Fra Tommaso Campanella, Vol. 1 la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia

Part 57

Chapter 573,838 wordsPublic domain

[232] Vogliamo dire fin d'ora che il Campanella nutrì sempre per fra Pietro altrettanto affetto e molta gratitudine. Di lui parlò nell'opera _De sensu rerum_ in due luoghi, nel libro 2º cap. 20 e lib. 3º cap. 10 come segue: 1º «E Pietro mio di cocentissima natura ha senso sagacissimo, che di poco argomenta assaissimo, ma pochissima memoria.» — 2º «Ma pietro mio è picciola testa di calore cocentissimo, et antivede sagacemente ogni cosa, ma poi non se ne ricorda perchè lo spirito esala et non comunica le passioni allo spirito vegnente et hà fuligini, che le si interrompe il discorso, et troppo mesto quando sta solitario, il che appetisce quando è digiuno che lo spirito combatte con le fuligini del sangue al fin'arso essalante, et quando è allegro è soverchio allegro che si diletta di Boffonerie, perchè gode lo spirito di non combattere con le fuligini et perchè è sottile assai si dilata troppo in allegrezza senza retegno e si diffonde che non può frenarsi, et tali malinconici buffoni vidi io molti; ma pietro mio è di tal sagacità che subbito interpreta quello che se pensa l'altro, et quando un amico è tradito d'altri egli subito lo pensa, et li mali dell'amici, come venatico, odora et prevede, et una volta andò a pigliare acqua del fonte lontano cento cinquanta passi per un amico commune, et questo non vuolle aspettare et quello tornò con l'acqua, et ne disse s'è partito ne? io sentii uno che mi disse proprio quando pigliavo l'acqua dal canale, di à presterà buon giorno che non posso aspettare, et molti simili esempii in lui ho visto di sagacità, quando l'aria è tranquilla, talch'è vero il senso dell'aria, et la communicanza comune.» Gioverà tener presenti siffatte qualità di fra Pietro, per apprezzarne gli atti; ed aggiungiamo che nell'Archivio di Stato non manca qualche notizia di fra Pietro e del padre suo Vittorio Presterà, originario di Riaci casale di Stilo; ved. Reg. _Partium_ vol. 1220, an. 1592, e vol. 1238, an. 1593.

[233] Si può intorno a questo periodo della vita del Campanella consultare almeno la deposizione processuale di fra Gio. Battista di Placanica, e così pure quella di fra Francesco Merlino, individui abbastanza indifferenti ed ingenui. Ved. Doc. 351 a 354, pag. 329 a 335.

[234] Ved. Doc. 401 p. 479, e 402 p. 500; cfr. Capialbi, Documenti inediti, nota 2.a p. 65.

[235] Quanto alle Difese ved. Doc. 401, p. 479, 482 e 498; quanto alla Lettera, ved. Archivio Storico italiano an. 1866, p. 74; quanto alla Narrazione ed Informazione, ved. Capialbi p. 50-51 e 21; quanto al _Syntagma_, ved. ediz. del Crenius, Lugd. Bat. 1696 pag. 176. Quivi si legge: «Mox in Calabriam reversus in patriae meae stylo (_sic_), composui Tragoediam Mariae Scotorum Reginae, secundum poeticam nostram non spernendam. Item scripsi de Auxiliis contra Molinam pro Thomistis et diversa opuscula in gratiam amicorum.»

[236] Nella nostra precedente pubblicazione sul Campanella (Il Codice delle lettere _etc._ Nap. 1881) a p. 91-93 abbiamo ricordato le parecchie copie della _Monarchia di Spagna_, che conosciamo trovarsi tuttora manoscritte in varie biblioteche italiane e straniere, ed abbiamo notato che tra quelle esistenti in Napoli due copie recano nel Proemio l'indirizzo del libro al sig. Regg.te Marthos Gorostiola che l'avea richiesto, l'invio di esso dal conventino di Stilo, la data del 10bre 1598, mentre una terza copia al pari di un'altra che si conserva in Parigi (ms. ital. num. nuov. 875), reca la data dell'anno «1598 che fu 30º dell'età dell'autore», e si mostra indirizzata semplicemente a un «signor D. Alonso» dal «conventino di Stilo», invece di dire dalla «celletta» come altre copie recano senza alcuna data. Naturalmente due ipotesi riescono possibili: o le copie col semplice indirizzo a D. Alonso, e coll'invio sia dalla celletta, sia dal conventino di Stilo senza data, rappresentano la primitiva lezione dell'opera rifatta in Napoli il 1601, nel qual caso il nome del Reg.te Marthos con la menzione di tutte le altre parecchie circostanze sarebbe un'interpolazione posteriore; o invece queste circostanze appartengono alla primitiva lezione suddetta, nel qual caso vi sarebbe stata una soppressione o meglio diminuzione posteriore. Non ci sembra dubbio che la prima delle due ipotesi debba essere preferita; e tanto più che vedremo D. Alonso De Roxas «amico per lettera» del Campanella in Calabria, e d'altro lato non si comprende perchè il Marthos, il quale potè forse in Napoli sollecitare il Campanella che scrivesse un libro simile, non avrebbe dovuto essere menzionato appunto nella Difesa, dove sarebbe riuscito un testimone di grandissimo peso; invece lo si trova menzionato con insistenza in varii altri documenti posteriori, nella Lettera del 1606 al Card.le S. Giorgio pubblicata dal Centofanti, nel Memoriale del 1611 al Papa pubblicato dal Baldacchini, nell'Informazione del 1620 pubblicata dal Capialbi. Intanto, per una erronea interpetrazione di alcune parole che leggonsi nella versione latina stampata ed anche negli esemplari italiani manoscritti più noti, è prevalsa l'idea che il libro sia stato composto scorsi dieci anni della prigionia; e c'interessa molto il dimostrare che ciò non sussiste. Notiamo dapprima che quanto all'indirizzo e alla provenienza del libro, ne' detti esemplari italiani è citato «D. Alonso» e nella versione latina è citato un «N. N.», con l'invio senza data dalla «celletta» latinamente detta «tuguriolo». Ora le parole che hanno fatto verificare l'erronea interpetrazione sarebbero quelle dell'ultimo brano del libro, «Ho detto assai, sebbene per essere stato dieci anni in travaglio, non posso avere le relazioni ed altre scritture e non ho libri, neanco la Bibbia, e sono ammalato»; ciò che nell'edizione latina fu tradotto, «Satis disseruisse mihi videor..., licet decennali miseria detentus et aegrotus, nec relationibus instrui nec libris aut scientiis ullis adiuvari potui, quin et ipsa S. S. biblia mihi adempta fuerunt». Ermanno Conringio tra gli altri, avendo sott'occhio la sola traduzione latina, si fece a dire: «Scripsit hoc opus decennali miseria in paedore carceris et aegrotus» _etc._ Ma le parole sopradette hanno un riscontro nelle altre che si leggono nel Proemio, «Secondo che V. S. mi ha richiesto sig. D. Alonso, uscito dall'infermità e da dieci anni di travagli, e senza libri, ricoverato in questa celletta brevemente dirolle» etc.; ciò che fu tradotto, «Cum mihi proposuerim disserere id quod Excell. vestra, domine N. N. à me flagitavit, liberatus infirmitate et decennali calamitate, etiam destitutus libris in hoc angusto meo tuguriolo, brevi stylo, succintèque... exponam». La celletta o il tuguriolo, e l'essere _uscito_ o _liberato_ da dieci anni di travagli, escludono evidentemente il carcere. D'altronde dieci anni di carcere rimanderebbero la composizione del libro al 1609; e più documenti, come la lettera allo Scioppio del 1607 pubblicata dallo Struvio, quella al Card. S. Giorgio del 1606 pubblicata dal Centofanti, mostrano che il libro era stato scritto molto prima. I dieci anni di travaglio sarebbero quelli patiti dal 1588, dapprima in Calabria e poi vagando fuori di Calabria, con varie persecuzioni e prigionie donde l'infermità. L'autore quindi accenna sempre all'avere scritta l'opera il 1598 nel convento di Stilo.

[237] Vedi su questa Emilia gli Art. profetali, Doc. 401, p. 497. Essa vi è chiamata semplicemente sorella, ma in Calabria le cugine si chiamavano anche sorelle e sorelle in 2a, e nel processo non ne mancano esempi: nel processo (Doc. 402, p. 500) il Campanella medesimo la dice figlia dello zio e la cita in primo luogo tra le altre, aggiungendo che egli la maritò. Ne scrisse poi anche nella ricomposizione dell'opera _De Sensu rerum_ (v. lib. 3.º cap. 11), ma con qualche piccola variante. Cfr. qui la pag. 3 del presente libro.

[238] Questi autori, e i precedenti, sono i soli che si trovano citati negli Art. profetali, ma da una lettera allo Scioppio pubblicata dal Centofanti (Arch. Storico 1866, p. 85) si rileva quale massa enorme di autori, d'ogni età, d'ogni regione e d'ogni fede, egli aveva consultata, rilevandone le _osservanze_ citate pure nella Narrazione.

[239] Ved. nell'Arch. Veneto il Carteggio del Residente in Napoli, lett. del 20 aprile 1599. Le parole «presso la Roccella», adoperate dal Residente, debbono prendersi in senso largo; Amurat catturò individui anche di S.ta Caterina e di Guardavalle, nella marina di Stilo.

[240] Ved. Doc. 401, pag. 482-83.

[241] Ved. Doc. 250, pag. 163.

[242] Così nella sua Dichiarazione: v. Doc. 19, pag. 28. Nella lettera che scrisse alcuni anni più tardi al Card. Farnese (v. Archivio Storico 1866 p. 59) disse aver predicato l'anno 1598; ma evidentemente trattasi di un errore e con ogni probabilità del copista.

[243] Così nella Dichiarazione e nella Difesa; v. Doc. sud.to pag. 28, e Doc. 401, pag. 497.

[244] Depos. di fra Domenico Petrolo, nel suo 3º esame informativo del 29 mag. 1600.

[245] Depos. di fra Silvestro di Lauriana ripetuta pure dal Pizzoni; v. Doc. 278, pag. 202.

Così poi, nelle Poesie, lamentandosi con Dio dell'insuccesso potè dire:

«Se favor tanto a me non si dovea per destino o per fallo; sette monti, arti nuove, e voglia ardente perchè m'hai dato a far la gran semblea e il primo albo cavallo, con senno e pazienza tante genti vincere?.....»

Si avverta questo aver saputo _vincere tante genti con senno e pazienza_. Si tenga inoltre presente aver lui medesimo negli Art. profetali fatto conoscere che l'albo cavallo era il Domenicano predicatore, e quindi il primo albo cavallo significherebbe il primato tra' Domenicani.

[246] Depos. di fra Gio. Battista di Placanica; v. Doc. 354, pag. 336.

[247] A questo si accenna nella Lett. al Card.l Farnese, e nell'altra al Card.l S. Giorgio (v. Archivio Storico, an. 1866, p. 60 e 68).

[248] Ved. la Lett. al Card.l Farnese pocanzi citata, e la Lett. allo Scioppio dello stesso tempo (ibid. p. 19). Una dello inferme da lui vedute in questo tempo dovè essere senza dubbio la Badessa di Stilo perpetuamente rauca (ved. _Medicinalium_, Lugd. 1635 p. 372).

[249] Ved. Doc. 336, pag. 300.

[250] La credenza che il Campanella avesse il diavolo nell'unghia dovè diffondersi al punto, che la si trova pervenuta anche in Roma più tardi ed in un modo ancora più goffo; confr. il Doc. 202 e, pag. 101.

[251] Vedremo che le richieste e i desiderii suddetti si ebbero da Gio. Tommaso Caccìa di Squillace, Geronimo di Francesco di Stilo, Gio. Tommaso di Franza e Gio. Paolo di Cordova di Catanzaro, Felice Gagliardo di Gerace.

[252] Nella _Numerazione de' fuochi_ di Stilo (vol. 1385 della collezione), al fasc. per l'anno 1641, tra' nomi dell'estratto della vecchia numerazione, vale a dire dell'anno 1596-98 si leggono i seguenti: «n.º 200. Paulo Contestabile a. 52; Porfida uxor a. 52; Giulio f.º a. 26 (_sic_); Geronimo f.º a. 30 (_sic_); Fabio f.º a. 24; Marcantonio f.º a. 22; Clementia famula a. 26; Giulio Vitale fam.º a. 2.». Dall'ordine di successione de' nomi si vede chiaramente che sono state qui scambiate tra loro le età rispettive di Giulio e di Geronimo: così nel processo di eresia, sotto la data 1600, Giulio è detto di anni 33. — Inoltre: «n.º 83. Geronimo f.º di Geronimo di Francesco a. 23; Laudomia uxor a. 15; Cornelia mater, uxor secunda pred.i Hieron.i a. 50; Catarinella Vasile famula a. 46; Pietro Paulo f.º di d.a Catarinella a. 15; Gio. Angelo f.º d.a pred.a Catarinella a. 12; Francesco f.º di d.º Geronimo a. 4; Hieronima f.a a. 2.». Ed al fasc. per l'anno 1630: «n.º 170. Laudomia Contestabile vedova del q.m Geronimo di Francesco a. 40; Sir D. Antonio di Francesco f.º sacerdote canonico di Messa a. 30; Paulo f.º soldato, huomo d'arme di S. Donato a. 26; Carlo f.º clerico.....» _etc._ _etc._ Qui si vede che l'età di Laudomia è indicata con molta cortesia, come lo dimostra evidentemente l'età dei figliuoli. E non sarà inutile notare che il Capialbi (Doc. inediti p. 18-19 nota) s'inganna certamente in tutto e per tutto circa la genealogia di Marcantonio Contestabile. — Quanto poi ai Carnevali, parimente nobili di Stilo, dapprima nella numerazione del 1545 si legge: «n.º 86. Joannes baptista Carnevale a. 30; Dianora uxor a. 25; Joannes franciscus filius a. 7; Prosper filius a. 3. Poi nell'anzidetto estratto della numerazione vecchia (1596-98) si ha: «n.º 209. Prospero f.º di Gio. Battista Carnevale a. 54; D. Fabritio f.º a. 23; D. Gio. Francesco fratre a. 60». Ancora: «n.º 249. Gio. Paulo f.º di Prospero Carnevale a. 25; Angelica uxor a. 20; Francesco f.º a. 1; Giovannella pandolfo famula a. 50». Inoltre: «n.º 864. Fabio Carnevale f.º di Prospero a. 25». E nell'elenco de' Focularia addita per comprobationem veteris numerationis si legge: «n.º 512. Dottor Tiberio Carnevale f.º del q.m Prospero a. 24. [dissero habitare nella città di Napoli da anni 40» (si ricordi che il fasc. è del 1641). — Ecco ora i documenti riferibili alle qualità delle persone ed alle inimicizie. 1.º Arch. di Stato, Reg. _Partium_, vol. 1512 fol. 177 t.º Avviso all'Audienza di Calabria perchè non sieno molestati i fideiussori di Geronimo Contestabile n. j. d. e Geronimo di Francesco, i quali abilitati ad avere la casa di Gio. Geronimo Morano in Catanzaro loco carceris con fideiussione di D.ti 1000 per ciascuno, si sono presentati in Vicaria; 20 febb. 1595. — 2.º Ibid. vol. 1355 fol. 44. Ricorso dell'Università di Stilo contro Geronimo di Francesco rieletto Sindaco de' nobili senza che siano passati i tre anni voluti dalle prammatiche; deve desistere; 20 7bre 1595. — 3. Reg. _Sigillorum_ vol. 31 (an. 1595); «a 24 de novembre; Lettera ala Vicaria per la quale se fa gratia à Marc'antonio conestabile de la pena incorsa del homicidio commesso in persona de paulo campaczo, ha pagato per elemosina D.ti 170 per la fabrica de S.to dieco» (i Santi facevano assolvere anche dagli omicidii purchè si pagasse bene a' loro custodi). — 4º Reg.i _Curiae_ vol. 38, fol. 120 t.º Let. Vicereale all'Audienza di Calabria: «Magnifici viri _etc._ Dal Rev.do Arciprete di Stilo ci viene scritto come marco antonio connestabile con altri li dì passati lo insultorno armati de arme prohibite sotto pretesto che sia accorso a prendere un beneficio che pretendeva un clerico giulio connestabile si come dalla copia che con questa ve se invia più largamente vederete, supplicandoci che per esserne quelle persone potenti fossemo serviti provedere al loro condegno castigo....» _etc._ conclude che pigli informazione «et doni subito particolare et distinto aviso. Dat. Neap. 10 aprile 1598.» — 5.º Reg. _Partium_ vol. 1477 fol. 98 t.º Fabio Contestabile si duole essere stato impedito dal Capitano e Giudice di Stilo nell'ufficio di Maestro di camera di d.ta terra, ad istanza di certi di casa Carnelevari ed altri, mentre trovasi regolarmente eletto in sostituzione di suo fratello Geronimo Contestabile; 28 7bre 1598. — 6.º Reg.i _Curiae_, vol. 43, fol. 110: «Al mgn.co don diego de vera. Mag.co vir _etc._ Dal Mag.co Governatore della città de Stilo con sua lettera delli 25 del passato mese di giugno ci viene scritto li delitti et eccessi che per Paulo Contestabile con quattro suoi figli, et uno genero nomine Geronimo de francisco sogliono commettere; et il termine imperioso che usano con li officiali regii et altre persone....» _etc._; conclude che «s'informi del d.to negotio e scriva acciò si possa ordinare lo de più s'haverà da esequire. Dat. neap. 29 luglio 1598». — 7.º Arch. di Firenze, Carteggio del Nunzio Aldobrandini, filz. 213, Lett. da Roma del 4 agosto 1600, col seguente memoriale al Papa che si rimette al Nunzio: «D. Gio. Francesco et D. Fabricio Carnevale de Stilo diocesi de Squillace humim.te fanno intendere à V. B. come falsamente con reverenza se ritrovano inquisiti nella Corte dell'Ill.mo Nontio de Napoli de negotii illiciti et recettatione de forusciti à querela et denuntia de Geronimo contestabile et Geronimo de francesco cognati, inimici capitali di essi supplicanti et de luoro fratelli; si sono esaminati contra di essi Paolo contestabile, clerico Giulio, et Fabio et Marcantonio figli del d.to Paolo, tutto per haver remissione del tentato homicidio in persona di Gio. Paolo Carnevale fratello de D. Fabritio e nepote de D. Gio. Francesco.... _etc._; D. Gio. Francesco ha 70 anni et è vecchio, D. Fabritio ha cura di anime, e dimandano che le dette cause di ricetto di fuorusciti siano commesse al Vescovo di Squillace, dopo di aver transatte col Nunzio quelle de' negotii illiciti, mentre il Gio. Marco Antonio contestabile se ritrova forascito in campagna con comitiva, che facilmente per strada procureria uccidere essi supplicanti». A questa lettera fa riscontro l'altra del Nunzio, ved. filz. 230, lett. del 25 agosto 1600, con la quale dice essere uno dei ricorrenti contumace della sua Corte, perchè malgrado il precetto si partì da Napoli, e reputar bene che la causa sia lasciata in Napoli. — Per la deposizione di Giulio Contestabile circa l'inimicizia, ved. Doc. 333, p. 295.

[253] Ved. la depos. di fra Pietro, Doc. 348, pag. 325. Ma circa l'incidente del brutto titolo dato dal Campanella a Gesù crocifisso, dobbiamo pure fare avvertire che una delle sue idee fu sempre il voler vedere nelle immagini Gesù trionfante in gloria piuttostochè Gesù suppliziato a modo degli schiavi: e così la croce gli riusciva sgradevole; e vedremo che una volta, in presenza di una croce piantata sul margine di una via, disse al Petrolo che quella «gli facea mal'ombra». Nelle Poesie (ved. Doc. 510, pag. 578, e D'Ancona p. 35), appoggiandosi anche all'opinione di S. Bernardo, egli cantò la sua idea favorita in quel Sonetto che dice:

«Se sol sei hore in croce stette Christo . . . . . . . . . . . . . . . che ragion vuol, ch'e' sia per tutto visto depinto e predicato frà tormenti» _etc._

[254] Ved. Doc. 401, pag. 484. — Quanto a' documenti intorno alle persone delle quali sopra si è parlato, essi sono tratti del pari principalmente dalla _Numerazione de' fuochi_ di Stilo. — Nell'elenco de' fuochi della vecchia numerazione 1596-98, che si diedero come estinti nel 1641, si legge: «n.º 9. Bernardo Prestinace U. J. D. f.º di Alfonso a. 66; (*) Gio. Gregorio f.º a. 20; Berardina f.a an. 10». — Nel solito estratto poi della detta numerazione inserto nello stesso fasc. del 1641, si hanno i nomi seguenti: — «n.º 186. Ottaviano f.º di Mase Vua a. 59; (*) Fulvio f.º a. 24; Tiberio f.º a. 20; Francesco f.º a. 11» etc.; e notiamo pure che questo Fulvio Vua nelle Difese del Campanella, scritte più tardi, trovasi detto Sindaco di Stilo (ved. Doc. 401, pag. 479). — Inoltre: «n.º 245. Giulio fratre di Ottavio Sabinis a. 14 (_sic_); (*) D. Giovanni Jacovo fratre a. 23; Giulia mater a. 70»; «n.º 69. (*) Tiberio f.º di Vincenzo Marolla a. 41; Fraustina uxor a. 28; (*) Scipione f.º a. 11; Marcello f.º a. 4; Gio. Luca f.º a. 2; Benegna f.a a. 12»: — Ancora: «n.º 29. (*) Giulio Presterà A. M. D. a. 24; Giovannella mater a. 61». Quanto a Francesco Vono, che il Campanella nella sua pazzia chiamava anche Cicco Vono, ricordiamo trovarsi citato dal Parrino pel 1641, a tempo del Vicerè Duca di Medina las Torres, il vecchio capitano «Francesco dell'antica famiglia Bono di Stilo, il quale avea negli anni suoi giovanili sodisfatto alle parti di valoroso soldato». — Aggiungiamo che nella sua Dichiarazione il Campanella nominò pure Gio. Paolo Carnevale e Marcello Dolce tra coloro a' quali avea parlato delle mutazioni. Sul primo abbiamo già date le notizie opportune: sull'altro dobbiamo dire che era a dirittura un giovanetto. Abbiamo infatti nello stesso elenco suddetto de' fuochi che si diedero come estinti: «n.º 62. Anniballe f.º de Jo. Cesare del Dolge a. 50; Dianora uxor a. 45; Gio. Cesare f.º a. 20; Horatio f.º a. 10; (*) Marcello f.º a. 12»; e dobbiamo aggiungere che nel processo di eresia svolto in Napoli, una testimonianza di Geronimo di Francesco raccolta il 7 aprile 1601 lo disse già morto.

[255] Riguardo al figlio di Nino Martino ved. quanto abbiamo detto a p. 131. Riguardo a' Grassi, nominati poi anche dal Pizzoni, il quale li specificò meglio dicendoli figli di Jacovo Grasso, daremo più in là documenti da noi trovati nell'Arch. di Stato, che li mostrano volgari fuorusciti e malfattori.

[256] Nella _Numerazione de' fuochi_ di Squillace (vol. 1353 della collezione) l'elenco fatto nel 1643 de' «Focularia penitus extincta» secondochè si trovavano già notati nella vecchia numerazione del 1597 reca: «n.º 342. Francesco Cacìa a. 50; (*) Gio. Thomase f.º a. 22; Sabella faienza famula a. 47»: il processo, fattosi nel 1599, naturalmente reca l'età del Caccìa in anni 25.

[257] Ved. Doc. n.º 2, _b, c, d_, pag. 6 a 9.

[258] Nell'originale "attacamento". [Nota per l'edizione elettronica]

[259] Il Berti disse Maurizio fuoruscito da più anni; ma veramente la deposizione di Gio. Battista Vitale, che si ha tra' documenti raccolti dal Palermo, reca: «da nove mesi eramo con Maurizio absentati da Guardavalle per certe pugnalate», ed ancora, «da novembre 1598 non è stato più in Guardavalle ma in Davoli». Ved. Doc. 265, pag. 181.

[260] Che Maurizio non fosse solo alla presenza del Campanella, si può rilevarlo anche dalla Dichiarazione, dove il Campanella dice che Maurizio gli dimandò se avesse trattato col Capitano di Stilo per la sua libertà (_intend._ per la transazione che gli avrebbe resa la libertà), ed avendo lui risposto che non si poteva accordare nemmeno per 100 ducati, Maurizio disse, «non mi curo, la scoppetta et questi compagni mi faranno libero»; ved. Doc. 19, pag. 30.

[261] Ved. nel Doc. 244 i brani che leggonsi a pag. 141-143; inoltre il Doc. 307, a pag. 254; ancora nel Doc. 19 il brano a pag. 30. Alle Rivelazioni di Maurizio e Dichiarazione del Campanella può aggiungersi egualmente la confessione in tormentis del Campanella medesimo, quantunque i brani di essa giunti fino a noi riguardino propriamente gli ecclesiastici suoi compagni. A questi quattro documenti basterà che rivolga la sua attenzione chi vorrà parlare della congiura del Campanella.

[262] Così leggesi nella Dichiarazione, attribuendo al Principe di Squillace la nota del fatto, e a Giulio Contestabile il pensiero di giovarsene contro gli spagnuoli.

[263] Ved. il lib. della _Monarchia di Spagna_ ediz. D'Ancona, cap. 30º, p. 214.

[264] Ved. la Lett. del 15 giugno 1599; Doc. 170, pag. 86. — Quanto al frammento suddetto della Difesa di due imputati, esso trovasi in una nota del Capialbi alla Narrazione del Campanella, e concerne l'Allegazione o «Factum pro Joanne Paulo et Mutio de Corduva», di cui abbiamo riprodotto ne' nostri documenti quanto se ne sa (ved. Doc. 240, pag. 125). Ricordiamo intanto aver detto che nell'aprile, il Venerdì santo, i Corsari di Barberia aveano preso 40 persone «presso la Roccella», cioè non lungi dalla marina di Stilo (ved. pag. 152): verosimilmente, come solevano fare, le galere tornarono in giugno perchè si potesse trattare il riscatto, e Maurizio colse tale occasione per andarvi. Troveremo pure altri inquisiti della terra di S.ta Caterina, terra egualmente della marina di Stilo, accusati di essersi trattenuti più di un'ora sulle galere de' turchi «nel mese di giugno passato» (ved. Doc. 262, pag. 174); si noti questa data, che si riscontra bene anche con le notizie del Carteggio Veneto, e permette di determinare il tempo dell'andata di Maurizio sulle galere. Passiamo poi sopra alle parecchie versioni che su questa andata si ebbero ne' processi e nel pubblico, essendosi detto che era stato mandato a Costantinopoli un prete, che v'era stato mandato un gentiluomo, che vi era andato Maurizio medesimo _etc._ etc.; tutt'al più esse potrebbero ritenersi quale indizio che vi sia stato bisogno di avere l'adesione di Costantinopoli, ciò che del resto apparisce naturalissimo nel senso di avere l'adesione del Cicala.

[265] Ved. la stessa Lettera Veneta suddetta del 15 giugno 1599.