernardino Telesio Cosentino, onde avversava tutti i filosofi e precisamente Aristotile: fui lieto oltremodo di avere un compagno o duce, da potergli apporre i miei detti e riferirli con una certa scusa, quasi profferiti da altri. Partito per Cosenza, la preclarissima città de' Brettii nella Calabria inferiore, denominata un tempo Brettia, chiesi il libro di Telesio ad un certo illustre ed ottimo uomo suo seguace, il quale volentieri me lo recò. Cominciai a percorrerlo con sommo studio, e letto il primo capitolo, compresi ad un tempo interamente ogni cosa che si conteneva negli altri, prima che li leggessi. Era per fermo disposto verso que' principii, ed intesi egualmente tutto ciò che da essi procedeva, dappoichè in lui tutto deriva da' suoi principii, e non già ciò che segue è contrario a' principii o non dipende da essi, come accade in Aristotile. E poichè mentre ivi dimorava, il sommo Telesio venne a morte, e non mi fu dato udire da lui le sue sentenze, nè vederlo vivo ma morto e portato in Chiesa, il cui volto scovrendo io ebbi ad ammirare e moltissimi versi affissi per lui al suo tumolo, recandomi ad Altomonte per ordine de' Superiori, stimai bene esaminare là l'opera di questo filosofo» etc. Nel _Syntagma_ queste stesse cose si trovano registrate con la maggiore concisione, leggendosi appena: «Poichè nel discutere pubblicamente in Cosenza, non che privatamente co' miei frati, poco giungevano a quietarmi le loro risposte; ma Telesio mi recò diletto, tanto per la libertà del filosofare, quanto perchè prendeva a guida la natura delle cose, non i detti degli uomini. E però avendo affissa un'Elegia a Telesio morto col quale vivente non mi fu dato parlare, mi recai alla terra di Altomonte».
Adunque, dopo Nicastro, il Campanella andò in Cosenza. L'epoca di quest'andata non ci è ben nota; ma assai probabilmente dovè accadere verso l'agosto del 1588, per le ragioni che tra poco diremo. — Uno de' primi biografi del Campanella, l'Eritreo, ci lasciò scritto che l'occasione dell'andata a Cosenza fu una disputa filosofica colà bandita da' Francescani, che il Campanella vi fu mandato e vi riportò un grande trionfo[46]. La cosa non sarebbe punto strana, ed una prova se ne avrebbe in quella frase del _Syntagma_, «poichè nel _discutere pubblicamente in Cosenza_ non che privatamente co' miei frati». Ma il fatto importante di tale andata fu l'aversi procurato il libro del Telesio, che cominciò a leggere senza finirne la lettura, e l'aver voluto vedere il Telesio senza poterlo vedere che morto. Gravi biografi del Campanella, come il Baldacchini e il D'Ancona, hanno interpetrato la cosa nel senso che i frati non gli permisero di vedere il Telesio, e fino ad un certo punto la parola adoperata dal Campanella (non licuit) autorizzerebbe tale interpetrazione. Ma per ritenere un divieto, bisognerebbe sconoscere da una parte la disciplina rilassata od anzi la nessuna disciplina de' frati a quell'epoca, e d'altra parte l'insofferenza e baldanza del Campanella, il quale appunto allora era per darne una pruova memorabile. Facciamo inoltre riflettere che il Campanella cominciò a leggere ma non finì la lettura dell'opera del Telesio, e dopo la morte di lui (che si conosce essere avvenuta nell'8bre 1588) partì subito per Altomonte; la qual cosa viene accertata dal fatto che vedremo affermato da lui medesimo, che cioè cominciò a scrivere la sua _Philosophia sensibus demonstrata_ in Altomonte dal 1º gennaio 1589 in poi, dopo di avere là compiuta la lettura de' libri Telesiani, di molti altri libri antichi e del nuovo libro del Marta contro il Telesio, al quale libro egli si diede a rispondere. Nè la sua andata ad Altomonte «per ordine de' superiori» si deve attribuire al fervore dimostrato pel Telesio, ma invece ad un incidente gravissimo, che fra Tommaso tacque ma che noi potremo dare in tutta la sua ampiezza avendolo nel processo. Adunque non vediamo alcuno indizio ben fondato per ammettere che il Campanella non abbia potuto veder Telesio essendogli ciò vietato da' superiori. Vediamo invece due motivi molto chiari e più che sufficienti: il primo, l'andata del Campanella a Cosenza in un tempo assai vicino a quello in cui morì il Telesio, col naturale desiderio di leggerne le opere prima di fargli visita e parlare con lui; il secondo, la conosciutissima condizione di fatuità in cui cadde il Telesio negli ultimi 18 mesi della sua vita, circostanza della quale ci sorprende il vedere che non si sieno ricordati i biografi del Campanella. Guardando anche a qualche notizia che si ha dal processo intorno alla dimora del Campanella in Cosenza, e mettendola in relazione con tutte le altre, si confermano le cose suddette. Il Campanella ebbe a compagno di stanza in quella città il suo carissimo amico fra Pietro Presterà di Stilo, e costui nel processo affermò di averlo visto in Cosenza «per due mesi»; così, tenendo presente che il Telesio morì nell'ottobre, siamo indotti a ritenere l'agosto 1588 come data probabile dell'andata del Campanella a Cosenza. Altri testimoni che parlano de' fatti di Cosenza (fra Agostino Cavallo, fra Giuseppe Dattilo, fra Vincenzo d'Amico) si riportano concordemente a «diece anni fa», e dicendo ciò nel 1600, accennano all'anno 1590 come quello in cui il Campanella era in Cosenza, ma vi sono tutte le ragioni per ritenere che que' frati alludevano, ed anche approssimativamente, alla seconda venuta del Campanella a Cosenza, di ritorno da Altomonte e sul punto di andarsene a Napoli, mentre d'altra parte non v'è alcuna ragione per contestare le date così precisamente affermate dal Campanella su tale proposito.
Ecco ora i particolari della dimora in Altomonte, cioè dal novembre 1588 in poi. Vediamoli dalle stesse parole del Campanella, com'egli ce li lasciò scritti dapprima molto diffusamente nella prefazione alla sua _Philosophia sensibus demonstrata_. Si tratta di un momento molto importante della vita del Campanella, e non deve ritenersi eccessivo il fermarvisi con qualche larghezza; d'altronde avremo pur troppo a parlare di persecutori, di carcerieri e perfino di aguzzini del Campanella, e ci godrà sempre l'animo di poterci trattenere talvolta a parlare di qualche suo amico e benefattore. — «Recandomi ad Altomonte per ordine de' Superiori, stimai bene esaminare là l'opera di questo filosofo (Telesio) prima di pubblicare l'opericciuola sul modo d'investigare e le cose da me trovate. In tal guisa, avendo potuto occuparmene, conobbi non essere stato Bernardino Telesio depravato, bensì depravati affatto tutti gli altri, e giudicai che quest'uomo dovesse anteporsi a tutti, come colui che desume la verità dalle cose vedute col senso, non dalle chimere, e che tratta le cose stesse, non le parole degli uomini, secondochè mi fu manifesto. Accadde finalmente che venisse a me un certo eccellente dottore di medicina, illustre filosofo, il quale fuggiva gli errori de' Peripatetici, Gio. Francesco Branca di Castrovillari, accompagnato coll'altro medico a nome Plinio Rogliano della città di Rogiano, stimato più di molti altri per la sottigliezza dell'ingegno, e discorressimo insieme de' principii della filosofia e della verità delle cose; questi riuscirono nostri amicissimi ed immensamente utili, e di continuo venivano a discorrere insieme, e si penetrarono tanto della verità di Bernardino Telesio, da predicarlo il solo degno di lode tra' filosofi, e mi sollecitarono a dar fuori ciò che mi era proposto. Costoro mi furono larghi di molti beneficii, e mi portarono i libri de' Platonici e de' Peripatetici, di Galeno, d'Ippocrate e d'altri, acciò la difesa di Telesio da noi ideata fosse confermata da' detti de' più antichi. In quel tempo comandava colà un certo invidioso, il quale non una volta, ma invano, mi accusò di falsa dottrina, e di conversare eccessivamente con persone estranee al chiostro, presso il molto Rev.^do P.^e Pietro Ponzio da Nicastro, Maestro di Teologia ed allora degnissimo Provinciale, come presso tutti gli altri Superiori: giudichino pertanto qui la dottrina gli uomini perspicaci, non già egli che era ignorantissimo. Ma le persone che si riunivano con me erano buone e nobili, tra le quali il molto illustre Muzio Campolongo, Barone di Acquaformosa, che mi favoriva di moltissimi beneficii quasi mio malgrado, e mi difendeva da tutti e dall'ira di quel maledetto uomo, e mi avrebbe fatto altri favori se avessi voluto; a costui io debbo moltissimo. Parimenti Paolo Gualtieri non ignobile giureconsulto, che tornato da Napoli in patria mi fu carissimo, così per la sua prestanza ed integrità, come per avermi sempre più stretto a D. Luigi Brescia di Badolato, giureconsulto acutissimo, non secondo ad alcuno nell'arte della memoria, unito a me di non volgare amicizia fin dalla tenera età, la cui opera fu non solo utile ma molto necessaria in cose di grande importanza ed in tempi difficilissimi. Ma pel concorso di questi distinti uomini l'invidioso imperversava. Nè dico ciò a caso, ma il Signore lo conduca a salvazione.... Pervenne nelle mani di costoro un certo libro di un saputo Peripatetico Jacopo Antonio Marta, che si vantava dottore nell'uno e nell'altro dritto, in Teologia e Filosofia ed era ignaro di qualunque verità, col titolo di _pugnaculum Aristotelis_, e meglio avrebbe fatto se l'avesse intitolato _depravatio Aristotelis_, dove per fermo, come vedremo, proferisce tante scempiaggini e si mostra qua e là in contraddizione con sè stesso, con Aristotile e con gli altri principali peripatetici, avverso sempre al senso ed a' decreti della natura. Adunque attesi a demolire le vane parole e le calunnie di costui con gli altri contro il Telesio principe de' filosofi, secondochè mi fu imposto da coloro dei quali feci menzione.... E mentre il saputo si vanta di avervi lavorato per sette anni contro Telesio, noi distruggemmo il suo _Pugnaculum_ in sette mesi, e svolgemmo la nostra dottrina, principiando dal 1.º gennaio 1589 fino al mese di agosto dello stesso anno, al termine dell'anno ventesimo di nostra età». Assai più concisamente le cose medesime furono poi ripetute nel _Syntagma_ in questi termini: «Mi recai alla terra di Altomonte, dove percorsi i libri de' Platonici e de' Medici, a me somministrati da ottimi uomini, ed a consiglio del medico Gio. Francesco Branca di Castrovillari cominciai a scrivere contro Giacomo Antonio Marta napoletano, che avea dato fuori un libro contro Telesio, intitolato _Pugnaculum Aristotelis_. In esso composi otto dispute... dandomi libri ed animo i medici Branca e Plinio. Questo libro di polemica fu stampato in Napoli presso Orazio Salviano nell'anno del Signore 1590».