Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 6

Chapter 63,493 wordsPublic domain

Che si tratti di quistioni estremamente ardue, è stato già ammesso da coloro i quali hanno voluto vedere un po' addentro nel fatto della congiura del Campanella. E veramente ogni imputazione politica grave, massime in tempo di servitù, suscita sempre nell'animo dello storico una perplessità inevitabile, se non sull'esistenza medesima della colpa ventilata, almeno sulla precisa indole ed estensione di essa. Ma la perplessità cresce a mille doppi nel fatto del Campanella, trattandosi di un'imputazione politica complicata da un'imputazione religiosa, seguita da processi senza dubbio formati in tempi orribili per oscurantismo, efferatezza e rapacità, presso al sorgere pauroso di un nuovo secolo, tra lotte giurisdizionali accanite, sospetti governativi eccitati, malumori popolari profondi, inimicizie cittadine roventi, odii frateschi implacabili; aggiungendovi lo zelo ferocemente interessato de' primi Inquisitori, le torture e spoliazioni inaudite, il terrore universalmente diffuso, la sollecitudine in molti e nello stesso Campanella di salvarsi ad ogni costo, il guiderdone apertamente dimandato da alcuni plebei, e non meno apertamente ambito da alcuni nobili, si ha un cumulo di quistioni non solo oscure, ma anche complesse ed intralciate al più alto grado. Chi si è lusingato di avere pienamente risoluto il problema, in un modo o in un altro, uscirà presto d'illusione, quando da' nuovi documenti saprà che uno de' Giudici ecclesiastici, antico Inquisitore e peritissimo nella materia processuale, il Vescovo di Termoli, reputava il processo di eresia «malissimamente fondato» e riteneva anche il fondamento del processo di congiura «molto tenue anzi falso»; invece un altro Giudice successo al primo, originariamente avvocato, non meno avveduto ed anche esercitato nelle cose del S.^to Officio e ne' più alti negozii, il Vescovo di Caserta, non aveva il menomo dubbio sulla verità di entrambe le imputazioni e trovava anzi nell'una un valido appoggio per l'altra, Difatti, tutto considerato, la congiura del Campanella ci si prosenta senza mezzi termini, o come una macchinazione da parte sua per un audacissimo tentativo di rivolgimento politico e religioso ad un tempo, o come una macchinazione da parte del Governo per estinguere anche la più lontana velleità di un rivolgimento. D'altronde, giustamente o ingiustamente, i processi vennero a costituire il Campanella in una posizione giuridica tale, da non avere innanzi a sè che una di queste due vie: o sobbarcarsi all'ultimo supplizio, sia montando rassegnato, come Maurizio de Rinaldis, sulla scala della forca, sia montando alteramente, come allora appunto faceva in Roma Giordano Bruno, sul rogo dell'inquisizione; ovvero adoperare tutti gli accorgimenti, i cavilli, le finzioni ad ogni costo, che poteva suggerirgli il suo ingegno versatile e sottilissimo. Egli prescelse quest'ultima via, e disse, disdisse, accusò, scusò, non potè resistere, fece la sua confessione ne' tormenti; di poi, propriamente nella faccenda dell'eresia, si mostrò pazzo, ed appunto per questa pazzia, alla quale non si prestò credito, ebbe quel tormento crudelissimo da lui medesimo narrato non senza qualche garbuglio, lasciando per lo meno nel buio perchè e da chi l'avesse avuto; in tal guisa egli giunse a sottrarsi alla morte dal lato dell'eresia e a pigliar tempo dal lato della congiura, tanto da essere poi lasciato in una prigionia indefinita, onde il fatto della sua pazzia ci è apparso importante al punto, da doverlo notare fin sul titolo di questo libro. Nessuno potrebbe legittimamente fargli un rimprovero di avere prescelta la seconda via anzichè la prima, e si vedrà che egli aveva una ragione riposta, un po' più alta di quella della propria conservazione, per non comportarsi altrimenti: ma è chiaro che egli più di tutti dovè contribuire ad addensare le nebbie intorno alle cose sue, non solo quando si trovò sotto l'enorme pressione de' testimoni e de' Giudici, ma egualmente durante e dopo la lunga e terribile prigionia; è chiaro che egli dovè con le notizie date ne' suoi scritti svariatissimi sconvolgere in tutti i sensi i fatti processuali, fino a rimanerne i suoi più cari amici crudelmente bistrattati, le sue convinzioni intime ostentatamente rigettate e con ogni probabilità dissimulate per tutto il rimanente della sua vita.

Adunque non è possibile sentenziare in fretta e in furia sopra quistioni di loro natura intralciate, e divenute studiatamente sempre più intralciate: bisogna procedere oltremodo riguardosi e cauti, attingere a tutti i fonti, investigare, vagliare, confrontare, e questo, lo diciamo francamente, ci mantiene alquanto angustiati. Giacchè ci accade spesso di leggere tirate contro i così detti infarcimenti di erudizione, contro la facile erudizione, contro l'analisi minuta, ed inni alla forza d'intuizione, alla potenza della sintesi e ad altrettali parole rumorose. La facile erudizione! Forse per questa facilità si trovano sempre quasi deserte o affatto deserte le sale di studio degli Archivii, tanto che si è mostrati a dito, e spesso con taccia di stravaganza, allorchè vi si accede piuttosto frequentemente; forse per questa facilità avviene altrettanto, allorchè si accede alle pubbliche Biblioteche e vi si dimandano libri di vecchia data. Pur troppo ogni lavoro che sforzi chi legge ad occuparsi sul serio è preso in uggia, ed assai sovente lo si dichiara indigeribile, sol perché le facoltà digerenti sono affievolite. Ma non c'è rimedio: il Campanella non è di que' soggetti che si possano capire a prima vista, e in sèguito delle sue traversìe dovè rendersi tanto più riboccante d'incognite da tutti i lati; basta vedere che con la medesima chiarezza egli è apparso ad alcuni monarchico e cattolico per eccellenza, passionato fautore della Monarchia di Spagna e del Papato, ad altri è apparso uomo senza alcuna religione ed alcuna fede, canzonatore degli spagnuoli e del Papa. Bisogna dunque ingegnarsi a rifarne la storia con più numerosi documenti e più retti criterii, lasciare da parte i voli pegasèi, ed attenersi ad un viaggio pedestre, abbastanza faticoso, molte volte noioso; con tutto ciò non lasciarsi nemmeno illudere dalla speranza di aver detta l'ultima parola, ma contentarsi di avervi con qualche efficacia spianata la via e farsi un dovere di agevolarne in tutti i modi l'accesso. Ecco quindi, in pochi cenni, l'andamento dato alla nostra narrazione.

Indispensabili ci sono apparse le seguenti cose. Cominciare a parlare del Campanella fin dalla sua nascita, per accompagnarlo passo passo ne' suoi studii, nelle sue amicizie, nelle sue peregrinazioni, ne' suoi primi incontri col S.^to Officio, che non furono pochi nè di poca importanza: si avranno così tante notizie che aiuteranno di molto a conoscere non solo l'uomo, i suoi tempi, le sue relazioni, ma anche certi fatti in intima connessione con quelli della congiura e consecutivi processi, giacchè vi sono da questo lato antecedenti degni di molta considerazione. Tener presenti le opere d'ingegno da lui successivamente composte, indagandone con ogni diligenza le date della composizione ed anche della ricomposizione per quelle in buon numero che furono ricomposte, non senza notarvi in pari tempo taluna delle varianti introdottevi quando riesca possibile: le vicende del Campanella non doverono avere poca influenza sulle idee che egli venne a manifestare, e i lunghi cataloghi delle sue opere, così come li abbiamo, senza la data rispettiva di ciascuna, non contribuiscono a far intendere l'atteggiamento suo ne' diversi tempi, ma invece possono menare come hanno menato a notevoli abbagli. Non lasciare indietro alcuna nozione delle persone e delle cose del tempo, dovendo cercar lume da per ogni dove, apprezzare le circostanze in mezzo alle quali si potè pensare a un disegno d'insurrezione, giudicare ciascuno di coloro i quali vi presero parte effettiva o supposta, o vi ebbero in qualunque modo relazione: specialmente per quelle persone che condivisero col Campanella le esultanze, gli errori, i meriti, le tristi conseguenze, non si potrebbe in altro modo valutare l'atteggiamento che assunsero, la credibilità di ciò che dissero; e la cosa medesima vale pe' persecutori, pe' Giudici e via via fino alle supreme Autorità dello Stato e della Chiesa. Appellarsi di continuo a' documenti, far parlare essi medesimi sempre che si può, citare i fonti di qualunque fatto che si asserisca, anche se pel momento non sembri di una certa importanza: abbiamo troppe volte avuto motivo d'indignarci, perchè, nel caso di materie molto quistionabili, gli scrittori non si siano creduti in dovere di citare i fonti, per documentare le loro assertive e facilitarne contemporaneamente lo studio agli altri che vi avrebbero atteso in sèguito; nel caso attuale, certamente quistionabile ancora, sarebbe grave la mancanza delle citazioni e di tutte le dilucidazioni opportune, tanto più che infine non occupano un grandissimo spazio, e coloro i quali non vi prendono interesse possono saltarle.

Da un lato solo forse ci siamo veramente lasciati trasportare un po' troppo, dal lato delle memorie di Napoli, avendo spesso abbondato in particolari nel farne menzione. Ma ci ha arriso la speranza che i napoletani avrebbero gradito leggere questa narrazione, e rilevato con compiacenza il ricordo delle cose del tetto nativo. Considerando l'interesse destato sempre da quelle scene, in verità abbastanza luride, che s'intitolano dal Masaniello, nelle quali, tra mille rovine, una plebe sfrenata faceva pur sempre udire le rauche grida di Viva il Re di Spagna, ci è parso impossibile che altrettanto interesse non sarebbe riuscita a destare la congiura che s'intitola dal Campanella, la sola che preparava il grido d'indipendenza, recando poi tanto strazio ad uno di coloro i quali hanno maggiormente onorata la patria. E se ci fossimo ingannati? Ce ne increscerebbe molto per l'editore, giacchè per la prima volta abbiamo trovato un vero e proprio editore; quanto a noi, siamo già abituati ad avere solamente quel premio che dà a sè stesso il dovere adempiuto.

Nella fine di luglio 1598, fra Tommaso Campanella, dopo parecchi anni di assenza, se ne ritornava nella sua Calabria, e fermatosi un poco in Nicastro si riduceva poi direttamente a Stilo suo luogo natale. Quivi, scorso appena un anno, nell'agosto 1599, si trovò imputato di quella rinomata congiura che s'intitolò dal suo nome, per la quale la Calabria fu aspramente percossa, parecchi furono giustiziati, moltissimi dispersi e spogliati de' loro beni; ed egli, con un gran numero di compagni laici ed ecclesiastici, tradotto a Napoli soffrì un doppio processo, di congiura e di eresia, fu costretto a mostrarsi pazzo per qualche tempo, ne riportò immani sevizie e 26 anni di carcere. Questo fatto capitale della vita del Campanella noi intendiamo di narrare; ma gioverà vedere con ogni diligenza tutti i precedenti del filosofo, non solo per rettificare diverse cose ed aggiungere ulteriori notizie a quanto si conosce della sua biografia, ma principalmente per rilevare diverse circostanze rimaste oscure od ignote, e tutto ciò che può dare un po' di luce appunto nella tenebrosa faccenda della congiura e dell'eresia.

CAP. I.

PRIMI ANNI DEL CAMPANELLA E SUE PEREGRINAZIONI. (1568-1598).

I. Si conosce oramai per documenti essere il Campanella nato in Stilo, il 5 7bre 1568, da Geronimo e Caterina Martello, ed essere stato battezzato col nome di Gio. Domenico, il 12 7bre, nella Chiesa di S. Biagio al Borgo, che le scritture dell'Archivio di Stato ci rivelano a que' tempi una delle cinque Chiese parrocchiali della città, oggi ridotte a tre. Coloro i quali poterono consultare i libri della detta parrocchia, che furono poi dispersi col sacco dato a Stilo da' briganti il 29 agosto 1806, assicurano di avervi letto questo brano: «A 12 settembre 1568. Battezato Giovan Domenico Campanella figlio di Geronimo, e Catarinella Martello nato il giorno cinque, da me D. Terentio Romano Parroco di S. Biaggio del Borgo»[21]. La data della nascita ha avuto pure una conferma, degna di menzione, nelle notizie trovate in un processo celebre del 1630, che si conserva nell'Archivio di Stato in Roma e che fu illustrato dal Bertolotti, quello dell'infelice D. Orazio Morandi Abate di S.ª Prassede, colpito dallo sdegno di Urbano VIII irritato contro gli Astrologi che aveano cominciato a presagire e a divulgare imminente la sua morte: quivi, in un registro delle «natività» di molti personaggi distinti, si legge anche la natività di fra Tommaso Campanella con la data «An. 1568, Mens. Sept., Die 5, Hora 12, Min. 6. Hor. p. m.»; così rimane pienamente eliminato il dubbio, che quel Gio. Domenico notato ne' libri parrocchiali potesse non essere colui il quale prese poi il nome di fra Tommaso[22]. Ma in quanto alla sua madre, dobbiamo dire che appunto nel processo di eresia pe' fatti di Calabria si legge un interrogatorio da lui sottoscritto, nel quale essa è detta «Caterina Basile»[23]: non potendo negar fede a un documento simile, accorderemmo tutt'al più che questa Basile sia stata una 2ª moglie di Geronimo, madrigna di fra Tommaso nel tempo della carcerazione. Si trovavano con lui carcerati egualmente Geronimo suo padre ed anche Gio. Pietro suo fratello (circostanza sinoggi ignorata), ed egli forse stimò bene evitare una dichiarazione, la quale avesse potuto sembrare difforme dalla dichiarazione che questi suoi parenti avrebbero fatta; ad ogni modo non sapremmo rinunziare in alcuna guisa alla notizia che fornisce il documento nostro. Dobbiamo aggiungere che ci siamo occupati di cercare qualche lume ne' Registri della _Numerazione de' fuochi_ esistenti nell'Archivio di Stato in Napoli; ma precisamente all'epoca di fra Tommaso vi si trova una lacuna, che ci ha tolto di saperne altro. Abbiamo bensì potuto rilevare che gli antenati del Campanella in origine si cognominavano «Loli» ed ebbero in sèguito il cognome «Campanella», come pure che taluno di loro si ridusse a prendere domicilio in Stignano, casale di Stilo lontano da esso un cinque a sei miglia[24]. Vedremo or ora che il padre di fra Tommaso fece anch'egli lo stesso più tardi, onde allora e poi si tenne da alcuni l'erronea credenza che il Campanella fosse nato in Stignano; ma nell'interrogatorio medesimo anzidetto, e troppe altre volte nelle sue opere e nelle sue lettere, il Campanella si disse di Stilo, e fino a non molti anni fa, presso la Chiesa di S. Biagio, vi si mostrava la casa in cui egli nacque; oggi se n'è perduta qualunque traccia!

La sua famiglia ci risulta in umile stato, priva di beni di fortuna ed anche della più elementare cultura. Non una volta il filosofo ebbe a dire di esser nato povero[25]; ma è parso al Berti che la famiglia dovesse ritenersi educata ed autorevole, specialmente perchè uno zio di fra Tommaso fu lettore di dritto nell'Università di Napoli, una sua sorella fu donna istruita, e suo padre e un prossimo congiunto ebbero l'onore di rappresentare la città di Stilo[26]. Tutto ciò ha bisogno di essere rettificato: vedremo più in là che lo zio non fu propriamente lettore dello studio pubblico, e quanto alla sorella o meglio cugina Emilia, il Campanella medesimo ci lasciò scritto che era convulsionaria, e si mostrava di tratto in tratto chiaroveggente e sapientissima in Teologia «senza imparare»[27]; nè il padre fu veramente uno degli eletti della città di Stilo quando nel 13 7bre 1541 gli Stilesi espulsero il Duca di Nocera, come è stato affermato dal Capialbi, perocchè a quell'epoca Geronimo padre del Campanella era appena da pochi anni nato, sibbene molto più tardi fu sindaco del casale di Stignano, ed allora bastava la qualità di uomo probo per esser chiamato a tali ufficii. Egli poi in uno de' documenti che lo riguardano, da noi rinvenuto nell'Archivio di Stato, affermava di vivere nobilmente delle sue sostanze: ma era questo un ripiego frequentemente usato per sottrarsi alle tasse, perocchè, col «non fare arte nisciuna» si pretendeva, ed era riconosciuta, la qualità di gentiluomo e l'immunità specialmente dal testatico[28]. Certo è che il processo di eresia dibattuto in Napoli, al quale dobbiamo spessissimo appellarci perchè ricco di notizie di ogni genere bene accertate, ci mostra Geronimo padre e Gio. Pietro fratello del Campanella esercenti entrambi l'umile mestiere del calzolaio, ed oltracciò entrambi analfabeti[29]; ci mostra ancora, a quell'epoca, la famiglia di Geronimo in Stignano composta di 9 donne tra figlie e nipoti in una grande miseria, delle quali sono menzionate soltanto Costanza che abbracciò la vita monastica, Lucrezia che prese marito ed andò a risedere alla Motta Gioiosa, Giulia ed anche Emilia cugina, figlia dello zio; ci mostra infine un fratello del Campanella a nome Giulio, che andò a risedere egualmente alla Motta Gioiosa, e l'altro a nome Gio. Pietro dimorante in Stilo. Unicamente il piccolo Gio. Domenico, pel suo svegliato ingegno, fu mandato a scuola dalla più tenera età, ma non studiò altro che grammatica, e poi due anni di logica e fisica di Aristotile, indossando da fanciullo l'abito di chierico, che più tardi mutò in quello di S. Domenico[30]. Possiamo perfino dare il nome del suo probabile maestro di grammatica: questi dovè essere Agazio Solea, poichè uno de' frati i quali gli furono poi compagni di sventura, fra Pietro Presterà di Stilo suo costante ed efficace amico, depose di averlo conosciuto «piccolo alla scola», ed in un altro processo posteriore di S. Officio contro questo fra Pietro, un Vincenzo Ubaldini di Stilo depose di essere stato con costui alla scola presso il grammatico Agazio Solea[31]. Oggi in Stilo si mostra ancora una casa annessa alla Chiesa di S. Biagio, appartenuta al Parroco della Chiesa maestro del Campanella: ma se Agazio Solea fosse stato Parroco, difficilmente in un processo ecclesiastico sarebbe stata omessa tale sua condizione.

Certamente le speciali attitudini del piccolo Gio. Domenico decisero il padre a favorirlo nelle sue tendenze allo studio, avendo mostrato ben presto un intelletto acutissimo straordinariamente accoppiato ad una memoria prodigiosa. Anche per un frenologo egli sarebbe stato soggetto di studio del più alto interesse; poichè presentava sette prominenze molto appariscenti nel suo capo, e vedremo in sèguito che egli riteneva que' «sette monti» qual dono di Dio.

Come abbiamo avuto occasione di dire, il padre emigrò con la famiglia da Stilo a Stignano. Il Campanella medesimo ci lasciò la notizia di tale fatto, dicendo che mentre si trovavano emigrati in Stignano sopravvenne la peste, introdotta mediante panni da Algieri in Messina, quindi da Messina in Placanica e Stignano per colpa del Barone di Placanica, e suo padre che presedeva a quella terra estinse la peste salvando sè e la famiglia[32]. Non sapremmo dire con precisione in quale anno sia accaduto tale fatto, ma dovè accadere non molto tempo prima che il Campanella vestisse l'abito di S. Domenico; poichè da una parte le sue parole lasciano intendere che si trovò egli pure in Stignano a quell'epoca, ed oltracciò nel processo più volte menzionato leggiamo che un frate appunto di Stignano, fra Domenico Petrolo suo compagno di sventure, disse di averlo conosciuto fin da che era «prevetello» (_int_. piccolo prete); d'altra parte se egli aveva già studiato la logica in Stilo e tutti gli altri suoi studii furono poi fatti durante la sua vita monastica, ne consegue che dovè rimanere in Stignano non molto tempo. Certamente egli vi rimase per tutto il tempo in cui ebbe a soffrire una quartana ostinata, che sappiamo averlo afflitto durante sei mesi, mentre pure in età più tenera ne avea sofferto rimanendogli un male di milza. Il Berti ha fatto notare che nell'opera _Medicinalium_ il Campanella ci lasciò scritto essersi risanato tutte e due le volte mediante le cure magiche di una donna; noi aggiungiamo che da un'altra opera, quella _De Sensu rerum_, si rileva essere avvenuta una di queste cure, e naturalmente la seconda, mentre egli già vestiva l'abito di frate, poichè si ebbe per essa «la licenza del suo priore dottissimo e Teologo»[33]. E però siffatta credenza nelle arti magiche non può addebitarsi esclusivamente al Campanella, come il Berti ha pensato, mentre vi partecipavano, comunque indirettamente, i Priori e i Teologi.

Sarà bene pertanto rammentare ciò che trovasi registrato nel _Syntagma de libris propriis_, intorno agli studii della sua piccola età, e alle circostanze che accompagnarono la sua risoluzione di farsi frate. Noi terremo sempre un conto speciale delle notizie consegnate in quest'opera, comunque ci risulti abbastanza inesatta: non abbiamo nulla di meglio da poter tenere per guida, e d'altronde ci proponiamo di discuterne ogni punto in cui appariscano notizie difformi da quelle di altre fonti, ovvero anche semplici indizii di poca esattezza. Ecco quanto vi si legge circa il periodo che stiamo trattando. «Veramente ancora quinquenne attesi con tanto ardore a' rudimenti letterarii ed alla pietà, da riporre nell'animo tutto ciò che i genitori e gli avi e i predicatori dicessero delle cose sacre ed ecclesiastiche. A tredici anni aveva appreso le regole della grammatica e dell'arte versificatoria in guisa, da poter dettare in prosa ed in verso quanto piacesse, e diedi fuora molte poesie, ma non robuste: indi a poco incogliendomi una quartana durata sei mesi, a circa 14 anni e mezzo avvenne che mio padre volesse mandarmi in Napoli, chiamatovi da Giulio Campanella lettore di giurisprudenza: ma contemporaneamente volli far professione nella religione de' Domenicani, avendo udito di essa un eloquente predicatore e gustato dal medesimo i principii della logica, massimamente poi essendo rimasto preso dalla storia di S. Tommaso e di Alberto Magno»[34]. Adunque fin da che dimorava in Stilo, sotto l'influenza del P.^e predicatore Domenicano suo maestro di logica, egli volgeva in mente di vestir l'abito di frate; ma vi si decise in Stignano, mentre gli si faceva premura dal padre e dallo zio Giulio lettore in Napoli di recarsi in questa città per attendere allo studio della legge. Chi era questo zio Giulio, e dove e quando il Campanella vestì l'abito di frate?