Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 58

Chapter 583,861 wordsPublic domain

[266] Così ne' _Cedolarii_. Nella _Numerazione de' fuochi_ di Arena (vol. 1138 della collezione) al fasc. dell'anno 1596, tra gli «Agravii che si danno per la terra di Arena» trovasi questo in primo luogo: «Dominus D. Scipio Concublet an. 34; d. Beatrix de Aragona a. 30; d. Franciscus filius a. 8; d. Carolus filius a. 7; d. Petrus filius a. 5; d. Isabella filia a. 3 (seguono un domestico e 5 famule) [dicono che è Marchese di detta terra, et che la detta sua fameglia è forestera, et non deve essere focho».

[267] Ved. i _Cedolarii_, e De Lellis, Discorsi delle Famiglie nobili del Regno di Napoli, Nap. 1654-71, part. 3.a pag. 188-89.

[268] Nell'originale "immediatamante". [Nota per l'edizione elettronica]

[269] Giuseppe Grillo avea non più di 19 anni di età, ed era figlio naturale di Gio. Alfonso, che talora, nel processo, trovasi anche detto Gio. Tommaso; per confusione di nomi egli medesimo, Giuseppe Grillo, è indicato alle volte con uno di que' due nomi. Intorno a Gio. Alfonso, e ad un altro suo figliuolo chiamato Cesare, leggesi un curioso avvenimento ne' Reg. _Curiae_ vol. 54 fol. 13. Si era presa un'informazione contro Gio. Alfonso per incetta di grano, ed ecco Cesare innanzi al Vicario di Squillace dichiararsi figlio naturale di Gio. Alfonso e clerico, con una donazione del grano fattagli dal padre. Il Vicario dice che essendo quel grano proprietà di un clerico, non si debbono dare molestie; il Giudice di Stilo pretende che la cosa si dimostri; il Vicario lo scomunica!

[270] Il fatto dell'Inglese era vero. Anche nella grande Collezione di Scritture di S.to Officio esistente nella Biblioteca del Trinity-College in Dublino (sez. 2a, vol. 6º, pag. 44, an. 1607) leggesi una sentenza contro Franc.co Michele figlio di Honfredo Windsor di Eston, condannato per diversi capi, e tra gli altri per quello di aver detto «insignem illum haereticum annis elapsis Romae combustum, ob sacrilegum facinus contra sacram eucharistiam commissum, fuisse martirem». Questo ci pose nell'impegno di fare qualche ricerca; ma nella Storia arcana ed anneddotica del Mutinelli, vol. 1.º pag. 131-32, leggemmo i particolari del fatto avvenuto in fine di luglio, ed anche l'abbruciamento avvenuto a' primi di agosto 1581. «Quell'heretico inglese, che fece quella scelerità che scrissi, nella Chiesa di S. Pietro, è stato abbrugiato vivo, con haverseli dati molti colpi di fuoco nel corpo con torce accese, mentre che lo conducevano al patibulo, nel quale è stato con tanta fermezza che ha dato che ragionare assai». Si seppe esservi una brigata di persone venute a Roma col proponimento di commettere quella bestialità; e la cosa fu imitata anche in sèguito, nè l'esempio dell'abbruciamento servì a nulla. Nel Carteggio del Vialardo agente segreto pel Gran Duca di Toscana (Arch. Mediceo, filz. 3623) in data del 6 feb. 1600 trovasi riferito che «un Inglese a S. Girolamo della Carità fu per levar l'hostia dal prete, e fuggì e non si trova»: ma negli Avvisi di Roma della Collez. Urbinate (Biblioteca Vaticana, cod. 1068) in data del 5 febbr. 1600 si legge: «è stato carcerato un inglese qual insolentemente nella Chiesa di S. Girolamo et parimente in S.to Eustachio tentò di far cader il S.mo Sacramento di mano al Sacerdote mentre communicava alcuni fedeli». Nel Carteggio dell'Ambasciatore di Venezia Gio. Mocenigo (Arch. Veneto, Senato-Secreta n.º 43-44) in data del 12 febbr. 1600 trovasi riferito che «È stata scritta à S. S.tà di Germania una lettera, senza data, nella quale viene avisata che erano da quelle Provincie partiti alcuni heretici incognitamente per venirsene in questa città et trovar occasione di maltrattare et dispregiare li S.mi Sacramenti» etc.; e poi in data del 26 febbr. d.to anno: «Domenica nella Chiesa di S. Marcello un francese heretico tentò di dar delle mani sopra il Sant.mo Sacramento et di maltrattarlo, et sarebbe avvenuto quando non fossero stati quelli della Chiesa avisati li giorni passati insieme con tutti li altri di questa città». Si direbbe che l'abbruciamento avesse piuttosto eccitato gli eretici di tutti i paesi a commettere simili ribalderie.

[271] Questa parte della nostra narrazione poggia specialmente sulle rivelazioni fatte dal Pisano in punto di morte innanzi a' Delegati della Curia Arcivescovile (ved. Doc. 306, p. 248), ed anche sulla deposizione fatta innanzi allo Sciarava nel tribunale laico (ved. Doc. 408, p. 507) corretta dalle discolpe ultime fatte innanzi a' Bianchi di giustizia che l'assisterono a ben morire (ved. Doc. 238, p. 124). Gioverà avvertire fin d'ora, che avendo il Pisano nelle sue ultime rivelazioni attenuate le deposizioni fatte antecedentemente, ed avendo anche nelle discolpe ritrattate diverse cose già da lui asserte, dobbiamo ritenere tutto il rimanente quale espressione della verità; avrebbe potuto revocare ogni cosa, laddove ogni cosa fosse stata falsa ed estorta per ferocia di tormenti.

[272] Vedremo quest'ultimo fatto a suo tempo: circa le informazioni che arrivavano al Cicala da Messina, ved. Doc. 5, pag. 14.

[273] Ved. Doc. 244, pag. 140.

[274] Ved. Registri _Curiae_ vol. 38 (an. 1595-99) fol. 88 t.º: «All'Audientia di Calabria ultra _etc._ Philippus _etc._ Spectabiles et magnifici viri. Da Giovanni Piatti ci viene scritto come havendolo inviato l'Auditor Capece in la città di Jerace mediante ordine vostro a trattare con il Vescovo di quella città per la consignatione di donna Isabella Ardoina che steva nel monisterio a Castel'vetere, nel ritorno al territorio della Roccella fu assaltato da Pietro Veronise (_sic_) et felice gagliardo de Jerace armati à modo di forasciti, et havendolo malamente trattato li roborno nove ducati, _etc._ Ordine di pigliare informazione assicurandosi de' delinquenti, e di avvisare. Nap. 19 giugno 1597. — Prima di questo tempo e fin dal 18 maggio 1594 il Veronese avea funzionato in Catanzaro quale luogotenente del Portolano di Calabria D. Gio. de Alagana: ma da poco tempo, trovandosi in servizio, era stato assaltato e gli aveano recisi entrambi i pollici. Ved. Reg. _Partium_ vol. 1313 fol. 28, e vol. 1444 fol. 302. Quali costumi!

[275] Ved. Doc. 242, pag. 139.

[276] Ved. Doc. 302, pag. 240 e 242.

[277] Lo vedremo nominato quando la compagnia se ne andò a Pizzoni. Talora, nel processo si parlò di un Giovanni Moravito fuoruscito; e nella _Numerazione de' fuochi_ di Filogasi, vol. 1243 della collezione, per l'anno 1595 si legge: «n.º 109. Gio. Batt.a Moravito an. 25; Rosiasa Sonnina moglie an. 45; Jo. pietro Aracri f.º del 1º marito a. 15; Scipione f.º ut supra a. 12; Perna f.a ut supra a. 10».

[278] Ved. Doc. 355, pag. 339.

[279] Abbiamo detto che la Dichiarazione fu scritta in un momento di altissimo sdegno verso Giulio Contestabile; dobbiamo aggiungere che la confessione fu fatta in un momento di altissimo sdegno verso il Pizzoni e quando il Crispo era stato già giustiziato. Ne vedremo i motivi a tempo e luogo, ma è necessario avere notizia del fatto fin d'ora, per rendersi conto delle varianti del Campanella e poter prescegliere la versione più plausibile.

[280] Nella _Numerazione de' fuochi_ di Stilo, il solito estratto della vecchia numerazione (an. 1596-98) contiene ciò che segue: «n.º 411. Pietro Cosentino alias de Gioya a. 60; Giovannella uxor a. 50; (*) Colella f.º a. 18; (*) Giovannello f.º a. 16; Salvatore f.º a. 25». Taluno de' di Gioia divenne poi parente de' Campanella, molto più tardi; così nella Numerazione del 1630 si legge: «n.º 378. Giulio Cosentino alias di Gioia a. 67; Vittoria Campanella moglie a. 30 (_con due figli_) [ diacono silvaggio pretende immunità».

[281] Così trovasi chiaramente scritto nel processo di eresia (ved. Doc. 279, pag. 207), ma nel processo di tentata ribellione leggesi 25 capi, (ved. Doc. 244, pag. 132).

[282] Ved. Doc. 295, pag. 227.

[283] Nell'originale "fuorusctii". [Nota per l'edizione elettronica]

[284] Per la Dichiarazione del Campanella ved. Doc. 19, pag. 28; per la confessione di Maurizio ved. i relativi brani ne' Doc. 244, p. 141; 247, p. 159; 263, p. 175; 265, p. 182.

[285] Vedremo che pure alcuni anni dopo i terribili tempi de' quali trattiamo, questi due gentiluomini, e segnatamente Gio. Tommaso di Franza scampato con male arti dalla burrasca, continuavano nelle prepotenze e negli omicidii in Catanzaro. Questo ci mostrano documenti da noi rinvenuti nel Grande Archivio, dei quali daremo conto al luogo opportuno.

[286] Ved. Doc. 394, pag. 455-56; e Doc. 334, pag. 297.

[287] Nella _Numerazione de' fuochi_ di Tropea (vol. 1398 della collezione; numeraz. del 1595) alla rubrica di Ricadi si legge: «n.º 261. Gio. Battista Soldano a. 34; Sorgentia Vangeli moglie a. 30 [ Dicono bandito et che mai have habbitato in Ricadi».

[288] Ved. per queste lettere il Doc. 242, p. 137.

[289] Ved. le parole della magnif. Dianora Santaguida dette a Marcello Contestabile, nell'Informaz. presa dal Vescovo di Squillace per commissione del Vescovo di Termoli; nella nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 1.º fol. 314.

[290] Ved. la dep. di Jacovo Squillacioti di S.ta Caterina nell'Informaz. suddetta; nella nostra Copia ms. de' proces. eccles. tom. 1.º fol. 315-1/2.

[291] Nella _Numerazione de' fuochi_ di Nicastro (vol. 1309 e 1310 della collezione) si ha una numerazione del 1596 ed una renumerazione del 1598; entrambe recano Cesare Mileri. In quella del 1599 si legge: «n.º 783. Cesare Miliero f.º del q.m thomase a. 26; Honesta sore a. 14; Giovanna sore a. 12». Ma sospettiamo che possa esservi qui un errore, e che l'età di Cesare avrebbe dovuto dirsi di 16 anni, in corrispondenza dell'età delle sue sorelle; rimanendo accolto il nostro sospetto, avrebbe nel 1599 avuto 17 anni di età.

[292] Nella _Numerazione de' fuochi_ di Nicastro (vol. 1309 cit.) al fasc. della renumerazione del 1598 si legge: «n.º 1266. Antonino Sersale f.º del q.m ferrante a. 42; Mario f.º a... [dicunt absentem in civitate catanzarii, et est baro terrae cropani». La nobiltà de' Sersali si faceva rimontare fino a Sergio, Duca della Repubblica Sorrentina; una branca dei Sersali di Sorrento sarebbe stata questa trapiantata in Calabria. Ved. Fra Girol. Sambiasi, Ragguagli di Cosenza e di 31 sue nobili famiglie, Nap. 1639 p. 185, e De Lellis, Famiglie nobili della città e Regno di Napoli, parte ms. esistente nella Bibl. naz. di Napoli (VI. F. 6).

[293] Ved. nell'Arch. di Stato i Reg. _Partium_ vol. 1274 fol. 201, dove si notifica che «a ultimo de gen. 1595» il Vicerè ha concesso a lui tale officio; inoltre ne' Reg.i _Sigillorum_, vol. 31, an. 1595, è not. «a ultimo de febraro... privilegio del officio de credenzero de la gabella dela seta de Catanzaro de Marc'Ant. biblia»: nel corso di questa narrazione vedremo confermato che costui era fratello di Gio. Battista Biblia con altre circostanze di molto interesse.

[294] Tutte queste notizie, come le consecutive, si rilevano segnatamente dalle due formali denunzie che di poi si ebbero (ved. Doc. 7, p. 15, e 205, p. 106), ed ancora dal complesso de' documenti trovati in Simancas. La trattativa per l'entrata di uomini armati in Catanzaro di soppiatto, separatamente dagli altri maneggi, fu condotta in modo più segreto tra un numero di persone assai ristretto; e così i due denunzianti principali, Biblia e Lauro, non ne seppero nulla. Si vedrà in sèguito che non c'è alcun motivo per dubitare delle cose dette in tali denunzie quanto alla parte essenziale; e che vi furono solamente esagerazioni notevoli quanto al numero de' congiurati, de' fuorusciti e de' frati, per magnificare il servizio reso; del resto nulla vieta di ammettere che tra le tante esagerazioni fra Dionisio avesse introdotta anche questa, per magnificare le forze della congiura ed invogliare a prendervi parte.

[295] Nelle _Cedole di Tesoreria e Cassa militare_ per l'anno 1597 (vol. 429) fol. 265 si legge: «A 12 di luglio 1597 A Fabritio de lo tufo Gov.re della prov. de Calabria ultra ducati sessanta li sono com.ti pagare per suo salario de giorni 18 vacati a pigliar mostra alle Compagnie de cavallaria oria, scalea, et cravìna in luglio 1595 incluso l'accesso, et recesso, a ragione di d.i 100 lo mese pagati della cassa delle tre chiavi, per esso a Geronimo dello tufo suo herede, et per esso a Marino de fusco suo procuratore, D.i 60, 0, 0». — Quanto all'ufficio di Capitano di Tropea tenuto più tardi da Geronimo, i documenti si riferiscono all'anno 1616, e leggonsi ne' Registri _Curiae_ vol. 80, fol. 176, e vol. 83, fol. 177: entrambi contengono un ricorso di Dianora Ciaccio, che chiede giustizia contro Geronimo Capitano di Tropea, per essere stato causa della morte di Pietro cocchiero suo marito «fandoli dare molte bastonate», ed aver poi voluto «la remissione per forza». Signori e popolari, laici ed ecclesiastici, erano fatti tutti a un modo, prepotenti sempre.

[296] Ved. nell'Archivio Storico an. 1866, p. 70 (al Card.l S. Giorgio) «noi voltammo il male a voi per manco male»; p. 81 (al Papa e Cardinali) «ego inveni negotium Turcarum, quia Mauritius nominatus ascendit triremes pro redemptione concivium suorum» _etc._ _etc._ Come è possibile ritenere tutto questo dopo ciò che si legge nella sua Dichiarazione?

[297] Un _Mons._r Baraffone o Baruffone era segretamente inviato da Roma nell'agosto o settembre 1599, e se ne trova un cenno misterioso nel Carteggio del Nunzio; ma molto più tardi, dopo un anno e più, venne il fatto a luce. Nel Carteggio dell'Agente di Toscana, filz. 4088, al sèguito delle lettere di agosto 1600 si legge, che col pretesto di soccorrere Canissa, per mezzo del Vescovo di Nicastro, il quale provvedeva armi, e poi col pretesto di sorprendere Camura in Albania già pertinente a' Veneziani, forse voleasi dal Papa prender piede a Tremiti, farne una commenda pel Card.l S. Giorgio e avere un porto. Nel Carteggio del Residente Veneto, le lettere de' primi di 10bre d.to anno recano anche questi progetti di conquista di Tremiti da parte del Papa, e la spedizione delle armi fatta da _Mons._r Montorio Vescovo di Nicastro, co' maneggi segreti di _Mons._r Baraffone.

[298] Ecco i documenti che abbiamo potuto raccogliere per chiarire la posizione de' Nobili sopra menzionati. — 1.º Circa D. Lelio Orsini, nell'Arch. Mediceo, Carteggio universale filz. 893, fol. 627, una sua lettera al Granduca con firma autografa, in data di Napoli 22 8bre 1599 dice, che aspetta sempre la venuta del corriere di Spagna il quale deve portare la sentenza del suo negoziato, che ora vede allungarsi tale arrivo, che ne darà avviso come il corriere giungerà secondo i comandi avuti. L'essersi dato l'ufficio di curatore a Gio. Serio di Somma risulta da' varii documenti del tempo notati ne' Reg.i _Privilegiorum_ e _Sigillorum_; la dimora di costui in Calabria e la Commissione datagli contro i fuorusciti risulta dalla Lett. Vicereale de' 18 mag. 1599, notata ne' Reg. _Curiae_, vol. 45, fol. 153. — 2.º Circa il Principe di Bisignano, ecco dapprima quanto si legge negli Avvisi di Roma esistenti nell'Arch. di Modena: «1598, 2 7bre; si ritrova qua incognitamente et se ne sta ritirato il P.pe di Bisignano scappato con bellissimo stratagemma dalle mani del V. Re di Napoli che lo teneva prigione, raccontandosi che sendo habilitato dal d.to V. Re di haver la casa per carcere con sicurtà fattali da D. Lelio Orsini, l'uno et l'altro (_questo falso_) se ne siano scappati... con voce che d.to Principe voglia passare in Spagna et farsi sentire dal Re. — 21 8bre, il P.pe di Bisignano si trova a Pesaro dal Ser.mo d'Urbino et coll'occasione della Regina (_la Regina di Spagna che passava per l'Italia recandosi a Madrid_) passarà in Spagna. — 18 9bre; di Ferrara lettere del 21 dicono che vi era arrivato il P.pe di Bisignano quale havea seco un suo naturale di 6 anni solamente, attendendo l'arrivo del Duca d'Urbino, sperando col mezo di S. S.tà con questa occasione di poter effettuare qualche negotio buono per la sua causa con d.ta Regina, acciò sia mediatrice col Re per rimediare alli suoi malanni, et fra tanto haver qualche trattenimento appresso d.to Duca. — 1599, 18 gennaio; si aspetta qui il P.pe di Bisignano per vedere d'accomodar le sue cose col Re di Spagna. — 20 marzo; venerdì arrivò qua _Mons._r Santorio e il P.pe di Bisignano incontratisi vicino à Roma». Nel Carteggio Veneto da Napoli una prima lett. del 19 gen.º 1599 reca, «S. M.tà ha ordinato che i beni liberi di Bisignano siano venduti, ed egli tornando sia ricondotto in libertà con piezaria come prima; fra tanto non si danno i duc.ti 6 mila a' suoi corrispondenti e si ode con disgusto, oltre gli altri particolari dei suoi viaggi, il suo stare ora in Fiorenza spesato da quel Principe». Un'altra lett. del 17 agosto reca: «Il P.pe di Bisignano se n'è ritornato in questa città liberato del tutto dal V. Re con haverlo fatto reintegrare delle rate del suo assegnamento di scudi 500 il mese delle sue entrate dal dì della sua fugga (_sic_) fin'hora, et gli dà anco speranza di lasciarlo andare a vivere al suo stato in Calavria, dovendosi però continuar la estintione de' suoi debiti.» _etc_. Nel Carteggio Toscano da Napoli filz. 4087 due lett. del Principe medesimo al Gran Duca in data del 23 agosto 1599 recano essere lui tornato in istato di libertà in casa sua da dieci dì, con speranza di andarsene presto agli Stati suoi. Compie la serie delle pratiche fatte nella sua escursione la notizia posteriore che trovasi negli Avvisi di Roma collez. Urbinate, esistente nella Bibl. Vaticana cod. 1067: «27 8bre 1599; il P.pe di Bisignano ha fatto spedire qua un Breve per via secreta, con indulto di poter adottare o surrogare un tale per suo figlio». 3.º Quanto al Duca di Vietri, abbiamo veduta altrove (pag. 106 in nota) la sua lunga corrispondenza autografa, esistente nell'Arch. Urbinate in Firenze, che dà le informazioni autentiche sull'andamento della sua causa. La notizia delle feste da lui ordinate, all'occasione dell'entrata del Conte di Lemos, trovasi ne' Diurnali di Scipione Guerra fol. 81, ms. esistente nella Bibl. nazionale di Napoli (X, B, II). — 4.º Non avendo nulla da aggiungere intorno a Mario e Geronimo del Tufo, ci rimane a dire che la permanenza e il modo di vivere del Marchese di S. Lucido in Roma, al tempo del quale trattiamo, rilevasi dal Carteggio di Francesco M.a Vialardo esistente nell'Arch. Mediceo, filz. 3623. Una lettera di costui in data di Roma 23 8bre 1599 reca: «il Caraffa Marchese di S.to Lucito, che sta qui, mangia a suono di trombetto». Dal Carteggio poi del Nunzio Aldobrandini, filz. 212, lett. da Roma del 26 9bre 1599, rilevasi che il Papa mandò al Vicerè un Breve per raccomandarlo, sollecitato dal fratello di lui _Mons._ Carafa. Ancora un'altra lettera del Vialardo (loc. cit.) in data del 1.º gennaio 1600 reca: «il Marchese di S.to Lucito ha fatto venir qua Tiberio suo fratello». Infine da altre lettere dello stesso Vialardo, come anche da quelle di Gio. Niccolini Ambasciatore Toscano in Roma (filz. 3316) e dagli Avvisi del tempo, si rileva che nella Settimana Santa del 1600 egli ebbe una quistione di precedenza con D. Francesco Colonna P.pe di Palestrina, seguìta da biglietti di sfida che indignarono il Papa e provocarono il suo arresto, finito poi con la pace fatta tra' due contendenti mercè l'opera del P.e Cesi.

[299] Ved. Doc. 311, p. 261. Veniamo assicurati che oggi si conserva sempre il nome di Lanzari ad una contrada presso Stilo, all'uscire della città, e che fino a pochi anni indietro vedevasi ancora, sul margine della via che attraversa tale contrada, un basamento in muratura sul quale sorgeva una croce, che fu menzionata dal Petrolo, e che segnava il confine dell'ambito giurisdizionale de' Domenicani.

[300] Così p. es. la proposizione che Maria fosse una schiava nera di Egitto ricavandolo dal motto _nigra sum_, e l'altra che le lettere _INRI_ poste sulla croce costituissero una parola atrocemente ingiuriosa in ebraico, si trovano ripetute in molti processi anteriori a questi tempi, rappresentando le scempiaggini di coloro i quali presumevano di atteggiarsi a spiriti forti, come accade di rilevare anche dalla collezione de' processi di S.to Officio esistente in Dublino: non era quindi nemmeno necessario che le ripetesse fra Dionisio, il quale poi certamente ne divulgò molte altre, senza la menoma partecipazione del Campanella. Da ogni lato apparisce indubitabile che vi sieno stati erronei apprezzamenti delle parole del Campanella su' temi più intricati, come quelli di Dio, della Trinità, de' luoghi di premii e di pena, degli angeli buoni e tristi. Sul tema dei diavoli sarebbe veramente curioso di conoscere i concetti riposti del Campanella, anche per illustrazione di certi fatti della sua vita ulteriore: certamente al tempo del quale trattiamo egli se ne burlava, professando, nel caso di coloro a' quali si dicevano apparsi, «essere follie e spiriti fuliginosi et humori frigidi che calano», nel caso poi delle donne ossesse, «haverle per pazze»: i suoi motteggi su questo articolo si trovano ripetuti da parecchi, ed anche per tale motivo non sembra che vi sia luogo a dubbio.

[301] Per comodo de' lettori, tra le Illustrazioni annesse a' Documenti, abbiamo raccolti alcuni Cenni della _Città del Sole_ e delle _Quistioni sull'ottima repubblica_ in rapporto alle cose emerse ne' processi di congiura e di eresia; ved. Illustraz. I, pag. 609.

[302] Ved. nella _Città del Sole_, ed. D'Ancona p. 272 e 273.

[303] Sarebbe bastato aver dato uno sguardo alla sua definizione della Democrazia, tanto diversa da quella che oggi si professa; al sacrificio assoluto da lui imposto all'individuo di fronte allo Stato (abolendo, com'egli diceva, l'amor proprio o singolare, per l'amor comune o universale), mentre oggi si vuole che ognuno possa far conto dello Stato come se non esistesse; infine alla prevalenza assoluta da lui accordata alla cultura, mentre oggi si ritiene un gran fatto il suffragio universale, e non si chiede al Rappresentante del popolo, e neanche al Ministro, quella guarentigia del sapere che pur si chiede al più umile de' professionisti. Ne ricorderemo qualche cosa. 1.º Aforismi politici; ed. d'Ancona pag. 13: «Il dominio d'uno buono si dice Regno e Monarchia; d'uno malo si dice Tirannia; di più buoni si dice Aristocrazia; di più mali Oligarchia; di tutti buoni Polizia; _di tutti mali Democrazia_». 2.º, Città del Sole, ib. p. 244: «_Perduto_ l'amore proprio, rimane sempre l'amore della comunità». 3.º; Quist. sull'ottima repubblica, p. 291: «Per gl'ignoranti è bene _servire_ al sapiente ed al probo»; ciò che fu pure espresso tanto vivacemente nelle Poesie filosofiche, p. 72 (_correz. tratta dall'ediz. Adami_),

«Assai sa chi non sa, se sa obbedire».

[304] Ved. _Poesie filosofiche_, ed. cit. p. 110,

«Stavamo tutti al buio, altri sopiti d'ignoranza nel sonno, e i sonatori pagati raddolciro il sonno infame; altri vegghianti rapivan gli onori la roba, il sangue, o si facean mariti d'ogni sesso, e schernian le genti grame. Io accesi un lume...».

[305] Ved. _Poesie filosofiche_ p. 102, nota 1ª al Sonetto intitolato «A Dio».

[306] Ved. _Poesie filosofiche_ p. 125, Canz. 3ª in Salmodia metafisicale.

[307] Ved. Doc. 7, pag. 15.

[308] Ved. Doc. 8, pag. 17.

[309] Ved. Doc. 15, pag. 24.

[310] Nell'originale "espresa". [Nota per l'edizione elettronica]

[311] Ved. Doc. 6, pag. 14. Riportiamo la materia di queste Lettere con una certa larghezza e quasi traducendole, tanto per riprodurre fedelmente i fatti in esse esposti, quanto per facilitarne il riscontro a coloro i quali provassero difficoltà ad intendere l'idioma spagnuolo.

[312] Ved. nell'Arch. di Firenze il Carteggio del Nunzio Aldobrandini filz. 212, Lett. da Roma del 3 luglio 1599.

[313] Ved. le Lettere di Giulio Battaglino al Segretario del Granduca di Toscana, estratte dall'Archivio Mediceo e pubblicate dal Palermo (Archivio Storico Italiano tom. 9.º, Firenze 1846); Let.ª 1.ª: ne' nostri Documenti n.º 160, pag. 83.

[314] Nell'originale "2.º". [Nota per l'edizione elettronica]